Benvenuti nel mio blog!

Questo è un blog dove si parla soprattutto (ma non solo) di agricoltura e dei suoi rapporti con l’ambiente e la salute…

.. è infatti anche un luogo dove si trattano temi come quelli energetici, alimentari e di attualità.

Come regola, viste le incursioni reiterate di personaggi in cerca di visibilità, nonché di proseliti delle più disparate teorie pseudo-scientifiche, ho deciso che questo blog va interpretato come un libro non cartaceo. Un luogo dove io scrivo, chi visita legge. Se è d’accordo, bene. Se ritiene di avere imparato qualcosa, ancora meglio. Se invece ritiene che l’uomo sia frugivoro, che i vaccini facciano venire l’autismo, che la chemioterapia uccida anziché salvare, oppure che le multinazionali stiano cospirando per ucciderci tutti, malissimo. Qui di posto per divulgare falsi miti da dimensione parallela, non ce n’è. Fatevene una ragione.

Buona navigazione quindi!

Donatello Sandroni

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Imane Khelif e Lin Yu-Ting hanno vinto l’oro del pugilato: e ora?

Finite le olimpiadi di Parigi è l’ora di tirare le somme (Foto: dal web)

Squalificate dalla propria federazione pugilistica, la Iba, in quanto ritenute non-donne, le due atlete hanno invece trovato la porta aperta del Cio per le olimpiadi di Parigi. Hanno vinto entrambe l’oro…

Sebbene considerate dalla propria stessa federazione come “intersex”, cioè nate con alcune caratteristiche femminili e altre maschili, Imane Khelif e Lin Yu-Ting hanno vinto l’oro del pugilato nelle rispettive categorie di peso. Quindi ora l’imbarazzo dovrebbe regnare sovrano fra chi ha parlato a vanvera per giorni dei loro casi, sportivi e umani. Soprattutto, dovrebbe creare imbarazzo fra i babbei che hanno spammato per ogni dove il curriculum di Imane Khelif nell’intento di dimostrarne lo scarso valore atletico. Tanto scarso che ha vinto l’oro (coglioni). Di seguito una poesia pescata nel web che ben si attaglia alla situazione:

L’olimpiade de noantri

Ahò, semo forti in ogni disciplina
Dalla vela al basket al trampolino,
All’arco, alla pistola e carabbina!
Su rana stile libero e delfino

Dettamo legge, e quanto ai tuffatori
Chi mejo de noi sa giudicà ‘n carpiato?
Nel carcio semo tutti allenatori
Prima durante e dopo er campionato!

Manco cor curling, sport tra i più cretini,
Riuscimo a stasse zitti, a nun parlà.
Ciavemo un morbo che nun cià vaccini:
Su tutto e tutti dovemo giudicà!

Semo bravi e forti, semo campioni…
Soprattutto a fa’ ‘r processo a chi è perdente,
Che cor culo dell’altri sò tutti bboni
E a chiacchierà ‘n ce se perde niente!

(Quadrilussa)

Il caso Khelif

La pugilatrice algerina è classificata ufficialmente donna dal Cio, Comitato olimpico internazionale, e possibile intersex per la sua federazione pugilistica d’appartenenza, la Iba (International boxing association). A conferma, la Iba l’ha squalificata non ravvisando nell’atleta i crismi necessari per essere considerata donna. Tradotto: stando a Iba avrebbe cromosomi XY, tipicamente maschili. E a guardar bene la sua conformazione fisica, quella di Iba non pare affatto una posizione strampalata.

Forse anche a conferma di ciò, Imane Khelif ha infatti steso in soli 46 secondi la nostra Angela Carini agli ottavi di finale della categoria -66 chili e poi, successo dopo successo, ha finito col vincere 5-0 anche la finale con l’atleta cinese che ha provato a contrastarle il passo sino all’ultimo. Ciò dovrebbe creare estremo imbarazzo, si diceva, ma si sa che sui social la vergogna non è tra le qualità umane più diffuse. Anzi. C’è chi continua a sminuirne le capacità pugilistiche, forse aspettandosi che con un destro staccasse la testa di netto all’avversaria per dire che no, qualcosa non va.

Nei giorni scorsi, prima di questa sequenza inarrestabile di vittorie, l’obiettivo dei fan di Khelif – e feroci con Carini per aver abbandonato l’incontro – è stato infatti quello di dimostrare che l’Italiana aveva mollato con una mezza figura. Un’atleta tutto sommato nella media, semmai tendente allo scarso. Peccato che nella loro foga di coprire di merda Angela Carini, una che ha un paio di medaglie d’argento a Europei e Mondiali, non si siano peritati di leggere bene quel curriculum, perché se lo avessero fatto avrebbero scoperto che Imane Khelif è tutto tranne che una mediocre. Gli incontri persi si concentrano infatti quasi tutti nei primissimi anni di attività. A Tokyo, tre anni or sono, venne eliminata dall’irlandese Kellie Harrington che poi vinse l’oro. Non da una qualunque. La Harrington non è stata però nominata ambasciatrice dell’Unicef, come avvenuto a Imane Khelif nel gennaio di quest’anno. Ben prima cioè che arrivasse alle olimpiadi di Parigi. In sostanza, l’Algerina è al centro di attenzioni particolari ben da prima che si innescasse la polemica.

Ora, tre anni dopo, le due – Harrington e Khelif – combattono in categorie diverse. La Harrington è rimasta sui 60 chilogrammi, la Khelif è salita di peso e combatte in una categoria superiore. In sostanza, ha guadagnato 5-6 chili di muscoli in tre anni. Forse che ciò abbia sollevato qualche sospetto nei suoi fans? Macché. Subito dopo la sua vittoria in semifinale, presubodorando la figuraccia in caso avesse poi vinto l’oro, è scattata l’auto difesa di chi l’aveva bollata come una mezza tacca: appena Khelif ha vinto ai quarti e poi alle semifinali ha infatti iniziato a circolare la tesi per la quale, in fondo, dai, in questa categoria di peso non è che poi ci siano grandi campionesse… Della serie: abbiamo detto cazzate, spammato idiozie, triturato una pugilatrice italiana che ha preso bordate micidiali sul muso, non capiamo una ceppa di biologia e di sport – men che meno di pugilato – ma peste alle corna se ammettiamo di aver preso una cantonata grossa come il Monte Bianco.  

Due giorni dopo l’altra intersex, per come la classifica Iba, cioè la taiwanese Lin Yu-Ting, ha disputato la finale nella propria categoria di peso e ha vinto pure lei l’oro. A vantaggio di Yu-Ting va il profilo basso tenuto prima e durante il torneo, lasciando che le polemiche si concentrassero sull’atleta algerina.

Sui social sono quindi iniziate a circolare le foto delle pugilatrici sconfitte da Khelif e Yu-Ting. Se alcune hanno accettato il verdetto, altre hanno mimato con le dita la X, nel senso dei propri cromosomi. E ne avevano ogni diritto. Se a certe atlete donne va bene essere sconfitte da avversarie intersex, o perfino da transessuali, che si accomodino: le sconfitte sono tutte loro. Ma se altre non ci stanno e protestano, bollarle di qualche “-fobia” è del tutto ingiusto. Esse hanno tutti i diritti di rivendicare l’esclusiva in chiave puramente e chiaramente femminile ed è bene quindi accettarne e supportarne le proteste.

Come conseguenza, è nata sui social una catena di donne che si sono fotografate con le dita a X, postando poi l’immagine con l’ashtag #XX. Peccato che mentre X di Elon Musk, l’ex Twitter, ha dato loro spazio, Facebook di Mark Zuckerberg pare le abbia censurate.

Per fortuna, nessuno ha potuto censurare i quattro staffettisti canadesi vincitori dell’oro dei 100 metri piani. Sono usciti nello stadio mostrando tutti e quattro la X con le dita. Bravi ragazzi: forse alle donne serve anche la vostra solidarietà.

Prime indiscrezioni sui test effettuati da Iba

Alan Abrahamson è un giornalista sportivo di lungo corso e ha creato il proprio sito internet, 3Wire Sports. Su questo ha pubblicato un articolo in cui tratta proprio dei test di Iba e pare che lo faccia dopo essere entrato in possesso di alcune rivelazioni sui referti stessi.

Premesso che al momento la verifica di questa notizia non è alla portata di chi scrive, quindi è d’uopo una prudente sospensione del giudizio, il contenuto dell’articolo è decisamente chiaro (il testo di seguito è tradotto, per approfondimenti si veda l’originale):

3 Wire Sports ha visto i risultati dei test e una lettera dell’IBA del 5 giugno 2023 al CIO che afferma che i test di Khelif, uno a Nuova Delhi, un test precedente a Istanbul ai campionati mondiali del 2022, ‘hanno concluso che il DNA del pugile era quello di un maschio costituito da cromosomi XY’. Sia per Khelif che per Lin, il test di Nuova Delhi, da, come ha rivelato l’IBA lunedì, l’indipendente Dr Lal PathLabs, è composto da tre pagine. In parte: La prima pagina fornisce, insieme alle informazioni identificative di base per ciascun atleta e alla data e all’ora della raccolta del campione, un riepilogo dei risultati – “anomali” – e un’interpretazione – “l’analisi dei cromosomi rivela cariotipi maschili”. La seconda pagina offre una rappresentazione fotografica dei 22 autosomi accoppiati e quindi, per ciascun atleta, raffigura ulteriormente un cromosoma X e uno Y. A pagina tre viene chiarito che il laboratorio è un “laboratorio di riferimento nazionale” e, inoltre, accreditato dal CAP, il College of American Pathologists con sede a Northfield, Illinois, e certificato dall’ISO, l’Organizzazione internazionale per la normazione con sede in Svizzera”.

Quindi, nonostante siano da considerare confidenziali, forse quei test stanno iniziando a girare sottobanco. Dato che Iba non può pubblicarli ufficialmente, a causa della confidenzialità che può essere sciolta solo con il consenso delle due atlete, potrebbe anche darsi che qualcuno della federazione stia volutamente facendo filtrare i documenti in modo clandestino. Comportamento deplorevole, ma che comunque aggiunge nuovi tasselli ai casi delle due atlete. Si spera che un giorno quei test possano essere divulgati e analizzati da persone competenti. E, perché no, anche ripetuti se non ritenuti soddisfacenti. Ma qui si teme che le due atlete non sarebbero affatto contente di collaborare.

Cortocircuiti logici e dove trovarli

Lasciando quindi in sospeso le indiscrezioni di 3 Wire Sports, fra i commenti poco sensati trovati su Facebook, ne ho annotato uno particolarmente emblematico di come a volte il sarcasmo possa essere alquanto imprudente. Una persona di mia conoscenza, pure competente in campo medico, pensava di essere sagace nel sottoporre una domanda agli omotransofobi catto-destrorsi che si oppongono a prescindere alla partecipazione dei transessuali alle competizioni femminili. Non lo fanno cioè per motivi di etica sportiva, bensì perché hanno un odio viscerale per i diversi e quindi non pare loro vero poter strillare come aquile contro la pugilatrice algerina.

A loro è stata quindi posta provocatoriamente la seguente domanda: se Khelif non va considerata donna nemmeno in presenza di vagina – questo l’attacco del ragionamento – perché allora considerare uomini i trans solo perché possiedono un pene?

Nice try, direbbero gli Anglosassoni, ma premessa completamente errata: chi si oppone alla partecipazione dei transessuali alle competizioni sportive non si ferma alla considerazione sul pene, bensì argomenta su molti altri aspetti legati alla completa mascolinità fin dalla nascita di quegli atleti. Le differenze fra i due sessi sono abissali e quindi appare surreale permettere a un maschio di competere con le donne solo perché afferma di percepirsi tale. Ecco perché le stesse persone che contestano Khelif sono del tutto coerenti quando contestano i transessuali. Poi restano omofobi e transofobi a prescindere e votano Vannacci. Ma questo è un altro discorso.

Quindi, meglio sarebbe stare più attenti a bollare come omotransofobi (talvolta fascisti) tutti coloro che tentano di proteggere lo sport femminile da intrusioni illecite da parte di individui che donne proprio proprio non sono. Il sottoscritto è infatti antifascista, ateo e anticlericale, nonché libertario, quindi lontano dai partiti che hanno strumentalizzato politicamente l’incontro Carini-Khelif. Eppure, inorridisco comunque all’idea che una donna pienamente tale sia sconfitta da qualcuno che donna pienamente tale non sia. Forse perché l’etica dello sport, ai miei occhi, dovrebbe sempre vincere su certe pelose istanze supposte inclusive che però molto hanno di ideologico e praticamente niente di scientifico e sportivo

Traduzione: “Di fatto lei è nata con la vagina. Questo significa che è una donna” – “E così, all’improvviso i genitali tornano ancora a determinare il genere?“. Meme dedicato a quelli per i quali i genitali significano nulla quando si tratti di transessuali negli sport femminili, ma tornano a significare tutto quando si parli di atleti intersex.

Cio: se ci sei batti un colpo

La difesa delle donne nelle competizioni agoniste pare invece mancare del tutto nel Cio, le cui dichiarazioni non lasciano adito a dubbi. Stando infatti alle parole del suo Presidente, Thomas Bach, i test sessuali come quelli effettuati da Iba sarebbero contrari ai diritti umani. Il Cio li reputa invasivi e lesivi della sfera personale e per questo motivo non ha alcuna intenzione di applicarli in futuro. Poi la parte più surreale della conferenza stampa, quella in cui Bach ammette la disponibilità del Cio a prendere in considerazione nuovi test in caso qualcuno presentasse un sistema scientificamente solido su come identificare uomini e donne. E no: non era una battuta. Questo per identificare una donna biologica ha bisogno di un “sistema scientificamente solido”. Presidente del Cio. A seguire, l’estratto della conferenza stampa.

Se la situazione relativa a Imane Khelif è andata fuori controllo? Quale sarebbe stata l’alternativa? Escludere due donne dalla partecipazione a una competizione femminile a causa di accuse basate su dati inaffidabili? Fino al 1999 esistevano i cosiddetti test sessuali, poi la scienza ci ha detto che non erano più affidabili, che non funzionavano più come prima per quanto riguarda i cromosomi e altre misurazioni (Primo caso in cui il progresso della scienza crea un arretramento nelle capacità diagnostiche anziché un avanzamento, nda)”.

Prosegue poi Bach, per il quale i test sessuali sarebbero contrari ai diritti umani in quanto invasivi e per questo motivo è stato messo a punto un nuovo sistema: “Pertanto, la nostra decisione è molto chiara: alle donne deve essere consentito di prendere parte alle competizioni femminili”. Però, conclude Bach: “Non ci piace questa incertezza. Non ci piace per la situazione generale, per nessuno. Quindi saremmo più che lieti di esaminarlo. Ma ciò che non è possibile è che qualcuno dica: ‘Questa non è una donna’, semplicemente guardando qualcuno o cadendo preda di una campagna di diffamazione da parte di un’organizzazione non credibile con interessi altamente politici”. Il riferimento a Iba è decisamente esplicito.

Le campagne di diffamazione, caro Bach, si demoliscono portando le prove che il diffamatore è appunto tale, non sottraendosi alla sfida. Per la successione al vertice del Cio si ventila ora il nome di Sebastian Coe, indimenticato campione di atletica. Le sue idee sono diverse da quelle di Bach, prossimo ormai all’uscita. Vedremo se il cambio al vertice produrrà cambi anche sul fronte dei test per l’ammissibilità agli sport femminili. Anche perché il Cio mi piacerebbe molto di più se giocasse il ruolo del severo guardiano dei diritti di tutti, anziché violarli per soddisfare le aspirazioni di pochi, peraltro ampiamente discutibili. A conferma, nascondersi dietro al rifiuto di svolgere analisi dettagliate sulle aspiranti atlete, dando così loro via libera in nome del rispetto delle loro sensibilità, è come lasciare aperta la porta del pollaio per non urtare la sensibilità di volpi e faine.  

Di certo, la semplice constatazione della presenza di una vulva non può bastare (l’altrove citata Caster Semenya è un altro caso similare), poiché in tal modo si finisce con il banalizzare la donna identificandola coi propri genitali esterni. Il massimo del sessismo, con buona pace delle compagini ideologiche a favore delle atlete intersex, tendenzialmente appartenenti alle fronde lib-dem-woke che quando non parlano di generi e sessi si battono come tigri per i diritti delle donne. Una schizofrenia alquanto preoccupante.

Al contrario – e ben lungi dal limitarsi alla presenza di una vulva – la piena femminilità è determinata da un insieme molto complesso di caratteristiche, le quali devono quindi essere tutte contestualmente presenti per definire donna un individuo. Di seguito, una proposta perfin banale per dirimere la diatriba su cosa vada considerato al fine di ammettere una donna alle competizioni sportive agonistiche.  

  1. Presenza di cromosomi sessuali XX all’esame del cariotipo. Ammissibili anche gli individui XXX, poiché la trisomia del cromosoma X non conferisce vantaggio sportivo alcuno.
  2. Genitali esterni e interni: vulva e vagina devono essere chiaramente presenti.
  3. Apparato riproduttivo interno: devono essere presenti ovaie, utero e tube, a meno che non siano state asportate chirurgicamente per necessità medico-sanitarie, come per esempio l’asportazione di un tumore. Assenti devono invece essere prostata, canali spermatici e testicoli, anche se solo in abbozzo.
  4. Presenza di ghiandola mammaria, indipendentemente dal suo sviluppo volumetrico e fatte salve le necessità chirurgiche citate per utero e ovaie.
  5. Presenza di caratteri morfologici caratteristici, come la conformazione del bacino e l’angolazione con cui il femore si raccorda con esso, più altre ed eventuali. Se riusciamo a capire da uno scheletro antico se fosse donna o uomo, non si comprende quale difficoltà ci sia a elaborare il medesimo giudizio su individui viventi.  

Se un individuo possiede tutte queste caratteristiche significa che è indiscutibilmente donna e quindi può partecipare alle competizioni femminili. Altrimenti se ne deve fare una ragione e rassegnarsi a praticare sport amatoriale senza competizione. Si sopravvive lo stesso e gloria e denaro vanno a esponenti della categoria giusta.

Quando i cromosomi sono XX ma nasce un maschio

A volte bisognerebbe allargare lo sguardo su orizzonti più ampi, al fine di apprendere informazioni utili alla comprensione di un fenomeno. Non si deve infatti pensare che esistano solo le sindromi a causa delle quali degli individui XY possono nascere con la vulva. Vi sono infatti altre sindromi, come quella altrimenti nota come di De La Chapelle, in cui un individuo XX, quindi destinato a diventare femmina, finisce col nascere con i caratteri sessuali esterni da maschio.

Magia? Sortilegio? No, semplice traslocazione del gene SRY dal cromosoma Y al braccio corto di uno dei due cromosomi X. Quindi, quello spermatozoo porterà sì un cromosoma X, il quale dall’altra parte troverà il secondo, ma nella sindrome di De La Chapelle sul cromosoma X dato dal padre risulta imbarcato un clandestino che porterà conseguenze molto pesanti agli individui che nasceranno. Questi potranno infatti avere genitali ambigui, oppure essere ermafroditi o infine nascere come maschi apparentemente normali. Tutti loro saranno però afflitti da azoospermia (non produrranno spermatozoi, quindi saranno sterili) a causa della mancanza dei geni che regolano la spermatogenesi.

Si attende quindi che un individuo affetto dalla sindrome di De La Chapelle perori la propria causa per essere ammesso alle competizioni maschili. Si teme si attenderà a lungo, poiché questi soggetti sono sì affetti da una sindrome, ma mica per questo vanno presi per scemi.

E concludiamo con una considerazione statistica sulle sindromi da insensibilità agli androgeni (AIS), ipotizzando che Imane Khelif e Lin Yu-Ting siano afflitte dalla sindrome di Morris anziché da quella di Swyer. Ciò poiché ‘incidenza sulla popolazione generale della sindrome di Swyer non risulta alle ricerche su web. Troppo rara per avere un dato affidabile.

Le partecipanti alle olimpiadi di Parigi erano 5.350 mentre l’incidenza della sindrome di Morris è data fra 1:13.000 nati e 1:20.000 nati. In sostanza, le probabilità che a Parigi vi fosse anche una sola atleta afflitta da Sindrome di Morris era terribilmente bassa. In pratica, non se ne sarebbe dovuta contare nemmeno una.

Sempre ipotizzando per buoni i test di Iba (in attesa che qualcuno si decida a smentirli) e guardando come possibile causa la sindrome di Morris, le atlete XY sarebbero state addirittura due per un’incidenza pari a 1:2.675, cioè da cinque a sette volte più alta dell’incidenza nella popolazione generale. E questo sul totale delle atlete eh? Ma le due sono pugilatrici e i tornei di pugilato olimpici prevedono sei categorie femminili per 96 atlete complessive agli ottavi di finale. Due atlete su 96 indica una percentuale superiore al 2% (incidenza 1:50). Poi entrambe arrivano all’oro, prendendo due delle sei medaglie disponibili (33%), per un’incidenza 1:3.

I casi sono quindi due:

  1. Le probabilità che due pugilatrici XY arrivassero a tali percentuali a Parigi sono infinitesimali, visto il punto di partenza come sindrome rarissima. Banalmente, vuol dire che sono donne particolarmente brave, solo un po’ “maschiacce” d’aspetto.
  2. Se invece sono XY, vuol dire che quella sindrome dà vantaggi enormi, contrariamente a quanto supposto da molti. Tanto da far sì che due atlete rarissime da trovare nella popolazione generale finiscano entrambe sul gradino più alto del podio.

Si attende fiduciosi che prima o poi giunga una risposta che neghi la prima, la seconda o entrambe le ipotesi.

Disclaimer 1: nessun commento è ammesso. La spiegazione qui

Disclaimer 2: i bannerini pubblicitari che possono apparire nel blog sono di wordpress. Dato che adopero una versione gratuita, loro sperano che io gliela paghi mettendomi pubblicità. Ignorate ogni suggerimento a diete, prodotti o cure miracolose: sono contrarie ai contenuti del mio blog e pertanto me ne dissocio apertamente.

Primus inter pares: alla base di ogni competizione sportiva

Perché Fausto Coppi e Primo Carnea non sono esempi da fare quando si parla di vantaggi sportivi illeciti (Foto https://it.freepik.com/)

Le regole per partecipare a competizioni sportive di tipo agonistico, dilettantistico o professionistico che siano, sono poche ma vanno rispettate. O almeno dovrebbero…

Nota: l’articolo è stato modificato e integrato in data 12 agosto 2024 a seguito di alcuni ulteriori approfondimenti rinvenuti circa l’atleta Caster Semeya, inizialmente considerata esempio similare al caso Primo Carnera, salvo scoprire in seguito che è invece molto più vicina ai casi Imane Khelif e Lin Yu-Tin.

Stando all’enciclopedia Treccani: “Primus inter pares” è una “locuz. lat. (propr. «primo tra uguali»). – Espressione usata con riferimento a chi, tra persone di pari dignità o posizione gerarchica, è considerato il capo per la funzione che esercita o per altri motivi di preminenza”.

Di solito tale espressione trova applicazione in politica per caratterizzare figure istituzionali che abbiano un ruolo preminente. Il Presidente della Repubblica, per esempio, può essere considerato un “primus inter pares”. Grazie però al suo preciso significato concettuale, cioè “primo fra gli uguali”, tale locuzione può essere declinata anche su altri fronti, prestandosi quindi bene all’uso anche in ambito sportivo. Per lo meno quello agonistico.

Lo sport, infatti, può essere praticato nel tempo libero senza che vi sia competizione se non per scherzo fra amici. Nei confronti di tipo agonistico sono invece previsti gloria e premi, anche economici, con l’aspetto economico che si esalta ovviamente quando si parli di sport professionistici. In tal caso, servono alcune regole certe da fare rispettare a tutti i contendenti, al fine di garantire sempre un risultato che sia il più possibile improntato al fair play. Una espressione inglese, questa, che sempre la Treccani traduce come “gioco leale”, cioè senza riserve e sotterfugi. Questo è il primo fronte sul quale federazioni sportive e Comitato olimpico internazionale dovrebbero vigilare in modo severo e puntuale. Aspettativa, questa, che negli ultimi anni è stata spesso disattesa.

Sostanze lecite e illecite

No al doping: per garantire basi comuni di partenza, atte a valorizzare le capacità intrinseche di ogni atleta, non è ammesso assumere sostanze o sottoporsi a pratiche che alterino artificialmente le prestazioni. Se quindi è del tutto lecito allenarsi in alta quota per stimolare l’eritropoiesi e con essa il trasporto ematico di ossigeno, non è permesso utilizzare eritropoietina o altre sostanze che stimolino artificialmente il midollo osseo a produrre più globuli rossi.

Analogamente, è lecito alimentarsi con ogni tipo di nutrimento che reintegri nel corpo ciò che il metabolismo sta utilizzando per sostenere le prestazioni: negli sport di resistenza si possono quindi assumere acqua, zuccheri, sali minerali, aminoacidi essenziali e vitamine, mentre non è ammesso assumere corticosteroidi per aumentare la disponibilità di zuccheri, espletando al contempo una forte funzione antiinfiammatoria. Il cortisone, infatti, stimola sia il catabolismo proteico (conversione di aminoacidi in zuccheri), sia la mobilizzazione degli acidi grassi e del glicerolo dai depositi adiposi. Ciò aumenta molto la resistenza durante una prestazione sportiva e quindi non è affatto “fair play”, bensì è doping in tutto e per tutto.

Ancora, lavorare duramente in palestra con i pesi per aumentare la massa muscolare è pratica del tutto ammissibile, poiché il risultato giunge tramite lunghi e faticosi allenamenti. Non è invece ammesso l’uso di ormoni anabolizzanti esogeni che esaltano l’aumento di muscoli in modo artificiale. E gli esempi potrebbero continuare a lungo.

Categorie e i loro diversi perché

Oltre alle regole anti-doping, aggirate spesso da atleti disonesti, ve ne sono altre abbastanza semplici da comprendere. Chi scrive ha praticato ciclismo agonistico per dieci anni e ben ricorda la suddivisione in classi di età. Le categorie “Primavera”, specifiche per i bambini, erano sei: A1, A2, B1, B2, C e D, partendo da sette anni fino a 12. Ogni bambino correva esclusivamente con bambini del proprio anno. A quelle età lo sviluppo fisico può infatti variare moltissimo e si possono quindi trovare a competere dei bambini ancora immaturi per la propria classe anagrafica con altri che sembrano invece appartenere alle classi superiori. Figuriamoci cosa succederebbe facendo correre bambini di età diverse.

Va da sé che la lotta diventava molto dura per i più acerbi, i quali venivano regolarmente battuti dai coetanei più maturi, in quel momento invincibili. Io appartenevo ai primi e buscavo ogni domenica. Però, eravamo tutti bambini dello stesso sesso e nati nello stesso anno. Quindi le differenze di maturità fisica erano (e restano) da considerare quale normale variabilità all’interno di un campione statistico omogeneo per i caratteri considerati. In tal caso essere maschi, ciclisti e coetanei. Il più forte vinceva, come agonismo vuole.

Solo da Esordienti si iniziavano a fondere gli anni, permettendo di gareggiare insieme a ragazzini di 13 e di 14 anni. Più di recente a questa categoria vennero ammesse anche le femmine, poiché il loro sviluppo è più precoce e a quell’età non si è ancora sviluppata appieno la superiorità fisica dei maschi nei loro confronti. Non a caso, ogni tanto erano le femmine a vincere. Poi veniva la categoria Allievi (15-16) e infine si approdava agli Juniores (17-18).

Già da Esordiente riuscii a stare agevolmente col gruppo dei migliori, pur non ottenendo ancora piazzamenti né tantomeno vittorie. Poi al primo anno da allievo iniziai a piazzarmi fra i primissimi e al secondo anno arrivò finalmente la prima vittoria. Successi che proseguirono poi nei due anni successivi come Juniores, momento nel quale toccai il massimo dei miei risultati personali. Molti dei bambini che mi battevano da “Primavera” avevano nel frattempo smesso di correre o si erano ridimensionati drasticamente una volta che i tipi come me si erano sviluppati in modo più completo. Pazienza e perseveranza mi avevano premiato. Soddisfazioni destinate però a finire bruscamente l’anno successivo.

Una volta passati dilettanti, infatti, l’età non veniva più considerata e un ragazzo italiano di 19 anni poteva trovarsi a competere con un Sovietico di 28. Ovviamente, ciò non era affatto “fair play”, poiché nei Paesi ex-comunisti non esisteva il professionismo e gli atleti venivano spacciati per dilettanti finché non terminavano la carriera agonistica. Dura quindi per un ventenne italiano, dilettante davvero, competere con Polacchi, Russi o della Germania dell’Est che avevano svariati anni di maturità fisica ed esperienza in più. Per non parlare del doping sistematico di tipo statale che veniva loro praticato con la complicità dei loro stessi governi. In sostanza, era tutto tranne che “fair play”. Un problema etico che le federazioni internazionali, Cio incluso, avrebbero dovuto correggere. Cosa che mai nessuno ha invece fatto, lasciando che tali ingiustizie permanessero in un clima di opportunistica omertà di cui oggi pare si siano tutti dimenticati.

Altre differenze fra me e i miei avversari migliori – differenze che però non violavano il fair play – vennero dalle condizioni con cui ci si allenava. Io, per esempio, a 19 anni avevo iniziato l’università, altri avevano invece smesso di studiare puntando tutto sul ciclismo. Erano cioè dei simil professionisti più che dei veri dilettanti. A ciò si aggiunga che le pratiche farmacologiche erano divenute sempre più diffuse, specialmente fra le squadre meglio strutturate. E qui sì che il fair play andava definitivamente a farsi benedire. Perché io con i Sovietici più maturi e dopati non potevo minimamente competere, mentre alcuni dei miei connazionali, guarda caso, sì. Ciò poiché ne avevano imitato l’habitus per quando riguardava la vita di fatto professionistica e pure certe pratiche puzzolenti che con la correttezza sportiva nulla avevano a che vedere.

Quindi, dopo un paio d’anni deludenti compresi che non ero più alla pari con i miei avversari migliori e, soprattutto, non avevo io alcuna intenzione di imitarli nella vita e nelle pratiche che seguivano, specialmente in quelle illecite. Sono scelte. Io, almeno, posso stare sereno parlando di doping, mentre altri è bene continuino a fare gli gnorri sui chili di sostanze proibite che hanno assunto in vita loro, salendo magari sul podio di un Giro o di un Tour. C’è chi ha la faccia di bronzo e chi no. Io no.

Cosa fa di un atleta un campione

Sui social, a causa del caso Imane Khelif, pugile definita “intersex”, si leggono commenti surreali in campo sportivo. C’è chi, forse fan della Khelif, sostiene che allora nemmeno a Fausto Coppi si sarebbe dovuto permettere di correre in bicicletta, poiché aveva un cuore superiore a quello degli altri. Oppure mostrano foto di cestisti altissimi, molto più degli avversari, sostenendo la tesi per la quale nemmeno tale differenza sarebbe lecita. Infine, non mancano le foto delle sorelle Williams, ex dominatrici del tennis femminile caratterizzate da muscolature esplosive e pertanto indicate come fruitrici di vantaggi illeciti. Manca solo che protestino contro Rocco Siffredi poiché il suo pene, seguendo il loro ragionamento bislacco, è troppo grosso per poterlo confrontare equamente con gli altri attori porno.

Probabilmente, chi scrive questi balzani commenti non ha mai praticato uno sport di tipo agonistico di alto livello, altrimenti capirebbe la stupidità che è riuscito a condensare in un meme o in un post strampalato. Fausto Coppi, infatti, non violava mica le regole del “Primus inter pares”: primeggiava nel ciclismo sfruttando caratteristiche genetiche tutte sue, ma comunque rientranti nella variabilità naturale che si può osservare fra soggetti appartenenti al medesimo raggruppamento statistico. In tal caso uomini adulti e ciclisti.

Osservando alcune sue foto si nota infatti la sproporzione fra parte inferiore e superiore del corpo, con femori particolarmente lunghi e muscoli delle cosce voluminosi e potenti. Sotto al ginocchio le gambe erano invece praticamente due stecchini, con i muscoli gemelli ridotti al minimo. Il tronco mostrava parimenti differenze volumetriche fra parte toracica e parte addominale, con la prima particolarmente sviluppata a scapito della seconda. Infine, Coppi aveva spalle strette, arti sottili e ossa dalla densità tutt’altro che robusta. Motivo per il quale ogni volta che cadeva si rompeva. Infine, il suo apparato cardio-respiratorio era particolarmente dotato. A conferma, a riposo Coppi scendeva sotto i 40 battiti al minuto. Una bradicardia sintomo di elevatissima capacità cardiaca. A me capitò solo qualche volta di arrivare a riposo a 38 battiti. Lui ci stava quasi sempre.

Nota: quando furoreggiava l’eritropoietina molti corridori avevano ematocriti che talvolta superavano persino il valore di 60, contro quelli normali intorno a 45. Con un trasporto dell’ossigeno così elevato, a riposo scendevano a 27-28 battiti. Qualcuno anche più giù. Poi, sempre a qualcuno, nel sonno, il cuore magari si fermava proprio e tanti saluti. Il doping uccide. Non sempre. Non tutti. Non subito. Ma se si è disposti a rischiare la propria vita per fama e soldi, poi non ci si aspetti che le persone rette e oneste piangano la dipartita di simili truffatori.

Tornando a Coppi, non v’era invece nulla di sbagliato e men che meno di scorretto in quell’assetto fisico. In più, Coppi si allenava e si alimentava seguendo programmi innovativi per l’epoca. Poi c’erano le famigerate “bombe” a base di amfetamina, giunte soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale. Ma anche lì si era agli albori della chimica nello sport. I controlli anti doping sarebbero giunti infatti solo nel 1967, quando Coppi era morto da cinque anni. Coppi le prendeva, le bombe? Si presume di sì. Ma le regole in tal senso ancora non c’erano, quindi se oggi possiamo considerare quella pratica come doping, all’epoca era solo una furbizia fra le tante alla quale tutti, peraltro, potevano liberamente rivolgersi, ricreandosi in tal modo la condizione di “inter pares”. Deprecabile, ovviamente. Ma questo è.

Non solo Fausto Coppi

Il pugile friulano Primo Carnera è un altro caso di caratteristiche intrinseche naturali che hanno portato grandi vantaggi sportivi. Carnera pativa infatti di una iper produzione di ormone della crescita, il famigerato GH (growth hormone) alla base del doping in una molteplicità di sport. Solo che il suo, di GH, veniva prodotto dalle sue stesse ghiandole senza apporto esterno alcuno. Se ci si somministra GH esogeno, invece, è doping senza se e senza ma. Grazie a quel gigantismo, Carnera poté primeggiare fra i pesi massimi per alcuni anni, nonostante fosse goffo e poco raffinato tecnicamente. Poi arrivò Max Baer, molto meno grosso di lui ma più veloce e tecnicamente evoluto, e pose fine al suo primato.

Come si vede, anche in questo caso il concetto di “primus inter pares” venne sempre rispettato. Primo Carnera non si dopava, né combatteva con categorie di pugili diverse dalla sua: era un maschio fra maschi e combatteva con altri pesi massimi. Nel pugilato, infatti, il rispetto del “fair play” implica che gli atleti appartengano alla medesima categoria di peso, così come noi bambini ciclisti dovevamo appartenere alla medesima classe di età.

Del resto, non è che un campione viene chiamato tale per niente: vince proprio perché non è uguale agli altri nelle variabili (lecite) che contano. È superiore e quindi vince. Sarà bene farsene una ragione. Se invece vince perché gioca su variabili illecite non è più un campione, bensì un truffatore. Un ladro di premi e di gloria. Ma questo è tutto un altro discorso.

Caster Semenya: un caso a parte

Diverso appare invece il caso di Caster Semenya, atleta sudafricana vincitrice nel 2009 della medaglia d’oro negli 800 metri femminili ai Mondiali di atletica leggera di Berlino, impresa ripetuta ai Mondiali coreani del 2011 e a quelli di Londra del 2017. Due gli ori olimpici, il primo a Londra nel 2012 e il secondo a Rio De Janeiro nel 2016. Più vari campionati africani e Giochi del Commonwealth. Nel frattempo, Caster Semeya nel 2015 ha sposato una mezzofondista, anch’ella sudafricana, Violet Ledile Raseboya.

Stando a una sua dichiarazione riportata da un articolo su Ansa.it, Semenya avrebbe ammesso che la disfunzione che le regala tanto testosterone deriva da uno stato anatomo-fisiologico particolare: “So di essere diversa. Non mi interessano i termini medici e quello che mi dicono. Essere nata senza utero o con testicoli interni. Non sono meno una donna“. In sostanza, è consapevole di avere testicoli, oltre che di non avere utero, quindi sa anche perché il suo aspetto è così androgino e i suoi tassi di testosterone sono così alti.

Molto tardivamente la Iaaf ha quindi chiesto a Caster Semenya di assumere sostanze atte ad abbassare i livelli di testosterone, al fine di riportarla parzialmente “fra le umane”. Parzialmente, poiché la struttura fisica fortemente mascolina acquisita negli anni non gliela poteva più portare via nessuno. L’atleta però si rifiutò e per tale ragione venne sospesa dalla Iaaf. Tale decisione venne però impugnata da Semenya che ricorse anchealla Corte Europea dei Diritti Umani, la quale le diede ragione qualificandola come vittima di discriminazione e congelando il regolamento della Iaaf sui tassi di testosterone.

Forse i giudici della Corte Europea non hanno mai praticato uno sport agonistico, o forse non si sono peritati di considerare anche i diritti umani delle avversarie strapazzate per anni da Semenya. Sta di fatto che grazie a quella sentenza l’atleta avrebbe potuto tornare a gareggiare. Peccato che la Iaaf sia ricorsa alla Corte Federale e questa abbia espresso giudizio contrario a quello della Corte Europea, ristabilendo di fatto le regole dello Iaaf. Queste prevedevano all’epoca un valore di testosterone nel sangue inferiore o al massimo uguale a 5 nmoli/L, ora abbassato a 2,5 nmoli/L a scanso di dubbi (Nota: per il Cio questa soglia è 10 nmoli/L, quattro volte superiori). Fine dei giochi per Caster Semenya.

Se quindi Carnera era gigantesco per vie naturali, rientrando però nelle casistiche plausibili per il suo campione statistico (maschio, peso massimo), non altrettanto si può dire di Caster Semenya, la quale ha dominato per anni in atletica in veste di atleta femmina “superdotata”. Ciò non permette di classificare quindi la Sudafricana una “Prima inter pares”, così come accaduto in passato anche all’atleta indiana Dutee Chand.

Nell’articolo su Il Post, titolato “Donne che devono dimostrare di essere donne“, viene infatti riportata una storia molto simile a quella di Caster Semenya. Solo che l’atleta indiana venne sottoposta a diverse indagini ecografiche e ginecologiche, come pure venne realizzato un cariotipo (valutazione dei cromosomi), al fine di stabilire se fosse davvero una donna o meno. Tale indagine venne stimolata da altre atlete che si erano stufate di buscarle in pista dalla velocista indiana, visibilmente androgina e muscolosa. Gli esiti delle indagini sono avvolte nella confidenzialità, ma a quanto pare i tassi di testosterone erano fuori dalla soglia prevista da Iaaf. Il tutto venne definito umiliante da Dutee Chand. Ci si chiede perciò quanto umiliante debba essere stato perdere contro di lei per tutte le donne XX sconfitte in quel periodo. Una domanda che né l’atleta indiana, né la redazione de Il Post pare siano intenzionati a porsi.

Guardando ancor più nel passato, si scopre sempre dal medesimo articolo che altre atlete avevano stimolato sospetti sul proprio reale assetto sessuale, come per esempio Stella Walsh ed Helen Stephens, la prima polacca, la seconda americana. Entrambe fisicamente alte e androgine, dai lineamenti molto mascolini, avevano alimentato già nel 1936, a Berlino, i sospetti che a competere fra le donne potessero esservi anche degli individui dalle prestazioni un po’ troppo generose.

La Walsh, in effetti, divenne campionessa olimpica dei 100 metri piani a Los Angeles, nel 1932, mentre Helen Stephens di medaglie d’oro ne vinse due proprio alle Olimpiadi di Berlino del 1936. Poi la Walsh venne malauguratamente uccisa durante una rapina e dall’autopsia emerse che portava in sé caratteristiche genetiche di entrambi i sessi. Un caso forse di ermafroditismo? Non si potrà mai sapere con certezza.

Resta quindi solo da annotare l’estrema lentezza di risposta nelle federazioni, incapaci di prendere l’unica decisione possibile per quanto scomoda: controllare il reale assetto cromosomico, anatomo-morfologico e fisiologico delle atlete, prima che alcune di esse rovinino per anni i sogni di gloria di centinaia di donne che tali sono nate in modo completo e inequivocabile. Poiché sembrerà strano a molti, ma anche le donne nate tali hanno il diritto di essere difese dalla intrusioni di chi sia stata solo classificata superficialmente femmina alla nascita, ma che tale non è nella sostanza sportiva dei fatti.

Vincere: conta, ma solo fra pari

Lo sport agonistico, specialmente quello professionistico, è basato su un solo fine ultimo: battere gli avversari. Il più forte vince, il meno forte perde. Il brocco non partecipi nemmeno, o se vuole a tutti i costi competere, sebbene scarso, accetti le sconfitte e non si lamenti. Competere agonisticamente, infatti, non è mica un diritto civile basilare come l’accesso allo studio, alla sanità, al mondo del lavoro o come la libertà di pensiero e di opinione. A conferma, si vive benissimo anche senza dare la caccia a premi e medaglie.

Diritti oggettivi di molte, o sogni antisportivi di poche?

Da quanto sopra esposto, appare chiaro quando non sia affatto “fair” competere sfruttando vantaggi i quali, a differenza di quelli di Coppi e Carnera, derivano da motivazioni estranee al concetto di “Primus inter pares”. Per questa ragione, per esempio, gli atleti maschi non possono competere con le atlete femmine, altrimenti farebbero una strage. Né un atleta di 20 anni può essere così impudente da chiedere di competere contro ragazzini di 12, affermando di averne diritto poiché si percepisce ancora bambino. Altrettanto “unfair” sarebbe un peso massimo che ottenesse di poter combattere contro un peso welter in base a qualche cervellotico, nebuloso e retorico concetto di libertà individuale.

Il problema nasce cioè quando le disparità fra contendenti derivano dall’intrusione di specifici individui in categorie e popolazioni statistiche diverse dalla propria. Lì, allora, non si è più “inter pares”, bensì ci troviamo di fronte a degli individui che godono di vantaggi illeciti e che per tali ragioni non dovrebbero gareggiare in quelle determinate categorie o classi poiché, semplicemente, non vi appartengono.

Quando ciò invece avviene (e purtroppo avviene sempre più spesso) in troppi si nascondono dietro all’ipocrita paravento dell’inclusività, concetto di valenza intrinseca positiva ma dall’interpretazione spesso maramalda. In tal caso, infatti, più che di inclusione – accettata spontaneamente dai molti a favore dei pochi – trattasi di una prepotente intrusione dei pochi a danno dei molti. E questo sì che non è “fair”.

Guardando al futuro devo ammettere di essere molto pessimista in tal senso, poiché il panorama normativo di federazioni e Cio pare ormai corrotto da dinamiche che con il “fair play” c’entrano sempre meno. Purtroppo, finché le parti lese non si solleveranno unite contro le incursioni illecite, nulla cambierà. E i casi Imane Khelif e Lin Yu-Ting dovrebbero ormai aver insegnato qualcosa. Dovrebbero. Ma si teme che così non sia.

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Imane Khelif: trans o intersex? Meglio fare chiarezza

Parità non implica uguali prestazioni per tutti: implica condizioni base di partenza uguali e poi vinca il più dotato o la più dotata (doping a parte) (Foto https://it.freepik.com/)

Boxe e Olimpiadi: Angela Carini abbandona il match dopo pochi colpi subiti da Imane Khelif, pugile intersex. Molti i commenti sui social, quasi tutti da ignoranti, oppure surreali e ideologicamente schierati

Nota: l’articolo è stato aggiornato dopo l’uscita del comunicato stampa di Iba, la International Boxing association la cui versione integrale è visionabile nel sito dell’associazione stessa.

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Le ha prese in 45 secondi, Angela Carini, dall’altra contendente Imane Khelif, algerina. Le polemiche erano iniziate ancor prima del match, poiché Khelif pare proprio non sia donna come normalmente s’intende, ma nemmeno uomo come normalmente s’intende. Diversi l’hanno definita “trans“, ma in realtà non lo è. L’atleta è infatti nata con i genitali esterni femminili, quindi venne registrata come femmina.

Stando però al comunicato pubblicato sull’agenzia di stampa russa Tass il 25 marzo 2024, tale classificazione di genere sarebbe stata contraddetta da una specifica analisi effettuata su alcune atlete dell’International Boxing Association (IBA). In base agli esiti di tale test, la Iba ha escluso dalla lista dei partecipanti alla Coppa del Mondo femminile, svoltasi nel marzo 2023 a Nuova Delhi, in India, le atlete che – stando al Presidente di Iba Umar Kremlev – “[…] hanno tentato di impersonare le donne“. Dal comunicato stampa di marzo si apprende infatti che “[…] abbiamo identificato un certo numero di atlete che hanno cercato di ingannare le loro colleghe e che fingevano di essere donne. Sulla base dei risultati dei test, è stato dimostrato che avevano i cromosomi XY. Tali atleti sono stati esclusi dalla competizione“.

In sostanza, nel comunicato di marzo non vengono indicati i nomi delle atlete intersex identificate grazie all’analisi del DNA, ma oggi si sa che oltre a Imane Khelif venne squalificata anche un’altra atleta per le medesime ragioni: la taiwanese Lin Yu-ting. A difesa di quest’ultima si è schierato perfino il governo del suo Paese, asserendo che “È sbagliato che venga sottoposta a umiliazioni, insulti e bullismo verbale solo a causa del suo aspetto e di un verdetto controverso in passato“. Anch’ella, come Khelif, non ha quindi potuto partecipare alla competizione indiana. Però, analogamente a Khelif, anche Lin Yu-ting è a Parigi e si accinge a combattere per la vetta olimpica. Si vedrà come andrà a finire.

Il comunicato di Iba del 31 luglio 2024

A seguito del caso Khelif, la Iba si è sentita chiamare in causa e ha emesso un comunicato ufficiale in cui fa fornito alcune spiegazioni. Innanzitutto, ha riassunto quanto detto a marzo, cioè che alcune atlete erano stata testate e trovate genericamente “irregolari“. Un passaggio interessante è il seguente:

Da notare che le atlete non sono state sottoposte ad un esame del testosterone, bensì ad un test separato e riconosciuto, i cui dettagli rimangono confidenziali. Questo test ha indicato in modo conclusivo che entrambe le atlete non soddisfacevano i criteri di ammissibilità necessari e si è scoperto che avevano vantaggi competitivi rispetto ad altre concorrenti donne“.

Quindi, contrariamente a quanto in molti pensavano, me compreso, il testosterone manco glielo hanno misurato, andando a valutare ben altro. Un “ben altro” che a quanto pare è molto delicato, poiché la positività a una sostanza dopante viene comunicata senza veli. Ogni volta che un atleta viene beccato positivo, insieme alla squalifica viene anche specificata la sostanza vietata che è stata rinvenuta agli esami anti doping. Qui invece resta tutto sotto la massima confidenzialità, tanto da escludere con un buon grado di approssimazione che si trattasse di una banale sostanza dopante.

Ma quindi la confidenzialità? Perché?

Proseguendo nel comunicato di Iba si evince che la sola Khelif ha provato a fare ricorso alla Corte Arbitrale dello Sport (CAS) contro la decisione dell’IBA, salvo ritirarlo immediatamente dopo. Lin Yu-ting non ha invece presentato ricorso, accettando subito la squalifica. Il mancato ricorso di Yu-ting e il ritiro del ricorso da parte di Imane Khelif hanno quindi reso legalmente vincolante la decisione dell’IBA.

A fare cambiare idea a Khelif e a non far presentare ricorso a Yu-ting, potrebbe aver contribuito la consapevolezza che quei test, oggi al sicuro in un cassetto della Iba, sarebbero stati messi obbligatoriamente sul tavolo arbitrale se i ricorsi fossero andati avanti. In pratica, dare seguito ai ricorsi sarebbe stata la strada migliore per renderli pubblici. Se quindi ti fermi, accettando la squalifica, vi sono buone probabilità che tu stesso, atleta, abbia tutto l’interesse a non fare aprire quei cassetti. A corollario di ciò, la rinuncia al ricorso suona in parte come conferma di quanto comunicato alla Tass del Presidente di Iba Umar Kremlev: escludendo il testosterone come causa della squalifica, infatti, resta solo l’accusa di possedere un cromosoma Y. Piaccia o non piaccia.

Non si sa se l’accettazione della squalifica e il ritiro del ricorso siano stati un dazio pagato dalle atlete pur di mantenere secretati quei test. Di certo, Iba non pare intenzionata a tirarli fuori a meno che non venga costretta, appunto, da dei ricorsi al Cas. Se divenisse di dominio pubblico il reale assetto cromosomico delle due pugili, potrebbe essere infatti impattata pesantemente anche la loro vita privata, oltre che la carriera.

E allora perché sono entrambe alle olimpiadi di Parigi?

Banalmente perché le regole del Cio sono diverse da quelle di Iba. A conferma, per il Cio andò pure bene che un sollevatore di pesi neozelandese, nato maschio, andasse alle olimpiadi di Tokyo nel 2021 partecipando al torneo femminile. Finì fuori alle qualifiche, ma solo perché ormai ultraquarantenne e afflitto dalle conseguenze di un grave incidente occorsogli a un gomito durante una competizione. Sta di fatto che andò lui e non la seconda classificata in casa, donna. Hubbard, questo il cognome del sollevatore, ha cioè tolto la soddisfazione a una donna di partecipare a un’olimpiade. E al Cio è andata bene così.

Ergo, l’Iba ha toccato anche questo punto nel suo recente comunicato:

Sebbene l’IBA continui a impegnarsi a garantire l’equità competitiva in tutti i nostri eventi, esprimiamo preoccupazione per l’applicazione incoerente dei criteri di ammissibilità da parte di altre organizzazioni sportive, comprese quelle che supervisionano i Giochi Olimpici. Le diverse normative del CIO su queste questioni, in cui l’IBA non è coinvolta, sollevano seri interrogativi sia sull’equità competitiva che sulla sicurezza degli atleti. Per chiarimenti sul motivo per cui il CIO consente agli atleti con vantaggi competitivi di competere nei loro eventi, invitiamo le parti interessate a cercare risposte direttamente dal CIO“.

Ci si augura quindi che il Cio si dia una svegliata e abbia una mossa di serietà e senso di giustizia. Poiché così come opera adesso sconfina nel vergognoso.

Cosa significa la presenza del cromosoma Y

L’assetto cromosomico che presenta i cromosomi sessuali XY identifica i maschi, mentre le femmine hanno il doppio cromosoma sessuale XX. Ciò a meno di polisomie (XYY, XXX, XXY), corripondenti ad altrettanti sindromi.

La presenza di XY in un corpo apparentemente femminile può essere spiegata anch’essa da due differenti sindromi. Al momento, ipotizzando valida l’analisi del DNA svolta da Iba, non si hanno certezze sulla specifica sindrome che potrebbe aver colpito Imane Khelif e Lin Yu-ting, se quella di Swyer o di Morris, altrimenti nota come sindrome della insensibilità agli ormoni androgeni. In entrambi i casi l’individuo avrebbe dovuto crescere maschio, ma la presenza del cromosoma Y non è bastato e si è sviluppato in una sorta di terra di mezzo fra i due sessi a causa di un gene (SRY) che non ha funzionato a dovere. Sta di fatto che – se è vero che nel loro DNA è stato trovato il cromosoma Y – Khelif e Yu-ting hanno un assetto genetico che non permette di classificarle pienamente donne, sebbene siano state così censite alla nascita.

L’ignoranza regna sovrana (e anche un po’ di cattiveria)

Ignorata la Taiwanese (grave errore, perché in tal modo si è modificata la percezione degli eventi), sui social si trova di tutto un po’. C’è chi accusa l’Algerina di essere un trans, ma come detto così non è. C’è chi le attribuisce capacità superiori a quelle che realmente ha, presentandola come uno schiacciasassi spietato. E nemmeno questo è vero.

Il controaltare giunge presto a dar manforte a Khelif in tal senso, elencandone le sconfitte subite. Peccato che sei su nove siano state rimediate nel primo anno di attività pugilistica, nel 2018, quando Khelif era alquanto immatura, fisicamente e tecnicamente. Da lì in poi è stato un continuo crescendo di vittorie, sino ad arrivare a un passo dalle finali alle precedenti olimpiadi di Tokyo 2021. Quindi non sarà uno schiacciasassi, ma nemmeno la mezza figura che qualcuno sostiene sia al fine di minimizzare il caso mediatico. Ci sta anche che ora, a 25 anni, abbia le olimpiadi di Parigi a portata di mano. Vedremo…

Non mancano nemmeno i negazionisti a prescindere, i quali avanzano dubbi sulla reale esistenza dei test del DNA che dimostrerebbe la presenza del cromosoma Y e che accusano di fake news il Presidente di Iba. E poi è russo, quindi come fai a fidarti di un Russo? L’Algeria, in fondo, si ricorda essere una competitor della Russia per la fornitura del gas. Manca solo la parola “gomblooddooo!” e il cerchio si chiude. Anche perché, appunto, seguendo il filo del discorso non si comprende allora che motivi abbiano i Russi per squalificare una pugile taiwanese. Asservimento alla Cina, vogliosa di invadere Taiwan? Il mistero s’infittisce…

Peccato che, parlando di fake news, nessuno al momento ha potuto mettere il naso in quei test, quindi manca il presupposto per poterli negare: la verifica delle fonti. Queste si fermano al comunicato pubblicato dalla Tass, poiché i test sono stati coperti da confidenzialità e nessuno li può vedere. Prova che non esistono? Per alcuni sì. Per altri, come chi scrive, no. Sta di fatto che se il Presidente di Iba ha comunicato che sono state squalificate delle atlete a seguito di un esame del DNA non pare cosa razionale contestarlo a prescindere solo perché russo (non che io mi fidi dei Russi, eh? Visto quello che stanno facendo in Ucraina. Ma questo è tutto un altro discorso).

C’è poi chi capendo poco di sport pensa che sia sufficiente avere lo stesso peso e gli stessi livelli di testosterone per poter unificare in gara uomini e donne. C’è invece chi sta a destra e tuona contro Khelif a difesa della nostra pugile, scatenando le solite risse verbali. Chi si pone invece nell’intellettualità lib-dem-woke la butta più che altro sui diritti dei trans e degli intersex, dimostrando di non capire che nello sport ci sono regole di base che vengono prima di tutte le eventuali pretese extra-biologiche.

Poi, ci sono i tipi bislacchi che ti postano la foto di due giocatori di basket molto diversi quanto ad altezza, a sottolineare che nemmeno quei due sono uguali. Peccato che, come lui stesso ammette, abbiano entrambi il pene. Sono cioè due atleti pienamente maschi a cui la natura ha concesso altezze diverse. Invece di giocare a basket avessero fatto i fantini, sarebbe stato quello basso a vincere. Se avessero fatto ciclismo quello più piccoletto e leggero avrebbe dato dei minuti in salita allo spilungone. Quindi è solo questione dello sport che scegli. Poi la natura e l’allenamento fanno il resto.

Infine, i peggiori: quelli che danno della “mezza pippa” alla nostra pugile per aver abbandonato il match a meno di un minuto dall’inizio. A questi dico semplicemente di salire loro sul ring e prendere le tramvate in faccia che ha preso quella povera ragazza. Angela Carini era terrorizzata già alla vigilia al pensiero di affrontare Khelif. La conosce e sa quanto mena. Ci ha provato, ma alle prime mazzate ha preferito salvaguardare la propria salute e ritirarsi. Chi la critica, ripeto, si metta i guantoni e faccia fracassare la sua di scatola cranica. Il tempo dei gladiatori morti al Colosseo per la gioia del popolino dovrebbe essere finito da un pezzo, ma qualche imbecille assettato di sangue (altrui) resta sempre in circolazione.

L’errore di Carini è stato quello di tentennare. In effetti, si fosse rifiutata di combattere avrebbe sollevato un vespaio politico che non finiva più, come pure avrebbe ricevuto critiche aspre per non aver difeso i colori della nazionale. A Parigi c’è andata, quindi non poteva rifiutarsi di combattere. E così lei, ragazza semplice, ci ha provato nonostante le gambe le facessero giacomo-giacomo. Peccato che poi quei siluri di Khelif sono arrivati sulla sua di faccia, non su quella degli accompagatori della nazionale, né su quella dei tanti commentatori del menga, cioè quelli che fanno gli eroi con i danni cerebrali degli altri.

Khelif è una campionessa?

No, come detto l’Algerina non è affatto una campionessa. Almeno guardando al passato. In precedenti campionati e tornei ha spesso perso da atlete donne più capaci di lei/lui. Oltre alla forza fisica, infatti, contano anche la tecnica e la preparazione. In più, ci sono donne particolarmente forti che risultano più forti di uomini non particolarmente forti (la parola “forti” è ripetuta volutamente).

Siamo cioè nella condizione delle curve gaussiane parzialmente sovrapposte: le due medie sono diverse, con una popolazione che ha una media maggiore dell’altra. Gli individui più forti della popolazione meno dotata per quella variabile possono però risultare più dotati degli individui che stanno in coda alla popolazione maggiormente dotata. Non è quindi strano che un individuo intersex possa prenderle nella boxe da una donna nata tale. Semmai le domande da porsi sono le seguenti:

  1. Che prestazioni avrebbe avuto Khelif se invece di un XY avesse avuto un XX, fosse cioè nata pienamente donna? Minori, uguali o maggiori?
  2. Se oggi Khelif batte, la butto là, 80 donne su 100, ma perde contro 20 su 100, da quante le prenderebbe e su quante vincerebbe se fosse nata XX?

Se fosse nata con il doppio cromosoma XX vi sono buone probabilità che oggi Khelif sarebbe un po’ meno forte di quello che è. E in tal caso, non le prenderebbe da 20 donne battendone 80, bensì ne batterebbe magari 60 prendendole da 40.

Da tale considerazione nasce una terza domanda, la più centrale: quelle donne che oggi le prendono da Khelif sono o non sono state defraudate, perdendo incontri che altrimenti avrebbero forse vinto con la versione pienamente femminile dell’Algerina? Magari andando loro in semifinale, anziché fermarsi ai quarti. Mica detto che poi avrebbero vinto l’intero torneo, ovviamente. Ma nello sport le soddisfazioni non sono solo quelle che derivano dalla vittoria, come ben insegna Benedetta Pilato, nuotatrice italiana che ha detto di essere felicissima del quarto posto anche se ha perso il bronzo per un solo centesimo di secondo. Se a batterla fosse stato però un intersex, quel centesimo di secondo con tutte le probabilità sarebbe stato dovuto solo a quello e forse l’umore della nostra azzurra sarebbe stato meno raggiante.

Conclusioni

Ogni volta che una donna nata tale viene sconfitta da un individuo che tale non è nato, o perché maschio divenuto trans in età adulta, o da un intersex nato tale, ha perso lo sport. Ciò poiché sono venute a mancare le condizioni di partenza che prevedono una base comune sulla quale disputarsi la vittoria. Poi, vinca il o la migliore.

Ci saranno sempre campioni e campionesse, brocchi e brocche, atleti e atlete mediocri o discreti. Ma almeno non si potrà dire che quella vittoria o quella sconfitta deriva da variabili che con quello sport nulla c’entrano. Un monito, questo, da avanzare nei confronti di tutte quelle federazioni che ancora non hanno fatto ordine al loro interno, permettendo in tal modo veri e propri scippi ai danni delle donne.

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60 anni di womansplaining e non sentirli

Anche le donne usano dare spiegazioni agli uomini come fossero dei bambini, ma questo fenomeno viene del tutto ignorato dai social (Foto da IA Adobe Firefly)

Da anni un nuovo termine impazza per le pagine social: mansplaining, cioè il modo con cui gli uomini si rivolgono alle donne per dare loro spiegazioni come se fossero delle povere interdette. Peccato che avvenga anche il contrario, solo che gli uomini non si sono ancora decisi a lamentarsi del modo di fare opposto: il womansplaining

Spesso le persone, di entrambi i sessi, assumono atteggiamenti poco piacevoli quando spiegano qualcosa a qualcuno. Un misto fra toni e termini usati che sembrano fatti apposta per sottolineare la propria superiorità sull’altro o sull’altra. Ciò può essere comprensibile quando un adulto spieghi qualcosa a un bimbo. Non lo è affatto quando un adulto usi questi modi con un altro adulto.

Per stigmatizzare tale comportamento da uomo a donna è stato coniato il termine mansplaining. Da Wikipedia, il mansplaining viene descritto come “[…] neologismo sincratico anglofono, formato dal sostantivo ‘man’ abbinato a ‘splaining’, derivato dal gerundio del verbo explain (spiegare), e usato nel contesto del femminismo della quarta ondata, con cui viene definito quell’atteggiamento paternalistico di alcuni uomini (ma non solo) che tendono a commentare o a spiegare a una donna, in un modo condiscendente, troppo semplificato o troppo sicuro di sé qualcosa di ovvio, oppure qualcosa di cui lei è esperta, perché pensano di saperne sempre e comunque più di lei oppure che lei non capisca davvero, talvolta anche supponendo che, quando un uomo parla, la donna deve fermarsi ad ascoltare, magari pure quando ne sa di più“.

Esiste però anche la versione femminile, cioè il womansplaining, ma pare sia anch’esso limitato alla donna come oggetto dello spiegone somministratole da un’altra donna, mentre gli uomini non sembra siano meritevoli di essere inseriti nel novero dei soggetti passivi di tale processo.

In 60 anni di vita, invece, di womansplaining ne ho contabilizzato parecchio. Sapete, quel modo con cui le donne ti guardano quasi con tenerezza, parlando più lentamente e scandendo le parole come si fa con un bimbo che ancora non padroneggi la lingua. Di solito lo spiegone è accompagnato da un sorriso, più o meno sincero, e da una postura quasi protettiva, a ulteriore sottolineatura dell’inferiorità del soggetto a cui lo spiegone viene dato. Presente le mamme che danno le ultime raccomandazioni ai figli dopo averli accompagnati sino alla soglia della scuola, aggiustando loro quella sciarpa e quel cappello di lana che il figlio si leverà in 3-2-1 appena la madre si sarà allontanata di pochi metri? Ecco. Più o meno così.

Qualcosa di simile capita, per esempio, quando la tua nuova compagna pensa di poterti spiegare come fare una lavatrice o come lavare per terra anche se per anni hai vissuto da solo e te la sei cavata benissimo anche senza una donna. Oppure quando si illude di spiegare a te, che in cucina sei decisamente bravo, come cucinare il brasato al Barolo, o come si carica una lavastoviglie, o come si apparecchia la tavola.

Il womansplaining può realizzarsi anche in ufficio, quando le colleghe donne intendono prendersi cura di te, neoassunto, spiegandoti cose che per la maggior parte sono comuni a qualsiasi altra mansione in qualsiasi altra azienda. Ricordo ancora la collega che s’intendeva spiegarmi il funzionamento del sistema di mail aziendale: “Se vuoi inserire fra i destinatari qualcuno senza che gli altri lo vedano, usi il BCC, la copia blindata…”. Blindata? Blind in inglese vuol dire cieco, non blindato. Feci un po’ fatica a non riderle in faccia. Era molto premurosa e gentile e mi stava dedicando del tempo, pensando erroneamente che ne avessi bisogno. Quindi perché umiliarla correggendola? Al termine della lezione la ringraziai per il tempo dedicatomi e l’aiuto fornitomi. Lei tornò nel suo ufficio tutta contenta e appagata e io continuai a usare la mail come prima.

Ebbi anche una “capa” donna, la quale mi spiegava perfino cosa dire ai clienti con cui andavo a parlare: “Alòra, tu al cliente ci devi dir così, alòra, quindi…“. Come se non fossi un adulto perfettamente in grado di condurre una trattativa commerciale adottando un italiano corretto e funzionale allo scopo. Ma mi voleva bene e s’intendeva facilitarmi, quindi perché arginare quel suo buffo modo di essere protettiva e “istruttiva” nei miei confronti?

Non so gli altri uomini, ma io nel womasplaining ho infatti sempre percepito un’intenzione protettiva, intimamente buona e genenosa. Una volontà di applicare a te, uomo, quelle attenzioni tipicamente materne che si riservano di norma ai propri bambini. Certo, non sempre i toni sono del tutto simpatici e lì non ci siamo proprio. Ma il più delle volte quei pistolotti avevano un che di amorevole. Per lo meno in parte.

Sarà per questo che ho sempre avuto molta accondiscendenza con il womasplaining e con chi lo stava applicando alla mia persona. Altrettanto non si può invece dire del mondo femminile, nel quale una parte di esso pare sempre aggirarsi per la vita con il coltello fra i denti, in perenne lotta col mondo maschile che ve ne sia bisogno o meno.

A queste donne non ti puoi permettere di dare un consiglio, anche se in quel campo del sapere sei considerato uno degli esperti più solidi. Diventa mansplaining. Non puoi essere attento e premuroso, né porti a quelle donne in modo protettivo. Per loro è paternalismo, cioè un’offesa.

Poi ci sono le donne normali, per fortuna maggioritarie. Quelle in pace con se stesse e con il mondo maschile che invece della tua gentilezza, dei tuoi consigli, del tuo istinto protettivo fanno tesoro anche se a loro non servono affatto. Magari perché sanno cavarsela perfettamente da sole. E forse proprio per questo sopportano bonariamente le tue intromissioni, esattamente come tu sopporti bonariamente le loro. I matrimoni felici, tutto sommato, sono anche frutto di un buon equilibrio fra reciproche tolleranze in tema di mansplaining e womasplaining.

A quelle che invece strillano al mansplaining e al patriarcato perfino a chi spieghi loro come cambiare una ruota bucata senza fare fatica, lasciamole pure alle loro rabbie represse e alle loro frustrazioni androfobiche. La vita è troppo breve per perdere tempo con chi pensa di aver tutto da insegnare e nulla da imparare.

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Novax: numeri contro fake news

Come la percezione dei rischi può essere molto diversa dai rischi reali

Circolano ancora i deliri antivaccinisti, vuoi per il ritiro del vaccino di AstraZeneca, vuoi per i casi di morte improvvisa. Come stanno realmente le cose? Non certo come sostengono i novax

Cadono come mosche!!11!1!!”. Una frase che continua a imperversare sui social fra i novax che a ogni morte improvvisa che viene pubblicata dai media gongolano, illudendosi di essere al sicuro poiché non si sono fatti “inoculare il siero genico sperimentale”. Secondo la loro percezione, infatti, le morti improvvise sarebbero aumentate in modo esponenziale fra i vaccinati. Cosa ovviamente falsa: non c’è stata alcuna impennata, né tra i vaccinati, né tra i no vax.

Storicamente, infatti, si registrano ogni anno decine di migliaia di morti improvvise per cause cardiocircolatorie. Basti pensare che in una puntata di 30 ore per la vita si raccoglievano fondi proprio per finanziare la ricerca in tal senso. A oggi non vi sono indicazioni statistiche che possano far pensare a un aumento di tali casi, men che meno che possano far pensare a una specifica impennata fra i vaccinati. Ma, appunto, i novax non pensano: delirano.

AstraZeneca “ammette”? Ma piantatela…

E ancora no: AstraZeneca non ha ammesso proprio niente perché non vi era nulla da ammettere. Solo la stampa-feccia nazionale poteva speculare su questa non-notizia, come del resto fa da anni sul Covid-19. Che il loro vaccino mostrasse qualche caso in più in termini di effetti collaterali (fattori di coagulazione del sangue) lo si seppe infatti quasi subito, nel 2021 stesso.

Un conto è infatti sperimentare un vaccino su qualche decina di migliaia di pazienti offertisi volontari. Un altro è essere somministrati a centinaia di milioni di persone a livello globale. In tal caso, anche la probabilità dello 0,0000001% di avere un effetto avverso, prima o poi, si realizza. E l’effetto avverso si misura oggettivamente.

Per questo c’è la vigilanza sui farmaci: perché alcuni effetti rarissimi si possono valutare solo quando un vaccino o un farmaco è stato assunto da milioni e milioni di persone. Che vi piaccia o meno non importa: se non si facesse così non avremmo alcun rimedio per curarci dalle malattie o per prevenirle. Fatevene una ragione. Cinico? Sì, certamente. Ma se siete vivi e potrete restarci a lungo è grazie ai cinici, non ai vostri guru del menga.

Il ritiro del vaccino non è quindi dovuto agli effetti avversi (rarissimi), quanto per il fatto che non era più efficace ed era stato superato da tutti gli altri. Pensate un po’: quelli a mRNA. Cioè quelli accusati oggi di fare stragi.

Il vaccino AstraZeneca era stato infatti tarato sulla prima variante di Covid-19 e ormai non funzionava più sulle ultime varianti giunte a impestare il mondo. E se un vaccino non funziona si rischia molto di più a continuare a somministrarlo, poiché si aumentano i rischi di danni dovuti al virus. E allora sì che fioccherebbero le cause per un risarcimento. E la farei pure io, una causa, sapendo che mi sono ammalato per colpa di un vaccino ormai inefficace, ma venduto lo stesso. Ecco perché lo hanno ritirato. Quindi, cari novax, posate la bottiglia di grappa e fatevi passare la sbornia di esultanza, perché non ha alcun motivo di essere.

I dati dell’Istituto Superiore di Sanità

In compenso, vi sono i report pubblici dell’Istituto Superiore di Sanità che descrivono le differenze fra vaccinati e non vaccinati in termini di casi di Covid-19, di ricoveri ospedalieri, di ricoveri in terapia intensiva e di decessi.

Per esempio, a pagina 15 del report del 27 ottobre 2021 (periodo 24/09/21 – 24/10/21) si possono leggere i numeri e questi parlano molto chiaro: andando a bomba su ricoveri, terapie intensive e decessi, i non vaccinati avevano una probabilità molto più elevata dei vaccinati, soprattutto se con ciclo completo.

Spiegazione della tabella: i numeri assoluti sono quelli da considerare per elaborare il calcolo proporzionale e probabilistico. Quelli fra parentesi sono le percentuali relative alla specifica categoria (ricoverati, in terapia intensiva o morti). Ma queste percentuali andrebbero proporzionate al numero assoluto di partenza, altrimenti si corre il rischio di pensare che in fondo le differenze siano minime.

Per comprendere i reali benefici delle vaccinazioni si deve cioè elaborare un calcolo di tipo proporzionale fra casi registrati e popolazione di partenza. Altrimenti i numeri secchi di per sé possono apparire fuorvianti agli occhi di una persona poco attrezzata quanto a matematica, offrendo spunti golosi alla summenzionata stampa-feccia che coi novax ci si paga gli stipendi. Altrimenti i loro giornali non li si comprerebbe nemmeno per tappezzare la gabbia dei canarini.

I numeri assoluti

Come prima cosa vanno guardati i numeri assoluti delle popolazioni prese in considerazione: la popolazione contabilizzata nel settembre 2021 ammontava a 54.009.840 (manca tutta la popolazione <12 anni). I vaccinati con ciclo completo erano 11.715.686 (12-39 anni), 14.103.183 (40-59 anni), 11.868.189 (60-79 anni) e 4.228.199 (80+ anni). Quindi, la stragrande maggioranza della popolazione (41.915.257) risultava vaccinata con ciclo completo. A questi vanno aggiunti 2.863.195 cittadini con ciclo vaccinale incompleto.

Per contro, i non vaccinati erano 9.231.388. Di questi, la stragrande maggioranza era rappresentata da cittadini fra i 12 e i 39 anni (4.131.599) e da quelli fra i 40 e i 59 (3.459.567). Quindi le fasce meno soggette a sviluppare sintomi seri, gravi o mortali del Covid-19.

Nonostante ciò, i numeri restano impietosi, soprattutto pensando che i valori riportati in tabella sono riferiti a un solo mese. Rapportando infatti i casi di ricovero ospedaliero, quelli in terapia intensiva e quelli dei decessi con la popolazione di partenza di ciascuna categoria di età, i non vaccinati ne escono malissimo rispetto ai vaccinati. Limitandoci al confronto fra non vaccinati e vaccinati con ciclo completo, chi non era vaccinato aveva un fattore moltiplicativo del rischio enorme, sebbene diverso per fascia di età:

Fattori di rischio molto più elevati per i non vaccinati

Nella fascia 80+, considerata la più fragile per ovvi motivi, i non vaccinati avevano 7,6 volte in più di probabilità di finire in ospedale rispetto ai vaccinati di pari età. Una probabilità che saliva a 8,3 volte per i ricoveri in terapia intensiva e a 11,7 volte per i decessi.

Per la fascia di età 60-79 anni i fattori moltiplicatori del rischio erano pari a 12 volte per le ospedalizzazioni, a 24 volte per i ricoveri in terapia intensiva e a 18 volte per i decessi. Quindi peggio dei cittadini 80+.

Fascia 40-59 anni: molto peggio ancora per i cittadini non vaccinati ricadenti in questa fascia di età. Avevano infatti 20 volte tante le probabilità di finire in ospedale, 29 volte tante quelle di passare dalla terapia intensiva e 23 volte tante quelle di morire. Questa fascia di età è stata quindi quella in cui le differenze fra vaccinati e non vaccinati sono state più evidenti in termini di rischi. Si ripete: calcoli elaborati su base proporzionale e probabilistica, prendendo per ogni categoria i casi e rapportandoli alla popolazione di partenza di ogni specifica categoria.

Fascia 12-39 anni. Brutte notizie anche per chi sostiene che i giovani stessero benone anche se non vaccinati. In numeri assoluti senz’altro, poiché l’incidenza del Covid-19 sulle persone giovani era molto bassa, per lo meno in termini di sintomatologie. Ma i confronti vanno fatti fra pari età, vaccinati o meno che siano.

Anche in tal caso, i giovani non vaccinati avevano una probabilità 19 volte più elevata di finire in ospedale e 11 volte quella di morire. Per la terapia intensiva non è stato possibile calcolare il rapporto proporzionale, poiché di non vaccinati, nel mese considerato, in terapia intensiva non è finito nessuno, contro i 4 non vaccinati. Si ricorda che le due popolazioni di partenza erano 11.715.686 per i vaccinati e 4.131.599 per i non vaccinati. In termini percentuali, il 67,2% dei 12-39 era vaccinato, contro il 23,7% dei non vaccinati. Nonostante però fossero quasi il triplo dei non vaccinati, i vaccinati hanno ripotato zero ricoveri in terapia intensiva contro i 4 dei non vaccinati.

Conclusioni

Cari novax: voi i vaccini non li dovete proprio fare, ma non perché pericolosi, bensì perché non ve li meritate.

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La dura vita dei club privati

In un club londinese per soli uomini una donna è riuscita a farsi assumere comunque (Fonte foto: Intelligenza Artificiale)

Discriminazione sessuale: come una donna è riuscita a farsi assumere da un club londinese per soli uomini (abbastanza ingenui) in base a leggi ottuse e fintamente progressiste

Dopo aver scritto l’articolo di ieri sulla querelle australiana fra un transgender e una imprenditrice, mi è tornato alla memoria un episodio avvenuto oltre vent’anni fa, a Londra. Purtroppo, data la distanza temporale non mi è stato possibile ritrovare la notizia originale (allora la lessi su un cartaceo), ma in sostanza il caso è abbastanza semplice. Cito a memoria.

Il barman di un club per soli uomini, a Londra, se ne andò. I membri del club misero un’inserzione per cercare un nuovo barman, specificando ingenuamente che la selezione era riservata ai soli uomini. Di per sé una persona di buon senso lo può ben capire: siamo un club privato riservato a noi uomini, ce ne vogliamo stare in pace a parlare fra soli uomini, quindi donne: non rompeteci le scatole. E lo stesso dovrebbe valere ovviamente anche per un club privato di sole donne.

Una donna in evidente vena di rompere gli zebedei presentò comunque la propria candidatura, la quale venne ovviamente respinta. Non aspettava altro: andò da un giudice e portò in tribunale il club, accusandolo di discriminazione sessuale. Alla fine, grazie alle leggi vigenti, il giudice le dovette dare ragione e il club fu costretto ad assumerla.

Fossero stati meno ingenui – sapendo quanti provocatori scassamaroni esistono al mondo – non avrebbero dovuto specificare il sesso del candidato. Avrebbero dovuto fare la loro bella e attenta selezione, scegliendo poi un uomo dopo essersi magari sperticati di complimenti per la professionalità della candidata donna (ammettiamolo: si prova un certo gusto a prendere per i fondelli i rompicoglioni dopo averli fregati). A quel punto, non avendo alcun appiglio “sessuale”, non le sarebbe stato più possibile portarli in tribunale e imporre la propria sgradita presenza in un club ove una donna non doveva proprio entrarci, né come socia, né come bar-woman.

Il caso londinese di tanti anni fa ricorda per molti versi quello australiano del precedente articolo: una persona prepotente, in vena di rompere gli zebedei agli altri, si intrufola in un’area privata e riservata che di fatto non la vuole. Un po’ come se qualcuno mi facesse causa se non lo invito a casa mia dopo aver invitato gli altri ex-compagni di classe: a casa mia invito chi mi pare e faccio entrare chi mi pare. E se non ti va, impiccati (e forse si capisce anche perché non ti invito, se ragioni in quel modo).

A certi soggetti, invece, pare proprio che manchi il concetto per il quale anche la libertà individuale deve trovare limiti nelle libertà individuali altrui. Quando ciò accade, cioè si varca ogni limite logico, si diventa carnefici, non vittime. E se le leggi lo consentono, è forse l’ora di cambiare le leggi.

Aggiunta post-pubblicazione: inserzione per ricerca di personale, ma per sole donne. Trovata su web. Della serie, il sessismo è sessismo a volte sì, a volte no. La discriminazione è a volte sì, a volte no. Dipende.

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Transgender Vs Women: cosa succede in Australia

In Australia si sta combattendo una disputa legale fra un uomo transgender e la proprietaria di una app per sole donne. Nota per i poveri di spirito: quello in foto è un canguro, visto che si parla di Australia, ed è vestito da donna poiché sempre in Australia si sta dibattendo su cosa sia una donna… (Fonte foto: Intelligenza Artificiale)

Un transgender australiano, Roxanne Thickle, ha portato in tribunale Sall Grower, CEO di Giggle for Girls, una app dedicate alle sole donne, poiché è stato escluso in quanto uomo.

Una disputa che a raccoltarla negli anni ’80 avrebbe probabilmente suscitato solo ilarità e noncuranza, ma che nel 2024 in Australia è entrata addirittura nelle aule di tribunale. La questione è infatti su chi sia da considerare donna e chi no.

Il tutto è nato da un transgender australiano, che ora si fa chiamare Roxanne Thickle, che ha provato a iscriversi a una app, Giggle for Girls, riservata alle sole donne. Una sorta di area riservata in cui esse possono chattare fra loro, lontane da occhi maschili, come pure conoscersi e incontrarsi se ciò aggrada. Al momento di iscriversi un tool di riconoscimento facciale fa da filtro ed elimina le richieste di iscrizione se dall’altra parte dello schermo c’è un uomo.

Il problema è che se un uomo è truccato da donna il sistema può anche fare cilecca, quindi a valle c’è l’intervento dei gestori dell’app che provvedono a rimuovere i membri (è proprio il caso di dirlo) che non appartengono al sesso femminile. Quindi, Thickle è riuscito sì a ingannare il tool automatico, ma non gli occhi delle donne che lo hanno valutato successivamente. E da qui la cancellazione dell’iscrizione alla app.

Ovviamente è scattata la reazione dell’uomo, il quale ha fatto causa a Sally Grower, CEO della società che gestisce Giggle for Girls. Discriminazione: questa l’accusa di Thickle. Non è una donna: la difesa di Grower. Chi ha ragione?

Una disputa che non dovrebbe nemmeno esistere

Basta guardare la foto che apre l’articolo linkato poco sopra per comprendere come Thickle altro non sia che l’ennesimo transgender che pretende di essere considerato donna con tutto ciò che ne consegue, cioè l’accesso a qualsiasi area di norma riservata alle donne: spogliatoi, bagni, docce, sport, aree di detenzione, selezioni professionali (tipo quote rosa per intendersi) e perfino pensioni anticipate.

Nei Paesi anglosassoni ai transgender è stato concesso molto, per esempio negli sport (al link sopra un lungo elenco di tali misfatti). Il risultato è che molte donne vengono sconfitte da individui nati uomini. Per esempio, Taylor Silverman è stata sconfitta in alcuni contest americani di skateboard da un atleta nato uomo ma auto-dichiaratosi donna. Le regole attuali gli permettono infatti di competere con le donne e vincere, anche in termini economici.

Taylor ha fatto i conti in tasca al vincitore, calcolando in alcune migliaia di dollari il danno subito, oltre alla delusione delle sconfitta sportiva. Analogamente, anche la terza classificata ha perso denaro, poiché avrebbe potuto arrivare seconda. In pratica, un furto legalizzato in nome di un concetto di inclusività del tutto sballato. E la cosa più sconcertante è che da più parti Taylor è stata bollata come “transfobica“. Lei, transfobica. Non lui un senza vergogna che scippa letteralmente medaglie e premi a donne nate biologicamente tali. A dimostrazione di quanto sia profonda la distorsione dei fatti, anche dei più elementari.

Australia al bivio: vincerà il buon senso o la follia transgender?

Il processo australiano è ormai iniziato. Sally Grower intanto sta però già perdendo un sacco di denaro, poiché da due anni la app è stata chiusa in attesa di un giudizio legale. Una proposta di accomodamento è stata avanzata da Thickle, il quale per ritirare la denuncia ha chiesto l’accesso alla app e, incredibile ma vero, l’accettazione da parte della Grower di intraprendere un percorso di rieducazione. Manco fossimo nella Russia stalinista che spediva in dissidenti nei gulag per essere “rieducati”. Proposta ovviamente e giustamente respinta al mittente.

Peraltro, Mr. Thickle “dimentica” che quella app non è un servizio di carattere pubblico, che come tale sarebbe giusto fosse aperto a tutti: è un club privato, creato e gestito da privati e che ha quindi diritto di stabilire chi può e chi non può entrare. Pare quindi che Mr. Thickle se ne fotta altamente della regola per la quale la sua libertà finisce dove inizia quella degli altri, pretendendo di godere di una libertà illimitata anche a costo di calpestare quella altrui.

Un aspetto comico della faccenda è che persino l’avvocato di Thickle, durante un intervento, ha definito il suo assistito “he“, egli. Non “she“, ella. Della serie: basta un attimo di distrazione e la verità viene fuori anche nella bocca di chi è pagato per sostenere una bugia.

Entro qualche mese si potrà quindi sapere cosa ne pensano i giudici australiani della semplice domanda “Cosa è una donna?“. Domanda per ripondere alla quale basterebbe un banale libro di scienze delle scuole superiori. Questo dal punto di vista biologico. Il dramma è quando un’evidenza biologica viene scavallata da un trend sociale che affonda le proprie radici in una mera propaganda dalle ambizioni sedicenti “inclusive” e progressiste. Una propaganda che oltretutto mira a far passare come vittime quelli che di fatto sono loro gli usurpatori.

PS: dato che parlando di transgender in chiave critica è un attimo essere bollati da bigotti, transofobi e “right wing” (cioè di destra), tengo a precisare che sono ateo, scientista, antifascista e che di fobia ho solo quella per gli stronzi, i prepotenti e i disonesti.

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Andrea Ghiselli se n’è andato. I no-vax esultano

Il nutrizionista aveva 70 anni e dopo la sua scomparsa sono esplosi gli sberleffi degli antivaccinisti (Fonte foto: Crea)

Uomo di scienza stimato e rispettato per le sue attività di ricerca e divulgazione, Andrea Ghiselli è scomparso a soli 70 anni. Di lui rimarrà l’eredità dei suoi insegnamenti e il ricordo di una persona per bene e dalla spiccata simpatia e disponibilità

Nutrizionista, docente universitario ed ex Dirigente di Ricerca del CREA nel settore Alimenti e nutrizione, Andrea Ghiselli era anche Presidente della Società Italiana di Scienze dell’Alimentazione. Negli anni aveva prodotto innumerevoli articoli, pubblicando anche alcuni libri come Veg & Med: Dieta vegetariana e dieta mediterranea a confronto e La dieta mediterranea anzi italiana.

Persona aperta e disponibile, per lungo tempo aveva anche curato il forum alimentazione del Corriere della Sera, mettendo a disposizione le proprie capacità ed esperienze a favore di chi volesse approfondire i temi di cui era un esperto fra i più stimati in Italia.

La sua dipartita è stata infatti salutata da diversi articoli a lui dedicati:

Il CREA saluta Andrea Ghiselli, volto storico della nutrizione italiana, prematuramente scomparso

È morto Andrea Ghiselli, il nutrizionista di Corriere Salute

Addio ad Andrea Ghiselli, il volto saggio della nutrizione

Purtroppo, come era facilmente prevedibile, dopo la sua morte sono apparsi d’incanto sciami di no-vax che hanno invaso la sua bacheca di Facebook irridendo, sfottendo e spammando faccine che ridono. In quella stessa pagina, a grave onta degli squadristi no-vax, vi erano persone che stavano manifestando il proprio dispiacere per la dipartita: allievi, parenti, amici, estimatori. Tutti addolorati per la morte di una persona seria e preparata dal punto di vista scientifico e aperta dal punto di vista umano.

In pratica, è stato come se un nugolo di cafoni ubriachi avesse invaso la camera ardente in cui familiari e amici sono raccolti nella commemorazione del proprio caro. Senza rispetto, senza ritegno. I soliti sfottò, le solite allusioni al fatto che Ghiselli fosse vaccinato. Quindi la sua morte doveva per forza essere dovuta al “siero”, ai loro occhi ovviamente mortifero, così come ogni altra morte sulla faccia del Pianeta. Ai vaccini hanno attribuito persino la morte di Alexei Navalny, ucciso nella prigione ove era recluso, reo di essere antagonista di quel criminale mafioso di Vladimir Putin.

Gente ormai persa nei propri deliri e che non ha più alcun freno inibitore né pudore.

Individui che non solo collegano ai vaccini ogni decesso al mondo, bensì pregano ogni giorno che muoia qualcuno che in vita si era battuto a favore delle campagne vaccinali e che li aveva sbugiardati nelle loro malate fantasie. Come per esempio aveva fatto Andrea Ghiselli. Gongolanti, i no-vax sono accorsi in branco e hanno spammato nella sua bacheca le frasi che Andrea aveva scritto proprio a loro, mettendoli in ridicolo negli aspetti per i quali i no-vax vanno stranamente fieri.

C’è anche chi ha pensato di pubblicare articoli usando quelle frasi quasi come contrappasso: tu avevi sfottuto, adesso vieni sfottuto tu. Attribuendo a Ghiselli la mancanza di rispetto delle opinioni altrui, nonché attribuendogli anche la mancanza di rispetto per i “danneggiati dai vaccini“. A tale articolo non si metterà link, per non dare visibilità a dei no-vax mascherati da moderati. Mascherati, poiché la citazione dei danneggiati dai vaccini (rarissimi e mai sfottuti da Ghiselli) è già l’impronta digitale degli antivaccinisti. Come pure il rispetto delle opinioni altrui: Ghiselli aveva il massimo rispetto delle opinioni altrui, ma non ne aveva giustamente alcuno per i deliri psichedelici di quelle persone che infestano i social con teorie non solo ridicole, bensì anche pericolose, poiché possono catturare l’attenzione di persone ingenue e fragili condizionandone negativamente i comportamenti e le scelte. Ed è infine atto ignobile mettere sullo stesso piano uno sfottò fra vivi con altri perpetrati da vivi ai danni di un morto.

Verso gli sbullonati no-vax aveva infatti uno spiccato senso dell’ironia, Andrea: una qualità che evidentemente non piace alla galassia PSIC, acronimo da me coniato per i complottisti/negazionisti fra i quali spiccano appunto i no-vax. PSIC sta infatti per “psicosi, stupidità, ignoranza e cattiveria“. E nella bacheca di Andrea tali pessime caratteristiche sono emerse tutte nei commenti degli haters durante le loro irridenti scorribande.

Erano lì, a pisciare sul cadavere ancora caldo di Andrea il proprio velenoso astio, mascherato da ilarità. Peccato che al corpo di Andrea poco ne calasse, ormai. Non c’era più e pertanto alcun insulto, alcuno sberleffo potrà mai rattristarlo. Una serie di dispetti che, anche volendo, non può essere però restituita dagli amici di Andrea poiché, a differenza dello stimato nutrizionista, quando muore un no-vax non se ne accorge nessuno, tranne i parenti stretti e la congrega di disagiati che ne condividevano le bizzarrie. E anche se ce ne accorgessimo, della loro morte, noi estimatori di Andrea non ci permetteremmo mai di infiltrarci nelle loro bacheche per prenderli in giro alla faccia del dolore delle persone care.

Agli immondi cialtroni che hanno sommerso un morto di insulti e prese in giro, tanto stupide quanto immotivate, sarà infatti bene ricordare una cosa: Andrea ha lasciato una eredità corposa, solida e ampiamente condivisa. Di lui resteranno le opere e gli insegnamenti. I suoi allievi lo ricorderanno e ne trasmetteranno la sapienza ai propri allievi. E questi ultimi ad altri ancora e ancora. Fra molti, molti, molti anni, anche se non sapranno da dove quegli insegmenti vengano, vi saranno giovani biologi e nutrizionisti che porteranno Andrea Ghiselli dentro di sé senza neanche saperlo. Cioè la più ambita eredità che ogni uomo di scienza è orgoglioso di lasciare: divenire eterni grazie a ciò che si è insegnato, anziché per la propria limitata esistenza terrena.

Al contrario loro, i no-vax, alla propria morte non potranno contare su vibranti articoli commemorativi sui principali media italiani: appena spirati verranno infatti dispersi nel tempo, velocemente, completamente. Così come il vento disperde una scorreggia.

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C’era una volta chi si credeva Napoleone

Cosa succederebbe se il Rag. Artemisio Scacabarozzi un giorno si svegliasse credendosi Napoleone? (Credits immagine: https://en.ac-illust.com/clip-art/23886527)

Un giorno un ragioniere di un paesino di provincia si convince di essere Napoleone Bonaparte, innescando una serie di eventi che coinvolgeranno tutti, volenti o nolenti

Un uomo comune in un paesino di provincia altrettanto comune. Questo il protagonista di una storia di pura fantasia che si è deciso di inventare per intrattenere e, magari, fare riflettere.

Il Rag. Artemisio Scacabarozzi nasce a Cremona, salvo poi crescere a Pizzighettone, paese di poche migliaia di anime in riva all’Adda. Fin da piccolo conduce una vita senza infamia e senza lode. Prova a giocare a calcio, ma non è un granché. Piccoletto e un po’ bruttino, non ha nemmeno successo con le ragazze e diviene adulto rimbalzando fra tanti piccoli fallimenti e delusioni. Essendo un mediocre nato, il povero Artemisio non è infatti capace nemmeno di averne di grandi.

Prende un diploma da ragioniere, con un voto di poco superiore alla sufficienza, e trova poi lavoro in un ufficio pubblico. Nulla di che, perfettamente in linea con la sua vita. Però gli consente di avere uno stipendio e di andare a vivere da solo in una casetta al limite del paese.

Anno dopo anno la sua frustrazione cresce. Senza che ve ne sia motivo, Artemisio si convince che non doveva andare così. Che non è lui ad avere importanti limiti datigli dalla biologia e dalla natura. Lui, s’illude, era destinato a grandi cose. Doveva nascere ben altro e solo un destino cinico e baro lo ha fatto nascere nel corpo di Artemisio Scacabarozzi, ragioniere.

Napoleone diviene quindi il suo riferimento: piccoletto come lui, dal pene minuscolo, come lui, ciuffo con riportino per coprire la pelata, come lui, un po’ di pancetta, come lui. Oh cielo benedetto! Ma allora lui è… come lui! Piano piano, Artemisio finisce con l’indentificarsi sempre più con il personaggio storico, con le sue gesta, con il suo aspetto. Lentamente, la sua identità originaria, di Artemisio Sacabarozzi, ragioniere, diviene sempre più evanescente. Una sorta di dissolvenza grazie alla quale il suo io biologico e sociale viene sostituito dall’io immaginario privato, fino a che un giorno viene varcata la soglia: Artemisio non si sente più Artemisio, bensì Napoleone. Non si chiama più Scacabarozzi, bensì Bonaperte.

In pieno delirio narcisistico, si guarda allo specchio e non vede più se stesso, bensì un imperatore francese che preme per tornare a camminare sul mondo. E così, il povero Artemisio va da un negozio di costumi teatrali e spende buona parte dei suoi pochi risparmi per farsi fare vestiti su misura uguali a quelli di Napoleone. Per lo meno, quelli con cui Napolenone veniva raffigurato ai tempi.

Ma Napoleone aveva anche un cavallo bianco. Allora Artemisio si fionda da un maneggio in cui un vecchio ronzino di color bianco sta per essere mandato al macello per raggiunti limiti di età e spende ciò che gli resta per portarselo a casa e lasciarlo libero nel piccolo prato annesso alla sua umile abitazione.

La metamorfosi è però incompleta: Artemisio non conosce una parola di francese. Allora si mette a studiare la lingua d’Oltralpe su vecchi libri di scuola di uno zio ormai defunto e piano piano impara anche il francese. Un po’ maccheronico, ovviamente, poiché non s’impara una lingua in modo perfetto nemmeno dopo molti anni di pratica, figuriamoci studiando per qualche mese su vecchi libri, alla sera, nella propria cameretta. Ma alle proprie orecchie, lui, parla un ottimo francese.

Come pure si ammira estasiato allo specchio, mentre si pavoneggia indossando gli abiti di pannolenci con cui il negozio di costumi teatrali ha realizzato quanto chiesto da Artemisio, ma restando entro il budget di 500 euro. Il suo cervello continua però a giocargli brutti scherzi, illudendolo di essere perfetto. In pratica, Napoleone reloaded.

Per molti anni Artemisio va al lavoro, vestito un po’ fantozzianamente. Lavora, un po’ fantozzianamente. Subisce la vita, un po’ fantozzianamente. Ma mentre le ore passano, fra una pratica burocratica e l’altra, la sua mente sorride pensando al momento in cui sarà a casa, lontano da occhi indiscreti e potrà abbandonarsi al suo momento preferito: travestirsi da Napoleone e camminare su e giù per la stanza declamando i suoi discorsi più famosi.

Quando è buio e nessuno lo può vedere, Artemisio si azzarda addirittura a uscire di casa, andare sul prato vestito da imperatore e cavalcare in circolo il povero ronzino al quale ha salvato la vita. Fino a che un giorno non ce la fa più: lui è Napoleone e tutto il mondo deve saperlo. Basta fingere, basta nascondersi. Giunta è l’ora di mostrarsi come tale.

Sconcerto e ilarità, ovviamente, sono le reazioni che genera quando la domenica successiva, vestito da Napoleone, sale in groppa al suo ronzino supposto nobile destriero e percorre la via centrale del paese declamando accalorati discorsi in francese. I suoi concittadini, che lo conosco da quand’è nato, restano basiti. Che diavolo sarà mai saltato in testa ad Artemisio per conciarsi in qual modo? Sarà uno scherzo? Sarà mica forse impazzito di colpo? Molti lo osservano, ridacchiando di nascosto giusto per non umiliarlo e offenderlo, ma nei baretti del paese i commenti si sprecano. Però, in fondo, sanno che Artemisio è un bravo cristo e quindi non fanno alcunché per impedirgli di farsi le sue passeggiate domenicali di fantasia.

Putroppo per Artemisio, però, c’è anche chi lo deride in faccia, gli fa pernacchie, lo molesta verbalmente e i più prepotenti anche fisicamente. I soliti bulli che si credono forti tormentando un debole. E quindi Artemisio scappa a casa, incredulo: nessuno lo ha riconosciuto per come lui si sente di essere. Lui si sente Napoleone, si sforza di pensare e di parlare come Napoleone. Si veste e cavalca come Napoleone (almeno lui crede). Come fanno quei bruti a non capire che lui è Napoleone?

Problema: Artemisio dimentica che la tolleranza verso di lui e le sue stranezze napoleoniche è durata finché lui stesso non ha oltrepassato il segno dell’accettabilità sociale. In reazione a chi lo sfotteva, si è infatti messo a strillare (sempre in francese) di inchinarsi e di ossequiare l’imperatore al suo passaggio. Sua Maestà, pretendeva di essere chiamato, come pure che quando impartiva un ordine al primo concittadino di passaggio, questi doveva obbedire e pure di corsa.

Ai molteplici inviti ad andare a farsi curare e di smetterla di rompere gli zebedei a tutti con le sue fantasie, per tutta reazione Artemisio va invece dal Sindaco, pretendendo che questi emani una circolare comunale in cui si imponga ai cittadini di Pizzighettone di ossequiare Napoleone, di dagli del Voi, di obbedirgli e di ottemperare a ogni sua richiesta quanto ad accessi a luoghi ed eventi pubblici. Lui è Napoleone e chi insiste a chiamarlo Artemisio deve essere multato per “hate speach” (termine trovato in rete e colto al volo da Artemisio).

Il sindaco lì per lì lo manda a stendere, con comprensiva gentilezza, ma sempre a stendere lo manda. E così Artemisio medita vendetta, sempre più livoroso, arrabbiato, assetato di rivalsa e vendetta verso il resto del mondo, quello che cioè si ostina a non riconoscerlo come Napoleone Bonaparte redivivo. E chatta oggi, chatta domani, scopre che a Codogno, poco distante, c’è una donna che afferma di essere Cleopatra, subendo esattamente il medesimo suo trattamento. A Grumello c’è invece un tizio che afferma di essere Winston Churchill, un altro a Cavatigozzi che blocca il traffico vestito da Leonida alle Termopili urlando “Questa è Sparta!”. Insomma, Artemisio grazie al web scopre di non essere solo: come lui ce ne sono altri e tutti patiscono le stesse pene.

E allora agisce: crea l’associazione NCWL (Napoleone, Cleopatra, Winston e Leonida) e pianifica una serie di azioni pubbliche. Flash mob, manifestazioni davanti ai municipi e alle scuole, lettere a giornali e televisioni, finché a Cremona non arrivano inviati da mezzo mondo. Giornalisti, intellettuali e conduttori televisivi lo invitano, lo intervistano, gli danno voce. Artemisio e la sua associazione diventano famosi, onnipresenti, sollevano indignazione cavalcando quel vittimismo che sempre funziona quando una minoranza dichiara guerra a una maggioranza, indipendentemente che abbia ragione o meno. Soprattutto, funziona quando questa maggioranza sia molto silenziosa e passiva, sottovalutando pericolosamente le azioni altrui.

Da lì a poco, Artemisio trova anche sponda in Parlamento, ove un gruppo di onorevoli e di senatori appoggia le sue istanze “inclusive” proponendo disegni di legge grazie ai quali ad Artemisio e ai suoi amici debbano essere concessi gli stati personali che essi chiedono. Nello stupore (ma sempre nel silenzio) generale, la legge passa e da quel momento chi prova a chiamare Artemisio col suo nome, a ricordargli che è un ragioniere e non l’imperatore parigino, rischia di finire in tribunale con l’accusa di discriminazione e di “istigazione all’odio”.

Ora Artemisio gongola, tutto tronfio, passaggiando a cavallo per Pizzighettone, osservando i suoi concittadini abbassare lo sguardo, cambiare marciapiede al suo cospetto. Lo temono, finalmente. Lui è Napoleone ed è quindi giusto che il popolo lo tema. E ciò avviene in ogni altro paesino con Cleopatra, Winston e Leonida, più tutti gli altri matti che si sono illusi di non essere nati Lucia, Mario o Filippo.

Chi si prova ad arginare pubblicamente questa follia, assurta ormai a livello nazionale, viene lui messo sotto processo mediatico. Lui, o lei, se ricordano che per essere Napoleone non basta vestirsi, parlare e percepirsi Napoleone, vengono accusati di ogni cattiveria e barbarie. Loro sono gli ottusi, i retrogadi, gli oscurantisti. Gli odiatori seriali. A conferma che quando un pagliaccio prende possesso del castello, non è lui a divenire Re, bensì è il castello a diventare un circo.

PS: nessun ragioniere è stato maltrattato per scrivere questa favola di fantasia. Perché è solo fantasia vero? Non sarà mica così folle il mondo da… vero? VERO????

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Storia di un bipolare ossessivo compulsivo

Negare i disturbi psichici dietro la violenza sulle donne, quando ci sono, non aiuterà a risolvere il problema

Violenza sulle donne, gelosia maniacale, stalking, omicidio e altri fenomeni similari vedono spesso negata la componente psichiatrica del soggetto. Più comodo spalmare ogni responsabilità sull’intero mondo maschile

Era mio padre, avrei potuto intitolare questo articolo. Perché mio padre era così: un bipolare con manie ossessivo-compulsive che prendevano forza e corpo soprattutto nella sfera sentimentale.

Era un geloso patologico, vedendo intorno a mia madre nugoli di amanti che di fatto esistevano solo nella sua fantasia malata. Bastava una risata durante una cena fra amici perché lui iniziasse a vedere in quella confidenza un sintomo o addirittura una prova che fra mia madre e l’altro uomo vi fosse una tresca.

Ipercontrollo: anche questo è tipico delle persone come mio padre. Voleva sempre sapere dove fosse mia madre e dato che non poteva certo riuscirci sempre, sbroccava all’idea che quando quella povera donna non era sotto i suoi radar chissà cosa stava facendo.

Mia madre, del 1938, lavorava e mandava avanti una casa. Usciva alle otto meno un quarto, tirava le otto ore di lavoro facendo orario continuato per arrivare presto a casa e preparare la cena. Magari mettendo su un bucato e pulendo almeno una stanza.

Di solito arrivava poco dopo le 16, ma talvolta ritardava mezz’ora perché era passata dal supermercato a comprare ciò che mancava. Se lui le telefonava – sul fisso, perché non esistevano cellulari – e lei non rispondeva erano cazzi. Quando tornava dal lavoro iniziava il terzo grado, con il viso tirato, lo sguardo tagliente, le parole sibilate.

Violenza fisica mai, ma psicologica a tonnellate. Non era raro che non mangiasse ciò che aveva preparato mia madre per cena. Talvolta, per farla sentire inadeguata e incapace, si faceva due uova al tegamino o si cucinava una pasta per farle vedere che dopo aver lavorato tutto il giorno gli toccava pure farsi la cena da solo. Da notare che mia madre cucinava bene.

Di solito il picco di fenomeni psicotici arrivava in autunno. Uno degli psichiatri da cui provammo inutilmente a portarlo ci disse che spesso i depressi e/o malati a livello psichico patiscono particolarmente l’accorciamento delle ore di luce. A conferma, almeno per mio padre, le situazioni da Tso o da chiamare i Carabinieri si verificavano quasi sempre a novembre e dicembre.

Inutili i tentativi di fargli intraprendere un percorso terapeutico. Psicologi e psichiatri non sono mai riusciti a penetrare la sua malattia. Rifiutava le cure, gettava i medicinali. La colpa di ciò che succedeva, secondo lui, non era della sua patologia, bensì di mia madre che non lo amava abbastanza e che gli dava sempre da pensare.

Ometto la descrizione puntuale delle infinite situazioni imbarazzanti che creava, condividendo in casa le sue fantasie malate, spacciate ovviamente come verità fattuale. Mia madre, secondo lui, era una che passava da un amante misterioso all’altro. Oggi il vicino di casa. Domani il collega d’ufficio. Dopodomani un chissà chi incontrato chissà dove.

Fossero stati tutti veri, avrebbe speso metà vita a fare sesso, quella povera disgraziata. Con tutti, ma mai abbastanza con mio padre. Già, perché anche sul sesso era ossessivo-compulsivo e mia madre non lo sopportava più, dovendosi concedere meccanicamente a un uomo che nel gesto sessuale non metteva amore ma solo dimostrazione di virilità e possesso. Un’evidente caso di insicurezza e di fragilità espresso tramite l’uso della forza, atta a mascherare la debolezza.

Era malato. Seriamente malato. Aveva ereditato buona parte delle sue patologie dalla madre, una donna messa molto peggio di lui e per giunta perfida e subdola. Cosa che lui, in effetti, non era. Era molto intelligente, direi brillante. Professionalmente era stimatissimo e godeva di ampia fiducia da parte di tutti. Nella sua vita ha sempre affrontato ogni difficoltà con determinazione e presenza di spirito. Nel rapporto di coppia no: non era capace di affrontare la propria patologia. Anzi, era lei a tenerlo in ostaggio, a difendersi ogni volta che dall’esterno noi si provasse a curarlo. Era come se la parte sana di quell’uomo fosse tenuta in scacco dalla parte malata, dai suoi fantasmi inesistenti.

Violento, come detto, no. Ma non sapremo mai cosa sarebbe successo se un giorno mia madre avesse deciso di separarsi. Di andarsene. Di lasciarlo. Per come era, non credo sarebbe arrivato a sfregiarla con l’acido o, peggio, a ucciderla. Ma di certo, molti dei suoi comportamenti ossessivo-compulsivi somigliavano a quelli dei vari uomini che alla fine, purtroppo, hanno ucciso le loro compagne o le loro ex.

Ripercorrendo per esempio ciò che faceva Filippo Turetta con la povera Giulia Cecchettin vi ho rivisto molto di mio padre, solo più esasperato. Ma l’ipercontrollo, la gelosia, la volontà (o la necessità) di fagocitare fisicamente e mentalmente la propria compagna erano molto simili.

Quindi no: dire che, come ho letto sui social, “il maschio violento non è un malato, è figlio sano del patriarcato“, è una stronzata fotonica, figlia di un’ideologia pseudo femminista che cavalca tragedie personali per tirare l’acqua al proprio mulino mediatico e sociale.

Rifiutarsi di ammettere che la quasi totalità degli assassini o degli stalker è composta da malati è solo un comodo escamotage. Ma secondo voi è sano di mente uno che sta fuori dalla caserma dei Carabinieri, ove c’è la sua compagna a denunciarlo, brandendo un crick e minacciando violenze omicide? Forse che sia sano di mente colui che spara alla donna davanti a tutti e poi s’impicca nel casolare di uno zio, oppure si spara in macchina poche ore dopo? Fatti questi di cronaca reale, mica inventati.

Forse che sia normale che il paziente di una dottoressa la aggredisca nel suo studio e la ammazzi a martellate, o che il marito depresso e in cura dallo psichiatra prenda il fucile e ammazzi la moglie nel sonno? Anche perché, pensa un po’, è accaduto anche il contrario. Una vigilessa in cura dallo psichiatra, anch’ella con diagnosi di depressione, ha preso la pistola di ordinanza e ha fatto la stessa cosa: ha atteso che il marito andasse a letto e gli ha sparato nel sonno. Entrambi sono stati dichiarati incapaci di intendere e di volere al momento del fatto. Peccato che solo sulla notizia dell’assoluzione dell’uomo si siano scatenate le truppe cammellate femministe. Sull’assoluzione della donna, silenzio tombale.

Del resto, la moglie di un collega di mio padre pretendeva di annusare le mutande del marito quando tornava a casa: l’umiliante ispezione corporale era finalizzata a capire se l’uomo fosse stato per caso con altre donne. E guai se quella donna vedeva le ruote della macchina sporche di fango: era la prova provata, secondo quella mente distorta, che il marito si era appartato con delle prostitute in qualche viottolo di campagna. Il fatto che l’uomo girasse sul territorio per lavoro non penetrava nella sua scatola cranica bacata.

Peggio andò a un collega di un vecchio amico. Anch’egli sposato con una gelosa patologica si beccò una padellata in viso a seguito di uno scherzo di pessimo gusto giocatogli da un collega d’ufficio. La moglie lo cercò al telefono senza presentarsi (anche allora non c’erano i cellulari) e purtroppo quello sventurato non era alla scrivania. Il collega, perfido, la riconobbe comunque. Sapeva che era gelosa matta e le disse che era passata a prenderlo sua moglie. Cosa ovviamente impossibile, poiché lei, la moglie, lo stava cercando. Quindi, per quella furia il marito se la stava per forza spassando con qualche donna da qualche parte.

L’ignaro uomo tornò a casa, aprì la porta e dietro vi era la sposa invasata, la quale lo colpì al viso con una padella. Il giorno dopo andò in ufficio col volto tumefatto e tutto ciò che seppe dire fu: “Se scopro chi è stato lo uccido…”. E in effetti bisogna essere bastardi nell’animo per tirare uno scherzo del genere a un poveraccio che ha già nella sua vita la disgrazia di avere sposato una pazza. Perché quello era: una pazza. E a ruoli invertiti, ammettiamolo, con lui a colpirla e lei a prenderle, probabilmente ci sarebbe scappato il morto, banalmente per la differenza di forza fisica.

Quindi no, cari e care mie: le patologie mentali esistono ed è vergognoso negarle pur di dimostrare le proprie tesi prettamente ideologiche. Fatevene una ragione.

Ah, un’altra cosa: anche voi che cercate di riequilibrare la discussione, evitate di dire “non tutti gli uomini ammazzano le compagne“. Sbagliatissimo: implica che quasi tutti lo fanno. In realtà solo una percentuale alla terza decimale compie atti violenti e ancor meno giunge all’omicidio.

Quindi ancora no: la quasi totalità degli uomini non è violenta, non stupra, non stalkerizza, men che meno picchia e ancor men che meno uccide. Trasformare le tragedie riportate in cronaca in aprioristiche crociate contro il maschio è perciò pratica deprecabile e vigliacca. Soprattutto, non risolve il problema. Perché anche quegli uomini, rei di fatti così gravi, vivevano di fantasmi. Proprio come mio padre. Anche quegli uomini erano impermeabili ai tentativi di cura, come mio padre. Solo che loro, a differenza di mio padre, sono arrivati a uccidere.

La soluzione? Non esiste. Poiché dovrebbe passare dalla cura mentale di questi soggetti, i quali ovviamente non si riconoscono come patologici e, anzi, si infuriano ancora di più se provi a spiegarglielo.

Braccialetto elettronico georeferenziato e collegato a una app sul cellulare della donna? Potrebbe essere una soluzione utile per evitare agguati, ma inutile in caso di fatidico “ultimo incontro chiarificatore”. Lì, invece, non bisogna proprio andarci, a meno di essere adeguatemtente accompagnate. E per adeguatamente intendo con tutori dell’ordine. Armati.

Le chiacchiere, le filosofie da social o da salotto pseudo intelletualoide, anche no: servono a zero. Perché non c’è nulla che si riveli inutile a risolvere un problema quanto l’idea che il problema possa essere risolto tramite utopie.

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