Benvenuti nel mio blog!

Questo è un blog dove si parla soprattutto di agricoltura e dei suoi rapporti con l’ambiente e la salute…

.. ma è anche un luogo dove si trattano temi come quelli energetici, alimentari e di attualità.

Come regola, viste le incursioni reiterate di personaggi in cerca di visibilità, nonché di proseliti della teoria della cosiddetta “montagna di merda”, ho deciso che questo blog va interpretato come un libro non cartaceo. Un luogo dove io scrivo, chi visita legge. Se è d’accordo, bene. Se ritiene di avere imparato qualcosa, ancora meglio. Se invece ritiene che l’uomo sia frugivoro, che i vaccini facciano venire l’autismo, che la chemioterapia uccida anziché salvare, oppure che le multinazionali stiano cospirando per ucciderci tutti, malissimo. Qui di posto per divulgare i falsi miti della vostra dimensione parallela, non ce n’è. Fatevene una ragione.

Buona navigazione quindi!

Donatello Sandroni

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Agrofarmaci e autorizzazioni: perché sono affidabili

La registrazione di una nuova molecola è lunga, complessa e costosa

Nella percezione popolare le multinazionali ottengono quello che vogliono pagando, incluse le autorizzazioni europee e nazionali dei propri prodotti. Ovviamente, non è così e capirlo è in fondo facile

Bustarelle, dossier scomodi insabbiati, connivenze e conflitti di interesse. Chi opera come il sottoscritto nel settore della difesa fitosanitaria incontra ogni giorno qualcuno che contesta l’attuale sistema di autorizzazione delle molecole, reputandolo torbido, sospetto, inaffidabile. Come conseguenza, si reclama l’affidamento della ralizzazione dei dossier a istituti indipendenti, togliendolo ai “contractors” privati che attualmente li sviluppano su commissione delle aziende. Tutto ragionevole? Niente affatto.

Sviluppo e registrazione: un cammino infinito

Ciò che la gente comune non sa, è che per fare arrivare una molecola a registrazione una multinazionale parte da oltre 10 mila candidate proposte dal Discovery e ne fa fuori lei stessa per strada il 99,99%. Nel volgere di pochi anni avviene infatti la prima scrematura, eliminando le candidate che non si siano rivelate abbastanza efficaci e stabili, o che abbiano mostrato tossicità elevate anche in test preliminari di breve periodo.

Una dopo l’altra, le meno idonee vengono eliminate dalla stessa multinazionale, la quale seleziona progressivamente quelle che hanno qualche possibilità di giungere alla fine del processo, superando i paletti posti dalle normative e dalle Autorità preposte alla valutazione finale, di tipo pubblico. Se una molecola ha delle criticità, viene quindi eliminata il più presto possibile per non perdere inutilmente denaro in un vicolo cieco.

E infine si arriva alle ultime fasi, quelle in cui tutto sembra andare per il meglio e si passa quindi alla preparazione dei dossier finali da sottoporre alle Autorità, l’Efsa in Europa. La multinazionale a quel punto ha infatti un’idea abbastanza chiara, ma alcune informazioni ancora le mancano o sono in itinere, come per esempio gli studi di lungo periodo. Nel frattempo, però, scommette sulle proprie molecole migliori e continua a investire per completarne i dossier, confidando che anche quegli ultimi test diano risultati positivi e che la registrazione diventi possibile.

In tale fase entrano in scena anche i cosiddetti “contractors”, ovvero delle società specializzate e certificate per la realizzazione di test tossicologici, ambientali e agronomici conformi alle richieste dei normatori pubblici, anche dal punto di vista formale.

Oltre che di laboratori delle multinazionali si parla cioè di aziende che operano in Good Laboratory Practice, come ha spiegato Angelo Moretto, direttore del Centro internazionale per gli antiparassitari e la prevenzione sanitaria in un’intervista su AgrNotizie di cui si riporta di seguito lo specifico passaggio relativo ai centri di saggio, i quali avrebbero secondo Moretto

“… tre differenze fondamentali rispetto agli studi pubblicati [dai ricercatori cosiddetti indipendenti, nda]: la prima, che vale per gli studi fatti per lo meno negli ultimi 25 anni, è che sono fatti sotto le buone pratiche di laboratorio, seguendo regole ben codificate sia per il disegno sperimentale, sia per le modalità di conduzione dello studio, di valutazione dei risultati, di archiviazione dei campioni eccetera. La seconda, è che hanno un sistema di qualità esterno che va a verificare che effettivamente siano state rispettate queste regole. Peraltro, soprattutto negli ultimi 15 anni, molti studi non sono nemmeno condotti dalle compagnie stesse, bensì da contractors esterni che talvolta neanche sanno il nome della sostanza perché viene data loro come siglato sperimentale. Terza differenza fondamentale è che chi fa la valutazione di questi studi, cioè gli organismi pubblici, ha accesso ai dati grezzi. Cioè a tutti i dati raccolti e non solo ai report finali. Se si vuole vedere per esempio che risultati ci sono per il ratto n° 4610, che ha fatto prelievi di sangue a 3, 6, 9 ,12 mesi, queste informazioni sono disponibili per ogni parametro cercato e misurato. È quasi come se il valutatore fosse presente nel laboratorio”.

Si potrebbe però obiettare come ciò possa aprire la strada alle critiche di inaffidabilità dei dati, perché forniti da qualcuno che direttamente o indirettamente può averli manipolati. E quindi prosegue Moretto:

Certo, uno può anche dire che i dati sono tutti inventati. Ma se è solo per questo, anche i lavori scientifici pubblicati possono contare su dati del tutto inventati. Anche perché le valutazioni peer review a fini di pubblicazione sono generalmente fatte solo sui dati sintetici, senza aver accesso ai dati grezzi. Se sorge un dubbio circa un effetto al fegato, coi dati grezzi io posso magari cercare correlazioni con gli effetti misurati su altri organi. Con gli studi pubblicati, invece, se non si vedono effetti rilevanti in un dato organo magari non li cita neanche nel lavoro finale da pubblicare. Queste sono le differenze fondamentali”.

In sostanza, l’attività dei laboratori privati è attentamente monitorata e sottoposta lei stessa a controlli severi. Il tutto proprio per scongiurare che vi sia compiacenza con i committenti.

In tal senso va anche smentito il supposto “conflitto di interesse“, spesso contrapposto a quello che vede gli enti di certificazione del biologico essere pagati direttamente dagli agricoltori stessi. Le due situazioni sono infatti molto differenti fra loro.

Al contrario di questi enti, infatti, pagati direttamente da chi acquista presso di loro le bio-certificazioni, i contractors non hanno alcun potere sui committenti. Non sono cioè loro a fare valutazioni in merito alla registrabilità delle molecole, né tanto meno hanno ruoli decisionali normativi. Sono cioè più che altro assimilabili a dei laboratori di analisi ove ci si reca per verificare i nostri livelli di colesterolo e trigliceridi nel sangue. Si paga, ci si sottopone al prelievo e infine si ritira il referto. Su di esso ci sono solo i valori, perché non è compito del laboratorio esprimere giudizi in merito. Né tanto meno spetta a lui dire cosa debba o non debba fare il soggetto analizzato.

Questo andrà quindi dal suo medico con il referto e sarà quest’ultimo a valutarlo e a trarne le debite considerazioni. Ovviamente, neanche il medico in questo caso può obbligare il paziente a mettersi a dieta, mentre l’Efsa può esprimere parere negativo su una richiesta di autorizzazione o porre ben precisi limiti applicativi in caso la multinazionale volesse comunque tentare di registrare lo stesso il proprio prodotto.

Avendo lavorato sei anni per una multinazionale, anche nel reparto Sviluppo, ho visto personalmente bocciare molecole alquanto promettenti già a livello aziendale. Un erbicida mostrava criticità ambientali su alcuni organismi acquatici e avrebbe avuto forti limitazioni di impiego. Un fungicida, invece, mostrò proprio all’ultimo dossier delle criticità tossicologiche di lungo periodo.

In entrambi i casi, nonostante fossero ormai prossime all’autorizzazione finale, la società decise di cassare le due molecole gettando al vento le svariate decine di milioni di dollari già investiti per ciascuna delle due. Nessuno ha mai visto quelle molecole nei campi, proprio perché fu la multinazionale stessa a depennarne il processo di autorizzazione.

Tutto ciò collide quindi fortemente con l’immaginario collettivo di aziende che addomesticano i risultati, o che falsificano dati, o ancora corrompono per far chiudere un occhio su dossier imbarazzanti.

Tutte situazioni buone per le trame di un film, non per il processo di autorizzazione delle molecole impiegate in agricoltura. Molecole che a volte impiegano più di dieci anni per vedere il mercato e hanno fatto spendere alla società produttrice anche più di cento milioni di dollari in ricerca e sviluppo.

Tempi e denari che se fossero vere le fantasie morbose dei complottisti non verrebbero certo spesi, adottando proprio quelle scorciatoie illegali e immorali di cui vengono spesso ingiustamente accusate da chi, di tali processi, capisce dal poco al nulla. Ma, purtroppo, non per questo si astiene dall’esprimere i propri sballatissimi giudizi.

Vi lascio quindi con due sottili domande:

  1. Se gli istituti sedicenti indipendenti venissero pagati loro per produrre i dossier registrativi opererebbero come contractors, obbligati alle medesime regole. Non è che quindi la loro supposta indipendenza andrebbe a farsi friggere, dal momento che i soldi che arriverebbero loro sarebbero sempre e comunque quelli delle medesime multinazionali?
  2. Inoltre, non è che, considerando il punto sopra, tutta la gazzarra fatta dagli istituti sedicenti indipendenti per togliere le prove sperimentali ai contractors, sia solo una squallida manovra per mettere loro le mani sui miliardi di dollari che attualmente finiscono in altre tasche?

A voi le risposte, ovviamente.

 

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Disclaimer 2: i bannerini pubblicitari che possono apparire nel blog sono di wordpress. Dato che adopero una versione gratuita, loro sperano che io gliela paghi mettendomi pubblicità. Ignorate ogni suggerimento a diete, prodotti o cure miracolose: sono contrarie ai contenuti del mio blog e pertanto me ne dissocio apertamente.

Bio e storytelling: una favola tutta da raccontare (Parte II)

Rotazioni, sovesci e gestione sostenibile dei campi coltivati non sono patrimonio dei soli biologici

Spesso il biologico si presenta come unico depositario di quelle buone pratiche di campagna che rendono l’agricoltura sostenibile, dipingendo spregiativamente tutti gli altri come agricoltori intensivi monocolturali. Quanto c’è di vero? Poco, come al solito…

Come già anticipato nella prima puntata della serie dedicata al biologico, per Storytelling si intende l’arte del raccontare storie, infiocchettando messaggi di marketing atti a invogliare i consumatori a scegliere i propri prodotti. Alle lobby bio va riconosciuta in effetti una spiccata attitudine in tal senso, visti i dati di mercato che danno loro ragione in termini economici.

Ma davvero nei campi bio quelle narrazioni trovano riscontro? Come al solito, “ni”, nel senso che a volte sì, a volte no, ma soprattutto, non sono – e lo si ripete – non sono prerogativa esclusiva del biologico.

Non a caso, ben consapevoli di ciò, le lobby Bio sono perennemente impegnate in una capillare opera di demonizzazione dell’agricoltura moderna e integrata, spacciata come devastatrice dell’ambiente e minaccia per la salute, contrapposta a quella biologica, salvifica, buona, dal volto umano.

Ora, proprio sul volto umano ci sarebbe già da discutere, perché se contrasti i biologici nei loro piani lobbistici di volti “umani”, in effetti, ne incontri davvero pochi. Più che altro vedi sfoderare dei discreti canini, tipici di chi difenda a spada tratta il proprio business.

Ciò che però più preme diffondere in questa sede è invece l’analisi puntuale delle furbesche fallacie contenute nel suddetto Storytelling. Per esempio, a metà dicembre fui ospite di Alessandro Marenzi e della trasmissione SkyTg24 Economia, in compagnia di Paolo Carnemolla, Presidente proprio di Federbio.

Che fra noi non corresse un fiume di cordialità era cosa a me ben nota, visti i molti articoli critici che ho scritto sulle trappole comunicative delle lobby bio. Per non parlare dei miei libri “Ki ti paga?” e “Orco Glifosato”. Praticamente a Federbio io sto simpatico come un calabrone che ti si infila nel casco mentre guidi la moto. Ma se ne dovranno fare una ragione, perché il mestiere di giornalista è (o dovrebbe essere) proprio quello di informare i cittadini. E se tali informazioni disturbano ben precisi portatori di interessi, pazienza.

Fra i molti mantra che Paolo Carnemolla ripete nelle varie occasioni cui viene invitato, inclusa la succitata trasmissione, ve n’è una che ha attirato particolarmente la mia attenzione, ovvero quella riferita al biologico che sarebbe capace di produrre comunque abbastanza cibo per la popolazione mondiale anche a fronte della sua continua crescita.

Una delle accuse (fondate) al biologico è infatti quella di promettere ciò che non può mantenere, dato che le rese per ettaro del biologico risultano perennemente inferiori a quelle dell’agricoltura integrata.

Ciò ovviamente disturba Federbio e deve quindi essere smentito, anche a costo di rimescolare carte che per amore di verità sarebbe meglio restassero al loro posto. Vediamo quindi i vari capitoli dello Storytelling di Federbio, partendo da uno specifico tema, come regola vuole di questa serie dedicata, ovvero quello delle buone pratiche di campagna.

  • Prima fallacia: l’agricoltura “integrata” cui si contrappone il biologico non necessariamente è intensiva come viene descritta, né tanto meno è necessariamente monocolturale. La monocoltura è infatti quella pratica che prevede la presenza delle medesima coltura per moltissimi anni sul medesimo campo. Ora, a parte che vigne e frutteti dovrebbero essere percepiti essi stessi come “monocoltura”, anche quando bio, la vera monocoltura scellerata ha preso per esempio piede in India, ove in alcune zone viene coltivato praticamente solo cotone, una coltura molto esigente e quindi capace di impoverire velocemente il suolo. Infatti, in tali situazioni accadono spesso disastri dovuti per esempio alla siccità. Altra monocoltura è quella della soia ogm argentina o brasiliana, coltivata ormai sui medesimi terreni da oltre vent’anni, venendo irrorata per di più con una miriade di agrofarmaci tramite aerei. Pratica vietata da anni in Italia. In tal caso, però, essendo una leguminosa la soia lo arricchisce il terreno anziché impoverirlo. Quindi non è raro trovare in Argentina e in Brasile dei tenori di sostanza organica dei suoli che fanno l’invidia di molti agricoltori nostrani. Quindi, partiamo già dall’idea che perfino la monocoltura non sempre è uguale quanto a effetti sui suoli e sulla vita delle persone. Figuriamoci l’agricoltura integrata esercitata in Italia, ovvero un fiore all’occhiello a livello mondiale per capacità tecniche e attenzione al lavoro, come si evincerà dal prossimo punto.

 

  • Seconda fallacia: il biologico fa rotazioni colturali e l’agricoltura intensiva no, in quanto descritta sempre come monocolturale. Falso: l’agricoltura in sé prevede proprio le rotazioni fra diverse colture ben da prima che il biologico prendesse piede. Il biologico tenta cioè di appropriarsi (come al solito) di pratiche virtuose che sono invece eredità e patrimonio di tutti. Gli agricoltori/allevatori integrati delle province zootecniche italiane (Cremona, Lodi, Piacenza, Parma, Mantova, Brescia e Bergamo), coltivano da sempre mais, orzo, erba medica, soia e altre colture a uso foraggero, alternando nei campi graminacee a leguminose. Inoltre, non è raro che facciano proprio quello riportato da Paolo Carnemolla come una sorta di caratteristica peculiare solo del bio, ovvero quella di produrre più raccolti all’anno alternando diverse colture sullo stesso campo. È infatti tutt’altro che raro vedere gli “integrati” seminare orzo o triticale a ottobre, raccoglierli a maggio, seminando poi in secondo raccolto o mais, o soia. Peraltro, gli agricoltori integrati aderiscono a specifici disciplinari regionali di produzione (i cosiddetti Piani di sviluppo rurale) che elargiscono contributi anche per fare rotazioni o adottare pratiche sostenibili. Anche la Comunità europea ha previsto misure di sostegno di stampo ambientale, come il cosiddetto “Greening”, una forma di contributo pubblico dato a chi dimostri di avere un occhio di riguardo ai propri terreni lasciandone alcuni a riposo e seminando almeno una quota aziendale con colture rigeneranti la fertilità, come per esempio le leguminose. Fino a qualche tempo fa il Greening era appannaggio del solo biologico, lobby molto abile a farsi aprire corsie preferenziali anche a livello pubblico. Poi, un bel giorno, qualcuno in Europa si è chiesto perché diavolo un agricoltore integrato, ma virtuoso, non potesse accedere a quel finanziamento. Quindi lo estese anche a questi ultimi. Apriti cielo: dal biologico piovvero critiche ferocissime e pianti greci di altissimo livello. L’idea di dovere dividere la torta con qualcun altro li aveva proprio fatti sbroccare, inducendoli a scatenare una gazzarra da pollaio come poche prima. Dimostrazione che se vuoi fare arrabbiare a morte un biologico lo devi toccare nel portafogli. Come si vede, la pretesa del bio di possedere l’esclusiva della sostenibilità, di praticare rotazioni e di produrre più raccolti l’anno è pienamente ascrivibile nel capitolo “Storytelling”: gli integrati sono in ciò del tutto virtuosi. Spesso più dei biologici stessi, grazie alla capacità di produrre di più a parità di terreno utilizzato.

 

  • Terza fallacia: sostenere, come fatto da Paolo Carnemolla, che il bio non produce di meno dell’integrato viene smentito da ogni statistica globale di produttività media pluriennale. Non c’è praticamente coltura che analizzata su chiave nazionale o sovranazionale non confermi che il bio produce mediamente meno. E si parla di numeri a due cifre percentuali, come avviene per esempio in Francia, ove le medie pluriennali delle rese di frumento sono superiori di circa il 60% nell’integrato rispetto al biologico. Numeri simili si riscontrano sempre e dovunque: su mais, soia, riso, frutta e ortaggi. Per esempio, chi nel vercellese pratica l’agricoltura bio (quella vera, non quella furbetta che i diserbanti li usa, ma di nascosto) opera infatti come segue: metà azienda viene lasciata non coltivata, seminandola con essenze vegetali atte a ripristinare la fertilità del suolo, dato che se non usi fertilizzanti di sintesi i terreni li devi fare riposare, se no si esauriscono in pochi anni. Sulla metà aziendale coltivata a riso la resa, per loro stessa ammissione (Puntata di Report di Rai3 sul riso dei “biofurbi“), è di circa il 60% di quanto dovrebbe essere. Ovvio: se non usi diserbanti e altri strumenti tecnici, questo è il risultato. Ciò significa che da quell’azienda si riesce a ricavare solo il 30% di quanto potrebbe. Se è pur vero che quell’agricoltore bio-onesto incassa il triplo del prezzo, risparmiando pure 90.000 € l’anno, se si dovesse estendere quella pratica apparentemente virtuosa a tutta la risicoltura nazionale causeremmo un buco produttivo del 70%. Buco produttivo da colmare con importazioni da Cambogia, Tailandia, Vietnam e altri Paesi produttori di riso. Alla faccia di chi vorrebbe mangiare riso Made in Italy. Esigenza soddisfacibile solo da quella parte di borghesia benestante in grado di spendere un capitale per comprarsi un chilo di riso bio italiano. Per tutti gli altri, risotto alla cantonese… Ciò significa che anche facendo salti mortali con rotazioni e doppi raccolti, il biologico produce meno, produce meno, produce meno. E che lo Storytelling se ne vada pure in soffitta davanti ai numeri e all’esperienza di campo.

 

  • Quarta fallacia: sfamare il Mondo. Ora, l’ultimo (per ora…) Storytelling del bio è quello che pretende di essere percepito come in grado di sfamare la popolazione globale anche a fronte della sua crescita continua. Perché è uno Storytelling? Perché il bio conta al momento su poco più di 50 milioni di ettari al Mondo, di cui però circa 33 milioni sono prati e pascoli spontanei. La sola Australia ha ben 24 milioni di ettari a bio, cioè il doppio di tutta la superficie coltivabile presente in Italia, ma la quasi totalità di questi sono banalmente praterie. Peraltro, tali superfici sarebbero cresciute in un quinquennio del 46% contro il 24-25% dei seminativi e delle colture permanenti (frutticole e vite). Ora, se ben due terzi delle superfici a bio sono prati – e tale indirizzo sta per giunta crescendo più velocemente di tutti gli altri – si possono trarre alcune deduzioni. Primo: quando si leggono le statistiche di impiego degli agrofarmaci, apparentemente inferiori nel bio, si tenga conto che due terzi delle loro superfici non vengono trattate affatto, perché sono prati e quindi abbassano significativamente la media. Secondo, vi è da dubitare che stante questo scenario il bio possa dare qualcosa di più che prodotti di nicchia per cittadini del Primo Mondo dal portafoglio gonfio. Se preso nel suo insieme conta infatti per circa il 3% della superficie agricola mondiale, solo l’1% può essere considerato davvero coltivato se il 2% è a prato. Tale valore è pari però a circa un decimo di quello dei soli ogm. Questi ammontano infatti a circa 190 milioni di ettari a livello mondiale. E tutti molto, molto produttivi. Ben più del bio. Quindi sarà bene che ci si cominci a interrogare chi, fra bio e ogm, sia più “pesante” nei processi di approvvigionamento mondiale di cibo. Oggi e, soprattutto, in futuro.

 

Orbene, si spera che leggendo quanto sopra, i consumatori sappiano meglio interpretare gli infiniti Storytelling del biologico quando ascolteranno i prossimi che sicuramente verranno loro propinati. Nelle prossime puntate si analizzerà il tema degli acquisti nei supermercati (il bio conviene davvero dal punto di vista delle sostanze nutritive acquistate?) e degli aspetti legati al rispetto del terreno e delle emissioni di gas serra (davvero le lavorazioni meccaniche dei campi sono meglio di un diserbo?)

A presto…

 

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Quei pittogrammi nel cassetto

Pittogrammi relativi a indicazioni di pericolo per la salute e per l’ambiente: si trovano anche su prodotti insospettabili, chiusi nei nostri armadietti

L’odio per la chimica agraria viene fomentata da anni in modo ficcante e capillare, nonostante senza di essa sparirebbe la maggior parte di ciò che entra nei nostri frigoriferi. Poi però uno fruga nei cassetti di casa e scopre che…

Dico io, ma chi vorrebbe mai avere a che fare con delle sostanze dal nome 1,2-benzopyrone, oppure 3,7-dimethyl-2,6-octadiene-1-olo? Anche benzyl-2-hydroxibenzoate non è male, così come (E)-3-phenylprop-2-EN-1-ol.

Forse tali sostanze le vorrebbero incontrare ben in pochi, così, basandoci sul principio di precauzione tanto di moda ultimamente, figlio di una crescente avversione alla chimica in generale e a quella agraria in particolare. Avversione un po’ ipocondriaca, in effetti, pensando appunto alle molecole di cui sopra.

Tranquilli, nulla di quanto appena elencato può devastare la vostra salute infliggendovi patemi corporali inenarrabili. Eppure anche queste sono sostanze “kimiche” di sintesi, tanto quanto gli odiati “pesticidi”. Del resto, anche voi siete ammassi di chimica, sebbene a vostra insaputa.

Ciò che più potrebbe sorprendervi è che anche queste molecole, quando presenti in un prodotto commerciale di libera vendita, obbligano a una codifica delle indicazioni di pericolo per la salute e per l’ambiente. Indicazioni di pericolo che poi vengono riportate sulle etichette dei prodotti stessi, sia in forma figurata, tramite appositi pittogrammi, sia con le relative frasi “H” (Hazard). Non c’è quindi prodotto in vendita, contenente sostanze “kimike”, che non debba comunicare alla clientela i rischi che corre acquistandolo e utilizzandolo.

Una delle tattiche più ossessive, utilizzate dagli allarmisti di professione che terrorizzano la popolazione contro i “pesticidi”, si basa infatti sullo sventolamento delle etichette commerciali dei prodotti fitosanitari usati a difesa delle colture agrarie. Ovviamente, tali pittogrammi e indicazioni di pericolo sono relativi al formulato commerciale tal quale, non a ciò che verrà spruzzato in campo, diluito in acqua anche più di mille volte.

Né tanto meno mantengono il loro senso una volta che quei prodotti verranno poi trovati in forma di residui infinitesimali sulle derrate alimentari o nelle acque. C’è infatti una profonda differenza fra un litro di emulsione concentrata di un “pesticida” contenente 400 grammi di sostanza attiva, mescolata a coadiuvanti e solventi vari, e la stessa sostanza attiva trovata da sola, a livello di nanogrammi, in un litro di acqua di fiume o su di un chilo di mele.

In sostanza, i summenzionati terroristi popolari fanno credere alla gente che mangiando quelle mele o bevendo quelle acque le accadrà quanto è scritto sulle etichette dei prodotti usati dagli agricoltori. Ovviamente ciò è del tutto falso, ma, del resto, se non fossero bugiardi, disonesti e pure mezzi pazzi, non utilizzerebbero il proprio tempo per sgonnellare a destra e a manca, seminando allarmi del tutto ingiustificati al fine di guadagnarsi spazi su giornali e televisioni.

 

Non solo “pesticidi”

Esistono prodotti di normale consumo, acquistabili liberamente nei supermercati, che riportano in etichetta i due pittogrammi raffigurati nell’immagine d’apertura dell’articolo, ovvero il punto esclamativo e il pesce morto con l’albero secco. E le molecole elencate nel primo paragrafo altro non sono altro che alcuni dei componenti di un prodotto domestico che potrebbe stupirvi da tanto è comune nelle case degli Italiani.

Ma prima di svelare il mistero, vediamo un po’ quei pittogrammi dove si trovano nei tanto odiati “pesticidi”. Quelli di cui si chiede l’abolizione un giorno sì e l’altro pure.

Su 2.004 formulati attualmente riportati nella banca dati Fitogest.com ce ne sono ben 1.028 che riportano il pittogramma con il punto esclamativo, il quale codifica visivamente per la frase GHS07, riportata sui prodotti “kimici” che abbraccino le precedenti classificazioni come “irritante” e “nocivo”.

Distinzione che permane nelle indicazioni di pericolo delle due sottocategorie, ma che ormai è stata raccolta sotto l’unico pittogramma di cui sopra. Per esempio, è da considerarsi “irritante” il prodotto gravato da una o più delle seguenti frasi: “Provoca irritazione cutanea” (H315), “Provoca grave irritazione oculare” (H318), “Può irritare le vie respiratorie” (H335), “Può provocare una reazione allergica cutanea” (H317).

Fra i molti agrofarmaci citabili, Algedi è un erbicida a base di tritosulfuron e dicamba, commercializzato da Basf, e presenta le frasi H317 e H319, motivo per cui ha in etichetta il pittogramma col punto esclamativo. Pure riporta le frasi H400 e H410 per gli organismi acquatici.

Almada 50, antiperonosporico a base di dimetomorf distribuito da Ascenza, presenta la H317 e la H411 per gli organismi acquatici, mentre Ampexio, fungicida di Syngenta contenente mandipropamid e zoxamide, presenta la H317 e la H410.

Agron, anch’esso antiperonosporico distribuito da Sumitomo, contiene rame ossicloruro e zoxamide e riporta in etichetta anch’esso l’H317 e l’H410. Infine Ariane II, erbicida di Dow Agroscience a base di clopiralid, fluroxypir ed MCPA riporta pure lui le frasi H317, H319 ed H410.

E si potrebbe continuare così fino alla lettera zeta, incontrando 271 formulati con la H315, 147 con la H147, altri 79 con la H335 e infine ben 454 con la H317. Ammontano invece a 442 i prodotti con il pittogramma con albero secco e pesce morto: sono infatti 286 i formulati in commercio con la frase di rischio H411 ovvero “Tossico per gli organismi acquatici con effetti di lunga durata”. Tale pittogramma è infatti relativo all’ambiente.

Moriremo quindi tutti? Niente affatto, con buona pace di chi vi vuole convincere di sì.

 

I pittogrammi in casa vostra

Molti prodotti di normale utilizzo domestico, come detto, presentano quegli stessi pittogrammi. Per esempio la frase di rischio ambientale H411, col pittogramma del pesce morto e dell’albero secco, campeggia sulle bottiglie di candeggina, ampiamente utilizzata per sanificare e pulire. Ma non solo la candeggina, ben nota a tutti per la pericolosità in caso di ingestione o di contatto accidentale, avanza in etichetta quei pittogrammi.

Con somma sorpresa, i medesimi pittogrammi sono riportati anche sull’etichetta di alcuni profumatori per la biancheria, da sistemare cioè nei cassetti dei propri comò al fine di lasciare un morbido profumo nei capi d’abbigliamento che usualmente indossiamo.

 

Fronte di una confezione di profumatore per la biancheria. Romantico nei colori, richiama a un mondo antico, fatto di nonne candide e di vite felici

 

Voltando la confezione si ritorna ai giorni nostri, con la normativa che obbliga ad apporre pittogrammi e indicazioni di pericolo

Il pittogramma con il punto esclamativo deriva infatti dalle frasi “Provoca irritazione cutanea” (H315), “Provoca grave irritazione oculare” (H318), “Può provocare una reazione allergica cutanea” (H317), mentre quello del pesce morto e dell’albero secco è riportato in quanto almeno uno dei componenti del prodotto è reputato “Tossico per gli organismi acquatici con effetti di lunga durata” (H411).

Si potrà opinare che, in fondo, quei profumatori mica ce li strofiniamo addosso, né ce li poggiamo sugli occhi. Un approccio mentale saggio, perché dimostra la capacità di discernere fra un’indicazione di pericolo potenziale riportata su un’etichetta e il rischio reale per la salute, in questo caso tendente asintoticamente a zero. Inoltre, nei cassetti dei comò di organismi acquatici mica ce ne sono. Quindi che problema c’è?

Nessuno, ovviamente, come volevasi dimostrare. Ma se dovessimo applicare a quei profumatori il medesimo approccio adottato oggi per i pesticidi dovremmo considerare che una lieve traccia di quelle molecole finisce comunque nel vestiario che poniamo a contatto con la pelle. Inoltre, quei prodotti verranno smaltiti con la spazzatura, spesso finendo in quelle discariche dalle quali alcuni suoi componenti potrebbero disperdersi nell’ambiente.

Solo che il profumatore ci è familiare. Ci rende la vita più piacevole e, in fondo, mica rappresenta davvero quei rischi che si potrebbero paventare leggendo la sua etichetta. Quindi lo usiamo serenamente.

Ecco, la prossima volta che vi troverete i summenzionati untori allarmisti che cercano di terrorizzarvi con qualche etichetta di “pesticida” in mano, ricordatevi di quel profumatore che avete appena messo nei vostri cassetti, nelle vostre case. E mandateli tutti a stendere.

 

Disclaimer 1: nessun commento è ammesso. La spiegazione qui

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A ognuno il suo mestiere

Ogni competenza sarebbe meglio restasse distinta dalle altre, nel rispetto reciproco

Il Mondo sarebbe un posto migliore se ognuno si occupasse di faccende sulle quali ha per lo meno un’infarinatura di competenze. Purtroppo, la società attuale ha invece istituzionalizzato l’incompetenza quale requisito per esprimersi. A conferma, le posizioni dell’Isde, alias “medici per l’ambiente”, sui trattamenti fitosanitari

Meglio prevenire che curare. Oppure, meglio chiudere la stalla prima che i buoi siano scappati. Due perle di saggezza popolare che probabilmente trovano d’accordo il 99% degli Italiani. L’1% di persone un po’ strane è infatti sempre meglio prevederlo, giusto per prudenza.

A conferma, navigando sui social network capita di apprendere una notizia che fa quasi male per la sua assurdità: un agricoltore contesta il dentista che vorrebbe sottoporre la moglie a profilassi antibiotica prima di operarla in bocca. La povera donna ha infatti un dente praticamente in decomposizione e un ascesso purulento che mette paura solo a guardarlo.

E così il dentista le prescrive in primis un antibiotico, giusto per scongiurare infezioni al momento in cui quella vescica infetta verrà incisa e rimossa, insieme a ciò che resta del dente.

Peccato che il marito, agricoltore, non sia d’accordo: telefona al dottore e gli contesta la terapia, blaterando di resistenze e usando argomenti sui quali è meglio calare un velo pietoso. Il dentista, dopo un vano tentativo di spiegargli i motivi sanitari di quella profilassi, si arrende: lo invita ad andare a ritirare la documentazione della moglie e a rivolgersi a un altro collega.

Ciò che più ferisce, al di là della figuraccia da bifolco rimediata dall’agricoltore in questione (quando sono i “tuoi” a dire stupidaggini fa ancora più male), è che spesso sul concetto di prevenzione ad essere bersaglio di contestazioni bislacche sono proprio agricoltori e agronomi, magari a ruoli invertiti, con qualche medico umano che contesta loro l’approccio preventivo nei confronti delle patologie vegetali.

Un fulgido esempio di ciò rimbalza svelto alla memoria, essendo stato fornito qualche anno fa da Robeto Romizi, Presidente dell’Isde, associazione (sedicente) di medici per l’ambiente. Nella sua querelle con Agrofarma-Federchimica, Romizi inanellò infatti una serie imbarazzante di sciocchezze in tema di trattamenti fitosanitari, dimostrando di capire di fitoiatria un po’ meno di quanto capisca di antibiotici e di ascessi  l’agricoltore di cui all’incipit dell’articolo.

L’approccio preventivo alle patologie vegetali, infatti, ben lungi dall’essere visto come il metodo più evoluto oggi disponibile, viene erroneamente considerato alla stregua dei trattamenti fissi a calendario tipici degli Anni 70.

In fondo, se si vede trattare un vigneto quando ancora la malattia non è palese, agli occhi del profano quell’applicazione pare del tutto inutile, una figlia della logica del profitto, delle multinazionali, del Dio denaro e chi più ne ha più ne metta (di sciocchezze, ovviamente).

Nulla di più sbagliato, in realtà, visto che l’affinamento dei servizi meteo consente ormai di predire le piogge infettanti con una precisione inarrivabile solo una ventina di anni fa.

Se a ciò si abbina l’ingresso sul mercato di sostanze attive resistenti al dilavamento e dalla forte azione preventiva, il gioco è fatto: il castello è difeso e il nemico resta fuori. Non a caso, chi adotta il criterio preventivo alla fine dell’anno effettua meno trattamenti di chi rincorra le malattie dopo essersele fatte scappare.

Questo agli occhi del tecnico, ovviamente. A quelli del profano, invece, pare sia meglio aspettare che il nemico entri nel castello per poi combatterlo porta a porta in una lotta stolta e sanguinosa.

Ciò suona ovviamente assurdo tanto quanto la contestazione mossa dall’agricoltore al dentista, ma talvolta, come detto, i ruoli si invertono. A dare infatti dei trattamenti preventivi una descrizione fuorviante sono spesso proprio i summenzionati dottori con velleità agricolo-ambientali.

Al di là delle numerose riunioni alle quali essi partecipano in veste di “esperti”, anche ascoltando i vertici italiani dell’associazione pare infatti che la fitoiatria sia da loro percepita in modo abbastanza surreale. Nella sua accalorata risposta ad Agrofarma-Federchimica, Roberto Romizi ebbe a dire che l’uso attuale di pesticidi sarebbe assimilabile a una somministrazione di antibiotici all’intera collettività, “supponendo che tale intervento di massa serva a debellare la progressione di una malattia infettiva”.

Ed ecco l’inversione dei ruoli: dall’arroganza dell’agricoltore che contesta il medico su una profilassi antibiotica, si è passati in un batter d’occhio all’arroganza del medico che contesta l’uso preventivo degli agrofarmaci contro le patologie.

Invertendo l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia: l’incompetente attacca, l’esperto deve difendersi. Cioè un Mondo alla rovescia. Purtroppo, mentre il dentista di cui sopra si è potuto liberare facilmente del contestatore molesto, invitandolo a rivolgersi ad altro collega, gli agricoltori non possono fare altrettanto, invitando i contestatori dell’Isde a rivolgersi ad altro fornitore di cibo.

Anzi, pare che alla fine debbano essere gli ormai odiati agricoltori a cambiare lavoro, in una società sempre più nelle mani di chi meno sa, ma che più vorrebbe insegnare. Ovviamente a pancia piena, ci mancherebbe.

 

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Bio e storytelling: una favola tutta da raccontare (parte I)

Quando la disinformazione finisce in tribunale, può anche capitare faccia una brutta fine. Non sempre, magari, ma ogni tanto…

Molte le narrazioni rilanciate dalle lobby Bio tramite media compiacenti, riuscendo a fare leva su una politica sempre meno adesa ai fatti e sempre più alla caccia di facili consensi. In risposta a ciò si è deciso di dare vita a una serie di articoli dedicati allo Storytelling del biologico. In questa prima puntata si racconterà quanto avvenuto in Olanda, ove un agricoltore convenzionale ha fatto causa a una lobby Bio e ha vinto

Salvifico, sostenibile, saporito, naturale, pacifico, solidale. Il biologico da sempre narra di quante cose buone possa ricavare il consumatore dall’acquisto dei suoi prodotti. Un marketing che sarebbe perfettamente legittimo se per meglio sostenerlo non venissero demonizzati spesso e volentieri coloro che biologici non siano. A loro vengono infatti attribuiti usi di veleni mortiferi, cancerogeni e devastatori dell’ambiente. In pratica, il Male, il vero Satana da cui rifuggire, trovando nel biologico la via di redenzione e una sorta di vita se non eterna, per lo meno più salubre.

Niente di vero in tutto ciò, ovviamente. Si è quindi deciso di creare una serie di puntate dedicate proprio al variegato Storytelling del Mondo-Bio, affinché punto per punto il cittadino possa meglio orientarsi nelle proprie scelte al momento dell’acquisto. Anche perché se parli di ambiente loro svicolano subito al grido “E allora la salute?”. Se parli di salute loro sguisciano via al grido “E allora l’ambiente?”, dimostrando che la tattica dell’anguilla è sempre la migliore quando di argomenti solidi se ne abbiano pochini.

I vari punti del contendere, ambientali, sanitari, agricoli, verranno trattati quindi con articoli tematici, restando sul pezzo, in modo da fare un po’ di ordine e impedire agli avvelenatori di pozzi di fare il proprio sporco lavoro diversivo. O almeno, si spera di rendere loro la vita più difficile.

In questa prima puntata si racconterà quanto avvenuto in Olanda, ove un agricoltore convenzionale ha fatto causa a una lobby Bio. E ha vinto.

 

La pazienza ha un limite

Dai e dai, alla fine girano. Questo potrebbe essere il sunto di quanto accaduto a Michiel Van Andel, agricoltore olandese che si è davvero scocciato di essere dipinto dai pro-biologici come un avvelenatore di persone, animali e ambiente. E così ha fatto causa a una lobby dell’industria alimentare olandese dal nome Bionext, la quale contribuiva a diffondere un documento che al buon Michiel è suonato davvero indigesto, ovvero “True Cost of Food“, in italiano i veri costi del cibo, intendendo costi ambientali e sanitari del cibo non biologico, cioè quello brutto, sporco e cattivo.

In sostanza, compra me che gli altri ti avvelenano. Cioè il più forte argomento (farlocco) di marketing che il Mondo Bio ribatte da trent’anni. Purtroppo, con molto successo.

Gli attivisti pro-bio, tramite questo report, sostengono infatti che agricoltori come Michiel, fautori di agricoltura convenzionale, costino letteralmente miliardi alla società, causando al contempo un irreversibile deterioramento della salute e dell’ambiente. L’agricoltore olandese, tutt’altro che sprovveduto, analizzò però quei dati e ci trovò dentro molte cose strane e che lui stesso, in piena coscienza, reputava false. Scrisse quindi a Bionext, inviando loro una serie di studi che dimostravano la fallacia delle loro argomentazioni.

Tutto inutile. Il povero Michiel venne rimbalzato da Bionext lasciandogli come unica chance quella di citarli in giudizio per pubblicità ingannevole, rifacendosi alla Commissione olandese sul codice della pubblicità. Nonostante le reazioni degli avvocati Bionext, Michiel non ha receduto dai propri intenti e ha ottenuto la sua prima udienza l’8 marzo 2018.

 

Chi è Bionext e la nascita del report contestato

Come spesso accade con le lobby, nemmeno quella del Bio fa eccezione quanto a legami e alleanze con diversi portatori di interessi. I suoi, ovviamente. Bionext fa parte infatti di una galassia finanziata da aziende pro-bio come EOSTA e Triodos Bank, comprendendo anche Nature and More, Soil and More, Hivos ed EY. Tutti ovviamente accomunati dall’intento di fare crescere il business biologico, sempre più lucroso.

Per meglio spingere i consumatori a sposare i propri prodotti, nel 2017 è stato anche pubblicato il report “incriminato”, ovvero “True Cost Accounting for Food, Farming and Finance”. “True cost” per gli amici.

La loro argomentazione è sempre la solita: il cliente deve pagare il vero costo del cibo. E dato che il Bio vale di più, secondo loro, è giusto pagarlo di più. Il cibo da agricoltura convenzionale, ovviamente, sarebbe più economico solo perché sarebbero stati ignorati alcuni costi di tipo sanitario e ambientale. Una posizione che pare abbia trovato le simpatie anche all’interno del Programma per l’ambiente delle Nazioni Unite e della FAO, ricevendo l’imprimatur perfino dal Principe Carlo di Inghilterra.

Michiel però non ci sta a vedersi descrivere come produttore di cibi economici ma deleteri per la salute e per l’ambiente e parte al contrattacco.

Secondo i calcoli riportati nel rapporto l’impatto globale non calcolato, attribuibile all’agricoltura convenzionale, sarebbe infatti pari a 4.800 miliardi di dollari l’anno, derivanti da costi sanitari aggiuntivi, inquinamento delle acque, maggiori cambiamenti climatici, perdita di biodiversità e infine danni al suolo, come erosione e desertificazione. Essendo però il rapporto di sole 48 pagine, non è stato trovato lo spazio per citare fonti, né spiegare nel dettaglio i calcoli eseguiti né tanto meno i dati di partenza. In pratica, il documento sarebbe ricco per lo più di immagini ad alto impatto comunicativo, ma dal livello esplicativo e scientifico decisamente nebuloso.

Per esempio, mangiare mele coltivate secondo i criteri dell’agricoltura convenzionale, anziché Bio, genererebbe ben 27 giorni di malattia extra l’anno per ogni ettaro coltivato. Ciò a causa dei “pesticidi” utilizzati nel convenzionale, glissando ovviamente su quelli usati dal Bio, spesso pure peggiori. Peccato che una tazza di caffè, un bicchiere di vino o una sola sigaretta abbiano più sostanze nocive e cancerogene dell’ammontare complessivo annuo di residui negli alimenti. Da dove vengano fuori quei 27 giorni in più di malattia, quindi, resta un punto avvolto nel mistero.

Non paghi delle mele, Ernst & Young suggerirebbe pure che quando si acquista uva biologica anziché “uva coltivata chimicamente” (l’uso delle parole nello storytelling del Bio è accuratamente selezionato per impressionare la gente il più possibile), si risparmierebbero circa 15 mila litri di acqua l’anno ogni 100 m² coltivati. Un’enormità, in effetti. Peggio di quella che accuserebbe gli allevamenti di consumare 15 mila litri di acqua per ogni chilo di carne prodotto.

Dato però che, come dicevano i latini, “Excusatio non petita, accusatio manifesta” (Scusa non richiesta, accusa manifesta), gli autori del rapporto mettono subito le mani avanti ammettendo la mancanza di dati sufficienti per esprimere un giudizio finale. Pare però che ciò sia solo un eufemismo, visto quanto è poi emerso in tribunale, ove i dati avrebbero fatto tutto tranne che supportare gli argomenti degli attivisti pro-Bio. Anzi, si sarebbero squagliati come neve al Sole.

Iniziamo ad analizzare per esempio la sicurezza dei lavoratori agricoli. Secondo il report “L’esposizione professionale ai pesticidi rappresenta un rischio significativo per la salute dei lavoratori agricoli e si è dimostrata responsabile per gli infortuni legati alle sostanze chimiche e per le malattie a breve e a lungo termine”. Il tutto, ovviamente, in mancanza di dati sull’esposizione reale ai pesticidi da parte dei suddetti lavoratori. Esposizione che viene peraltro valutata proprio in sede di autorizzazione dei prodotti fitosanitari al fine di minimizzarla.

Poi, se uno è così babbeo da mescolare a mani nude le miscele fitosanitarie, non si può certo addossare a queste la responsabilità se alla sua salute accade qualcosa di brutto. Come quando chi guida si fa i selfie con lo smartphone anziché guardare dove va: non dai la colpa allo smartphone, né all’automobile. La dai al babbeo cui puzza molto la salute.

Da dove vengano quindi quei dati catastrofici citati da “True cost” non si sa. Anche perché gli studi recenti diffusi sulla salute degli operatori agricoli mostrano effetti dal nullo al molto limitato.

Ciò che quindi stupì il povero Michiel fu soprattutto il fatto che tale campagna mediatica non avesse trovato alcuno sul proprio cammino che mettesse in discussione quei numeri. Nessun controllo era cioè stato esercitato, nemmeno dai media che avevano dato risalto al report stesso. Un aspetto, quello del mancato controllo delle fonti, su cui conta chiunque voglia guadagnare spargendo disinformazione pro domo sua.

 

Il vero costo del cibo biologico

Zero. Stando ai lobbisti Bio, i costi nascosti dell’agricoltura bio non ci sarebbero. Un concetto espresso da Bionext nella corrispondenza avuta con Michiel in fase ante-processo. In modo sintetico, lo stesso David Zaruk, in arte Risk Monger, ha elencato alcuni fra i punti per i quali l’agricoltura Bio è tutt’altro che avulsa da impatti, come la si vorrebbe far passare. Quindi quella di Bionext è stata un’omissione alquanto spregiudicata di dati scomodi. Alla faccia delle sbandierate onestà e trasparenza di tali associazioni.

Sulla presunta maggiore salubrità dei cibi Bio e sui temi ambientali, come detto, vi saranno altre puntate. Per ora limitiamoci a vedere cosa è successo in quell’aula di tribunale olandese.

In linea con la strategia dello storytelling, anche l’avvocato Bionext sembrava più concentrato a dare enfasi alle differenze tra agricoltura biologica e convenzionale, piuttosto che difendere i calcoli incriminati. Per esempio, alla domanda se ci fossero costi nascosti per l’agricoltura biologica, si è rifiutato di rispondere, preferendo proseguire il vagheggiamento sui pericoli dei pesticidi usati “dagli altri”.

E le multinazionali. E la salute. E l’ambiente. Insomma, le solite lezioncine imparate a memoria. Se non sai come giustificare dei numeri inventati, del resto, non puoi far altro che recitare le solite poesie narrate per anni all’ingenuo consumatore, sperando di farla franca almeno dal punto di vista mediatico e comunciativo. Non certo da quello giuridico: infatti Michiel ha vinto.

Bionext è stata ritenuta colpevole di “pubblicità ingannevole” (e io ci aggiungerei pure di concorrenza sleale). Di conseguenza, la Commissione olandese sulla pubblicità ha ingiunto di ritirare la campagna pubblicitaria. Nonostante ciò, Bionext non ha affatto ritirato il report appena sbugiardato. Infatti è ancora disponibile online (al 23 dicembre 2018). Tipico comportamento di chi si senta superiore alle Leggi e perfino all’etica. Un po’ quello cui si assiste quando si parli di certe religioni: essi sono nel giusto e anche mentire diventa lecito se conduce alla Vera Verità. La loro, ovviamente.

E quindi, al momento le pagine di EOSTA ancora promuovono tale documento ingannevole, contestando la sentenza della Commissione. Un’arroganza tipica delle lobby Bio, graniticamente motivate a diffondere fandonie anche dopo essere state sbugiardate. Del resto, se non facessero così, chiedo, chi diavolo comprerebbe più i suoi prodotti?

Si mediti su ciò ogni volta che le lobby Bio se ne escono con qualche “rapporto scottante” su quanto loro siano buoni e quanto “gli altri” siano cattivi, battendo cassa per farsi finanziare sempre più da una politica ormai prona a tali richieste, perché opporvisi sarebbe per lei molto pericoloso in termini di consensi.

Peccato che sia alquanto sciocco credere che quei documenti abbiano una valenza superiore a quella di un qualsiasi volantino pubblicitario infilato a pagamento nella casella della posta. Molto, molto, molto sciocco.

E se non ci arrivano media e politici, questi sì schierati opportunisticamente con chi ha interessi di parte, a ristabilire il giusto equilibrio ci pensi almeno il cittadino quando va a fare la spesa.

Fonte: David Zaruk, Risk Monger – “Michiel Versus Goliath. True cost or truly lying“.

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Biologico e sostenibilità: un mito da sfatare

La Senatrice a vita Elena Cattaneo

La Senatrice a vita Elena Cattaneo diviene protagonista di uno scambio epistolare con Michele Serra, pro-biologico. Gli spunti nati dalla sua analisi possono però servire come documento di riferimento per chi ancora crede che “bio è meglio”. Perché è tutto tranne che così…

Il mantra è sempre quello: il bio più salutare, il bio più buono, il bio più sicuro, il bio amico dell’ambiente, il bio come agricoltura sostenibile.

Insomma, “Biologico über alles“. Ma cosa succederebbe se tutta l’agricoltura mondiale si convertisse al bio? Salveremmo il Pianeta dalla cattiva agricoltura intensiva, o lo affonderemmo definitivamente? Produrremmo cibo per tutti o vedremmo crollare la sicurezza alimentare globale? Ci basterebbe la terra attualmente coltivata o dovremmo disboscare ancora più foreste? Diminuiremmo davvero le emissioni di gas serra, oppure daremmo la spallata finale all’atmosfera e al clima?

Tutte domande che trovano risposte nella missiva inviata a Michele Serra, giornalista e scrittore, dalla Senatrice a vita Elena Cattaneo, scienziata di fama mondiale innamoratasi di agricoltura e decisamente indisponibile a lasciar correre lo story telling delle lobby filo-biologiche.

Nel testo si toccano molteplici aspetti della narrazione di marketing del biologico, mettendone a nudo diverse imbarazzanti verità inconfessate. Una ricca bibliografia rende solido il documento, redatto attingendo le informazioni da un corposo team di esperti, di ricercatori e di docenti del settore agricolo. Perché nessuno è sufficiente di per sé per affrontare un argomento così vasto come quello in cui Elena Cattaneo ha mosso i suoi passi decisi.

Per comprendere quanto vi sia di vero in ciò che narrano le lobby bio e quanto di fantasioso, quindi, potete utilizzare il riferimento al link di seguito allegato.

Vai al documento di Elena Cattaneo sul biologico

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Far cassa oltre il biologico, fra Urano e Plutone

 

Biodinamica: un business in crescita, basato su di un mix di pratiche agronomiche arcaiche e tanto esoterismo

Presso il Politecnico di Milano si terrà il 16-17 novembre un convegno sulla biodinamica. Dure le critiche da ampie porzioni del mondo tecnico-scientifico agrario. Può la biodinamica essere infatti ospitata presso un luogo di Scienza per parlare di se stessa?

Apprendere che presso il Politecnico di Milano si terrà un convegno incentrato sull’agricoltura biodinamica mi ha lasciato alquanto colpito, più o meno come se fosse stata data ospitalità a un convegno di astrologi o sulla gemmoterapia. E ne spiegherò a breve il perché.

L’evento non è però inedito: già in passato qualcosa di simile era accaduto all’Università Bocconi, “Con il patrocinio del Ministero Politiche Agricole Alimentari e Forestali, Regione Lombardia, Comune di Milano”. Per non farsi mancare nulla, pure la Federico II di Napoli ospitò i biodinamici nel 2016.

Ora, pur comprendendo l’estrema visibilità che i media generalisti dedicano a tale business emergente, mi corre l’obbligo di puntualizzare come esso sarebbe meglio stesse a debita distanza da poli scientifici di qualsivoglia indirizzo. Perché se in tali occasioni “prestigiose” la biodinamica mostra la faccia tecnica, quella del letame a profusione, delle rotazioni colturali, dei sovesci e di altre tradizionali pratiche agronomiche, nelle trasmissioni televisive, sui giornali e su web mostra invece la sua componente più magica, esoterica e seducente. Cioè quella che serve a catturare nuovi clienti, terrorizzandoli magari con i soliti attacchi ai supposti “veleni” usati da chi biodinamico non sia. Noi contro loro. Buoni contro cattivi. Salvatori contro avvelenatori. Tutte tecniche comunicative di stampo allarmistico già viste peraltro da parte delle lobby del biologico.

Le due facce, ovviamente, non vengono mai presentate insieme nella stessa occasione, a meno di giocare in casa. Ognuna delle due viene indossata o smessa a seconda della convenienza. E già questo sarebbe di per sé motivo di scetticismo e di critica. Ma cerchiamo di decodificare la narrazione che i biodinamici fanno di se stessi.

Origini storiche

L’agricoltura biodinamica nacque nei primi Anni 20, gli stessi in cui ruggivano sulle strade le Isotta Fraschini Tipo 8. Venne partorita dalla fervida mente dell’austriaco Rudolf Steiner negli ultimi anni di una vita spesa in tutt’altre occupazioni e senza il possesso di alcuna competenza settoriale agraria.

Esoterista e “teosofo”, Steiner diede vita alla scuola di pedagogia nota anche come Waldorf, le cui scuole vennero chiuse dal Nazismo negli Anni 30, una decina di anni dopo la sua morte. Non pago però dell’ottimo lavoro svolto in campo pedagogico, Steiner si volle avventurare purtroppo anche in due territori che oggi stallano nell’ambito delle pseudoscienze, ovvero la medicina alternativa battezzata “antroposofica” e l’agricoltura biodinamica. La prima non gli impedì di soccombere a un male oscuro all’età di soli 64 anni. La seconda verrà tratteggiata di seguito. Per chi volesse poi un approfondimento ulteriore sul personaggio di Steiner, sui suoi insegnamenti e sulla sua visione dell’Universo, può leggere l’ottimo lavoro di Dario Bressanini.

Lo Steiner pensiero

Steiner guardava alla realtà tramite la non meglio specificata “osservazione animica“, in pratica una libera interpretazione della chiaroveggenza. Un sunto di tale visione dell’Universo si può ricavare dai seguenti versi:

Guarda la pianta!
Essa è la farfalla imprigionata dalla Terra. 
Guarda la farfalla!
Essa è la pianta liberata dal cosmo“.

Una visione alquanto poetica, senza dubbio. Peraltro, qualche inconsapevole fondamento scientifico ce l’ha pure, visto che dopo il Big Bang sia la farfalla sia la pianta erano solo plasma primordiale in veloce espansione nell’Universo. Ancora, è ben probabile che qualche atomo di carbonio o di azoto contenuti nel corpo della farfalla siano prima appartenuti alla pianta. E quando la farfalla muore, perché no, le sue molecole possono diventare nutrimento per la pianta e trasformarsi di nuovo in foglie e frutti.

Steiner, a quanto pare, percepiva questa maestosità del Cosmo, anche se ai suoi tempi non poteva certo sapere alcunché di Big Bang, né di plasma in espansione, né del processo di fusione atomica che dagli atomi di idrogeno ha generato e continua a generare ogni altro elemento chimico naturale conosciuto. Eppure percepiva l’estrema interconnessione materiale ed energetica che lega ogni forma di vita, dal batterio all’elefante, dal fungo alla quercia.

Peccato che non vi sia alcuna forza cosmica occulta, né alcun demiurgo ultraterreno che tutto controlli, armonizzi e gestisca quasi fosse un direttore di orchestra. Anzi, se la farfalla si chiama Carpocapsa e la pianta si chiama melo, è bene che la prima venga da noi uccisa con un insetticida, o le mele se le mangia lei anziché noi.

Da quanto sopra si evince come le pur brillanti intuizioni e sensibilità di Steiner nulla avessero a che fare con il metodo scientifico. Esattamente come nulla continuano ad averci a che fare le teorie di Samuel Hahnemann, padre dell’omeopatia, cui spesso Steiner ha invece guardato come fosse scienza, utilizzandola ampiamente proprio nell’agricoltura biodinamica al fianco di varie componenti astrologiche molto più adatte agli appassionati di oroscopi che ai campi coltivati.

Quella dell’epoca di Steiner era però un’agricoltura quasi a ciclo a chiuso, in cui le fattorie contavano su decine di braccia, tutte all’opera per produrre qualche misero pasto per sé, avanzando qualcosa da vendere al mercato per acquistare ciò che non poteva essere autoprodotto.

Tanta era però la terra coltivabile. Basti pensare che un secolo fa l’Italia aveva oltre seimila metri quadrati pro capite di terra coltivabile contro meno di duemila di oggi. Come pure ogni azienda contava su un discreto numero di capi di bestiame di vario genere. Il patrimonio zootecnico dei primi anni del XX secolo, pare strano, era infatti prossimo a quello odierno, solo spalmato dal Brennero a Ragusa, dando cibo e preziose deiezioni animali con cui ripristinare – molto parzialmente – la fertilità del suolo.

Non stupisce peraltro che nell’agricoltura steineriana, alias biodinamica, non fossero contemplati fertilizzanti chimici, visto che risale giusto agli Anni 20 il processo Haber-Bosch per la sintesi industriale dell’ammoniaca, base di quella fertilizzazione azotata che moltiplicò le rese dei campi avendo, lei sì, un che di miracoloso. La Scienza, infatti, spesso fa lei stessa dei miracoli, per giunta misurabili. Peccato non le vengano quasi mai riconosciuti. Oggi, almeno due persone su cinque che vivono nel Mondo Occidentale sono nate ed esistono grazie alla scoperta dei due chimici tedeschi. Ignoti purtroppo ai più.

Quanto a “pesticidi“, ai tempi di Steiner erano state appena scoperte le proprietà fitoterapeutiche del rame, risalenti alla fine del XIX secolo, mentre come insetticidi venivano usati gli arseniati di piombo. Prodotti dal profilo tossicologico agghiacciante rispetto ai prodotti fitosanitari utilizzati oggi in agricoltura, pure in quella biologica e biodinamica, sebbene si cerchi spesso di glissare su tali usi. Ma se un secolo fa si voleva salvare le patate dalla Dorifora o dalla peronospora, quelli bisognava adoperare.

Quindi, Steiner non fece altro che adottare quale punto di partenza l’agricoltura che aveva sotto gli occhi, basata sulle letamazioni, gli avvicendamenti, i sovesci e la trazione animale. Quando andava bene, perché spesso era la zappa a mano e la scerbatura operata dalle mondine. Un insieme di pratiche agronomiche le quali, sebbene arcaiche e poco efficienti, avevano all’epoca un loro senso e permettevano di produrre qualcosa da mangiare.

Tutt’oggi quelle pratiche sono da ritenersi valide. Semmai, sono da considerare attentamente i loro limiti applicativi attuali, in un’agricoltura moderna che ormai con quella che osservava Steiner non ha più alcunché da spartire, essendo rimasti quattro gatti in campagna a dover produrre molto più cibo di allora, per una popolazione quasi raddoppiata, per giunta contando sulla metà della terra agricola di quei tempi. Provate a parlare di “dinamizzazione” manuale del corno letame in un mastello di legno a un risicoltore vercellese con 200 ettari da seminare, oppure al maiscoltore bresciano con 300 ettari di granturco, soia ed erba medica e 200 vacche in lattazione. Tutte da gestire insieme al fratello Giobatta, in due. Poi vi spiegano loro dove potete infilarvelo quel mestolo. E senza troppi preamboli.

Peraltro, le rese del grano, in quegli anni, erano circa 1/10 di quelle attuali. I terreni erano cioè sì perfettamente in equilibrio e “grassi”, ma semplicemente e solo perché l’Uomo non aveva ancora capito cosa fare in campagna per sfuggire alla fame mettendo il turbo ai raccolti con la chimica, la genetica e la meccanizzazione. Tutte cose che all’epoca di Steiner erano agli albori.

Oltre l’agronomia, fra esoterismo e business

Sulle basi agronomiche sopra citate, condivisibili seppur anacronistiche nelle attuali macrodinamiche agroalimentari, Steiner innestò pratiche esoteriche prive di alcun fondamento, allora come oggi. Il terreno, le semine e le diverse pratiche agronomiche venivano infatti gestite seguendo i cicli cosmici e lunari. Steiner vedeva infatti dappertutto una non meglio specificata energia e un poetico equilibrio cosmico. Roba da far rivoltare nella tomba Margherita Hack, la schietta astrofisica nota per il suo laicismo e il suo sviscerato amore per la Scienza.

Infatti, non è mica dato sapere a che tipo di energia Steiner stesse pensando, né tanto meno egli si preoccupò di fornire uno straccio di prova scientifica di quanto sosteneva.

Oggi, sul sito internet a lui dedicato vengono fornite ai consumatori diverse ragioni affinché essi comprino prodotti a marchio Demeter, ovvero il marchio collettivo di tutela internazionale dei prodotti biodinamici, registrato a Ginevra. Fra queste ragioni viene ricordata anche quella secondo la quale la biodinamica sarebbe ”la scelta di chi vuole qualità invece di quantità, collaborazione e non concorrenza”.

E già qui corre un sorriso: Demeter, come ogni altro marchio registrato al Mondo, è di fatto uno strumento distintivo ideato a sostegno proprio della competitività dei produttori sui mercati. Detta in altri termini, Demeter aiuta (non certo gratis) i biodinamici a essere maggiormente concorrenziali e a sostenere il proprio business contro i prodotti “degli altri”.

Del resto, anche chi crede nell’equilibrio cosmico basato su “moralità e fraternità” deve pur vendere i propri prodotti, altrimenti chiude. Curioso però che un sistema produttivo che si presenta come alternativo alle ciniche logiche del business convenzionale, alla fine ne segua le orme comunicative quanto a marketing e a strategie di “Brand protection”, tipiche di ogni scaltra lobby multinazionale.

Pozioni e intrugli? Più o meno…

I preparati utilizzabili in agricoltura biodinamica sono diversi, tutti numerati. Le vesciche di cervo ripiene di fiori di Achillea, fatte macerare sottoterra, sarebbero il preparato numero 502, ma esiste anche il 503, ricavato da intestini di bovino ripieni di camomilla, oppure il 505, ottenuto riempiendo un cranio di animale domestico con polvere di corteccia di quercia. Ancora i bovini, o meglio i loro mesenteri, sono protagonisti del preparato numero 506.

Cose che a saperle, vegani e vegetariani probabilmente inorridirebbero. Senza pensare ai miliardi di bovini in più che servirebbe allevare sul Pianeta per procurare il letame necessario alla nutrizione del suolo, con buona pace dei report dell’Ipcc sui cambiamenti climatici e dei tuoni ambientalisti contro la zootecnia moderna.

Su come usare i preparati – tutti forieri dell’energia cosmica incamerata attraverso i lunghi rituali di preparazione – e su come approntare le soluzioni da irrorare, il fronte scettico si rafforza ulteriormente e stenta a capire quanto Steiner ci facesse o quanto ci fosse. E le stesse perplessità valgono anche sulle azioni dei suoi moderni proseliti, ovviamente.

Per esempio, assecondando i precetti base della “dinamizzazione” e del trasferimento delle forze del Cosmo ai “medicamenti” vegetali, va innanzitutto preso uno dei preparati di cui sopra e va posto in un mastello con l’acqua. Non importa quanta: concetti come densità, concentrazione, molarità e rapporti stechiometrici, per taluni sono solo nozioni meccaniciste da biechi “scientisti”. Dopo aver quindi diluito ad libitum il prodotto, va poi “dinamizzato”.

Una procedura lunga e faticosa, dato che prevede di girare per alcuni minuti la poltiglia in senso orario, creando un vortice nell’acqua capace di trasmettere l’energia cosmica alla soluzione. Poi, va invertito bruscamente il senso di rotazione, ricreando in tal modo un temporaneo “caos primordiale” da riordinare quindi con un nuovo vortice di senso opposto.

Pratiche per le quali i biodinamici tentarono alcuni anni fa di farsi perfino finanziare dalla Regione Piemonte degli specifici corsi.

Va da sé che leggendo queste parole ai cultori della biodinamica potrebbe forse venire l’orticaria, come pure alcuni di essi potrebbero urlare al sacrilegio. Perché per parlare di biodinamica, secondo loro, la biodinamica va prima studiata. Appunto: purtroppo per loro sono in diversi ad averla studiata, ma da donne e uomini di Scienza e di laboratorio, luogo in cui una molecola di idrossido di sodio resta una molecola di idrossido di sodio e per neutralizzarla ce ne vuole un’altra di acido cloridrico. Dall’unione delle due verrà fuori una e una sola molecola di cloruro di sodio, nonché una, una sola, molecola d’acqua. E senza tante digressioni astrologiche.

Ecco perché sono numerose le persone di Scienza che ritengono la biodinamica sia tema da tenere alla larga dai contesti, appunto, scientifici. Le loro componenti agronomiche autentiche, sono infatti ben note da oltre un secolo e, si ribadisce, condivisibili. Ma di esse si parla ben poco, perché ben poco appeal hanno per i cittadini in cerca di qualcosa di più. E a quel punto, con tutta l’ondata di esoterismo con cui la biodinamica si ammanta, si finisce col diventare qualcosa che, appunto, è bene tenere alla larga dagli atenei dove si insegna il metodo scientifico.

Spiacente quindi per i seguaci dell’antroposofia: ognuno è libero di credere a ogni sciamano che s’inventi qualche rito esoterico, oppure al mago che prometta di leggergli il futuro o al guaritore che affermi di poter curare ciò che la Scienza invece non pare al momento in grado di sconfiggere. Ognuno è quindi parimenti libero di fidarsi pure delle “lezioni” di soggetti bizzarri, seppur geniali e seducenti, come Rudolf Steiner e i suoi seguaci.

Purtroppo però per i suoi adepti, vi sono in giro persone altrettanto libere che all’esoterismo non credono affatto – e a ben donde – considerando quelle pratiche per ciò che sono: banali ritualità para religiose prive di alcun risvolto concreto, cioè misurabile in modo oggettivo e ripetibile. Infatti, nessuno “Steineriano” è mai andato oltre la poesia antrosofica quando si chiedano spiegazioni “serie” circa la natura degli influssi cosmici o delle misteriose energie dell’Universo da catturare in una vescica di cervo. D’altronde, la verificabilità dei dati e dei metodi è figlia della Scienza, non delle superstizioni. E se aumenta la sostanza organica nel terreno, così come la sua biodiversità microbiologica, non è merito di crani, vesciche e forze cosmiche: è banalmente merito di quelle summenzionate cure agronomiche dei bisnonni che pur sempre benefiche restano anche ai giorni nostri. Solo che chiamarla “Nonnodinamica” non suona benissimo, in effetti.

L’unione dei concetti di “bio” e di “dinamico” non tragga quindi in errore. Suonano molto bene e trasmettono un senso di fiducia e di pace, ma se un vino biodinamico è buono non è perché il viticoltore ha usato il rimedio 503 o il 506, bensì perché sa gestire bene la propria vigna da un punto di vista agronomico e perché sa fare bene il suo vino in cantina. Il resto profuma più che altro di folklore “antroposofico”. E anche di marketing direi, perché i prezzi dei vini biodinamici possono essere fino a dieci volte più alti di quelli, ottimi e spesso migliori, prodotti dall’agricoltura tecnologica moderna.

Ognuno è libero ovviamente di spendere i propri soldi come crede. Ciò che non è invece accettabile è che per spingere il proprio business si attui un continuo e martellante allarmismo sulla chimica agraria, tema ampiamente gonfiato a favore delle agricolture sedicenti naturali, cioè proprio quanto perpetrato da anni dalle lobby agricole alternative come il biologico e il biodinamico.

Altrettanto deprecabile è che si cerchino atenei prestigiosi per trovare legittimazione per le proprie strampalate credenze esoteriche e per lanciare i propri messaggi di marketing. Marketing che è stato infatti colto al volo dall’industria alimentare e dalla grande distribuzione organizzata, consce dei lucrosi margini commerciali che tali linee di prodotti possono assicurare loro, in barba al rispetto dei propri clienti.

Ma è ancor più stupefacente che a tutto ciò si prestino i suddetti atenei, i quali sarebbe quindi bene meditassero sull’opportunità di organizzare sì convegni, ma di persone di Scienza, affinché possano essere trasmessi i fondamentali dell’agricoltura moderna, dei perché delle sue origini e dei suoi sviluppi. Perché se c’è un argomento di cui tanti parlano, ma ben pochi capiscono, è proprio l’agricoltura. Quella che dà da mangiare al 90% della popolazione, tanto per intendersi. Non quella onirica a scopo di lucro.

Perché se si cerca un “miracolo”, c’è già l’agricoltura moderna cui riferirsi. E sarebbe ora che la popolazione acquisisse tali informazioni, anziché essere sedotta da qualche pifferaio magico in cerca di furbeschi guadagni tutt’altro che esoterici.

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