Benvenuti nel mio blog!

Questo è un blog dove si parla soprattutto di agricoltura e dei suoi rapporti con l’ambiente e la salute…

.. ma è anche un luogo dove si trattano temi come quelli energetici, alimentari e di attualità.

Come regola, viste le incursioni reiterate di personaggi in cerca di visibilità, nonché di proseliti della teoria della cosiddetta “montagna di merda”, ho deciso che questo blog va interpretato come un libro non cartaceo. Un luogo dove io scrivo, chi visita legge. Se è d’accordo, bene. Se ritiene di avere imparato qualcosa, ancora meglio. Se invece ritiene che l’uomo sia frugivoro, che i vaccini facciano venire l’autismo, che la chemioterapia uccida anziché salvare, oppure che le multinazionali stiano cospirando per ucciderci tutti, malissimo. Qui di posto per divulgare i falsi miti della vostra dimensione parallela, non ce n’è. Fatevene una ragione.

Buona navigazione quindi!

Donatello Sandroni

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Minoranze rumorose e pericoli sottovalutati

Lezioni della storia, ormai dimenticate

Gran parte delle discussioni sui social sono incentrate su argomenti che se non ci fosse da piangere ci sarebbe da ridere. Come affrontarle: ignorando i complottisti e gli anti-scienza in genere, oppure opporsi con numeri e informazione?

C’è chi non crede la Terra sia tonda e spesso va a braccetto con chi sostiene che il nostro pianeta sia stato creato per come dice il Libro del Genesi, che abbia circa settemila anni e che i dinosauri si siano estinti poche migliaia di anni fa a causa del Diluvio universale. Ma questa è già storia vecchia: ultimamente la scena è dominata da chi crede che i vaccini provochino autismo e altre gravi patologie. Altri hanno invece sposato il complottismo delle scie chimiche e c’è chi si mette in testa dei cappellini fatti di fogli da alluminio per impedire che gli venga letta la mente. A tali personaggi vanno sommati i negazionisti dello sbarco sulla Luna, i complottisti delle Torri Gemelle, abbattute secondo loro dalla Cia, oppure quelli che credono alle sirene marine o al controllo del Mondo tramite microchip innestati sottopelle.

Più specifici i movimenti in Puglia che negano che a fare seccare gli ulivi sia la Xylella fastidiosa, batterio patogeno arrivato in Italia dal Costa Rica. Ogni altra ragione del fenomeno sarebbe per loro valida, tranne quella reale. E infatti l’epidemia prosegue alla grande, con grave danno per l’agricoltura e per il paesaggio locale.

Per non parlare dei seguaci di ogni più disparata teoria alimentare che definisce veleno oggi questo, domani quello, promettendo vita pressoché eterna a patto di focalizzare su ben precisi alimenti aborrendone altri. Adorabile in tal senso la pubblicità della Motta, la quale prende per i fondelli proprio tali vaneggiamenti pseudo-salutistici (“E da oggi con le bacche di Goji! … Scherzo!!!”). Uno spot che è andato a segno, vista l’ondata di haters che si è scatenata contro il famoso panettone meneghino.

Messi tutti insieme i vari soggetti di cui sopra sono una ristretta minoranza della popolazione. Su 60 milioni di Italiani quanti saranno mai, l’uno per mille, che fa circa 60 mila? O pochi punti percentuali, considerando solo la popolazione adulta? Insomma, potrebbero essere considerati quattro gatti da lasciar parlare senza curarsi troppo di ciò che dicono.

Ma qui sta l’errore.

Il passato ci insegna che, per esempio, il nazismo è nato dall’aggregazione di un risicato gruppuscolo di invasati i quali, sfruttando il malcontento della Repubblica di Weimar, seguirono gli svagelli di un paranoico come Hitler e si espansero al punto di vincere le elezioni. Ciò grazie soprattutto alla propaganda efficace coordinata da Joseph Göbbels, il quale soleva ripetere che una menzogna ripetuta milioni di volte diviene realtà. E a giudicare dalla presa che hanno avuto miti e leggende religiose nella storia, come dargli torto? L’uomo vuole credere, mica capire e apprendere. E deve fare proseliti a più non posso.

Infatti, se ci fate caso, ogni complottista che si rispetti si mostrerà sempre molto attivo nel condividere a nastro le molte idiozie in cui crede. In tal senso è alquanto azzeccato il personaggio di Maurizio Crozza, Napalm51, il quale passa intere giornate a condividere panzane e insulti su web, attaccando a destra e a manca chiunque provi a contrastare le suddette panzane.

Quattro gatti, si diceva, ma attivissimi. Sembrano milioni e agiscono come guidati da un piano superiore da tanto che operano in accordo gli uni con gli altri. Molto più semplicemente usano tutti i medesimi schemi mentali, bacati, e quindi agiscono e reagiscono come tanti cloni del medesimo organismo capostipite. Una sorta d’intelligenza collettiva, tipo quella delle formiche, anche se di intelligenza nei loro argomenti ve n’è davvero poca.

Bollarli quindi come scemi del villaggio è facile, ma inutile. In fondo lo sono, è vero. Ma a differenza degli scemi del villaggio di 50 anni fa, ben noti ai compaesani e quindi innocui, questi si sono aggregati nel villaggio globale trovandosi in rete e galvanizzandosi all’idea di non essere soli nell’Universo. Da singoli personaggi balzani di nessun peso sono diventati cioè movimenti che esercitano pressioni anche a livello politico.

Basti pensare ai recenti picchettaggi davanti a Montecitorio organizzati da qualche migliaio di antivaccinisti, ottenendo come premio l’introduzione dei vaccini mono-componente. Di fatto una stupidaggine che avrà quale unico effetto la moltiplicazione dei costi a carico del servizio sanitario nazionale e l’incasinamento dei piani vaccinali. Ma tant’è a fare casino e a urlare qualcosina hanno pur ottenuto.

Tutto ciò, però, mica vale solo per i complottisti anti-scientifici. I vegani a suon di moltiplicare siti web, blog e pagine Facebook, sono arrivati a ottenere l’attenzione di alcuni amministratori pubblici, i quali propugnano ormai l’alimentazione vegana in scuole e asili. Del resto, c’era già riuscita la lobby del Bio a farsi aprire la porta dei pasti scolastici, perché non avrebbero dovuto riuscirci i vegani?

Molte delle categorie di cui sopra sono poi rappresentate dalle medesime persone, moltiplicando cioè l’effetto quantitativo del fenomeno. Sembrano cioè un esercito sconfinato, ma alla fine sono spesso gli stessi che si cambiano solo cappello e combattono su fronti diversi facendo il medesimo baccano. Tanto il livello di preparazione scientifica della popolazione italiana è così basso che le loro argomentazioni farlocche sono percepite come tali solo da una minoranza ancor più ristretta di persone, ovvero i razionalisti dalle robuste basi scientifiche. Questi sì che sono quattro gatti e per giunta divisi e litigiosi fra loro. Quando addirittura non sono collusi, dati i guadagni interessanti che si possono fare inventandosi cure farlocche o alimentando e cavalcando allarmi ingiustificati.

Ma quindi, i complottisti anti-scientifici sono innocui o pericolosi? Dobbiamo lasciarli fare che poi tanto passano da soli, oppure dobbiamo osteggiarli per impedir loro di fare danni? L’esempio summenzionato del nazismo direbbe che sì, andrebbero fermati sul nascere, prima che facciano presa su un numero significativo di persone.

Basti pensare ai creazionisti americani stile Sarah Palin e George W. Bush, i quali hanno cercato di inserire l’insegnamento del creazionismo a scuola al pari dell’evoluzionismo. Si è arrivati cioè ad avere degli “scemi del villaggio” posizionati ai più alti livelli della politica della prima potenza mondiale. Se non è un pericolo questo, mi si deve spiegare cos’altro lo può essere. Del resto, pare che un quarto degli Americani creda sia il Sole a girare intorno alla Terra e non viceversa. Terreno fertile quindi per ogni tipo di cazzaro pseudo-religioso.

L’ultima domanda è quindi la più difficile: che fare?

Se li sberleffi trattandoli per gli imbecilli, ignoranti, disonesti e paranoici che sono, non va bene. Perché con gli insulti non si arriva da alcuna parte, si dice. Se provi ad argomentare con prove e numeri, neanche va bene, perché così li polarizzi sulle loro posizioni anziché convincerli ad abbandonarle. Se gli ignori, come visto, questi possono correre senza barriere convincendo un numero sempre più ampio di persone, come appunto avvenuto in Germania a cavallo degli Anni 20 e 30. Poi si è visto cosa è successo.

Al di là però di certi pipponi mentali sui massimi sistemi, ammirevoli per gli sfoggi di cultura, ma sterili dal punto di vista dei risultati, di proposte concrete atte ad arginare efficacemente il fenomeno non pare ve ne siano. Le minoranze di sbullonati sono comunque più numerose delle minoranze di razionalisti, quindi sul fronte del web vincono loro a mani basse. Aiuterebbe la formazione scolastica, moltiplicando le ore dedicate alle scienze?

Forse, se non fossimo in un Paese che più che a mettere a posto la preparazione degli alunni pensa da decenni a come mettere a posto le chiappe dei milioni di aspiranti insegnanti che ambiscono alle cattedre solo perché non trovano altri posti di lavoro.

Forse, se non fossimo un Paese con il Vaticano in casa, con i preti che colonizzano le suddette scuole elargendo le note favole sull’acqua trasformata in vino, dei pani e dei pesci, dei cadaveri resuscitati e di guarigioni miracolose. Basta avere fede, no? E se uno crede alle passeggiate sull’acqua, perché mai non dovrebbe credere che la farina è cancerogena?

Forse, se non avessimo in Parlamento scagnozzi anti-progresso e anti-scienza, ognuno in base al totem che si è prefissato di abbattere. Basti pensare alle barricate contro l’eutanasia, per esempio. O contro gli ogm, di cui quasi nessuno sa cosa siano, ma che in Italia non possono essere coltivati grazie soprattutto a politici che anziché adoperarsi per aprire tavoli scientifici di dibattito preferiscono cavalcare opportunisticamente le istanze delle suddette minoranze allarmiste, magari dando la benedizione ai convegni sulla biodinamica.

Il destino del mondo occidentale è quindi segnato. La regressione verso una società e una politica a-scientifica è ormai avviata e non la si può fermare. Un po’ come stare su un treno coi freni rotti che marcia verso la fine dei binari: solo l’impatto finale farà capire alle minoranze rumorose quanto fossero idiote. E da lì in poi si potrà finalmente ricominciare. Che so, un’epidemia, una carestia. Cosucce del genere.

Nel frattempo, condividete ogni possibile link e notizia di stampo scientifico. Rendetevi moltiplicatori di dati ed evidenze. Aiutate quei poveracci che, in netta inferiorità numerica, si stanno sbattendo anche per voi. Prendete quindi una posizione e schieratevi. Forse non basterà a vincere la guerra, proprio perché “loro” sono di più. Ma se aveva ragione Göbbels, e ce l’aveva, una verità ripetuta milioni di volte deve per forza valere di più di una menzogna ripetuta milioni di volte.

E se alla fine sbatteremo comunque insieme al treno, una volta usciti dalle lamiere vi potrete togliere la soddisfazione di dire: “Io ve l’avevo detto, manica di deficienti!

Ben piccola soddisfazione, è vero. Ma meglio di niente. Soprattutto, meglio che essere complici col proprio silenzio.

 

 

 

Vaccini, no-vaxxer e blastatori

Troppe polemiche sui vaccini, soprattutto fra i razionalisti pro-vaxx

Le polemiche in materia di vaccini sono andate oltre il semplice sì-no che ha caratterizzato le prime fasi della questione. Mentre il fronte antivaccinista appare però compatto e disciplinato nelle proprie istanze, quello razionalista si è progressivamente diviso in correnti fra loro in perenne zuffa. Urge ritrovare pace e unità

Scoprimmo i vaccini e certe epidemie vennero confinate nel buio, come il vaiolo, estinto a livello mondiale, o la poliomielite, spazzata via per lo meno dall’Europa. Meno vistosi i successi contro rosolia o morbillo, ma sempre meglio di quando i vaccini non c’erano. Certamente le scene apparivano molto più tranquille e sane, per lo meno dal punto di vista della quiete mediatica.

Poi negli Anni 90 arrivò Wakefield, medico inglese poi radiato e processato, con le sue truffe e i millemila gaglioffi che le hanno riesumate di recente per i più disparati motivi. Gaglioffi che non ci hanno messo molto a catturare l’attenzione e la fiducia di una minoranza della popolazione occidentale, ovvero quella ricca e pasciuta che ha scordato i perché di tale benessere. Minoranza molto attiva e rumorosa, però, che non ha trovato abbastanza argini alle proprie attività mediatiche autodistruttive realizzando un clima da guerra perenne anche a livello politico.

La disinformazione allarmistica è quindi dilagata a dispetto delle molteplici fonti scientifiche che sono state condivise da più parti, Istituto Superiore di Sanità e Ministero della Salute inclusi, quando cioè il fronte razionalista era ancora focalizzato su quello opposto, cioè gli antivaccinisti e chi li sobillava. Poi arrivò lui: Roberto Burioni, ricercatore e professore Ordinario di Microbiologia e Virologia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.

Per sua stessa ammissione “un caratteraccio”, Burioni ha iniziato ad adoperarsi sul fronte della divulgazione scientifica in tema di vaccini. All’inizio furono molti i suoi contributi scientifici di peso. Esempi, casi di studio, statistiche e aneddoti. Tutti spiegati in modo semplice e immediato, comprensibili se non proprio da tutti, almeno da una gran parte degli utenti web. Ovviamente, la sua attività su internet ha iniziato a infastidire molti. In primis gli antivaccinisti, ai quali Burioni appare come fumo negli occhi. Dura non sia così, dopo che il ricercatore ha martellato le varie bufale, sull’autismo, sull’epilessia, sui metalli pesanti, il thiomersal (il famigerato mercurio), le nanoparticelle o le panzane sulle epidemie che sarebbero andate via da sole grazie a migliorate condizioni igienico sanitarie. Per tali ragioni è divenuto un personaggio pubblico alquanto gettonato, non solo su web, ma anche in tv e radio.

A causa però del suddetto caratteraccio e di un ego che appare alquanto “esuberante”, Burioni ha iniziato a menar fendenti a destra e a manca ogni volta che si è visto postare commenti a suo avviso non pertinenti o addirittura irriguardosi o falsi. I termini usati non sono stati leggeri, dando spesso degli asini o dei cretini ai suoi detrattori. Ciò ha attivato una seconda ondata di critiche, ovvero quelle degli esperti di comunicazione scientifica, i quali, veri esperti o meno che siano (mica li conosco tutti…), hanno iniziato anche loro a criticare il professore su molteplici fronti. Dove stiano e come siano ripartiti il torto o la ragione poco m’importa ora. È indubbio che l’atteggiamento da “blastatore” (distruttore) di Burioni piace molto a una quota parte di navigatori, motivo per il quale sono nati veri e propri movimenti di fan non solo per Burioni, ma anche per Enrico Mentana, direttore del TG di La7 e anch’egli pro vaccini convinto. “Mentana blasta la gente” è divenuto infatti uno dei tormentoni più comuni su Facebbok.

Studi scientifici hanno dimostrato però che tali atteggiamenti duri e taglienti altro non fanno che allontanare le persone dal dibattito, facendo arroccare ancor di più i complottisti sulle proprie posizioni. Ed è questa fondamentalmente l’accusa mossa sia a Burioni, sia a Mentana, addirittura definiti “bulli” perché se la prendono coi più deboli. Più deboli ora, perché magari i mentecatti che infestano oggi le loro bacheche Facebook (le loro: ci tengo a ricordarlo) con commenti irriverenti, demenziali e molesti, forse erano essi stessi a ricoprir da ragazzini tale ruolo, bullizzando proprio dei “secchioni” come Burioni e Mentana. Oggi sono invece i due personaggi ad avere una posizione affermata, un’alta visibilità sociale, uno stipendio di tutto rispetto. Sono cioè uomini che hanno un potere considerevole. Per tali ragioni possono reagire a tono e prendere metaforicamente a sberle tutti coloro che imprudentemente li provochino. Il tempo del bullo che ti prende a schiaffi e ti ruba la merendina è finito e se ci prova ora gli schiaffi, verbali, li prende lui. Van bene le regole della comunicazione, ma alla fine quando girano girano.

A prescindere però da chi bullizzi chi, resta un fatto inequivocabile. Il conflitto fra diversi pro-vaxxer e Burioni, in parte Mentana, ha prodotto effetti contrari a quelli sperati. Le regole di quelle pubblicazioni scientifiche valgono infatti sempre e se tu continui a criticare, a cercare di convincere, a entrare in contrapposizione, l’unico effetto che ottieni è quello di fare chiudere a riccio l’interlocutore. Espressioni tecniche come “Echo chamber“, “confirmation bias“, “backflame” o “polarizzazione” (grazie a Dio una almeno è in italiano), sono forse incomprensibili ai più, ma in sintesi vogliono dire che se vieni attaccato alzerai muri sempre più alti intorno a te e alla tua “stanza”, stanza nella quale si arroccheranno insieme a te, sempre più compatti e solidali, i tuoi fan. Questi vedranno rafforzare i propri convincimenti, anche se erronei, generando cioè una reazione avversa che produrrà danni anziché benefici.

A questo punto non resta che far notare ai comunicatori che criticavano Burioni proprio su questi punti che con lui hanno ottenuto esattamente i medesimi effetti che gli rinfacciavano. Effetti generati su di lui e sui suoi fan. Un successone, direi. Quasi a ricordare che dare lezioni è molto più facile che fornire validi esempi.

E poco valgono anche le altre echo chamber (perché questo sono anche loro), ovvero quelle degli anti-burionisti. Tempo fa mi capitò di visitare una pagina ove era in atto un sondaggio su chi fosse stato insultato o bannato dal Professore. I lamenti erano numerosi, ma per il tono di alcuni di essi e il clima generale che si era realizzato mi fecero pensare a una sorta di “Antiburionisti anonimi” in cerca di terapia di gruppo. Ci mancava solo un tizio che dicesse “Ciao, sono Piero e non mi azzuffo con Burioni da 145 giorni”. Mi rattristò molto tale situazione. Perché alla fine tutti loro, incluso Burioni, sanno cosa significhino i vaccini e quanti danni abbia prodotto l’antivaccinismo. Un tale scempio bellicoso non è stato né piacevole né edificante.

Io, che non sono un comunicatore, bensì un divulgatore che cerca di condividere informazioni, confesso di essere abbastanza deluso. Perché innanzitutto non mi piace essere considerato un comunicatore? Perché quando li seguii io i corsi di comunicazione i docenti partivano sempre col ricordare che il 93% del risultato di un messaggio dipende dalle tecniche di comunicazione e solo il 7% dalla sostanza dei fatti. Agghiacciante. A voler ben guardare, questa è la causa di molti dei mali odierni che affliggono la nostra società a livello politico, sociale e culturale. I fatti pare non contino più: conta la “comunicazione”. Una sorta di pistola che nelle mani sbagliate spara lo stesso e quindi fa vittime innocenti. Tanto, anche se dici bestialità dal punto di vista della sostanza, chi se ne accorge quando il 93% della vittoria di un messaggio dipende dai modi e non dai fatti?

Io invece credo nei numeri, nei fatti, nella sostanza delle cose. Poi, ovviamente, si cerca sempre di condividere queste informazioni in un modo chiaro e comprensibile a tutti. Ma alla fine resto convinto di essere responsabile di ciò che dico e non di ciò che gli altri capiscono, perché ho avuto troppe dimostrazioni che per ottenere il 100% di comprensione bisognerebbe talvolta fare trapianti di cervello, dato che quelli che albergano in certe teste non vogliono proprio capire nemmeno che 2+2=4. Figuriamoci pensieri più complessi.

Penso quindi che sia venuto il momento che si ritorni ai fatti e che qualche “allenatore” prenda i vari giocatori della partita contro le derive antivacciniste, li porti nello spogliatoio e li costringa ad andare d’accordo. In una squadra serve infatti l’elegante concretizzatore, tipo Pinturicchio. Serve il mediano dai grandi polmoni e dalle forti gambe, magari un po’ rozzo ma che corre dall’inizio alla fine a portar palla, tempi supplementari inclusi. Serve il calcolatore a centrocampo, che magari corre poco ma ha una visione di insieme superiore e serve nell’area avversaria una gran mole di cross a favore dei compagni attaccanti. E serve magari un buon portiere, che sappia gestire la difesa in modo oculato, una difesa in cui magari ci sta pure benone un terzino di quelli tosti, che quando ci vuole usa pedate e gomitate pur di fermare l’attaccante che ha bucato l’area. Mena? E che deve fare un terzino, dar d’uncinetto?

Ed ecco che forse, ragionando come una squadra, magari la si finirebbe di dividere il fronte razionalista in infiniti rivoli fra loro in competizione. Perché gli avversari sono là fuori, in campo. Uniti e motivati, affiatati ed efficaci. O li si affronta uniti o ci fanno neri…

 

Bolle contro balle: il Prosecco tra allarmismi e verità dei numeri

Viticoltura: storia, cultura, economia e presidio del territorio. (Foto L. Ferraro)

Viticoltura: storia, cultura, economia e presidio del territorio. (Foto L. Ferraro)

Dipinta come una provincia malsana a causa della viticoltura intensiva, quella di Treviso si posiziona invece ai vertici regionali e nazionali quanto a statistiche oncologiche

Di Facebook si dice a volte peste e corna. I social, del resto, sono vere autostrade per le bufale, le cosiddette post-verità o le fake news. Tre modi diversi per descrivere l’attitudine a mistificare la realtà per fini personali, associativi, ideologici o economici.

Per fortuna su Facebook si possono anche creare reti di contatti preziosi, utili per arricchire le proprie conoscenze e, perché no, fare meglio il proprio lavoro. Recentemente mi è capitato di entrare in contatto con Paola Dama, laureata con lode in Scienze Biologiche all’Università Federico II di Napoli e oggi dottore di ricerca in oncologia molecolare e farmacologia presso l’Università di Chicago. Paola è cioè uno dei famosi cervelli che sono dovuti andare all’estero per esprimere al meglio le proprie potenzialità come scienziati. Parallelamente, tramite il sito Task Force Pandora svolge attività di divulgazione su un tema delicato come quello della Terra dei Fuochi, teatro spesso di allarmismi incontrollati di cui in futuro si spera fornire puntuali approfondimenti.

Grazie a Paola, intanto, chi scrive è riuscito ad accedere a fonti preziose per affrontare un tema a lui caro, ovvero il trinomio Prosecco-Treviso-Tumori. Un trinomio più volte rilanciato da tv, giornali e internet, sempre fornendo di quell’area geografica e di quella coltura un’immagine agghiacciante, con incantevoli paesini spacciati per capitali nazionali dei tumori pur avendo solo due casi di un tipo di cancro e zero di tutti gli altri, oppure madri che piangono la morte per leucemia di figli che in realtà oggi sono adulti, vivi e vegeti. Una tale sarabanda di fesserie che perfino le Autorità sanitarie locali sono scese in campo per smentirle.

Indagando meglio, infatti, si scopre che esiste un sito, “Registro Tumori Veneto” che riporta le statistiche oncologiche della Regione Veneto, divise per età, sesso e Ussl di appartenenza. Come pure che esiste un altro sito, “Mortalità Evitabile” che condivide altre statistiche utilissime, espressione del livello di efficienza delle diverse assistenze sanitarie ai malati oncologici suddivise per regioni e province. Ma andiamo per ordine.

 

Numeri reali, fobie immotivate

In Veneto, secondo le statistiche, sarebbero stati registrati nel 2015 nuovi casi di tumore in ragione di 17.680 a carico dei maschi e 14.888 per le femmine, per un totale di 35.568 nuovi malati di cancro. Sapendo che la popolazione del Veneto era nel 2015 pari a 4.925.000, la percentuale di nuovi malati sul totale ammonterebbe cioè allo 0,72%. Rifacendo i conti per la USSL7, nell’occhio del ciclone proprio per i tumori e i pesticidi legati alla produzione di Prosecco, ad ammalarsi di tumore sarebbero stati 765 maschi e 545 femmine, pari a un totale di 1.310. Sapendo che la popolazione di competenza della USSL7 è di 217.607 (al 31/13/2014), l’incidenza 2015 sarebbe pari allo 0,6%. Cioè inferiore alla media regionale. In altre parole, quell’area è tutt’altro che la fucina di malattie oncologiche millantata da movimenti politici, associazioni ambientaliste, tv, giornali e bizzarri ipocondriaci che hanno trovato nell’attivismo anti-pesticidi un riempitivo per le proprie paturnie.

 

Territori collinari dell'area del Prosecco. Forte l'integrazione di viticoltura, paesaggio e contrasto del dissesto idrogeologico grazie al presidio esercitato dagli agricoltori (Foto: L. Ferraro)

Territori collinari dell’area del Prosecco. Forte l’integrazione di viticoltura, paesaggio e contrasto del dissesto idrogeologico grazie al presidio esercitato dagli agricoltori (Foto: L. Ferraro)

 

Tumori & Tumori

Che poi, si fa presto a dire “tumori”. Quali? Sempre nel medesimo sito si possono trovare altre statistiche interessanti, ovvero quelle relative alle incidenze dei singoli tipi di cancro e gli andamenti in funzione dell’età. In Veneto negli anni fra il 1990 e il 2005 vi sarebbe stato in effetti un incremento delle patologie oncologiche di circa il 25% in entrambi i sessi. Nel 1990 su 100 mila abitanti si segnarono infatti 555 nuovi casi di tumore fra i maschi e 424 fra le femmine, mentre nel 2005 tali cifre sarebbero salite rispettivamente a 684 e 534.

Una ecatombe misteriosa? Hanno ragione gli strilloni dell’Apocalisse? No. Applicando ai dati i tassi d’incidenza specifici in funzione dell’età, fattore principale nell’incidenza tumorale, solo il 5% di aumento sarebbe indicativo di un aumento del rischio, ovvero 7 maschi e 38 femmine ogni 100 mila abitanti, mentre il restante 20% sarebbe semplicemente dovuto all’invecchiamento della popolazione. In altre parole, se si vive più a lungo un rovescio della medaglia pur si trova.

Quel 5% deve sicuramente destare attenzione, al fine di comprendere quali siano i fattori di rischio principali, ma di sicuro, proseguendo nell’analisi delle statistiche venete, sarebbero calati del 41% i tumori alle vie aerodigestive superiori, i cosiddetti Vads, ovvero neoplasie a carico di lingua, bocca, orofaringe, rinofaringe, ipofaringe, faringe, laringe. Questo solo nei maschi, però, perché nelle femmine tali tumori sarebbero saliti in 15 anni del 10% circa. Essendo legati spesso tali tumori ad alcol e fumo, forse urgerebbe dare consigli appropriati al gentil sesso veneto, anche perché tale tendenza si replica negli specifici tumori ai polmoni, calati nei maschi del 37-38% mentre nelle femmine sarebbero saliti del 12-13%.

In calo per tutti, invece, i tumori all’esofago (-39% nei maschi, -25% nelle femmine), le leucemie (-21% per entrambi i sessi), al fegato (-13% nei maschi, -7% nelle femmine), alla vescica (-12%, nei maschi, -13% nelle femmine) e Linfomi di Hodgkin, calati solo nei maschi del 10%, mentre nelle femmine sono aumentati del 4% circa.

Fra quelli che hanno segnato gli incrementi più marcati vi sono i tumori alla cute, ove i melanomi sarebbero aumentati del 78 e del 44% rispettivamente per maschi e femmine, mentre sarebbero saliti del 110% anche i tumori alla prostata, tipici appunto dell’età più avanzata, e al testicolo, saliti dell’80%. Ma a far suonare ancor più forte il campanello d’allarme sarebbero i tumori alla tiroide, aumentati in 15 anni del 147% nelle femmine e del 100% nei maschi. È noto infatti che le donne sono più esposte a questo tipo di tumore. Fortunatamente, questo rappresenta meno dell’1% di tutte le forme tumorali riscontrate in Veneto fra il 2008 e il 2010 (314 su 33.987 nuovi casi nel periodo considerato) e solo il 5% delle forme tumorali alla tiroide risulterebbero maligne.

In ogni caso, secondo l’Airc, tali tumori colpirebbero le donne quattro volte tanto rispetto agli uomini. Il decorso è però lento, tanto che circa il 30% delle tiroidi esaminate in corso di autopsia, causa morti diverse, presenterebbe una forma tumorale alla tiroide non diagnosticata in vita. Fra i fattori di rischio accertati vi sarebbe il cosiddetto “gozzo”, nato da carenze croniche di iodio, ma anche l’esposizione a radiazioni. Non a caso tali tumori sarebbero più frequenti in pazienti trattati per altre forme tumorali tramite radioterapia al collo. Tra le varie forme di tumore alla tiroide ve ne è poi una, quella cosiddetta “midollare”, associabile alla sindrome nota come “neoplasia endocrina multipla di tipo 2”, la quale avrebbe una base genetica ereditabile.

Di certo, tiroide, testicolo e prostata sono ghiandole. I dati su di essi rendono quindi necessario investigare con crescente attenzione, perché le sollecitazioni al sistema endocrino umano sembrano essere molteplici, dagli ftalati, plastificanti proibiti di recente, ai Pcbs, tutt’oggi nell’ambiente a causa della loro persistenza. Biberon e altri materiali plastici contengono, sebbene in dosi ritenute sicure, Bisphenol A, responsabile anche di ipofertilità maschile. Sospetti interferenti endocrini sono pure diossine e furani, derivanti dalla combustione incompleta della sostanza organica contenente cloro. Servirebbe quindi una valutazione molto più ampia del problema rispetto al dito puntato sui viticoltori. Perché i problemi complessi non hanno mai una risposta comoda e semplice.

 

A dispetto di chi pubblica foto di aerei ed elicotteri che inondano pesticidi, le attrezzature oggi a disposizione stanno puntando decisamente al rispetto di ambiente e salute

A dispetto di chi pubblica foto di aerei ed elicotteri che inondano pesticidi, le attrezzature oggi a disposizione stanno puntando decisamente al rispetto di ambiente e salute

 

Aspettative di vita

Ma il carteggio con Paola Dama ha fornito ulteriori spunti di ragionamento. Ovvero quelli sulla differenza fra incidenza e mortalità, spesso confusi fra loro, un po’ per ignoranza, un po’ per malafede. Ovvero quello che accade pure coi tanto vituperati “pesticidi”, per i quali si confondono artatamente i concetti di “presenza” e di “pericolo”, oggi nei cibi, domani nelle acque.

Vi sarebbe infatti uno studio che avrebbe calcolato la cosiddetta “mortalità evitabile“, ovvero quante persone sono morte in un anno in Italia per colpa delle inefficienze del servizio sanitario nazionale, regione per regione, provincia per provincia. Secondo il Progetto MEV(i), in base ai dati Eurostat, nel 2014 sarebbero state oltre 103 mila le morti evitabili avvenute nei primi 75 anni di vita. Anche in questo caso i maschi sono quelli messi peggio, coi due terzi dei casi (66.284 contro 37.312 casi nelle femmine).

Dalle mappe cromatiche riportate nel sito si evince come la mortalità evitabile complessiva vari molto a seconda dell’area geografica. Fanalino di coda la Campania, motivo quindi alla base del grande impegno profuso da Paola Dama, mentre le migliori sarebbero le macro zone che abbracciano Toscana, Umbria e Marche e poi Veneto, Trentino e Alto Adige.

Sommando gli anni di vita persi rispetto a quelli attesi, convertendoli in giorni e dividendoli infine per gli abitanti delle diverse aree, si stima quindi il numero di giorni di vita persi in media da ogni cittadino su base annua.

Mentre in Campania, ultima in classifica, tale valore sarebbe pari a 29,24, con un massimo di 30,79 a Napoli, Treviso appare di gran lunga la migliore d’Italia, con 19,65 giorni persi in un anno dai maschi e 10,67 dalle femmine. In altre parole, non solo non è vero che la provincia del Prosecco è l’epicentro delle patologie tumorali, ovvero dell’incidenza, ma non è neanche vero che sia la capitale dei morti di cancro come invece viene fatta passare. Anzi, pare proprio che vivere in provincia di Treviso sia un ottimo viatico per diminuire il rischio di ammalarsi di tumore e, anche se ciò dovesse accadere, pare sia la provincia in Italia dove si hanno le maggiori possibilità di scamparsela.

Il tutto, con buona pace dei paranoici, dei sobillatori di pance, degli ipocondriaci e degli editori, televisivi, web o cartacei che siano, i quali hanno trovato nella Provincia veneta un argomento lucroso sul quale vendere il proprio allarmismo.

 

Un Pianeta che ha fame: valori e criticità dell’agricoltura moderna

Tanti cialtroni a sparlare di agricoltura su internet, ma pochi nei campi a produrre cibo

Il 3% della popolazione mondiale nutre il rimanente 97%. Un miracolo… intensivo

Innovazione tecnologica e richieste di maggiore produttività, ma anche dinamiche commerciali globali e istanze ambientali, fra media generalisti e decisori politici non sempre limpidi ed efficaci: luci e ombre su un Settore Primario che non può mancare le sfide del Terzo Millennio

Anno 2000. Nel suo discorso celebrativo, a trent’anni dal conferimento del Premio Nobel per la Pace, l’agronomo americano Norman Borlaug ricordò come già vi fossero le tecniche e le soluzioni per nutrire un numero ancor maggiore di Esseri Umani. Bastava semplicemente usarle.

Il padre della Rivoluzione Verde, scomparso poco dopo la sua presentazione, lasciò quindi come testamento un semplice grafico in cui erano riportate le rese globali di grano a partire dai primi Anni 50 fino alla fine del XX secolo, a confronto con quelle che si sarebbero ottenute in assenza d’innovazione tecnologica in termini di genetica, chimica e meccanizzazione. Una differenza impressionante, pari a oltre un miliardo e 340 milioni di tonnellate. In altre parole, grazie alle nuove tecnologie, in soli 50 anni le produzioni mondiali di grano erano praticamente triplicate, passando da 680 milioni di tonnellate a due miliardi e 25 milioni.

Se si fosse deliberatamente rinunciato a utilizzare genetiche innovative, macchine e chimica, per compensare le minori rese sarebbe stato necessario coltivare a grano una nuova superficie pari alla somma di Canada e Messico, circa 12 milioni di chilometri quadrati in più rispetto ai 7 milioni attuali. Un impatto ambientale inimmaginabile, sia in termini di riduzione di biodiversità, sia in termini di carburanti fossili necessari a dissodare un’area per giunta disponibile solo in teoria, dato che di fatto non esiste al Mondo la possibilità di coltivare così tante nuove terre. A meno ovviamente di disboscare ulteriormente le foreste e convertire ad agricole superfici attualmente a prati. Ma di Pianeta ne abbiamo uno solo e a naso non esiste una tale superficie, neanche a cercarla da satellite.

Per comprendere gli impatti aggiuntivi per l’atmosfera derivanti da tale folle idea, possono essere utili le tabelle dei consumi di gasolio realizzate dalle associazioni italiane dei contoterzisti. Per questa categoria professionale il costo del gasolio è forse quello più sensibile, quindi ha stilato per ogni coltura e per ogni tipo di lavorazione i relativi consumi medi di gasolio. Ovviamente, sono consumi indicativi, variabili in funzione del terreno, delle condizioni e delle macchine utilizzate. Ciò non di meno restano un dato interessante per fare qualche stima approssimativa.

Solo per lavorare meccanicamente le nuove superfici a grano si può infatti calcolare che oggi sarebbe stato necessario consumare 270 milioni di tonnellate di gasolio, pari a circa 800 milioni di tonnellate di anidride carbonica in più immessa annualmente in atmosfera. In ogni chilogrammo di gasolio, infatti, vi è abbastanza carbonio da generarne tre di gas serra.

E questo solo per il grano. Si provi a immaginare la somma degli impatti derivanti da tutte le colture agrarie se mantenute ai livelli di arretratezza degli Anni 50, in primis riso, mais e soia, le altre tre colture che insieme al grano forniscono circa due terzi delle calorie mondiali.

Un impatto che non avrebbe potuto essere retto da un Pianeta già oggi in seria difficoltà, schiacciato fra le crescenti esigenze di una popolazione in forte aumento e i violenti cambiamenti climatici che hanno portato con sé gravi processi di desertificazione e salificazione in diverse aree del Globo.

In sostanza, il tanto vituperato progresso di intensificazione tecnologica e agronomica ha fatto bene anche all’ambiente, al contrario di quanto si sostiene. Perché l’alternativa sarebbe stata comunque peggiore. L’agricoltura intensiva non è stata infatti una scelta, bensì un obbligo. Un obbligo al quale per fortuna l’agricoltora ha  ottemperato sempre meglio. Basti pensare alla percentuale di persone cronicamente affamate al Mondo, scese dal 40% degli Anni 70 a circa il 10% attuale nonostante la popolazione globale sia più che raddoppiata.

Non è quindi per caso se si sta facendo largo il nuovo concetto di “intensivizzazione sostenibile”, espressione che sposa due concetti fra loro apparentemente incompatibili, come quelli dell’agricoltura intensiva e della sostenibilità. Solo apparentemente, però. In quanto l’agricoltura intensiva è ben lungi dall’essere quella raffigurata da fin troppi media generalisti, i cui reportage risultano spesso schierati ideologicamente e intrisi di allarmismi che ben poco hanno a che vedere con la realtà.

Vittime di ciò, sia i consumatori del Mondo Occidentale, quelli dei Paesi cosiddetti ricchi, sia i popoli delle aree più disagiate e povere, i quali avrebbero invece molto di cui beneficiare dall’adozione di quelle pratiche che hanno reso i Paesi ricchi ciò che oggi appunto sono.

Intensificare ulteriormente le coltivazioni, innalzandone le rese, è peraltro missione possibile, come appunto ricordava il mai abbastanza compianto Norman Borlaug, a patto di rispettare una semplice regola: gli incrementi di rese dovranno essere sempre superiori agli incrementi di input impiegati. Nella migliore delle condizioni, non sempre però raggiungibili, le rese andranno amplificate riducendo in termini assoluti le emissioni e gli input antropici.

Con buona pace dell’approccio vegan, inapplicabile, l’unica alternativa a quanto sopra sarebbe l’eliminazione di un miliardo di bocche da sfamare e impedire che la nuova popolazione mondiale ricominciasse a crescere dopo la falcidia. Soluzione, questa, ancor più inapplicabile.

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Ogm Vs Bio: le sorprese del mais

Attacchi di piralide alle foglie del mais

Attacchi di piralide alle foglie del mais

 

L’opinione dominante attuale vuole gli ogm perniciosi per la salute, per la biodiversità e per l’ambiente in generale. Si reclama quindi l’alternativa Bio. Sicuri sia un affare?

La risposta, come spesso accade su tali argomenti, è no. Per lo meno stando ai numeri. Chiedere la proibizione di mais gm in Europa oppure opporsi alla loro autorizzazione in Italia, può quindi rivelarsi atteggiamento irrazionale e addirittura dannoso. Vediamo i perché analizzando il mais ogm per antonomasia qui in Europa: il MON810.

Il MON810, lanciato da Monsanto quasi vent’anni fa, fu uno dei primi mais resistenti agli attacchi delle larve di lepidottero, quelle che richiedono per lo meno un trattamento all’anno con insetticidi nelle aree ove le popolazioni di questi parassiti siano significative. Per conferire resistenza a tali attacchi venne trasferito al mais un gene prelevato da un batterio presente nel terreno, il Bacillus thuringiensis. Questo gene codifica per una proteina che risulta tossica per le larve di lepidottero, quindi se una pianta coltivata viene arricchita con questo gene acquisisce anch’essa la possibilità di sintetizzare la proteina/tossina trasformandosi a tutti gli effetti in una sorta di maestro di Aikido: non attacca nessuno, ma chi lo attacca fa una brutta fine. Su questo ultimo punto vi sono però posizioni differenti, ritenendo alcuni che il polline dei mais Bt possa invece depositarsi sulla vegetazione spontanea e uccidere le larve di falene e altre farfalle non pericolose per il mais. Lasciamo quindi la parola ai numeri per capire chi ha ragione.

 

Stessa proteina, usi differenti

L’efficacia insetticida delle delta-tossine Bt era conosciuta ben prima che si parlasse di ogm. Esistono infatti da tempo diversi preparati a base di un mix di tossina libera (la cosiddetta “delta-tossina”, appunto), spore di batteri e brodo di coltura, presenti nei vari formulati in proporzioni variabili. Questi vengono perciò utilizzati in agricoltura come insetticidi. Essendo poi basati su un microrganismo, tali insetticidi possono essere utilizzati anche in agricoltura biologica, la quale ne fa ovviamente ampio uso, non potendo in teoria utilizzare insetticidi chimici di sintesi.

Sull’Uomo la tossicità è quasi nulla. Bisogna mangiarne a cucchiaiate per avere un effetto avverso. Ciò perché il nostro apparato digerente è molto diverso da quello di una larva d’insetto. Quest’ultimo presenta l’intestino con pH alcalino, a volte fino a pH 10. Noi abbiamo invece uno stomaco in cui il pH è acido, scendendo sotto il valore di pH 2 durante la digestione. A tali valori il pepsinogeno si trasforma in pepsina, l’enzima che spacchetta le proteine ingerite nei loro componenti principali. La delta-tossina del Bt viene quindi demolita nel nostro stomaco al pari di altre proteine presenti nei cibi di origine vegetale e animale. All’intestino non arriva quindi intera, come avviene negli insetti, risultando perciò innocua. Al contrario, nell’intestino alcalino degli insetti diventa una sorta di groviglio di filo spinato che lede i tessuti e induce nelle larve l’incapacità di nutrirsi. Cosa che le porterà a morire d’inedia nel giro di poche ore o giorni.

A questo punto, esclusi eventuali problemi tossicologici per l’Uomo, sia a carico dell’insetticida, sia a carico degli ogm, proviamo a capire se vi sono differenze in termini ambientali fra i due approcci, ogm e bio, analizzando banalmente le quantità di tossina messe in gioco da ciascuno dei due.

Nei mais Bt, capaci come detto di sintetizzare autonomamente la proteina/tossina, le concentrazioni di questa variano molto in funzione dei tessuti vegetali presi in considerazione. Approssimativamente, mediando diversi studi di campo(1), i contenuti di delta-tossina Cry1Ab presente nel MON810, sarebbero stati misurati intorno agli 8-10 mg/kg di peso fresco nelle foglie, concentrazione che si rivela di fatto efficace nel contenere le larve di piralide, il principale parassita che attacca il mais nei nostri areali. Molto meno nella granella, scendendo le concentrazioni di delta-tossina a valori compresi fra 0,16 e 0,69 mg/kg. Ancor più basse le concentrazioni nel polline, con soli 0,09-0,097 mg/kg. Nel polline vi sono quindi concentrazioni di delta-tossina circa cento volte inferiori a quelle delle foglie, ovvero le parti di pianta attaccate dalla prima generazione di piralide.

Anche stando ai documenti dell’Epa(2), Environmental Protection Agency americana, le concentrazioni di delta-tossina nei pollini sarebbero molto basse. In tre differenti analisi di MON810 (Illinois, Nebraska, Indiana) nel polline sarebbe stata trovata infatti la delta-tossina Cry1Ab in concentrazioni che vanno da zero a un massimo di 0,079 µg/g di peso secco, corrispondenti a 0,079 mg/kg di polline. In linea quindi con i dati riportati dal parere dell’Ispra.

Infine, secondo i dati forniti da LG, un ettaro di mais in fioritura produce circa 250 kg di polline, pari quindi a un massimo di 20-22 milligrammi di delta-tossina Cry1Ab. Più del 90% del polline rimarrebbe peraltro confinato nel campo, mentre si sale praticamente al 98% spingendosi a soli 60 metri dai suoi bordi. Dei venti milligrammi circa di delta-tossina prodotta col polline ne uscirebbero quindi dai campi solo due o tre, pari a 2-3.000 µg (microgrammi = milionesimi di grammo). Di questi, solo 400-500 µg supererebbero la soglia dei 60 metri, diluendosi all’infinito nelle superfici più lontane. Praticamente un nulla.

Ragioniamo ora in termini di depositi di polline/tossina per metro quadro di terreno. Vista l’area interessata dalla deriva del polline, stimabile in diverse migliaia di metri quadri, intorno ai campi di mais si possono depositare al massimo pochi grammi di polline per metro quadro di terreno (4-5 g/m2). E questo solo nei metri quadri a ridosso del campo e ipotizzando che tutto il polline vada in una sola direzione. Cioè il caso limite. Ciò significa che di tossina se ne può riscontrare solo 0,3-0,4 µg/m2, cioè frazioni di milionesimi di grammo per metro quadro di terreno. Una dose del tutto inefficace nel controllo delle larve di lepidotteri. Quindi innocua anche per le specie non bersaglio che si nutrono di piante spontanee.

 

Mais bio: di più o di meno, signò?

Cosa succede invece se coltiviamo mais seguendo protocolli di agricoltura biologica? Non possiamo ovviamente utilizzare ogm, né insetticidi di sintesi. Quindi useremo prodotti a base proprio di Bacillus thuringiensis. Sul mercato ne esistono diversi, tutti riportanti in etichetta la potenza insetticida espressa in UI, ovvero le Unità Internazionali. Un vero ginepraio provare a convertire questa unità di misura in milligrammi. Per fortuna esistono le etichette ministeriali degli insetticidi registrati presso il Ministero della Salute. Fra queste si trovano anche quelle dei prodotti a base Bt, come per esempio quella di Agree, distribuito in Italia da Certis Europe, facente capo alla giapponese Mitsui. Useremo quindi la sua etichetta per fare le debite comparazioni con le quantità di delta-tossina nel polline del MON810.

La potenza insetticida di Agree, dichiarata in etichetta ministeriale, è pari a 25.000 UI/mg di formulato. È tanto o è poco? Risposta impossibile per un non-agronomo. Per fortuna, su 100 grammi di prodotto si evince anche come ve ne siano 50 considerati “sostanza attiva”, suddivisi in tal modo: 3,8 grammi di delta-tossina in forma libera e 46,2 grammi di spore e brodo di coltura. I restanti 50 grammi di prodotto sono invece coformulanti. Sempre scorrendo l’etichetta, si apprende che su mais Agree va applicato a dosi di 1-1,5 kg/ha. Solo di delta-tossina in forma libera ne vengono quindi applicati da 38 a 57 grammi per ettaro. A questi vanno poi aggiunte le spore e il brodo di coltura. In totale, gli agenti attivi distribuiti su un ettaro di mais con un solo trattamento di Agree vanno dai 500 ai 750 grammi. E i fenomeni di deriva, cioè quelli che portano gli aerosol insetticidi anche fuori dai campi, sono presenti pure nei trattamenti fitosanitari, anche a valori superiori al 10% visto per il polline di mais. Di prodotti analoghi ad Agree, peraltro, ve ne sono tanti, anche con potenze fino a 90.000 UI/mg di prodotto. Questi sono applicabili nel mais a dosi di 1-1,2 kg/ha, quindi di poco inferiori a quelle di Agree nonostante la potenza insetticida quasi quadrupla.

Comparando quindi i dati sulla dispersione della delta-tossina tramite polline di mais transgenico o tramite applicazione di un insetticida biologico, si può facilmente intuire che mentre il primo disperde nell’ambiente poche decine di milligrammi di delta-tossina libera, il secondo ne immette alcune decine di grammi. Applicando in campo la dose massima dell’insetticida di cui sopra, solo di tossina libera si immettono infatti nell’ambiente circa tremila volte i quantitativi che vengono liberati con il polline dal MON810 (20 mg contro quasi 60 grammi). Senza parlare delle spore. In tal caso si sale di alcune migliaia di volte.

In altre parole, chi per difendere falene e farfalle strilla contro i mais gm, perorando pure la causa del biologico, altro non fa che chiedere di moltiplicare di tremila volte l’immissione nell’ambiente della medesima tossina che viene stigmatizzata quando presente nel polline transgenico.

Qualsiasi studio vediate, qualsiasi accusa leggiate, ricordatevi quindi questo: anche nella remota ipotesi che quegli studi e quelle accuse fossero credibili, e il più delle volte non lo sono perché svolti in condizioni del tutto irrealistiche, se si passasse dalla coltivazione di mais transgenico a quella di mais biologico non si potrebbe fare altro che moltiplicare come minimo per tremila l’impatto ambientale su lepidotteri e altri organismi non bersaglio. Pensate a quali conseguenze vi sarebbero per esempio in Spagna, ove sono più di 100 mila gli ettari coltivati a MON810. Da una condizione in cui nell’ambiente vengono dispersi annualmente col polline due soli chili di delta-tossina (20 mg x 100 mila ettari), si passerebbe a circa sei tonnellate, alle quali andrebbero aggiunte le decine di tonnellate di spore batteriche contenute nelle oltre cento tonnellate di formulati Bt biologici che servirebbero per contrastare la piralide in sostituzione del transgenico.

A dimostrazione che è proprio vero che le vie dell’inferno sono spesso lastricate di buone intenzioni.

  • Parere Ispra su MON810 del 24 febbraio 2014, in risposta ai pareri favorevoli di Efsa, l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare.
  • Epa: Cry1Ab and Cry1F Bt Plant-Incorporated Protectants September 2010 Biopesticides Registration Action Document

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Aveva ragione Henry Kissinger?

Bayer e Monsanto: dati e numeri, non solo sulla loro fusione

Bayer e Monsanto: dati e numeri, non solo sulla loro fusione

Chi controlla il cibo controlla i popoli, ammoniva il Segretario di Stato americano. Ora Bayer compra Monsanto per 66 miliardi di dollari e diviene la prima azienda al mondo nel settore delle sementi e dei prodotti per la difesa delle colture. La libertà agroalimentare mondiale è quindi in pericolo?

La risposta è no, ma già circolano su web immagini di demoni dagli occhi infuocati, con la scritta “Da Monsatan a Beelzebayer”. È più forte di loro: le multinazionali sono il Male e tutti noi siamo minacciati da esse. C’è anche chi, come Piernicola Pedicini, Capogruppo in commissione Ambiente, Sanità e Sicurezza alimentare al Parlamento europeo, intravede la possibilità che la nuova realtà sia in grado contemporaneamente di fare ammalare la gente, tramite pesticidi e ogm, per poi curarla con le medicine di Bayer. Si paventa anche un “Leviatano”, mitologica figura mostruosa e gigantesca, da 70 miliardi di euro di fatturato. Invincibile, secondo i Cinque Stelle.

La realtà, come al solito, è ben diversa. Non vi è dubbio che la nuova Bayer, Antitrust permettendo, possa diventare il più grande player mondiale, ma i 70 miliardi di euro sono un sogno agitato dopo una peperonata mangiata fredda. Una cifra del genere la fattura l’intero Gruppo Basf, il più grande colosso della chimica mondiale. Bayer, come gruppo, ne fattura circa 46. Come CropScience “solo” 10,37. Per lo meno leggendo l’annual report 2015 della società. Questi sarebbero per l’82% derivati dai prodotti per la disinfestazione e la difesa delle colture e per il 18% dalle sementi, ogm o meno che siano.

Monsanto, altro annual report 2015, di miliardi di euro ne ha raccolti 13,5. Uno in più di Coop in Italia. Sì, la “Coop sei tu” vende in Italia poco meno di quanto venda Monsanto in tutto il Mondo. Il suo assetto è però all’opposto di quello di Bayer: il 66% circa deriva dalla genetica, ovvero le sementi, il restante terzo del fatturato proviene da glifosate, l’unico agrofarmaco del colosso di St. Louis. Molto sbilanciata, Monsanto. Perché viste le vicissitudini di glifosate a livello europeo e l’ostracismo, sempre europeo, verso gli ogm, la stabilità dell’azienda nel lungo periodo non pare fra le più robuste. Urge quindi un cambiamento. Ci ha provato, Monsanto, a comprarsi lei Syngenta. Ma ha fallito. E la multinazionale svizzera è diventata cinese, acquisita da quella stessa ChemChina, statale, risponde direttamente a Pechino, che due anni fa si è comprata il 60% di Adama, ex-Makhteshim Agan, azienda israeliana numero uno al Mondo per i prodotti off-patent. Cioè quelli scaduti di brevetto ma ancora appetitosi per la creazione di nuove formulazioni e miscele. Ora pare se la voglia rilevare tutto. Nel 2015 si è presa pure il 65% di Pirelli, annunciando subito il ritorno del Marchio anche ne segmento agricolo, settore dismesso da Pirelli una decina di anni fa e rilevato dalla svedese Trelleborg.

Intanto, Dow e Dupont diventavano una cosa sola, creando un grande polo americano per la genetica e la chimica agraria dal potenziale fatturato mondiale di 14,2 miliardi di euro.

Quella di Bayer-Monsanto è quindi la manovra più rumorosa, senz’altro la più appariscente. Non certo la più importante, visto che la Cina sta muovendo passi importanti verso l’agricoltura occidentale, specialmente quella europea. Lo stesso acquisto di Syngenta è arrivato solo dopo che il Governo cinese aveva annunciato di voler investire molto di più in biotecnologie e ogm. La Cina vuole cioè coltivarseli in proprio anziché importarli da Brasile e Argentina. Syngenta non è la numero uno al Mondo per vendite di sementi, visto che stalla sui 2,5 miliardi di euro contro i nove di Monsanto. Però ha il know-how, le strutture, i cervelli e le genetiche tutte lì, a disposizione. E a Pechino poco ne cala che sul Pianeta non sia in testa alle vendite, perché è appunto al mercato interno che sta puntando. Non a caso, sono diverse le università cinesi che hanno già messo a punto nuovi ibridi geneticamente modificati, pronti a essere coltivati in campo. Laggiù, nel Celeste Impero, le istanze allarmiste e farlocche non pare abbiano presa, a differenza dell’Europa. Un’Europa che ha fatto arricchire la Cina comprando i suoi prodotti a basso prezzo e che ora si vede assediata dal colosso asiatico e dal suo cambio di marcia. Da un assalto meramente commerciale, basato su scarpe a 10 € al mercatino rionale, ora la Cina ci sta aggredendo sul piano industriale ed economico. E i mezzi finanziari per farlo glieli abbiamo dati noi.

Forse sarebbe di questo che il popolo dovrebbe quindi preoccuparsi. Bayer, se l’acquisizione si concluderà senza intoppi, diverrà un importante riferimento commerciale e tecnologico, altamente bilanciato. Avrà infatti un catalogo di agrofarmaci spesso come un elenco telefonico e amplierà il proprio portfolio di sementi e genetiche, biotech e non. Anche il rapporto fra semi e chimica si equilibrerà molto, visto che sarà quasi fifty-fifty. E chissà che non sia proprio grazie alla nuova Bayer che l’avanzata della Cina in Occidente venga rallentata e, forse, fermata. Vedere solo il male nelle cose, non è infatti un buon approccio mentale. Così come non lo è vedere solo il bene.

Con Henry Kissinger abbiamo aperto, con Henry Kissinger è bene chiudere. Prima di illudervi che le sue parole fossero una mannaia su operazioni come quella di Bayer-Monsanto, ricordatevi che Kissinger fu politico statunitense, di origine ebraica tedesca, membro del partito Repubblicano. Un liberista, un Ebreo, per giunta tedesco. Per di più Repubblicano. Eppure le sue parole sono state a lungo adoperate a vanvera da chi sputacchia veleni sul Partito repubblicano, sui complotti globali giudaico-capitalisti e sulle politiche industriali liberiste e su quelle economiche tedesche.

Trovare gli annual report non è difficile, visto che siete pratici del web. Scaricatevi quello delle multinazionali di cui sopra, quelli del 2015, e poi leggeteveli. Ma leggetevi anche quelli della succitata Coop, di Auchan e di Carrefour. La prima, come detto, fattura in Italia 12,5 miliardi di euro, uno solo in meno di Monsanto a livello planetario. Auchan vende in Europa per 54,2 miliardi di euro, cioè più del doppio di quanto assommino i fatturati di Bayer e Monsanto.

Infine Carrefour: 77 i miliardi di euro raccolti nel 2015. Il 10% in più di Basf, colosso numero uno mondiale della chimica. Notizia fresca fresca: Bernardo Caprotti, patròn di Esselunga, lascia. A 91 anni molla la sua creatura e la mette in vendita. Carrefour è in pole position, visto che già nel 2004 ci aveva provato, senza successo. Oggi potrebbe rifarsi avanti e accaparrarsi i 7,3 miliardi di euro fatti registrare nel 2015 da Esselunga. Ciò la porterebbe a superare la soglia degli 84 miliardi di euro, operando solo in Europa. Una cifra che è una volta e mezza le vendite globali di agrofarmaci. La sola Carrefour venderebbe cioè molto di più di tutte le multinazionali della chimica agraria messe insieme. E vende cibo. Parla ai consumatori. Ne indirizza le scelte e le preferenze. Gli agricoltori contano poco o nulla nelle filiere agroalimentari, raccogliendo solo le briciole dei prezzi alla vendita della loro ortofrutta. Sono cioè l’ultima ruota del carro, la Cenerentola che vive di avanzi. E se conta così poco l’agricoltura sui banconi dei supermercati, sulle scelte alimentari della gente, sui commerci globali di cibo e di materie prime, cosa volete che contino i fornitori dell’agricoltura, ovvero le multinazionali del seme, della chimica e delle macchine agricole?

Bravi: una cippa quadra.

Henry Kissinger aveva quindi ragione. Solo che i governatori del cibo, i padroni dei popoli, forse sono altri…

 

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Le responsabilità degli irresponsabili

Sempre più frequenti gli atti eco-terroristici

Sempre più frequenti gli atti eco-terroristici

Si moltiplicano insulti, minacce e atti terroristici ai danni di chi produca o sostenga chimica agraria e biotecnologie. La follia è di pochi, tante invece le responsabilità, dirette e indirette

Ogni cosa per crescere va prima seminata, poi nutrita e infine irrigata. Solo così si possono ottenere i risultati sperati. Ciò vale in agricoltura, ma può valere anche contro di essa. I continui attacchi mediatici a chimica e biotecnologie stanno infatti ottenendo due effetti molto differenti fra loro, ma intimamente interconnessi. Il primo si sviluppa a livello politico e sociale, mostrando come sintomi tangibili le prese di posizione abolizioniste – tendenti a volte al forcaiolo nei toni – assunte da interi schieramenti parlamentari e pure da alcuni Ministri italiani. Perfino da quelli che, come Maurizio Martina, dovrebbero guardare a chimica e genetica agraria con occhi prettamente scientifici, avulsi cioè da opportunismi elettoral populisti. Il secondo effetto, fattosi ancor più bullo grazie al primo, mostra un crescendo di comportamenti folli e delinquenziali, quasi trovasse legittimazione proprio nel clima inquisitorio e perennemente allarmista che asfissia una gran parte delle tecnologie agrarie.

Ultimo della serie, un uomo di 36 anni, Noel Cruz Torres, ha fatto irruzione nella sede Pioneer Hi-Bred di Salinas, a Puerto Rico, lanciando bombe molotov fino a che la polizia non lo ha steso con i taser. Non prima di aver steso lui un lenzuolo con la scritta  “Alzati Boricua è il tempo di difendere il nostro Paese. Viva Puerto Rico libero!“. Un pazzo, si dirà. E in effetti ci sta. Ma le vere domande sono: perché se l’è presa con Pioneer per sfogare i propri disagi? Cosa è scattato nel cervello di Noel Cruz Torres perché si sia alzato, abbia preparato delle molotov e abbia immolato la propria libertà pur di attaccare la multinazionale americana?

Le risposte potrebbero essere molteplici. Di certo, non è stato un embolo improvviso, scaturito per caso mangiando nachos di mais transgenico. Gesti come il suo hanno origini lontane, nascono da minuscoli semi i quali, adeguatamente coltivati, divengono terrorismo. E così, come gli attentatori filo-Isis di Parigi e Bruxelles non sono certo nati dal nulla, bensì da un substrato di odio continuamente fomentato da spregiudicati ideologi, Noel Cruz Torres è nato anch’egli in un maleodorante humus intriso d’odio. Un terreno fertile, questo, reso sapientemente incandescente da altri ideologi, da altri scaltri manipolatori, ovvero dagli Imam delle nuove religioni: quelle ecologiste, animaliste e salutiste.

Quanto ha infatti contato nel gesto di Noel, domando, il continuo bombardamento anti-chimica e anti-biotech che infesta media e social network? Di quanti gradi sono saliti i gradi nel suo cervello grazie ai mantra ossessivi contro le multinazionali padrone del Mondo, affamatrici di poveri, distruttrici di ambiente e salute?

Impossibile stimarlo con precisione, ma sicuramente è possibile attribuire una bella fetta di responsabilità a tutti coloro che fanno attivismo compulsivo, creando allarmi anche dove non ci sono, gettando continuamente benzina sul fuoco, magari infarcendo i propri argomentari con pannocchie iniettate di liquidi colorati o di maschere anti gas indossate per mangiare una mela. Oppure creando vere e proprie bufale, come quella degli olivi ogm del Salento e del glifosate come causa delle morie di ulivi. Senza dimenticare le accuse a piriproxifen, un insetticida, di essere responsabile della microcefalia in Brasile, una patologia causata invece da un virus trasmesso dalle zanzare. Dulcis in fundo, tumori e altri malacci sbattuti là un po’ dovunque, ovviamente, se no il popolino rischia di non ascoltarli più i Cavalieri dell’Apocalisse incipiente. Un’Apocalisse che mai si verifica, ovviamente, per lo meno analizzando gli ultimi duemila anni della storia dell’Umanità.

Se oggi quella povera anima di Noel Cruz Torres viene sdoganato semplicisticamente come pazzo isolato, come sempre accade in tali situazioni, come vanno catalogati i cosiddetti “antagonisti” che hanno messo due volte nel mirino l’Efsa di Parma? La prima invadendone la sede al fine di intimidire l’Agenzia in tema di ogm, sui quali essa ha sempre espresso pareri scientifici favorevoli. La seconda inviando una bomba camuffata da lettera, guarda caso nel bel mezzo della diatriba fra Iarc ed Efsa su glifosate. Perché se non dici ciò che gli ambientalisti vogliono, nel migliore dei casi vieni criticato aspramente, nel peggiore ti becchi una bomba.

Ben lo sanno le quattro vittime di analoghe missive esplosive che nel 2015 vennero inviate ad altrettanti membri della Alianza Protransgénicos, un’associazione messicana di tecnici, professori universitari e agronomi che sostengono gli ogm. Al grido “O l’Umanità ferma Monsanto, o Monsanto fermerà l’Umanità” gli sono state spedite quindi bombe. Così imparano a dire che gli ogm non sono il Male Assoluto, come viene pervicacemente rimbalzato dalle lobby  ambientaliste nonostante le 15 mila pubblicazioni scientifiche che le smentiscono.

Ma poi, suvvia, al di là del deprecabile gesto da minorati mentali e morali di mandare ordigni a padri di famiglia, davvero credete che il Male sia Monsanto? Una multinazionale che fattura a livello globale quanto incassa Coop in Italia? Se proprio volete fare gli eco-terroristi, almeno documentatevi prima sugli ordini di grandezza dei mulini a vento che nel vostro delirio avete deciso di attaccare.

Non ha invece ricevuto bombe Kevin Folta, ma “solo” minacce di aggressioni e di morte. Folta è professore del Dipartimento di Scienze Orticole dell’Università della Florida ed è stato “fortunello”, perché fatto oggetto solo di mail-bombing, stalking, insulti, minacce, per la sua attività divulgativa a favore delle tecnologie agrarie, sia chimiche, sia genetiche. In particolare, Folta è stato messo al centro del mirino dal cosiddetto “Food Babe Army,” uno sparuto ma esaltato esercito composto dai seguaci di Vani Hari, ovvero la Regina americana delle pseudoscience sul cibo. Food Babe, questo il nickname di Vani Hari, è anche maestra del cosiddetto “fear mongering“, cioè la tattica che usa la paura per fomentare odio verso qualcosa, oppure per orientare le scelte del popolo. Al suo confronto, Vandana Shiva è l’amministratore delegato di Syngenta. Come reazione, Folta ha dovuto sospendere le proprie attività di divulgazione “anti-cazzari”, salvo poi tornare, smaltita la paura per sé e per la famiglia.

Analoga sorte è toccata a Jay Cullen, professore presso l’Università della British Columbia. Anch’egli costretto dalle minacce di morte a sospendere la propria attività come divulgatore anti-ecoterroristi. La sua colpa? Aver dimostrato che lungo le coste degli Stati Uniti non vi era traccia delle millantate radiazioni fuoriuscite dalla centrale di Fukushima. Gli ambientalisti stavano infatti terrorizzando da mesi la popolazione nordamericana con bieche falsità inventate di sana pianta. Zero. Non c’erano, le radiazioni. Cullen lo ha misurato e pubblicato ed ha per questo ricevuto minacce di morte, per sé e famiglia. Perché gli eco-terroristi son fatti così: se dimostri coi fatti che sono dei farabutti, dei disonesti, degli ignoranti, dei disadattati sociali e mentali, rispondono con le minacce, anche di morte.

Orbene, care lobby ecologiste che amate presentarvi come la “faccia pulita del Pianeta“, i buoni che combattono il Male: come li definite i soggetti di cui sopra? Sono forse “compagni che sbagliano“, come vennero definiti i Brigatisti Rossi da parte di quel Comunismo parlamentare in cui essi affondavano le proprie radici culturali?

Oppure vi sentite del tutto separati da ciò che fanno e dicono, tanto da non riconoscere più nemmeno le suddette radici comuni su cui le vostre azioni, per quanto distinte, si fondano?

Se ancora non ve lo aveva detto nessuno, ve lo dico io ora: i cervelli dei soggetti di cui sopra sono sì bacati, su questo non ci piove. Ma il virus che anche per tale ragione vi si è installato con facilità ha il medesimo dna di molti vostri attivisti. O magari anche dirigenti, perché no? Gente che forse le bombe non è abbastanza folle per metterle, ma che tutto sommato gongola quando viene a sapere che qualcuno, quelle bombe, pur le ha messe.

Non pensiate quindi di essere intangibili da qualsiasi polemica in tal senso. Perché personalmente non vedo grandi differenze fra un matto che si mette nei guai tirando molotov alla Pioneer e degli attivisti di Greenpeace che calpestano il Colibrì di Nazca, patrimonio dell’Umanità, solo per stendere uno dei soliti striscioni anti-qualcosa.

La musica è la stessa, non ci provate neanche a dire che non è così. Semplicemente, è solo il volume con cui viene suonata ad essere più alto o più basso a seconda dei casi. Ecco perché definirvi non violenti per scavare fossati identitari fra voi e loro, ai miei occhi appare come mettersi il deodorante invece di lavarsi.

Pensate a questo, la prossima volta che sarete tentati di fomentare ulteriore allarmismo gratuito, facendo magari altre “inchieste” sul glifosate nella birra o negli assorbenti intimi. Oppure generando paure sui residui di agrofarmaci nelle mele, sebbene questi fossero tutti regolari per Legge. Perché la gente, là fuori, si spaventa. Ovvio che ciò lo sapete benissimo, come pure sapete altrettanto bene che tale paura viene comoda alle vostre istanze. Ma siamo onesti: non è comportamento condivisibile, né scientificamente, né socialmente, né mediaticamente, né politicamente.

Diventate finalmente adulti e responsabili, perché è l’ora che la finiate di ficcare continuamente delle mine sotto i pilastri della Civiltà Occidentale, anche quando tali mine non abbiano alcun senso e motivazione reale. Perché non esiste auto promozione associazionista che valga l’impaludamento del progresso, né tanto meno l’incolumità di brave persone.

E, magari, ora scrivetegli due righe a quel povero mentecatto di Noel Cruz Torres. Per scusarvi se per caso ha male interpretato le vostre istanze, come pure per spiegargli che la lotta a favore dell’ambiente non si fa con le molotov. Lui forse non capirà, perso nei suoi deliri scritti sui lenzuoli, ma sarebbe comunque un segnale simbolico di alto valore in un Mondo sempre più in balia di gente come Vani Hari & soci. Soci dai quali non potete più esimervi dal prendere distanze materialmente misurabili, invece di chiudervi in silenzi assordanti in occasione di tali misfatti, o di limitarvi a qualche commento circostanziale di condanna che suona più come il risultato di un compositore automatico di testi, anziché di sentimenti autentici.

 

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