de “Le trasformazioni e l’intuizione”

Su ogni macchina sono montate le ruote. Come pure su ogni treno, su ogni bicicletta e su ogni moto. Chi nei millenni abbia per primo scoperto che l’attrito volvente è più “amichevole” dell’attrito radente, però, non lo sa nessuno. Ciò accade spesso, a tutti i livelli. Tutti tocchiamo ogni giorno con mano i risultati dell’ingegno altrui, ma non gli sappiamo dare né un nome né tanto meno una faccia. Le buone idee, per esempio, trovano immediatamente padri molteplici, nelle aziende come in politica. La loro paternità primigenia si viene così a diluire, fino al punto che spesso è impossibile risalire alla vera fonte intellettuale. Le idee che invece si rivelano poi sbagliate vengono abbandonate in fretta da tutti e muoiono neglette sul gobbo dell’ultimo malcapitato a cui non sia riuscito il gioco dello scaricabarile.

Hendrik Antoon Lorentz (1853-1928) passò gli ultimi anni della sua vita ad arrovellarsi del fatto che lui, e non Einstein, era arrivato al concetto di relatività. Peccato lo fece senza cogliere l’essenza del proprio stesso concetto: con le sue note “trasformazioni” stava parlando di relatività, ma non lo capì finché non arrivò un buffo ometto coi baffetti e la pettinatura scarmigliata il quale disse “.. ma allora… tutto è relativo!”. Quell’omino passò alla storia col nome di Albert Einstein, geniale al pari di Lorentz, ma più bravo nell’intuizione e nella sintesi comunicativa.

Per inciso, le “trasformazioni di Lorentz” furono elaborate per rimuovere le contraddizioni esistenti tra elettromagnetismo e meccanica classica, come pure per spiegare i risultati nulli dell’esperimento di Michelson-Morley tramite l’introduzione del fenomeno della contrazione delle lunghezze. Le trasformazioni di Lorentz sono cioè alla base della formulazione matematica della teoria della relatività ristretta di Einstein.

Per chi non fosse appassionato di fisica però, il nome di Lorentz è del tutto sconosciuto. Peccato, direi: senza di lui non esisterebbero oggi la maggior parte delle teorie su cui si basa l’astrofisica.

Subrahmanyan Chandrasekhar Vs. Marylin Monroe

Subrahmanyan Chandrasekhar: chi era costui?

Per chi pensasse che le formule di astrofisica debbano appartenere in esclusiva a vecchi professori barbogi, consiglio di leggere la storia di Chandra. Al secolo, Subrahmanyan Chandrasekhar. Prima di divenire uno dei fisici più dotati del secolo scorso, il giovane Chandra si accontentava di buttar giù dove gli capitava le proprie intuizioni geniali. Si narra che avesse solo diciannove anni quando, viaggiando in treno attraverso l’India, venne fulminato dall’idea che il limite di Plank sulla repulsione delle nuvole elettroniche degli atomi potesse essere superato. Per Plank, cioè, esisteva una distanza minima che gli atomi potevano raggiungere tra di loro. Andare al di sotto di essa era ritenuto impossibile per via della forza di repulsione reciproca esercitata dalle nuvole di elettroni che circondano i nuclei atomici. Chandra intuì che c’era una forza che poteva vincere quella di repulsione elettronica ed era quella gravitazionale. Ciò non avviene sulla Terra, bensì nel cielo, sulle stelle. O almeno, su alcune di esse. Quando una stella di sufficiente massa finisce il proprio combustibile nucleare, gli strati esterni collassano verso il centro della stella stessa, attratti sempre più dalla sua forza di gravità. Se la stella ha una massa minore del “limite di Chandrasekhar”, il processo si blocca per via della repulsione elettronica, divenendo così il corpo celeste una “nana bianca stabile”. Se una stella ha invece una massa maggiore, la pressione degli elettroni non è sufficiente a contrastare la gravità: la massa continuerà a comprimersi verso il proprio centro finché i protoni non si fonderanno con gli elettroni, trasformando così la stella in una “stella di neutroni”. Se il processo di collasso continua (caso di stelle che all’origine avevano una massa di molte volte superiore a quella del nostro sole) la stella di neutroni evolverà infine in un “buco nero“. La natura del buco nero si presume possa quindi essere un unico, gigantesco neutrone…

Chandra vergò le basi della propria teoria in treno, su di un foglio di carta da pacchi e solo dopo molti anni quegli scarabocchi divennero la chiave di volta per l’interpretazione di uno dei fenomeni cosmici più affascinanti ad oggi conosciuti. E ora la domanda:

Quanti di voi sapevano dell’esistenza di Subrahmanyan Chandrasekhar? Forse una percentuale inferiore all’1%. Anzi, tolgo il forse. Ignoranza? No. Lo scibile umano è così ampio che ognuno di noi può essere colto o ignorante a seconda dell’argomento trattato. Solo pochi però conoscono Chandra, mentre tutti conoscono Albert Einstein. Questo perché sul secondo sono stati scritti libri, girati film, diffuse fotografie (chi non conosce la foto di Einstein che fa la linguaccia?). Di Chandra poco si sa perché poco si è detto. O lo si è detto male. Ma il confronto con Einstein è ambizioso. Proviamo allora a fare il paragone con Marilyn Monroe: una bionda procace e spregiudicata ha impresso la memoria del 99% degli abitanti del Mondo Occidentale. Un genio come Chandra no.

Potere del sesso, forse. Sicuramente, potere della comunicazione… E un neo vicino al labbro vale nel mondo moderno di più di un foglio di carta da pacchi con su scritti incomprensibili scarabocchi…

Rasputin e la Zarina

Grigorij Efimovič Rasputin, nacque in Siberia fra il 1860 e il 1870. Dopo anni di vita “normale” tra i contadini siberiani, e dopo essersi sposato mettendo al mondo tre figli, nel 1905 s’imbucò nella corte dello zar Nicola II.  Nel suo curriculum vi era l’adesione alla setta orgiastica dei Khlysti, come pure al movimento nazionalista dei Veri Russi. Privo d’istruzione, ma scaltro e carismatico, riuscì a intessere una rete di relazioni altolocate che poco dopo lo introdussero a corte. Forte era intanto divenuta la sua fama di potente sciamano. Proprio la sua reputazione di guaritore lo fece chiamare in aiuto di Alessio, figlio degli zar, affetto da emofilia. Grazie all’ipnosi e alla sospensione dell’acido acetil salicilico (l’odierna aspirina) con cui veniva curato il bambino, Alessio mostrò qualche miglioramento. L’aspirina infatti rende fluido il sangue e quindi aumentava l’emofilia. Ma questo Rasputin non lo sapeva. Sia come sia, il merito del miglioramento del piccino venne attribuito a lui.

Il suo carisma e le sue capacità persuasive rovinarono quindi sulla famiglia Romanov, soprattutto sulla zarina Alessandra, donna debole di psiche e d’intelletto, la quale ne divenne presto succube. A Rasputin tutto era concesso, come i frequenti libertinaggi con svariate nobildonne di corte. Chi si provasse a ostacolare Rasputin, o a segnalare ai regnanti le sue malefatte, veniva punito e cadeva in disgrazia. Così, anno dopo anno, Rasputin, eliminò molti dei consiglieri e delle persone vicine agli Zar, creando loro terra bruciata intorno. Più li isolava, infatti, più li governava a proprio piacimento. Si accrebbero per giunta le dicerie su di una presunta relazione con la sovrana, sotto il complice silenzio dello Zar. Relazione o meno, Rasputin andò sempre più oltre nella manipolazione della zarina, inculcandole pure precetti di carattere morale, religioso e politico tutti suoi. Quindi decisamente bizzarri e privi del supporto culturale su cui essi dovrebbero invece basarsi.

Lasciata sola col mistico plagiatore nel 1915, data la partenza dello zar per il fronte, la Zarina effettuò su persuasione di Rasputin continui, disastrosi e schizofrenici cambi al vertice dei membri di governo. E lo fece proprio mentre la situazione di crisi avrebbe dovuto suggerire il mantenimento di un potere stabile e forte. Ma alla fine, la farina del diavolo va tutta in crusca, come ripete un vecchio detto: nel 1916, nel bel mezzo della crisi di governo che Rasputin stesso aveva contribuito a creare, venne decisa una congiura da parte di alcuni nobili e notabili russi. Prima lo avvelenarono, ma data l’assuefazione che Rasputin si era procurata al veleno, alla fine dovettero sparargli, bastonarlo e infine buttarlo nel fiume. Il reperimento all’autopsia di acqua nei polmoni lascia quindi sbalorditi: nel fiume Rasputin ci era finito ancora vivo. L’erba grama non muore mai…

I congiurati però non se la videro bene. Molti di loro finirono tra le grinfie della Zarina e tra loro solo Dmitrij Pavlovič se la cavò: inviato per ritorsione a combattere in Persia, ribaltò a proprio favore l’attacco personale della capricciosa Alessandra. Dopo la rivoluzione del 1917, questa “punizione” fece infatti sì che il granduca Dmitrij fosse uno dei pochi Romanov a trovarsi già all’estero e a salvarsi così dal crollo della dinastia russa.

Rasputin contribuì a cambiare il corso della storia mondiale: forse la rivoluzione russa sarebbe avvenuta lo stesso, chissà. Però, è innegabile il fatto di come il Guru siberiano abbia creato tutte le condizioni perché avvenisse in quel preciso momento, in quelle precise condizioni socio-politiche e con quei risultati che oggi tutti noi conosciamo. Mandare allo sbando il governo russo in un periodo così delicato, gravido di tensioni sociali e di bisogno di riforme, ha forse generato il terreno fertile per il successivo comunismo stalinista. Un fenomeno geopolitico che ha impattato pesantemente le sorti dell’intero pianeta. Senza Rasputin a tirare i fili dei fantocci Romanov, forse il cambiamento sarebbe avvenuto in modo meno traumatico, più diluito nel tempo e senza molte delle conseguenze che invece ha avuto. In altre parole, un mugiko siberiano pressoché analfabeta ha fatto più danni di Gengis Kahn.

********************

Mussolini e le reni della Grecia

Non molti Italiani sanno che il Duce ordinò l’attacco alla Grecia più che altro per rispondere a uno sgarbo fattogli da Hitler poco prima: aveva invaso la Romania e non si era degnato neanche di avvertirlo. Con il suo usuale cipiglio da oste romagnolo, che pensa che dando del legno si mette a posto ogni cosa, Mussolini ordinò in fretta e furia l’invasione della Grecia. Senza avvertire Hitler ovviamente. Così, parole sue, “Anche Hitler avrebbe saputo della cosa solo dai giornali”, com’era successo a lui per la Romania. Di fronte ai richiami di Badoglio e di Ciano sullo scarso livello di preparazione dell’esercito italiano, Mussolini rispose: “Quando un popolo deve andare in guerra ce lo si manda anche a calci nel culo!”. Nella mente sempliciotta del maestro predappiano, la missione doveva essere un blitz. Pochi mesi dopo doveva invece fronteggiare le conseguenze interne di quella che si rivelò una vera catastrofe. Oltre al danno, anche le meritate beffe: Winston Churchill sfotté l’Italia dicendo “L’ultimo esercito del mondo ha sconfitto il penultimo esercito del mondo“.

Era la fine d’ottobre 1940 quando scattò l’operazione militare. Nella mente di Mussolini, probabilmente, vi era l’icona della Grecia in cui fa sempre caldo. Così, l’esercito venne mandato con le tenute leggere. Presto, le temperature scesero di molto, specialmente in montagna, causando gravi disagi alle truppe. Mancava una sufficiente copertura dell’aviazione, come pure l’artiglieria non era proporzionata al fronte aggredito. Nel giro di poco, la resistenza dei greci mise sotto la spedizione italiana. L’8 novembre venne ordinata così la ritirata. Ma nemmeno le comunicazioni  funzionavano, e così la divisione Julia fu massacrata da tre divisioni greche. Una disfatta. Solo l’intervento dei Tedeschi rovesciò le sorti della campagna militare. Una delle peggiori figuracce della storia militare italiana.

Pensate forse che la pagò Mussolini? Niente affatto. Appena vista la malaparata, il Duce rovesciò tutte le responsabilità su Pietro Badoglio, comandante in capo della spedizione. Per quanto fosse persona dai numerosi coni d’ombra, Badoglio era stato mandato al macello proprio da Mussolini, nonostante non fosse affatto convinto delle chànches italiane in quell’avventura. Però era ufficialmente il comandante, e come tale era il candidato migliore per essere dato in pasto al popolino, lo stesso popolino che aveva urlato di gioia alla notizia della dichiarazione di guerra.

Come andò poi il resto della guerra ben lo sappiamo: eravamo partiti col Dux che diceva “Vincere! E vinceremo!” e abbiamo finito con il Paese devastato nell’onore non meno che nelle macerie. Galeazzo Ciano provò ad esautorare Mussolini nel ’43, ma gli andò male: ritornò presto nelle mani del Duce, ormai riparato a Verona, e finì fucilato dai moschetti della neonata “Repubblica di Salò”. Solo i mitra partigiani misero fine alla vita del Duce. Tutta la sua sicumera e la sua boria sanguigna finirono appese con lui in piazzale Loreto. Dalle sue “tasche” scivolarono fuori i fantasmi di Matteotti e di tutti gli antifascisti fatti sparire durante il ventennio; come pure le anime dei 250.000 caduti italiani, 125 volte di più di quegli ipotetici 2.000 morti che a Mussolini “servivano per sedersi da vincitore al tavolo della pace”. Alle morti va anche aggiunta la sofferenza dei 320.000 mutilati e dei 620.000 uomini fatti prigionieri dalle forze alleate.

Seguire il Duce, quel tipo di Duce, rovinò l’Italia. Esattamente come seguire i folli piani di certi manager porta alla rovina di intere aziende.

*****************

Il Bunker del Führer

Sul finire dell’aprile 1945 Hitler era ormai asserragliato nel proprio bunker berlinese. Da Est le armate sovietiche occhieggiavano a pochi chilometri dal Reichstag e quelle americane, da ovest, non erano molto più lontane. L’avventura nazista era finita con la disfatta di Stalingrado, la Ratkrieg (guerra dei ratti) come la definirono gli uomini del 6° corpo d’armata tedesco. Al suo comando il generale Friederich Paulus, impegnato nel piano d’invasione denominato “Barbarossa”. Ci erano andati vicini i nazisti: erano arrivati a 20 km da Mosca. Poi la disfatta. Lo Stato Maggiore tedesco aveva ben avvertito Hitler dei rischi che l’invasione della Russia comportava. Ma il Führer, ubriaco di potere e in preda a delirio di onnipotenza, aveva sovrastimato le forze dell’esercito tedesco. Così, non seguì il consiglio dei suoi generali e mandò 3,5 milioni di uomini sul confine sovietico. Ma nulla può il numero dei soldati, se il ghiaccio blocca carrarmati e cannoni a -30°C. Nel febbraio 1943 la Sesta armata tedesca era in ginocchio e dovette ripiegare verso casa, nonostante lo zio Adolph continuasse a sbraitare che dovevano resistere.

Grazie poi alla brillante idea giapponese di bombardare Pearl Harbour, gli Americani erano entrati in guerra pure loro e nel 1944 avevano messo piede in Europa, sbarcando ad Anzio e in Normandia. Insomma, nella primavera 1945 la Germania era presa su tre fronti: quello francese e quello italiano (dagli Americani) e quello orientale (dai Sovietici). Hitler da tempo si era chiuso in se stesso. Incapace di accettare i fatti, continuava a impartire ordini con l’impeto che teneva nei suoi comizi dell’Olympia Stadion. I generali lo guardavano attoniti, mentre lui, privo ormai d’ogni controllo – sempre che mai ne avesse avuto uno – martoriava una carta militare appesa al muro. Una carta sulla quale spostava divisioni corazzate, fanteria, artiglieria e flotte aeree che esistevano ormai solo nella sua fantasia. Ordinava manovre a tenaglia, controffensive di “inaudita potenza”. E i generali tacevano. Sapevano bene infatti che era inutile contraddirlo. Chi ci si fosse provato a dirgli che era un folle e che  doveva decretare la resa, avrebbe fatto una pessima fine. Ma erano anche tra incudine e martello: non osavano contrastarlo, ma nemmeno avevano più i mezzi militari per obbedire ai suoi folli ordini e soddisfare le sue farneticanti aspettative di successo. Venivano così trattati da vigliacchi, traditori, incapaci e insubordinati. Perché di tutto quel disastro che gli stava intorno, Hitler sapeva solo vedere nei suoi generali quella che ai suoi occhi era bieca disobbedienza. Dopo qualche giorno, finalmente, si decise a liberare il mondo dalla sua improvvida presenza e si avvelenò col cianuro. Era il 30 aprile 1945. Morì portando con sé la certezza che la Germania aveva perso perché non gli aveva obbedito. Morì con l’idea di essere circondato da incapaci e vigliacchi, da traditori. Incapace di capire che al disastro la Germania ce l’aveva portata proprio lui, coi suoi febbricitanti sogni di gloria, si rifiutò fino all’ultimo istante di vedere la realtà per quello che era. Decine di milioni di esseri umani perirono così per i suoi piani paranoici. D’altronde, che fosse un pazzo lo si poteva capire anche soltanto dalla morbosa attenzione per l’esoterismo e le forze soprannaturali. Forze grazie alla padronanza delle quali il III Reich avrebbe dovuto dominare il mondo. Almeno, questo secondo lui e chi gli dava retta. Ma più che il soprannaturale poterono i cannoni, russi e americani. Come volevasi dimostrare.

Tacere di fronte alla follia, illude solo di vivere tranquilli. Ma non evita la disfatta.

**********************

L’ictus di Stalin

Non sono molti quelli che sanno il vero nome di Stalin: Iosif Vissarionovič Džugašvili. Era un Georgiano d’acciaio (da qui il soprannome “Stalin”), privo di scrupoli e molto violento. Assetato di potere e di comando, sgominò la concorrenza alla guida del partito comunista sovietico e successe a Lenin, colpito da un ictus nel marzo 1923. Lenin ci provò a fermarlo, con le ultime forze. Ma fallì. Per l’Unione Sovietica iniziò quindi un periodo di terrore: le famose “purghe staliniane” non risparmiavano nessuno. Chi non era perfettamente allineato col diktat di Iosif il Georgiano veniva fatto sparire. Spesso ucciso, in altri casi deportato. Perché il dissenso era vietato. Se dissentivi, non facevi a tempo a dire il perché che ti trovavi in qualche gulag siberiano. Lì, dovevi essere avviato al processo di “rieducazione”. In altre parole, ti piegavano e ti umiliavano finché non chiedevi pietà a quel farabutto coi baffoni, pur di poter tornare libero. Libero di che, però, non si è mai capito. La libertà in URSS era di fatto inesistente. Soprattutto quella di pensiero. Ma gli anni passarono anche per Stalin: l’1 marzo 1953, trent’anni giusti dopo Lenin, anche a Iosif venne un ictus. Il malore lo colse nel suo studio, dove venne trovato privo di conoscenza da una cameriera. Ella non fece nulla: sapeva bene che se avesse agito, e avesse sbagliato, Stalin gliela avrebbe fatta pagare cara. Così chiamò il capo della sicurezza. Ma anche lui si fermò davanti al corpo ferito del Baffone e restò senza prendere una decisione. Si rivolse quindi a Berija, braccio destro di Stalin. Berija però conosceva il buon Iosif meglio di tutti. Sapeva quindi che la sua era una situazione molto rischiosa. Il sistema di sicurezza, creato proprio da Stalin, non permetteva di fatto di decidere che fare. Tutto ciò perché solo Stalin stesso aveva il diritto di richiedere l’intervento dei medici. Stalin aveva però trascurato il fatto che poteva anche verificarsi la situazione per cui proprio lui non fosse in grado di agire. Berija non fece quindi nulla, cercando di trovare una scappatoia che salvasse il Leader Sovietico, ma anche le natiche dei soccorritori. Convocò quindi il Soviet Supremo, in modo da condividere con tutte le massime cariche dello Stato la responsabilità della decisione. Decisione che venne presa solo il 2 marzo, quando decretarono di chiamare alcuni medici, i quali peraltro non avevano mai visto prima il paziente. I precedenti medici di Iosif erano stati infatti tutti arrestati poco tempo addietro. Ogni minuto è prezioso in caso di ictus. La vita del paziente spesso dipende dalla tempestività d’intervento. Stalin rimase invece senza aiuti per quasi un giorno intero. Forse non sarebbe sopravvissuto lo stesso. O forse si. Di certo, se anche avesse avuto qualche speranza, gli ingranaggi bloccati della sua stessa amministrazione gliela hanno tolta. L’URSS seppe di Stalin solo la mattina del 4 marzo, mentre la sera del 5 marzo Iosif Vissarionovič Džugašvili, detto Stalin, moriva senza aver mai ripreso conoscenza.

Difficile stabilire quanto la paralisi dell’apparato sia stata sincera, oppure quanto ci abbiano marciato i successori di Stalin, a partire da quel Nikita Chruščëv che avrebbe pilotato l’URSS negli anni della guerra fredda. Di certo, Stalin, prima che dall’ictus, è stato ucciso proprio da quel clima di terrore che aveva seminato a badilate nel corso di quei trent’anni. E’ stato ucciso dalla propria stupidità e dalla propria sospettosità. Non mancherà a nessuno e la sua fine, forse, potrà essere di monito a tutti coloro i quali sedessero anche temporaneamente sulla poltrona più alta del potere.

************************

Gemelli diversi

Girolamo Savonarola e Giordano Bruno. Ciò che li accomuna è il dettaglio più noto in assoluto della loro vita: sono finiti entrambi sul rogo come eretici. Pochi però conoscono le differenze tra i due personaggi.

Girolamo Savonarola nasce il 21 settembre 1452, da una famiglia di mercanti. A diciotto anni iniziò a dedicarsi allo studio della teologia e alla scrittura di componimenti poetici come il “De ruina Ecclesiae”, nella quale paragona la Roma papale alla corrotta Babilonia. Un inizio di tutto rispetto per chi ambisca a bruciare vivo sulla pira dell’inquisizione. Nel 1475 lascia la famiglia ed  entra nel convento bolognese di San Domenico. Nel maggio del 1482 si trasferisce quindi nella Firenze di Lorenzo de’ Medici, all’epoca capitale culturale d’Italia. Una capitale culturale di grande modernità, vi è da aggiungere. Il Rinascimento fiorentino dava rigogliose prove d’innovazione e di libertà intellettuali, artistiche e morali che al predicatore ferrarese andavano spesso per traverso.

Le sue prediche crebbero costantemente per acidità ed in esse se la prendeva un po’ con tutto e con tutti. Grande flagellatore di costumi non ortodossi (la sua di ortodossia, ovviamente) crebbe di potere e arrivò ad influire perfino sulla rimozione o distruzione di opere d’arte ritenute sacrileghe o troppo libertine. La fine del Rinascimento fiorentino, in parte, è responsabilità sua. Poi commise l’errore madornale che spesso commettono i fustigatori di costumi altrui: predicò che la Chiesa “aveva a esser flagellata, rinnovata e presto“. Ancora, l’anno successivo tuonò che tutti “aspettiamo presto un flagello, o Anticristo o peste o fame. Se tu mi domandi, con Amos, se io sono profeta, con lui ti rispondo Non sum propheta“. Nel 1492 Lorenzo de’ Medici morì, seguito subito dopo anche da papa Innocenzo VIII, il quale venne sostituito da da Alessandro VI, al secolo cardinale Rodrigo Borgia . Un nome, una condanna. Il Savonarola però s’illuse per un tratto che ciò fosse pure un bene. Il suo progetto era quello di rendere indipendenti quanti più conventi possibili, per poterli poi meglio controllare. La caduta di Piero de’ Medici nel 1494 e l’instaurazione della repubblica non giovò affatto a Savonarola, così come non gli giovò l’anno successivo l’alleanza stipulata contro la Francia di Carlo VIII da parte di Spagna, Stato Pontificio, Repubblica di Venezia e gli Sforza di Ludovico il Moro. Firenze e il Savonarola, purtroppo per loro, erano filofrancesi. Savonarola incontrò quindi Carlo VIII per avere assicurazioni che Firenze non avrebbe subito danni e che i Medici non sarebbero stati restaurati. Rassicurazioni mendaci che Carlo VIII gli fornì frettolosamente e senza battere ciglio. Savonarola era sempre più solo.

Dopo un rifiuto del Savonarola a incontrare il Papa i suoi rapporti con Roma precipitarono. Fra’ Girolamo venne accusato di eresia e di false profezie, venne sospeso da ogni incarico. Nel 1496 Alessandro VI gli offrì una nomina a cardinale a condizione che ritratti le critiche alla Chiesa, ma Savonarola rispose «Non voglio cappelli, non voglio mitre grandi o piccole, voglio quello che hai dato ai tuoi santi: la morte. Un cappello rosso, ma di sangue, voglio!». E morte ottenne: scomunicato da Papa Alessandro VI nel 1497, Savonarola continuò la sua campagna contro i vizi della Chiesa, finché il risorto partito dei Medici nel 1498 lo fece arrestare. Finì al rogo quindi, ma da cadavere, essendo stato pugnalato ancor prima del processo.

Nel 1600, poco più di un secolo dopo Savonarola quindi, Giordano Bruno finirà anch’egli sulla pira. Ma da vivo però. Per quasi trent’anni era rimbalzato tra Roma, Francia, Inghilterra, Svizzera e Repubblica di Venezia, al fine di schivare gli anatemi che di volta in volta gli venivano lanciati dalla Chiesa Romana che lo teneva sempre sul filo del rasoio inquisitorio. Il frate domenicano, nel frattempo, aveva affinato sempre più le conoscenze delle teorie di Copernico. Sposò quindi la sua teoria eliocentrica e andò anche oltre, confutando l’origine degli uomini dal solo Adamo, mettendo in dubbio la natura divina di Cristo e ponendo lingua perfino sul dogma della Trinità. Venne quindi arrestato e avviato a processo, il quale durò per ben otto anni. Alla fine, a causa della sua ostinazione a difendere le proprie idee e teorie scientifiche, venne condannato a morte a mezzo rogo. Si narra che alla lettura della condanna egli avrebbe sentenziato quieto: “Tremate più voi a pronunciare questa sentenza di me ad ascoltarla”.

Cosa accomuna e cosa divide i due frati accusati di eresia? Li accomuna poco, li divide molto. Savonarola era un castigatore di costumi in senso lato. In sostanza, non differiva di molto dai profeti del deserto che minacciavano piogge di fuoco o punizioni eterne per chi avesse ceduto a pulsioni banalmente edonistiche. Il suo fanatismo integralista e la sua ambizione politica lo portarono oltre il limite del conflitto con Roma. E lo perse. Su Giordano Bruno ancora oggi si disserta invece se fosse un vero credente, oppure avesse scelto la strada ecclesiastica per avere più tempo per studiare e imparare. Era in estrema sintesi un filosofo che cercava la verità, invece di tentare di imporne una preconfezionata come provò a fare Savonarola. Questi la verità se la sentiva in tasca, Bruno la cercò invece per tutta la vita. Entrambi perirono comunque per la stessa mano. Una mano che uccise Savonarola per difendere i propri privilegi e interessi politici, mentre arse Bruno per difendere le proprie stesse fondamenta teologiche e impedire alla verità di diffondere tra il popolo e tra i fedeli. A entrambi sono stati comunque eretti monumenti: Savonarola a Firenze e Bruno a Roma. Chi passa oggi loro davanti, purtroppo, li accomuna come martiri dell’Inquisizione, ignorando le profonde differenze all’origine del loro martirio.

Spesso accade che l’epilogo di una storia la faccia catalogare in categorie molto differenti rispetto a quelle meritate. Spesso, cioè, la narrazione a posteriori distorce o appiattisce i dettagli, fino a farli scomparire. Fino a creare cioè una falsa verità. E una falsa storia. Solo lo studio attento dei fatti e la loro comparazione permette di capire dove stia il vero e dove il falso.