Benvenuti nel mio blog!

Questo è un blog dove si parla soprattutto di agricoltura e dei suoi rapporti con l’ambiente e la salute…

.. ma è anche un luogo dove si trattano temi come quelli energetici, alimentari e di attualità.

Come regola, viste le incursioni reiterate di personaggi in cerca di visibilità, nonché di proseliti della teoria della cosiddetta “montagna di merda”, ho deciso che questo blog va interpretato come un libro non cartaceo. Un luogo dove io scrivo, chi visita legge. Se è d’accordo, bene. Se ritiene di avere imparato qualcosa, ancora meglio. Se invece ritiene che l’uomo sia frugivoro, che i vaccini facciano venire l’autismo, che la chemioterapia uccida anziché salvare, oppure che le multinazionali stiano cospirando per ucciderci tutti, malissimo. Qui di posto per divulgare i falsi miti della vostra dimensione parallela, non ce n’è. Fatevene una ragione.

Buona navigazione quindi!

Donatello Sandroni

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I masochisti di Babbeolandia

Storia semi-seria di un dramma nazionale

Negli ultimi mesi in Veneto e Puglia sono nate proteste contro i “pesticidi”, organizzate da comitati di cittadini che spesso di agricoltura, di chimica e di tossicologia capiscono dal poco al nulla, ma che protestano con una forza direttamente proporzionale alla propria ignoranza sui temi contestati

Capita a volte di abbioccarsi davanti alla tv e magari di fare sogni strani e surreali. L’ultima volta che mi è successo mi sono ritrovato in uno strano paese chiamato Babbeolandia. Un’area densamente popolata, con quartieri residenziali e industriali, infrastrutture, campi coltivati. La popolazione ha un ottimo tenore di vita, un buon reddito e un discreto livello di scolarizzazione. Però, nonostante ciò, nel paese di Babbeolandia succede qualcosa di incredibile: un personaggio mezzo matto, poco noto in città fino a queste sue uscite, inizia a mandare esposti al sindaco, in Procura, ai vigili, ai Palombari ciclisti e alle Giovani Marmotte.

Il motivo della protesta? Troppi piloni infissi nel terreno: deturpano il territorio. Del resto, di ponti e viadotti ce ne sono diversi: passano sopra strade, autostrade, fiumi, canali e ferrovie. Le strade devono infatti scavalcarsi fra loro e passare sopra alle altre infrastrutture. Piaccia o meno, è così. Stanco però dei pilastri che torreggiano da sotto i cavalcavia, il torvo psicotico ha messo in piedi il “No piloni”, un comitato di cittadini che ne chiedono la rimozione. Ma non dei ponti: proprio dei pilastri.

Appare chiaro a ogni sano di mente che senza pilastri i ponti non stanno in piedi e vengono giù. Ma quello svitato pare non saperlo e va avanti a sgonnellare a destra e a manca, a tenere riunioni serali per sobillare la popolazione contro i pilastri. Instancabile, porta argomenti fra l’assurdo e il falso, ma la gente è ingenua e il calore che quel concittadino mette nei propri comizi li conquista poco per volta. Il fenomeno quindi cresce e a raccogliere consensi, dopo qualche mese, non c’è più un solo svitato, bensì un manipolo di svitati. Quasi fosse un contagio inarrestabile, quel comitato partito da un solo cittadino diventa movimento, assurgendo a ruolo di interlocutore con cui fare i conti. Non a caso, anche la stampa locale si butta a pesce sui contestatori, riportandone acriticamente ogni istanza, facendo interviste, pubblicando foto agghiaccianti di ponti e pilastri in cemento armato. Brutti, grezzi, sgradevoli. Come fare a non condividere l’idea e a non rilanciare le richieste di abbattimento?

E dove arrivano i media, subito dopo arrivano i politici. Una volta che un fenomeno cresce oltre una certa soglia, devono pur interessarsene. Sì, ma come? Anche il sindaco sa benissimo che tagliare i piloni è un’idiozia, perché senza di essi viene giù ogni cavalcavia del paese, ma si trova di fronte a un bivio pericoloso: se si esprime in tal senso, collide con un sentimento popolare ormai diffuso e in crescita. E dare degli idioti a centinaia di persone non è come dare dell’idiota a un singolo cittadino con seri problemi psichici. Le opposizioni coglierebbero subito l’occasione per attaccarlo, mettendosi loro al fianco di quella masnada di esaltati ipocondriaci e lui resterebbe col cerino in mano, facendo la figura di uno che non sa cogliere i sentimenti popolari.

In più, c’è una considerazione di tipo temporale e probabilistico da fare: che quelle istanze arrivino a compimento, pensa infatti il sindaco, è molto improbabile e semmai dovesse accadere, accadrebbe in tempi molto lunghi. È talmente cretina come idea che, suvvia, chi mai darà i permessi a livello centrale? Il ministro alle infrastrutture? L’assessore regionale? Ma no dai, impossibile! Arrivati a quel livello le proposte demenziali verranno pur stroncate da qualcuno, no? Quindi perché fare lui il cattivo della situazione che contrasta il movimento locale, cioè quello cui fra pochi mesi dovrà andare a chiedere il voto per le amministrative? No, no. Meglio mostrarsi vicino al popolo per ingraziarsene i favori. Quindi il sindaco indossa la fascia tricolore e si schiera in testa al corteo di cittadini che nel frattempo hanno organizzato una marcia sotto i riflettori di giornali e televisioni. Ci penseranno semmai altri, a livello superiore, a giocare la parte dei castigamatti. Cosa potrebbe mai andare storto?

Del resto, il corteo è costituito dal circolo “Intellettuali di un certo spessore laureati in filologia romanza e poeti minori del Rinascimento fiammingo, mica ci vorranno insegnare gli ingegneri come costruire i ponti?”, affiancati dall’associazione anti vax “Mamme preoccupate per i vaccini contaminati da cellule duodenali di cammello della Cirenaica. L’abbiamo letto su internet”. Non potevano poi mancare gli anziani del centro “Pensionati a 50 anni con il retributivo, son 20 anni che ci rompiamo i coglioni senza far nulla: ora coi cortei ci svaghiamo un po’”. Infine, la frangia più aggressiva e rivoluzionaria del centro sociale “Non abbiamo lavorato un giorno in vita nostra, ma vogliamo insegnare a quelli che ci mantengono come va gestito lo Stato”.

Qualche ingegnere civile si è pur provato a dire che era un’idiozia, ma è stato deriso, insultato e perfino minacciato, fino a ridurlo al silenzio. E che scherziamo? Ora, solo perché uno è ingegnere vorrà mica opporsi alla volontà popolare dei laureati all’università della vita? Invece, proprio grazie a tali premesse, le cose che nascono con una brutta piega, finiscono spesso con una piega anche peggiore: con somma sorpresa del sindaco di Babbeolandia, il matto che ha dato vita alla petizione si è nel frattempo affiliato a un movimento politico composto da ogni tipo di sfigato e di fallito, componendo un accrocchio di populisti che hanno fatto della protesta demagogica la loro unica argomentazione politica. Sono cresciuti in fretta nei favori popolari, aizzando la gente contro i poteri forti, le banche, le multinazionali, la casta politica ed economica del paese. Le solite cose, insomma. A un tale pentolone di scappati di casa in cerca di poltrone non è parso vero di candidarlo alle elezioni politiche e così lo psicolabile è riuscito ad arrivare al Senato, infiltrandosi pure nella Commissione Infrastrutture grazie ad amicizie di convenienza e alla incoercibile volontà di imporre la propria visione paranoica al resto del mondo.

Giunto in Commissione, il pericoloso soggetto innesca quindi un contagio del tutto identico a quello già diffuso a livello comunale. Così, nel giro di pochi mesi la proposta di abbattere i pilastri dei ponti passa dalla semplice petizione di paesello a proposta di Legge. Il sindaco comincia a sudare freddo, perché a quel punto mica può ritornare più sui suoi passi e se la proposta diventa Legge, poi toccherà anche a lui abbattere i pilastri di sua competenza, quelli facenti capo al Comune. E lì capisce che la popolazione si rivolterà una volta che i ponti, immancabilmente, verranno giù come il burro. L’unica cosa da fare è quindi passare la palla, dando le dimissioni e piazzando sulla poltrona di sindaco qualcuno che si prenda la colpa della scelta scomoda. Un utile idiota che faccia da reggente e che si rovini lui la carriera politica al posto suo. E infatti, entro pochi mesi partono i lavori, sotto la nuova giunta, e come era facilmente prevedibile per ogni normodotato del Pianeta i ponti crollano uno dopo l’altro.

A quel punto si potrebbe immaginare lo sbigottimento di una popolazione consapevole di aver fatto un’immane cazzata con le proprie marce del menga. E invece niente: la popolazione, comitati di cittadini in prima fila, s’incazza. Ma di brutto. Ponti e cavalcavia sono crollati sopra altre strade, sulla ferrovia, sugli acquedotti, sui metanodotti e sui fiumi. Impossibile passare da una parte all’altra del paese, né in auto, né a piedi. Babbeolandia è del tutto paralizzata, peggio che dopo un bombardamento di guerra. Le fabbriche chiudono in poche settimane, perché non possono né ricevere, né inviare merci, né tanto meno lavorare. Le ambulanze non possono soccorrere più nessuno e i negozi in poco tempo restano vuoti per mancanza di approvvigionamenti, così come si interrompono luce, gas e acqua.

La gente affamata e malata s’inferocisce e inizia a dare la caccia a chi? Al malato di mente che li ha sobillati? Ai propri capipopolo? A se stessi? Macché, la danno al povero ingenuo che si è fatto piazzare sotto al culo la poltrona più scomoda del Paese. È da lui che si aspettano soluzioni, pure in fretta: loro vogliono tornare a passare dove passavano prima e sono così stupidi da non capire che la colpa della situazione è solo della mancanza di rispetto per chi invece sapeva bene cosa sarebbe successo ed è stato invece messo in un angolo, in minoranza, tacciato di essere servo della casta, venduto a interessi contrari a quelli del popolo.

Il sogno finisce con un profondo sollievo, come al solito, mentre la società di Babbeolandia collassa, implodendo sulle macerie della propria arroganza e della propria stupidità.

Accendo il computer e leggo che in Veneto dei comitati di cittadini, sobillati dai soliti paranoici anti chimica, stanno organizzando marce e proteste contro la viticoltura locale accusata di ogni nefandezza, ovvero tumori e malacci oscuri, nonostante ogni statistica sanitaria delle loro zone dimostri che stanno meglio loro, in mezzo ai vigneti, di tutti gli altri Italiani messi insieme. Ma come accaduto agli ingegneri di Babbeolandia, le uniche persone da ascoltare sono proprio quelle che vengono attaccate, denigrate, insultate e minacciate.

E proprio come a Babbeolandia, molti sindaci, invece di dire a questa gente di farsi curare le proprie ossessioni compulsive, ne capeggiano le istanze, bandendo sui propri territori comunali alcuni agrofarmaci di cui sanno dal poco al nulla, ma di cui si chiede la testa vox populi. E le elezioni sono sempre vicine. Sempre.

E no, non è un sogno in un sogno. Non mi trovo in una sorta di Inception. Sono proprio sveglio e mi tocca assistere a tali orge psicotiche da parte di gente che dei prodotti di cui io sono esperto capisce invece meno di una mazza fionda. Nonostante ciò, urla, strepita, manifesta e chiede bandi, proibizioni. Ma in fondo, come fare a dare loro torto, se perfino l’ex-Ministro all’Agricoltura Maurizio Martina è apparso in campagna elettorale con un meme su facebook in cui prometteva il bando di tutti i pesticidi (tutti) entro il 2025*? Una proposta demenziale quanto quella dei pilastri di Babbeolandia, perché le produzioni agricole poggiano sui prodotti per la difesa delle piante quanto i ponti poggiano sui piloni. Abolirli significa essere disconnessi dalla realtà. Significa non meritare i tre e più pasti al giorno che gli agricoltori mettono a disposizione proprio di quei cittadini che li odiano e chiedono perfino di metterli in galera quali biechi avvelenatori di bambini. Gente che solo una carestia può forse curare in un cervello al momento palesemente bacato.

Extraterrestre, portami via. Sig. Sulu, curvatura 6: rotta per Vulcano, voglio chiedere asilo a Mr. Spock.

* : In barba alla promessa elettorale – e per fortuna – il Ministro ha poi firmato un Decreto di lotta obbligatoria contro la cosiddetta “sputacchina”, ovvero l’insetto che trasmette agli ulivi le infezioni di Xylella fastidiosa, il batterio che ha ormai colonizzato mezza Puglia e che ha già fatto seccare decine di migliaia di piante in un clima di negazionismo generale. Indovinate un po’? Sono già nati comitati contro il Decreto, con alcuni deficienti che affermano essere meglio che spariscano tutti gli ulivi dalla Puglia che fare dei trattamenti insetticidi. Segue paranoica descrizione di Armageddon chimici, con salute e ambiente ridotti a scenari post-atomici. Tutto falso, ovviamente, ma solo per i normodotati. Come si vede, Babbeolandia non ha una localizzazione geografica netta. Può essere un comune del Veneto come della Puglia. Il risultato resta il medesimo, purtroppo per i normodotati.

 

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Bugie dalle gambe sempre più corte

Nonostante ciò, ripetere un milione di volte che la Terra è piatta non la farà diventare tale

La recente pubblicazione sugli ogm della Scuola Sant’Anna e dell’Università di Pisa ha mandato nel panico ecologisti e biologici, cioè le due lobby che in Italia hanno pressoché l’esclusiva in termini di comunicazione al pubblico. Hanno quindi mentito per tutti questi anni? Sì. E piano piano la verità sta venendo fuori.

Ogm devastatori di ambiente contro biologico ecosostenibile e salvifico. Questo in sostanza il messaggio che da decenni martella i consumatori, inducendone una crescente parte a spendere molto di più per comprare alimenti millantati più sicuri, ecologici e sostenibili. Ma le cose stanno davvero così? Niente affatto. Tutti i limiti del biologico e della disinformazione ecologista stanno emergendo pezzo a pezzo, come pure stanno finalmente circolando informazioni e studi scientifici che sbugiardano le campagne maramalde orchestrate da sempre contro biotecnologie e agrochimica.

Ultima della serie, la ricerca sviluppata dalla Scuola Sant’Anna di Pisa e dall’Università della medesima città toscana. Una ricerca che ha già provocato stizzite reazioni da parte di Federbio, tramite il proprio presidente Paolo Carnemolla, oppure del biologo Gianni Tamino.

Bufale, fake news. Così vengono definite le notizie che hanno rilanciato lo studio pisano. Mica scienza. Del resto, afferma Tamino, lo studio non parla della presenza di pesticidi nelle colture ogm, mentre Carnemolla minimizza da parte sua i benefici dell’avere meno micotossine grazie agli ogm, affermando che il bio può usare un ceppo atossigeno di aspergilli atti a competere con i ceppi tossigeni. E via così.

Che i giornali abbiano in effetti suonato trombe un filo alte di ottava, ci sta. Un fatto che però non pare disturbare quando ciò sia a favore di ecologisti e del biologico, evento che accade con estrema frequenza purtroppo. Lì, però, i toni trionfalistici non paiono mai troppi.

Quando invece la stampa dà lustro a una ricerca a favore degli ogm scatta la gara a chi trova più critiche da buttare sul tavolo. È una tecnica comunicativa ben strutturata nel mondo bio-ecologista: da un lato bisogna alimentare paure verso ciò che non si vuole vedere nei campi, come pesticidi e ogm, per esempio. Dall’altro si deve sminuire l’utilità di suddette tecnologie. Il risultato è che la gente non ci mette molto a dire no a qualcosa che gli è stato detto che non solo è pericoloso, ma che è addirittura inutile.

Peccato, o per fortuna, che non sia affatto così. A dispetto delle campagne allarmiste e denigratorie, le supposte evidenze di pericolosità ancora non sfondano alla prova dei fatti, mentre stanno lievitando le evidenze scientifiche di segno contrario. Chiaro che così il fronte no-ogm e no-pesticidi si senta minacciato e risponda tramite gli usuali megafoni che gli vengono prestati. Ma andiamo a vedere cosa dice la ricerca pisana. Perché alla fin fine, se le ricerche non si leggono, neanche si possono capire.

 

Attacchi di piralide alle foglie del mais. O si usano gli insetticidi, o si seminano mais Bt

 

Cosa dice lo studio

La meta analisi elaborata a Pisa sul tema ogm, ovvero lo studio comparato della bibliografia esistente su alcuni specifici aspetti, ha portato a conclusioni estremamente positive su questi ibridi innovativi. Ibridi coltivati ormai da più di vent’anni su oltre 185 milioni di ettari al Mondo senza che si siano mai realizzate le profezie da Cassandra che ecologisti e biologici hanno propagato fin dalla loro prima semina, avvenuta nel 1996.

La ricerca pisana è stata sviluppata su 542, 99, 813 e 29 lavori rispettivamente su rese & qualità, effetto su organismi target, non target e cicli biogeochimici, dimostrando come nel ventennio di utilizzo i mais gm abbiano ottenuto risultati superiori rispetto alle linee isogeniche (non-ogm) a loro vicine geneticamente.

Innanzitutto, la resa è mediamente aumentata dal 5,6 al 24,5%. Un dato che appare sottostimato, visto che i primi ibridi ogm non differivano molto quanto a rese dai loro simili convenzionali. Se tale ricerca venisse focalizzata solo sugli ultimi ibridi messi in commercio, tale percentuale sarebbe di molto superiore, visto il recente record di 33 tonnellate per ettaro ottenuto in America con un ibrido Bt. A termine di paragone, si pensi che in Italia si sputa sangue per trebbiarne 20, quando va bene bene. Il lungo periodo della meta-analisi ha cioè appiattito questo parametro, minimizzandolo. Nella realtà, può cioè essere solo che superiore.

Ottimi risultati anche per la sicurezza per la salute umana, dato che le concentrazioni di micotossine, fumonisine e tricoteceni sono risultate inferiori rispettivamente del 28,8%, del 30,6% e del 36,5%. Considerando la tossicità e la cancerogenicità di tali sostanze naturali, negare che ciò rappresenti un vantaggio per la salute, come si è subito cercato di fare a botta calda, richiede cioè uno sforzo di malafede invero consistente.

Certo, ci sono soluzioni basate su ceppi atossigeni di aspergilli, da spargere nei campi in modo che competano con i ceppi tossigeni. Ma tale bandiera del biologico è bene tenerla a mezz’asta, dato che la competizione fra organismi non porta mai a risultati definitivi, bensì solo a riduzioni parziali che possono variare molto a seconda dell’anno e del campo.

Inoltre, nulla vieta di spargere quei ceppi anche ai piedi delle piante di mais gm, riducendo ulteriormente il carico di micotossine nelle granelle e nei trinciati. Sono due soluzioni che infatti mostrano un elevato grado di complementarietà e solo i biologici tendenti al talebano possono vedere nell’una l’esclusione dell’altra. L’agricoltura integrata, invece, li userebbe volentieri entrambi. Ad averceli…

Quanto agli organismi non target analizzati, altro tema sensibile, questi non sono stati influenzati negativamente dai mais gm, per lo meno studiando le popolazioni di Anthocoridae, Aphididae, Carabidae, Chrysopidae, Cicadellidae, Coccinellidae, Nabidae, Nitidulidae e Staphylinidae e Araneae. I Cicadellidi sono risultati addirittura maggiori nei gm rispetto ai convenzionali, mentre sono calati del 31,5% i Braconidi, parassitoidi della piralide, per l’ovvio calo del parassita primario dovuto all’elevata efficacia del mais Bt nel suo contenimento.

In altre parole, quando qualche anti-ogm, come per esempio Carlo Petrini di Slow Food, accusa gli ibridi biotech di distruggere la biodiversità, dice cose contrarie al vero. Ognuno scelga un’espressione più confacente, se questa pare troppo gentile.

Tutto in regola anche per i parametri del ciclo biogeochimico nel suolo, almeno per ciò che suggerisce la composizione dei mais Bt rispetto ai loro corrispettivi convenzionali. Per esempio, il contenuto di lignina negli steli e nelle foglie non variano e la decomposizione della biomassa nel terreno è addirittura risultata più alta nei mais gm. Un eventuale aumento della lignina avrebbe infatti comportato un peggioramento, sia nel terreno, sia nell’alimentazione degli animali. Aumento che non è stato registrato.

Non varia neppure la concentrazione di proteine, lipidi e fibre totali della granella. Il valore nutrizionale è cioè stato verificato essere uguale, con altrettanta buona pace dei detrattori. Tali studi sono peraltro coerenti con altri sviluppati in passato proprio sugli animali da allevamento, come il famoso “100 billion study“(1), altra meta analisi pubblicata su “Journal of Animal Science” dalla quale si evince come gli animali d’allevamento americani godrebbero di ottima salute, nonostante gli oltre vent’anni di alimentazione ogm [e quindi anche di esposizione al famigerato glifosate, giusto per rispondere a Gianni Tamino, nda].

In quell’occasione i ricercatori avrebbero valutato numerosi studi riguardanti la salute del bestiame dal 1983 al 2011. Un periodo di 28 anni di cui 13 senza ogm. L’insieme degli studi ha riguardato un totale di 100 miliardi di animali, i quali per più di un quarto di secolo sono stati allevati consumando migliaia di miliardi di razioni sia con, sia senza ogm [Quindi sia con, sia senza glifosate, nda]. Comparando lo stato sanitario nei due periodi osservati, nessun effetto negativo sarebbe stato evidenziato a carico dei capi nutriti con mangimi ogm, sia che fossero resistenti a glifosate, sia che fossero resistenti agli insetti, sia che fossero resistenti a entrambi.

Vi è quindi seriamente da dubitare che possano essere dannosi il latte, le uova o le carni consumate dagli esseri umani, se gli ogm non hanno fatto male in primis agli animali che se ne sono nutriti, come si è invece cercato di dimostrare in Italia falsificando le ricerche, unico modo rimasto per sostenere questa tesi allarmista.

Tornando quindi allo studio pisano, sarebbe infine trascurabile anche l’impatto sul biota del terreno, rilevandosi solo modesti effetti, in qualche studio, su alcune specie di ciliati, lombrichi e pochi altri organismi, ma troppo poco per essere sufficienti in una meta analisi. Di certo, la conclusione del gruppo di ricerca è che nei reali ambienti di campo, gli eventuali effetti sul biota del terreno sono leggeri e transitori, non rappresentando per il suolo un problema in tal senso.

Una conclusione confermata anche dal Rivm (Istituto per la salute pubblica e per l’ambiente del Ministero della salute, welfare e sport olandese). Tramite la sua pubblicazione “General Surveillance for effects of GM crops on the soil ecosystem“, dimostra come:

Only very few and small effects of GM crops on the soil ecosystem were found. In all cases, effects of normal agricultural practice, such as tillage and the cultivation of other crop species, were larger than those caused by the GM crops“.

In altre parole, analizzando la presenza e il livello di degradazione della sostanza organica del terreno, come pure l’andamento di alcune popolazioni chiave del suolo, come nematodi o alcuni microrganismi, i ricercatori olandesi hanno concluso che le variazioni sono minime rispetto alle colture convenzionali.

E comunque, cosa drammatica soprattutto per Federbio e tutto il biologico in generale, gli ogm sono ampiamente meno impattanti delle lavorazioni del suolo, cioè quelle su cui il biologico vive, avendo bandito con disprezzo ogni erbicida di sintesi. Ciò però li obbliga, per lo meno quelli onesti che non usano erbicidi di nascosto, a ripetute lavorazioni meccaniche.

Oltre all’aratura, che necessariamente deve essere profonda se si vuole avere un minimo di riduzione del numero di semi delle infestanti, servono spesso un paio di ulteriori lavorazioni di affinamento, come le discature, anch’esse altamente energivore, e le rifiniture pre-semina con gli erpici a denti. Il risultato è un terreno completamente nudo, ridotto letteralmente in briciole dagli organi meccanici.

 

Risultati di un’aratura del terreno. Si provi a immaginare l’effetto anche delle successive lavorazioni necessarie a rendere la terra seminabile

 

Circa gli impatti sui lombrichi e sugli artropodi del terreno, ovviamente, il biologico glissa. Come pure glissa sull’ossidazione della sostanza organica indotta dall’esposizione delle particelle del terreno all’aria e quindi all’ossigeno. Per non parlare delle tonnellate di CO2 emessa dai trattori, i quali hanno dovuto solcare ripetutamente i campi trainando pesanti attrezzi e consumando fiumi di gasolio.

Inoltre, le lavorazioni del terreno possono essere la peggior scelta possibile quando si operi in aree collinari, come quelle del centro e del sud Italia. Arare e lavorare le colline da seminare a grano o girasole, infatti, apre la via ai tanto temuti processi di erosione superficiale, operata dal vento e, soprattutto, dalle piogge. Se invece si coltivano mais o altre colture sarchiabili, alle lavorazioni pre-semina si aggiungono la strigliatura più una o due sarchiature, la cui seconda può essere sostituita da una rincalzatura, atta a rivoltare la terra sui piedi della coltura. Ciò serve per “sbarbare” le malerbe dal centro delle file e per coprirle con della terra lungo le file stesse, ove ovviamente le sarchiature precedenti non potevano arrivare. In altre parole: un massacro reiterato dei suoli.

Tali impatti negativi delle lavorazioni al terreno il biologico cerca di compensarli con rotazioni frequenti, apporti di letame e altre forme di sostanza organica, ma anche tramite cover crops e messe a riposo di ampie porzioni aziendali, come avviene per esempio con chi coltivi riso “davvero biologico”, lavorando e coltivando solo la metà dell’intera superficie aziendale e lasciando a riposo l’altra.

Tale approccio comporta però tre distinti problemi: il primo è che l’Italia ha visto dimezzare in un secolo le proprie superfici coltivabili, da 24 milioni di ettari circa a soli 12 milioni. In altre parole, ogni fazzoletto di terra dovrebbe produrre il massimo che può anziché essere lasciato “a riposare”. Secondo punto: il letame è materiale difficile da reperire al di fuori della Pianura Padana, ove risiede la maggior parte degli allevamenti zootecnici. E se si pensa che la maggior parte delle aziende e delle superfici a biologico sono al Sud, in primis in Sicilia, ben si comprende quanto quella del letame come soluzione taumaturgica sia poco più che una favola buona per una minoranza delle aziende. In più, l’apologia del letame cozza con tutto quanto si dice circa gli impatti ambientali della zootecnia, accusata di emettere emissioni importanti di gas serra.

Infine le rotazioni. Queste fanno sicuramente bene al terreno, ma abbattono le produzioni aziendali. Il riso lo si può coltivare solo in ben precise aree geografiche: fare rotazioni in quelle aree implica una perdita secca di riso a livello nazionale. Non scherzano nemmeno le aree cerealicole, ove le rotazioni possibili dal punto di vista economico sono più che altro grano e girasole, dato che le leguminose foraggere non hanno praticamente più senso proprio per la rarefazione degli allevamenti dall’Emilia Romagna in giù. Seminare leguminose ha quindi senso solo come cover crop, una pratica che non a caso è seguita anche da molti agricoltori non biologici che pratichino la semina su sodo. Ma queste non danno reddito e con la situazione economica attuale delle aziende agricole non appare soluzione percorribile.

Se quindi vi sono pratiche che risultano insostenibili, arcaiche, inefficienti e tutt’altro che ecologiche verso suolo e atmosfera, sono proprio quelle alla base del biologico, il quale sta in piedi solo grazie all’abile martellamento di marketing con cui ha convinto i consumatori a spendere il doppio o il triplo per avere qualcosa che, in sostanza, è equivalente o addirittura peggiore del convenzionale, come appena visto.

A oggi, per le colture cerealicole e per quelle industriali, come mais, soia, girasole, colza etc., le pratiche più moderne, ecologiche, produttive e sostenibili sono infatti quelle che prevedono la semina su sodo, avulsa da lavorazioni meccaniche, ma che utilizzano diserbanti (incluso il vituperato glifosate) e ibridi ogm atti a ridurre i costi per gli agricoltori, innalzare le produzioni, minimizzando al contempo gli impatti sul suolo, le emissioni di anidride carbonica e gli input chimici, come per esempio quelli degli insetticidi.

 

Esempio di semina su sodo, senza alcuna lavorazione. Pratica impercorribile dal biologico che non usa diserbanti. L’impatto per il suolo è ampiamente minore (Foto: Giovanni Picciuto)

Su quest’ultimo tema, degli insetticidi, basti pensare che i mais Bt doppio resistenti a lepidotteri e coleotteri, ovvero piralide e Diabrotica, permettono di saltare le applicazioni alla semina degli insetticidi microgranulari a base di piretroidi, come pure di evitare i trattamenti estivi a piena chioma.

Nel primo caso si parla di prodotti che vanno impiegati a decine di chili per ettaro (anche 50 kg/ha). Nel secondo, viste le maggiori concentrazioni dei formulati, si possono eliminare ulteriori chili di insetticidi in piena estate. Il computo cala però molto se si pensa alle sole sostanze attive: un geoinsetticida granulare a base per esempio di lambda cialotrina allo 0,4%, anche se applicato a dosi di 15 kg/ha implica un utilizzo di soli 60 grammi di sostanza attiva. La medesima sostanza attiva, applicata per via fogliare in estate, implica una dose di soli 200 millilitri per ettaro, pari a circa 20 grammi di lambda cialotrina.

Uno dei cavalli di battaglia dei bio-ecologisti è invece basato proprio sulla negazione che si riducano gli insetticidi, dato che gli ibridi resistenti alla sola piralide permettono di eliminare come visto solo 200 ml/ha di prodotti, necessitando però di trattamenti con geoinsetticidi che vanno applicati a decine di chili. La diminuzione assoluta appare in tal modo trascurabile, quando invece è comunque sensibile. Da 80 grammi di sostanza attiva complessiva applicata, si può infatti scendere a 60, con un calo del 25% in quantità. Un calo che diviene appunto del 100% se l’ibrido prescelto è doppio-resistente a piralide e diabrotica.

Se quindi le molteplici accuse mosse agli ogm e all’agrochimica restano a oggi ancora nel limbo della non provabilità scientifica, i dati sui vantaggi che essi portano sono tangibili sotto tutti i punti di vista. Ben si comprendono quindi i guaiti di biologici ed ecologisti di fronte a studi come quello pisano, denigrato a gran voce, come al solito, al fine di screditarlo e di minimizzarne i contenuti.

Per comprendere in modo definitivo come stiano davvero le cose, basterebbe aprire alla sperimentazione in Italia. In tal modo sarebbe facile comparare gli ogm con in non-ogm. Come pure sarebbe facile comparare differenti modi di produrre cibo, ovvero nostalgie biologiche contro tecnologie moderne.

Fra pro e contro ogm e chimica c’è un solo schieramento contrario alla sperimentazione. Per capire chi mente e chi ha paura della verità, chiedetevi quindi chi si oppone con ogni mezzo a tali prove di campo…

1) A. L. Van Eenennaam 2 and A. E. Young (2014): “Prevalence and impacts of genetically engineered feedstuffs on livestock populations”. Journal of Animal Science, Vol. 92 No. 10, p. 4255–4278

Dichiarazione di conflitto d’interessi: chi scrive è di origini livornesi, quindi ha severi conflitti d’interessi rispetto ai ricercatori in quanto pisani!

 

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Razza bastarda

Progenitori comuni, discendenze diverse

A seguito delle dichiarazioni di un esponente della Lega Nord sulla difesa della razza, da giorni imperversa una diatriba sul concetto stesso di razza. Il discorso si è cioè spostato dal tema del razzismo a quello della catalogazione razziale fatta per secoli dall’Uomo per distinguere popolazioni fra loro esteriormente diverse, come del resto si usa fare per cavalli, gatti e cani. Peccato che le vie dialettiche intraprese aprano la strada a una serie di sillogismi dalle connotazioni anche più stolte del razzismo stesso

Sono un gran bastardo, lo so. E lo siete anche voi, che credete? Qualche decina di migliaia di anni fa i nostri antenati se ne partirono dall’Africa e colonizzarono piano piano l’Europa, spiazzando e facendo per giunta estinguere quel sempliciotto dell’Uomo di Neanderthal. Di questo, a quanto pare, nel dna dell’Homo sapiens, cioè noi, vi sarebbe pure rimasta una piccola percentuale di geni. Qualche scappatella se la concedevano anche allora, evidentemente. Più bastardi di così, si muore.

Saltando a piè pari un bel 50-60 mila anni, arriviamo all’Impero Romano. Quello mise tutti d’accordo per circa un millennio, realizzando una realtà geopolitica e sociale di immani proporzioni. Popolazioni che fino a quel momento avevano vissuto separate poterono confrontarsi in un unico ambiente. I movimenti interni all’Impero furono imponenti e ciò comporta oggi il fatto che nel mio e nel vostro dna ci sia non solo traccia di Sapiens africani di 50 mila anni fa, e pure di Neanderthal. Bensì vi sia un mischione di genetiche che vanno dall’Egitto alla Britannia, dalla Germania alla Spagna, dalla Turchia alla Francia. Poi arrivarono i barbari dalle steppe dell’Est. Poi le invasioni arabe e bizantine. Senza considerare i flussi migratori spontanei anche in tempo di pace. Insomma, lo ribadisco: siamo tutti dei gran bastardi.

Ma allora perché continua a impazzare la diatriba sulle razze? Siamo tutti uguali, no? Le razze non esistono. Lo avrebbero detto anche illustri genetisti come Luigi Cavalli-Sforza e Alberto Piazza, secondo i quali (brano tratto da un post su Facebook, nda) “Il tentativo di classificare la specie umana in razze è stato in realtà uno sforzo futile (…). L’analisi evolutiva delle popolazioni umane mostra che è totalmente arbitrario fermarsi, nella classificazione, a un livello piuttosto che a un altro. Le spiegazioni sono di natura statistica, geografica e storica. Dal punto di vista statistico la variazione genetica all’interno di uno stesso gruppo è mediamente maggiore di quella tra gruppi diversi. Se consideriamo geni singoli, tutte le popolazioni o i gruppi di popolazioni si sovrappongono, dal momento che tutti i geni sono presenti in quasi tutte le popolazioni, anche se in proporzioni diverse; perciò nessun gene singolo è sufficiente per classificare le popolazioni umane in categorie scientifiche. Il concetto di razza nella specie umana non ha ottenuto alcun consenso dal punto di vista scientifico, e non è probabilmente destinato ad averne, poiché la variazione esistente nella specie umana è graduale. Si potrebbe obiettare che gli stereotipi più diffusi, tutti basati sul colore della pelle, sul colore e l’aspetto dei capelli e sui tratti facciali, riflettono differenze superficiali che non sono confermate da analisi più appropriate fatte su caratteri genetici”.

Per molti sarebbe comodo chiuderla qui. E invece no, come dice la Motta per le bacche di Goji.

La discussione si potrebbe infatti chiudere se limitassimo il concetto di razza alla sola genetica. Ma è proprio da questo punto che partono alcune domande. Per lo meno nella mia testa. In quelle altrui, non so.

  • Davvero i confini di una razza possono essere disegnati solo con la matita della genetica? Per molti la risposta è sì. Ma fra questi si trovano anche persone che quando si parla di genetica, magari in tema di criminalità, ti dicono che non è che questa conti poi così tanto. Fa molto di più l‘ambiente in cui si vive e si cresce. I Giapponesi vengono catechizzati su puntualità, solerzia e operosità quando ancora non hanno completato la maturazione polmonare nella pancia della mamma. Vogliamo parlare di noi Italiani? Meglio di no. Eppure i due genetisti hanno ragione. Fra Giapponesi e Italiani, in fondo, le comunanze genetiche sono enormi. Molto “più enormi” delle differenze morfologiche e comportamentali che ci separano. E notate bene: ci separano. Perché fra noi e loro c’è davvero un abisso, sia nell’aspetto, sia nel comportamento. Ma allora, seguendo il ragionamento di questa corrente culturale, vuol dire che il dna conta poco e fa tutto l’ambiente esterno (clima, società, famiglia etc.). Non è quindi che aver concluso che siamo praticamente tutti uguali dal punto di vista genetico ha forse poco peso nella discussione? Se una variabile conta poco parlando nei giorni dispari, non può infatti valere molto affrontando temi diversi nei giorni pari. Non è cioè un vestito che si cambia in funzione delle convenienze. Se quindi hanno ragione coloro che sostengono che la genetica conta nulla e fa tutto l’ambiente, il concetto di razza sopravvive alla grande. Del resto, questo concetto è una mera convenzione che l’Uomo usa da sempre per collocare in gruppi omogenei ciò che gli capita sotto gli occhi. Lo fa con gli oggetti, con gli animali, coi fenomeni naturali. Perché urta così tanto se lo fa con se stesso? Riccioli e lisci, occhi azzurri e neri, alti e bassi, grassi e magri, belli e brutti, forti e deboli (bisogna poi vedere a fare cosa), neri, bianchi, gialli e rossi. Sono tutte semplificazioni che l’uomo ha annotato e che lo aiutano nella vita quando deve muoversi nel Mondo e dire la sua e prendere una decisione. Provate a mettere a fianco due belle ragazze, una con le tette grosse e una con le tette piccole, poi chiedete a mille uomini di votare. Credo ne esca un plebiscito. Ora mettetene altre due, sempre bellissime, ma una nera e una bianca. Poi fate votare mille uomini neri e mille uomini bianchi. E forse capirete che il razzismo è una delle poche componenti davvero trasversali nel Genere umano.

 

  • Diamo ora invece per buona la tesi opposta, cioè che la genetica conti un casino e l’ambiente e la società contino pochissimo. In tal caso le razze perdono di qualsivoglia senso. L’aspetto esteriore di un Eschimese non permette cioè di collocarlo in un gruppo razziale diverso dall’abitante degli altipiani del Kenya. Né conta alcunché la differenza fra un cittadino di Goteborg e uno di Calcutta. Sono solo dettagli esteriori di alcun conto, perché quello che davvero conta in modo preponderante è che il loro dna ha una miriade di punti in comune. Come ricordano i due genetisti, se poi si ragiona per singoli geni tutte queste persone sono praticamente i-den-ti-che! E i geni producono proteine ed enzimi. Quindi, per esempio, anche la loro succinato deidreogenasi sarà la stessa. Questo enzima opera all’interno del cosiddetto Ciclo di Krebs, ovvero quel processo che permette la sintesi di un’altra molecola del tutto identica da Calcutta a Goteborg, da Kinshasa a Toronto: l’ATP, l’adenosin trifosfato, la nostra molecola “energetica”. Del resto, anche i mitocondri in cui tale processo avviene fanno parte delle cellule di tutti noi umani, indipendentemente da dove viviamo e dal colore della pelle. Di più: questi organelli sono presenti in ogni cellula eucariota, vegetale e animale. Ce l’hanno i pesci delle Fiji come i gabbiani del Maine, i pescatori di Alonissos e i calamari del Cile, la zanzara e la petunia. E come i mitocondri, nelle cellule ci sono anche i ribosomi, il Golgi, la membrana citoplasmatica e quella che separa il nucleo dal citoplasma. Nel nucleo, poi, c’è il dna, ovvero quella buffa molecola basata sulla sequenza di sole quattro (dico: solo quattro!) molecole, ovvero adenina, guanina, timina e citosina. A seconda di come queste si pongano in fila le une con le altre, viene fuori un gene oppure un altro. Ovvero un enzima oppure un altro. Un siffatto filamento risulta quindi indistinguibile a botta secca, anche agli occhi del più esperto genetista. Sarà di un elefante o di una rosa? Di una cozza o di un orango? Boh? Ma allora che senso ha, se sono così tante le cose che accomunano le diverse forme di vita, dividere uomo, piante e animali? (E ai poveri batteri non pensa mai nessuno). Vi pare domanda bizzarra e demenziale, fuori contesto? Mica tanto: una domanda come questa se la pone per esempio il vegano animalista quando parla di sperimentazione animale. Più che domandarselo, lo afferma proprio. E con molta forza. Peccato venga poi sommerso da comprensibili contestazioni che si basano proprio sulle differenze, minimizzando le uguaglianze. Perché le differenze ci sono, minimizzarle o esaltarle in funzione della discussione non pare quindi cosa utile. Pertanto, che rispondiamo all’animalista estremista che dice che, in fondo, la vita di un topo non è diversa da quella di un uomo? Del resto, condividiamo con lo scimpanzé la quasi totalità del nostro dna. Le chiamiamo infatti “scimmie antropomorfe” solo perché abbiamo imparato a parlare prima noi. Fosse avvenuto il contrario oggi saremmo noi a essere magari chiamati da loro “uomini scimmiomorfi”. Vedete come usando unicamente l’argomento genetica & biologia, cavalcando solo i punti comuni, si rischia di finire molto ma molto lontani da dove speravamo di arrivare? Perché il Mondo è molto vario e le teste ancor di più. Di sillogismo in sillogismo, non importa se corretto o balzano, si possono aprire porte ancor più imbarazzanti di quelle che ci s’illudeva di chiudere.

 

  • E a questo punto esageriamo. Tanto abbiamo paragonato i gabbiani del Maine coi pescatori greci: che male potrà mai farci una spintarella in più nello psichedelico mondo della speculazione filosofica? Per esempio, le note musicali sono sempre quelle. Do, Re, Mi, Fa, Sol, La, Si. Impreziosite da diesis e bemolle. Quindi perché parlare di rock, country, rap, folk, pop, classica? Ragazzi, suvvia, è tutta musica! Le note son sempre quelle. Staremo mica a sottilizzare fra Bruce Springsteen e Casadei, no? Le lettere dell’alfabeto, poi, sono ancora di più. Le hanno usate Alessandro Manzoni come Fabio Volo, Giacomo Leopardi come il poeta Brunello Robertetti (Corrado Guzzanti). Quindi perché starci a perdere nei mille rivoli del neoclassicismo o del romanticismo? Che differenza ci sarà mai fra una poesia di Montale e una di Marinetti? La sostanza in fondo è quella che giace sotto i nostri occhi: se scorri col dito le parole di qualunque opera letteraria, troverai sempre delle consonanti, delle vocali, delle accentate. In ogni libro ci sarà sempre una certa proporzione di “e”, di “u”, di “t” e via dicendo. Staremo mica lì a perder tempo a valorizzare il senso compiuto che quelle lettere esprimono leggendole e interpretandole, anziché annotarne la semplice sequenza lineare? Se ciò vale per i geni, perché non deve valere con le note musicali o le parole? Lo so: è un’idea folle. Infatti vi è da dubitare che Umberto Eco avrebbe apprezzato tale approccio meramente “alfabetico” alla letteratura. Perché in ogni opera c’è uno spaccato sociale, psicologico, esperienziale che lo rende unico, differente da tutti gli altri. Sempre. Così come c’è una profonda differenza fra un concerto di Capodanno della Filarmonica di Berlino e un brano rap di qualche adolescente in vena di esprimere turpiloquio e violenza. Poi, ragazzi, i gusti sono gusti…

 

Differenza: quanta paura genera questa parola, quando invece dovrebbe essere vissuta come spunto prezioso, come ricchezza. È questo che non capiscono i razzisti. Quelli che si rasano il cranio e vanno a leggere proclami in giro per circoli letterari altrui, senza sapere che dentro al loro sangue ci sono gocce africane, arabe, unne e chi più ne ha più ne metta. Ma nemmeno il fronte opposto, che comunque preferisco dal punto di vista culturale, pare comprendere che la divisione per razze, mera convenzione, è solo una banale identificazione per differenze. Differenze morfologiche che portano Kenioti ed Etiopi a colonizzare i podi delle maratone e del mezzofondo, così come difficilmente si vede un “bianco” sul podio del 100 metri piani. Analogamente, trovatemi un “nero” sul podio dei 200 metri stile libero. Differenze. Meravigliose e preziose differenze. Chi si fa oggi spaventare dalla parola razza, solo perché è usata dai razzisti, e brandisce il dna come una clava, prende quindi una grossa cantonata. Parlando di Esseri umani la razza non è infatti solo differenza genetica, medesimo argomento dei razzisti usato però alla rovescia, bensì è la risultante di espressioni morfologiche e culturali specifiche per ogni area geografica del Globo. Io non mi sento limitato dalla mia catalogazione come “uomo bianco di razza caucasica”, espressione tanto cara all’On. Nullazzo (Aldo, Giovanni e Giacomo). Analogamente, non mi sentirei limitato se fossi un Orientale, un Inuit, un Centroafricano o un Indio amazzonico. Forse perché ho imparato che la Terra è tonda e se cerchi di allontanarti il più possibile da un concetto che non ti piace, come per esempio il razzismo, a suon di camminare fai il giro completo e ti ritrovi di nuovo col razzismo in faccia. Solo raggiunto dalla parte opposta.

Piantatela quindi di pubblicare prove a favore di una tesi o dell’altra. Non ci sono tesi, non ci sono contrapposizioni. Ci sono esseri umani e basta, con tutte le diversità catalogando le quali non si compie alcun peccato originale. Sono semmai le speculazioni sulle presunte superiorità razziali, quelle sì, a essere pericolose. Concentriamoci su quelle, anziché illudersi di combattere la casa che ospita il razzismo negando l’esistenza stessa dei mattoni. E per favore, non nascondiamoci dietro ad altri termini illusoriamente meno imbarazzanti, pur di non usare quello di “razza”. Perché in tal caso si finisce nelle barzellette, come quella del conducente di un autobus di Johannesburg che per dirimere una discussione sul fatto che i neri debbano sedere davanti o dietro trova una soluzione geniale: da oggi siamo tutti blu e basta. Quindi quelli blu chiaro siedono davanti e quelli blu scuro vanno dietro…

 

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Complottismi e disastri annunciati

Uliveto sano e adeguatamente diserbato

Dal 31 luglio 2017, data di inizio dei monitoraggi sul territorio pugliese, al 3 gennaio 2018 ammontano ormai a 734 i nuovi casi di positività, in soli cinque mesi

Olivi infetti da Xylella fastidiosa sub. pauca: quasi cinque nuovi casi al giorno negli ultimi cinque mesi per un totale di 734 casi di positività al batterio. Questo è quanto emerge dai monitoraggi sul territorio in cui sono stati coinvolti circa 150 tecnici a partire dal 31 luglio 2017.

Ogni nuovo aggiornamento è stato caricato sul sito “Emergenza Xylella” sotto la voce “Protocollo SELGE”. Per ogni albero monitorato vengono riportate le coordinate di georeferenziazione e il comune di appartenenza, nonché la data di rilevamento e il numero di identificazione dell’albero. Le analisi di laboratorio per confermare la presenza di Xylella sono effettuate tramite qPcr, acronimo di “quantitative polymerase chain reaction”, una tecnica di laboratorio basata sull’amplificazione del dna trovato nei campioni prelevati.

Dal lavoro di accorpamento dei dati, svolto dalla redazione di Infoxylella.it, si evince che dei 734 alberi trovati positivi, ben 332 sono stati rinvenuti nella sola Oria, in provincia di Brindisi. Per giunta, tali dati sarebbero riferiti solo a una zona ristretta del Comune, ovvero quella che si affaccia sulla fascia di contenimento. La gran parte del territorio di Oria è infatti ormai considerata endemica per il patogeno, quindi non viene più monitorata. In pratica, è spacciata. Un aspetto che dovrebbe indurre severe considerazioni sull’ostruzionismo mostrato da più parti in tema di contenimento dell’epidemia.

A seguire i dati drammatici di Oria giungono poi i 125 positivi di Carovigno, 106 a Francavilla Fontana, 90 a Ceglie Messapica, 28 a Ostuni, più altri positivi sparsi in un’altra dozzina di comuni, come San Michele Salentino (15), Taranto (10), Sava (7), Latiano (7), Villa Castelli (5), Maruggio (2), Cisternino (3), San Vito di Normanni (1), Grottaglie (1), Fracagnano (1) e Manduria (1).

Considerando l’estensione dell’area da monitorare, nonché i presumibili alberi positivi ma ancora asintomatici, il quadro appare in tutta la sua drammaticità, in quanto i 734 olivi rinvenuti è facile siano solo la punta dell’iceberg. Una situazione in continua evoluzione che il 2018 contribuirà a meglio definire nei numeri e nella localizzazione dei casi. In attesa che chimica e genetica trovino una soluzione concreta che permetta di arginare l’avanzata del patogeno.

Sempre che i mortiferi complottismi che hanno finora bloccato ogni piano di difesa non si mettano ulteriormente di traverso.

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Glifosate: troppe omissioni e sterili polemiche

La soia: ovvero la coltura gm resistente a glifosate più osteggiata dal fronte ambientalista

 

A seguito del rinnovo dell’erbicida scoppiano le polemiche contro chiunque stia fuori dal coro abolizionista. È toccato anche alla Senatrice Elena Cattaneo, la quale ha osato esprimere opinioni divergenti dall’allarmismo dominante

Liberate il Kraken!“. Una frase ormai divenuta cult e pronunciata per la prima volta nel film Scontro fra Titani, con Liam Neeson nel ruolo di Zeus. Il Kraken è un mostro marino mitologico di enormi dimensioni, il quale viene evocato nel film affinché riceva in pasto la principessa Andromeda per scongiurare la distruzione della città di Argo. Mitologie cartoonistiche a parte, qualcosa di simile accade a Elena Cattaneo ogni volta che apre bocca in materia di scienza: le viene scatenato contro il Kraken dei molteplici suoi detrattori, tutt’altro che mitologici.

La sua uscita su La Repubblica in tema di glifosate ha infatti generato un’ondata di critiche da più parti. La Senatrice sarebbe infatti rea di aver ricordato che la Iarc, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, non è l’Oms, bensì solo una sua branca. Come pure di aver riassunto le sue modalità di classificazione per gruppi delle sostanze indipendentemente dai differenti livelli di rischio. Di certo, le lance da lei spezzate a favore degli ogm e le critiche mosse al biologico sono state ottimi inneschi all’onda di proteste e contumelie nei suoi confronti.

Ultima della serie, almeno per ora, la polemica mossale su Scienzainrete da quattro ricercatori, ovvero Annibale Biggeri, Franco Merletti, Benedetto Terracini e Paolo Vineis, “epidemiologi ed esperti di cancerogenesi ambientale”, come descritti nella pagina web che ha riportato la loro polemica. In tale occasione Elena Cattaneo è stata accusata di aver adombrato “non meglio precisati conflitti di interesse che avrebbero spinto alcuni componenti dell’agenzia OMS a nascondere dati“. Pure hanno affermato gli esperti che Iarc sarebbe “la struttura della Organizzazione Mondiale della Sanità deputata al riconoscimento dei rischi ambientali“, godendo per tale ragione di “grande prestigio su scala mondiale”. Segue una citazione dei famigerati Monsanto Papers, denunciati da un quotidiano francese “del calibro di Le Monde“. Il calibro di un giornale, a quanto pare, viene misurato in funzione di quanto soddisfi i bias di conferma di chi legge, visto che lo stesso Le Monde ha anche pubblicato un successivo articolo dal titolo “Glyphosate: Monsanto tente une dernière manœuvre pour sauver le Roundup” (Glifosate: Monsanto tenta un’ultima manovra per salvare Roundup), nel cui sommario si afferma che “La firme de Saint Louis est impliquée dans une campagne de dénigrement visant le toxicologue américain Christopher Portier” (la Casa di St.Louis è implicata in una campagna denigratoria contro il tossicologo americano Christopher Portier).

Christopher Portier è colui che venne chiamato dall’Agenzia di Lione a coprire il ruolo di Presidente della Commissione Iarc che nel 2014 decise di procedere su glifosate, sebbene fosse attivista dichiarato dell’Environmental Defense Fund, associazione ecologista anti–pesticidi. Un palese conflitto d’interessi, perché risulta del tutto fuori luogo chiamare in causa su un “pesticida” un soggetto che appartiene a un’organizzazione che dagli Anni 60 ha in odio proprio i “pesticidi”. Per giunta, si è poi scoperto che Portier ha pure firmato un contratto di consulenza da 160 mila dollari con Weitz & Luxenberg, lo studio legale che stava elaborando la Class Action contro Monsanto, la medesima settimana in cui venne pubblicata la monografia Iarc. Per ulteriore giunta, per stessa ammissione di Portier, egli avrebbe avuto contatti con quello studio legale addirittura prima che iniziasse il processo di valutazione di glifosate.

Eppure per un quotidiano “del calibro di Le Mondesarebbe Monsanto la cattiva, colei che trama per calunniare l’eroe del popolo e dell’ambiente. Non il contrario. Un comportamento per lo meno bizzarro, il quale vi è da sospettare che non si sarebbe verificato se la consulenza fosse stata firmata con Monsanto anziché con lo studio legale americano. Perché essere “cattivi” o “buoni”, a volte, può dipendere dalla persona che t’inonda di quattrini per farti dire ciò che serve a lui, anche se magari non corrisponda al vero.

Qualche puntualizzazione va poi posta sull’affermazione che vorrebbe la Iarc “la struttura della Organizzazione Mondiale della Sanità deputata al riconoscimento dei rischi ambientali“. Ciò non corrisponde a verità e sconcerta che gli epidemiologi ambientali sottolineino con orgoglio la familiarità con le attività della Iarc, con la quale alcuni di loro avrebbero per giunta avuto “l’opportunità di parteciparvi direttamente“. Con buona pace dei quattro, infatti, la Iarc non produce affatto valutazione dei rischi. Tale lavoro implica il confronto fra evidenze bibliografiche di tossicità o cancerogenicità, con i livelli reali di esposizione umana o ambientale. Senza l’analisi dei livelli di esposizione non è possibile quindi stimare alcun rischio. La Iarc, al contrario, effettua valutazioni di mero pericolo potenziale. Ovvero, se una molecola si è mostrata in grado di produrre cancri, seppur a dosi vertiginose, viene comunque classificata cancerogena anche se stoccata su Saturno.

Ben altro approccio quello di altre Agenzie internazionali, come le europee Efsa, Echa, Bfr, ma anche L’Environmental protection agency americana, i Jmpr, gruppi congiunti di lavoro Oms/Fao, l’Australian pesticides and veterinary medicines authority, la Pest Management Regulatory Agency canadese, l’Environmental Protection Authority neozelandese e perfino l’Ufficio federale dell’agricoltura elvetico. Tutte hanno effettuato la valutazione dei rischi, includendo quindi i livelli di esposizione umana, e per tale ragione hanno concluso che glifosate è sicuro per la salute. Boccone amaro da ingoiare per taluni, ben si comprende, ma che sarà bene ingoiarlo facendo buon viso a cattivo gioco.

L’affermazione dei quattro epidemiologi richiama quindi alla memoria la famosa frase di Gino Bartali, il campione di ciclismo fiorentino che soleva dire “E gli è tutto sbagliato, e gli è tutto da rifare!“. Altrimenti non si spiegherebbe la convivenza nel medesimo gruppo 1, quello dei sicuramente cancerogeni, di raggi Gamma e raggi Uv, visto che per i primi non basta certo evitare di esporsi nelle ore centrali del giorno, né esistono creme protettive che ne mitighino gli effetti. Ancor più emblematico l’accostamento di amianto e carni lavorate, visto che per il primo le dosi nefaste erano così basse da impedire una qualsivoglia stima del rischio. Infatti l’amianto è stato bandito, mentre würstel, costine e salamelle continuano a rosolare sulle griglie di ogni sagra paesana dello Stivale.

Quindi i casi sono due: o si bandisce ogni sagra in quanto spacciatrice di tonnellate di sostanze cancerogene, o si conviene che la Iarc dei rischi proprio non si occupa manco di striscio. Un’evidenza sottolineata perfino da Aaron Blair, Chairman del gruppo di lavoro Iarc che ha posto gifosate nel gruppo 2A, quello dei “probabili cancerogeni”. In occasione della prima polemica sviluppatasi fra Iarc ed Efsa, lo stesso Blair ha infatti ricordato come la valutazione di pericolo (non di rischio) risponda solo a una semplice domanda: “Può una sostanza causare danno in qualche circostanza, a un certo livello di esposizione?“. In altre parole, concluse Blair, la Iarc afferma che glifosate “potrebbe” causare il cancro negli esseri umani, ma non afferma che probabilmente lo fa. Un buon senso espositivo che appare ora comprensibile in tutta la sua prudenza, alla luce di quegli studi rimasti in suo possesso, ma mai pubblicati. Cioè quelli cui alludeva forse la Senatrice Cattaneo.

Già, perché insieme ai Monsanto Papers e ai Portier Papers vanno posti anche i Blair Papers. Nonostante fosse chairman della Iarc, Blair avrebbe infatti omesso di pubblicare uno studio(1) epidemiologico sviluppato su oltre 54 mila operatori professionali americani alla caccia di tumori correlabili con gli agrofarmaci.

A carico di glifosate non sarebbe emersa alcuna correlazione col cancro, nemmeno con i linfomi non-Hodgkin che per la Iarc, invece e inspiegabilmente, ci sarebbero. Forse, se invece di lavorare su ricerche svolte su poche decine di individui, a volte solo sette, la Iarc avesse potuto (o fosse stata obbligata a, chissà?) prendere in considerazione anche tale studio, le sue conclusioni avrebbero dovuto essere necessariamente diverse, dando così l’addio a tutto il clamore politico, mediatico e pure legale che la vicenda glifosate ha assunto a causa di quella opinabile monografia.

Sui perché Blair abbia omesso di pubblicare quello studio prima che glifosate fosse valutato dalla Iarc resta il mistero. Sta di fatto che il lavoro del suo stesso istituto è stato pubblicato solo a dicembre 2017, quando ormai la bomba era scoppiata da due anni e mezzo.

Una bomba che continua nella sua deflagrazione, visto che perfino il CSST (Committee on Science, Space, and Technology del Senato degli Stati uniti), avrebbe spedito due lettere a Chirstopher P. Wild, direttore della Iarc, esigendo nella prima spiegazioni sulle strane manipolazioni dei report finali della Agenzia. In esso, cita il Commitee americano, “Anche gli studi che chiaramente conclusero ‘glifosate non è cancerogeno’ sono stati citati come ‘sufficiente’ prova di glifosate come cancerogeno negli animali. Nel capitolo di dieci pagine sugli studi sugli animali, ci sono dieci cambiamenti significativi quando si confronta la monografia finale Iarc e la versione di progetto. Questo capitolo di studi sugli animali è l’unica parte della valutazione di glifosate che è stata studiata. Il resto delle 92 pagine del report è coperta da un ordine di riservatezza. Il Comitato si chiede quanti cambiamenti significativi ed eliminazioni appaiono nelle altre pagine”. Nella seconda lettera si sollecita invece Wild a rendere disponibili i membri della Iarc per un’audizione sul tema, perché l’Agenzia, a quanto pare, su questo punto ha fatto orecchie da mercante. Per la cronaca, la Iarc ha appena aperto il concorso per il successore di Wild, il quale non porterà a termine il secondo quinquennato da direttore.

Alla luce di ciò, sorge quindi un dubbio: ma se le evidenze più solide sono per l’innocenza di glifosate, qualcuno si accorgerà mai che esse coincidono con le conclusioni degli studi emersi in occasione dei Monsanto Papers? Perché a quanto pare lo scandalo è scoppiato sulle relazioni con Monsanto, onestamente imbarazzanti, fra un vice direttore dell’Epa americana e alcuni scienziati. Ma nessuno si è preso la briga di valutarli quegli stramaledetti studi. Perché, sorpresa delle sorprese, forse bisognerebbe convenire oggi che quelle ricerche erano ben fatte, giungendo infatti alle medesime conclusioni dello studio prodotto proprio dall’istituto in cui lo stesso Blair lavora.

Conclusioni che parrebbero confermate anche dalla comparazione di due semplici dati, uno racchiuso in un rapporto del Jmpr Oms/Fao(2), l’altro derivante da un monitoraggio di 23 anni alla ricerca di glifosate nelle urine di mille cittadini statunitensi(3). In tale lasso di tempo, e su un tale numero di campioni prelevati, si sarebbe ottenuto un picco massimo di 0,547 µg/L di glifosate nelle urine. Glifosate viene infatti escreto per circa un terzo proprio con l’urina, mentre i restanti due terzi con le feci. Meno dell’1% viene metabolizzato, salvo poi essere escreto pure lui con le urine.

Ciò significa che un uomo di 70 chilogrammi che urinasse 0,547 µg/L di glifosate, ingerisce circa 40 nanogrammi di glifosate al giorno per chilo di peso corporeo. Negli studi riportati dal Jmpr la prima soglia a cui si sono ravvisati effetti cancerogeni sarebbe stata alla dose di un grammo al giorno per chilo di peso. Già a 500 milligrammi/chilo/giorno tali effetti non si rilevavano.

Le cavie, roditori, avrebbero cioè ricevuto ogni giorno, per due anni, una dose di 25 milioni di volte superiore a quella assunta dal cittadino americano a maggior escrezione, riportato nello studio su menzionato. E peraltro, l’incidenza tumorale ottenuta in laboratorio sarebbe stata a carico di emangiosarcomi in ragione dell’8% nei maschi e del 2% nelle femmine. Non un’ecatombe. Ecco: questa è una valutazione del rischio. E il rischio, a quanto pare, non c’è.

Per quanto si comprenda bene che lettere come quella della Senatrice Cattaneo creino la voglia di scatenarle contro i molteplici Kraken anti-pesticidi e anti-ogm, una sola conclusione può esser tratta sulla vicenda glifosate. Questo erbicida ha una sola colpa: è simbolo di Monsanto, degli ogm e dell’agricoltura intensiva. Ovvero fumo negli occhi di qualsiasi eco-bio-radical-chic che propugni crociate contro chimica e genetica, magari trovando nel passato soluzioni che non possono certo trovare spazio nel futuro, come per esempio le lavorazioni meccaniche dei terreni per contrastare le malerbe.

Sarà bene per tutti arrendersi infatti all’evidenza che tali lavorazioni sono quanto di più dannoso vi sia per il suolo in termini di sostanza organica, come pure di stabilità della struttura e di biodiversità. Il futuro guarda cioè in tutt’altra direzione, come per esempio la semina su sodo, grazie alla quale la sostanza organica del terreno può salire in pochi anni fino al 63% rispetto ai campi lavorati(4): una manna contro l’erosione dei suoli e contro il dissesto idrogeologico. Come pure una manna contro i gas serra, visto che tale pratica abbatte drasticamente i consumi di gasolio che le lavorazioni meccaniche implicano invece a fiumi. E in aria ci sono già concentrazioni di anidride carbonica superiori alle 400 parti per milione. Un record che dovrebbe indurre a più miti consigli perfino coloro che siano ossessionati da qualche microgrammo di “pesticidi” nelle acque e nei cibi. Perché la semina su sodo necessita di diserbanti, uno su tutti glifosate da applicare in pre-semina.

Ci se ne faccia quindi una ragione, perché non c’è niente di più sciocco che scatenare a comando il Kraken solo per farlo poi prendere a sberle da numeri ed evidenze scientifiche.

 

1)  Gabriella Andreotti et Al. (2017): “Glyphosate Use and Cancer Incidence in the Agricultural Health Study“. JNCI J Natl Cancer Inst. First published online November 9, 2017

2) Joint Fao/Who Meeting on Pesticide Residues (2004): “Evaluation 2004 – Part II – Toxicological”.

3) Paul J. Mills, Izabela Kania–Korwel, John Fagan et al (2017): “Excretion of the Herbicide Glyphosate in Older Adults Between 1993 and 2016”. JAMA. 2017; 318(16):1610–1611

4) Lodovico Alfieri (2013): “Agricoltura conservativa”. Università degli Studi di Milano – DiSAA

 

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Calano gli insetti, anche nelle oasi protette

Un esemplare di Diabrotica. Un insetto che prospera soprattutto su mais, nonostante gli insetticidi utilizzati per debellarla

Una ricerca riporta un calo del 76% della biomassa complessiva degli insetti volanti. Dito puntato contro clima, erosione del territorio e pesticidi, ma come stanno davvero le cose?

Plos One è una sorta di “banca dati” di lavori di ricerca ed è di tipo open access, cioè gratuito.

Su Plos One è stata recentemente pubblicata una ricerca, poi ripresa anche da La Repubblica, che riguarda insetti e agricoltura. O forse riguarda solo gli insetti e l’agricoltura è stata tirata in ballo a sproposito? Andiamo per ordine.

Secondo alcuni ricercatori dell’Università di Radboud, in Olanda, sarebbe in corso un vero e proprio Armageddon ecologico a danno degli insetti volanti. I ricercatori olandesi avrebbero infatti scoperto un loro calo del 76% in termini di biomassa in meno di trent’anni. Fatti 100 i chili di insetti volanti misurati 27 anni fa, cioè, oggi se ne possono pesare solo 24. Gli altri 76 non ci sarebbero più.

Ovviamente, numeri del genere obbligano all’attenta valutazione del fenomeno, magari stando però alla larga da terminologie acchiappa click come “ecatombe” o “Armageddon”, le quali sono invece un denominatore comune di tali notizie.

In attesa però che si capiscano i motivi reali di tale calo, suddividendo in modo sensato anche la responsabilità sulle differenti variabili in gioco, il dito viene puntato contro i cambiamenti climatici, l’erosione dei territori selvatici e, ovviamente, i pesticidi usati in agricoltura. Ma come stanno veramente le cose?

Intanto vediamo dove sono stati raccolti i dati. Questi deriverebbero da un monitoraggio di 27 anni effettuato all’interno di 63 oasi di riserve naturali tedesche. In effetti, la scoperta è quindi allarmante, come sostiene Hans De Kroon, principale autore della ricerca, il quale ammette però che al momento le cause di tale declino non sarebbero chiare. Di certo, appare sensata la spiegazione legata alla progressiva erosione di aree selvatiche, come pure quella legata ai cambiamenti climatici in corso. Un po’ meno sensata appare quella attribuita al “largo uso di pesticidi”. Vediamo perché.

Intanto, tali usi sono calati di circa un terzo nell’arco temporale considerato. E non è che 27 anni fa si utilizzassero insetticidi innocui per gli insetti volanti, visto che si applicavano diffusamente piretroidi, carbammati ed esteri fosforici. Tutti altamente tossici proprio verso gli insetti volanti. Solo in Italia, peraltro, sono andati persi nel frattempo quasi tre milioni di ettari coltivati ed è pure cresciuta la percentuale a biologico. Inoltre, la lotta integrata – istituzionalizzata con la nascita dei Disciplinari circa 25 anni fa – ha preso sempre più piede, ottimizzando gli usi degli agrofarmaci e integrandoli sempre più con feromoni e strumenti di lotta di tipo naturale.

Quindi qualcosa non torna, a meno di alzare addirittura il sospetto che siano appunto la lotta integrata, i mezzi biologici e i feromoni gli indiziati su cui puntare i sospetti, visto che sono le soluzioni in continuo aumento a fronte del calo di tutte le altre. Se cioè gli insetti volanti stavano meglio quando si trattava “a nastro” con insetticidi super tossici per loro, qualche domanda bisognerebbe pur farsela.

Studi precedenti, peraltro, avevano ravvisato un progressivo calo del 50% delle popolazioni di farfalle nelle aree agricole europee. Un dato ora superato da quello dei più recenti studi olandesi. Purtroppo tale ricerca, è bene ricordarlo, è stata svolta in aree dove di agricoltura non pare ve ne sia. Sono infatti state indagate oasi protette in riserve naturali, ove gli agrofarmaci dovrebbero in effetti essere praticamente assenti.

A questo punto viene da chiedersi se per caso anche il calo del 50% delle farfalle in aree agricole non sia determinato dalle medesime dinamiche che hanno generato il calo del 76% nelle aree non agricole, le quali potrebbero essere considerate quasi un “non trattato” utile alla comparazione.

Ergo, il calo c’è, preoccupa e sarà bene investigare le cause per trovare, se ci sono, opportuni rimedi. Di certo, se anche a fronte di una ricerca come quella olandese, realizzata in aree dove si presume un impatto agrochimico pressoché nullo, si continua a puntare il dito sugli agrofarmaci, qualcosa non quadra. Perché agli occhi di un ricercatore tali dati dovrebbero suonare come un indizio che, forse, la chimica agraria c’entra poco in tutto ciò. E continuare ad accusarla ogni qualvolta vi sia un fenomeno di questo tipo rischia più che altro di allontanare l’attenzione dalle reali cause dominanti, forse troppo globali per poter essere cambiate con qualche voto abolizionista al Parlamento europeo.

Le strade facili, si sa, vengono percorse più agevolmente. Peccato siano invece quelle difficili a condurre alla verità. Una verità che si auspica venga scoperta in fretta, perché se resta solo il 24% di ciò che volava appena 27 anni fa, di tempo da perdere ne è rimasto in effetti pochissimo.

 

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Pastasciutte e foglie di fico

La pasta: grano e acqua. Diciamo allora da dove viene

Industria italiana della pasta contro il decreto ministeriale delle Politiche agricole e dello Sviluppo economico circa l’obbligo d’indicazione della materia prima, ovvero il grano

Da febbraio 2018 fine dei giochi. Se dici di fare pasta “Made in Italy” il tuo grano deve essere altrettanto “Made in Italy”. E lo devi scrivere in etichetta. Altrimenti, puoi fare benissimo tutta la pasta che vuoi, ma non ti puoi più fregiare di siffatto emblema di qualità. Peggio, devi scrivere pure sul pacco che il grano era magari canadese o statunitense.

Una qualità superiore, quella del grano italiano, che onestamente è a volte solo presunta, perché in effetti non ha mica tutti i torti Paolo Barilla, vice presidente dell’omonima azienda, quando ricorda che il grano italiano non basta a soddisfare la domanda delle industrie (Fonte: Corriere della Sera). Non basta in primis dal punto di vista quantitativo, perché semplicemente l’agricoltura italiana, ridotta ormai a icona paesaggistica, ne produce troppo poco. Ma non basta neppure dal punto di vista qualitativo. Secondo Paolo Barilla solo il 10% del grano mostrerebbe infatti qualità eccellente, mentre circa il 50% sarebbe di qualità media. Il restante 40% non garantirebbe purezza e contenuto proteico richiesti per fare pasta di qualità. E per tali comprensibili ragioni i pastai, quel grano, non lo vogliono.

Argomentazioni del tutto legittime e oggettive, ma che appaiono un po’ come foglie di fico indossate per nascondere posizioni non più difendibili: cioè pretendere di chiamare la pasta italiana, continuando a produrla con grano straniero. Una pratica industriale, peraltro, del tutto lecita e irrinunciabile. Chi scrive è ormai da anni che denuncia le fole che circolano sui grani stranieri, perennemente fatti passare per alcove di microbi e di “pesticidi” da portatori d’interesse, italiani, che cercano nel protezionismo e nell’allarmismo gli strumenti per difendere il proprio business, sia esso commerciale oppure mediatico-politico. Peccato che l’Italia produca davvero poco grano e per giunta, spesso, di qualità non idilliaca.

In tale sarabanda di criminalizzazione dei grani stranieri – e nell’Osanna dei grani italiani, indipendentemente da come essi siano e da quanto valgano –  si va infatti dalla neonata Granosalus alla storica Coldiretti. Ovvero, due facce del sistema agricolo nazionale molto lontane fra loro, ma accomunate pare dai medesimi interessi.

Poi a farne le spese sono le navi bloccate ingiustamente nei porti. Ma questa è ormai storia vecchia e come si suol dire, acqua passata non macina più. Proverbio alquanto azzeccato parlando di grano e di pasta.

Fatte quindi salve le ragionevoli argomentazioni dei pastai in generale, e di Barilla nel fatto di specie, resta sempre un vistoso “ma”.

Nessuno infatti pensa di proibire i grani stranieri. I pastai potranno fare tutta la pasta che vogliono, come prima, più di prima. Però non potranno più operare in quel cono d’ombra dato loro da una normativa che permetteva di etichettare come italiani dei prodotti la cui componente principale, nella pasta praticamente l’unica, proviene dall’estero. Non è infatti vero che, come sostiene Paolo Barilla, il decreto sull’etichettatura sia una forzatura, perché impone in un certo senso ai pastai di utilizzare grano italiano comunque esso si presenti. La qualità è la qualità, ci mancherebbe. E se il grano è di bassa qualità, pure la pasta lo diventa.

Un concetto espresso in modo efficace proprio dall’ultimo spot televisivo di Barilla, in cui si lega proprio la qualità della pasta a quella del grano. Perché, ça va sans dire, la pasta “è fatta di acqua e grano”, come ricorda il testimonial stesso dello spot. Dopodiché s’inchina in mezzo alle spighe, carezzandole e sottolineando che lui quel grano lo cura come un figlio. E che soddisfazione danno questi figli… conclude la pubblicità, traslocatasi a tavola.

Tutto in quello spot trasmette italianità: il trattore un po’ retrò (italianissimo, per chi conosce i colori dei marchi) che trasporta balle di paglia, la cucina all’aperto in un podere antico, perfino l’abbigliamento. Per non parlare delle colline dorate di grano maturo. Italia che gronda ovunque, mentre il messaggio lanciato lega indissolubilmente la pasta al grano. In effetti, sarebbe stato poco carino sottotitolare lo spot in inglese, visto che in quella pasta “più buona e più corposa” c’è molto probabilmente tanto grano americano e canadese. Altro che colline centroitaliane.

Quindi:

  • Se la stessa Barilla lega la qualità della propria pasta alla qualità del grano.
  • Se quel grano viene mostrato ai consumatori come italianissimo, in modo alquanto furbo, senza mai dirlo esplicitamente, bensì usando solo immagini ad alto valore emotivo.
  • Se escludiamo sia l’acqua la discriminante fra una pasta deliziosa e una scadente (anche perché potrebbe arrivare subito l’Ispra, in perenni ambasce causa penuria di finanziamenti, a dire che quell’acqua è anch’essa piena di pesticidi. Visto mai?).

Forse, alla fine di tutti questi “se”, ne rimarrebbero solo due ancora inespressi. Il primo: se le industrie pastaie vogliono capitalizzare il valore aggiunto, portato dal concetto di Made in Italy, allora usino davvero il grano italiano per quei lotti di produzione. Sul resto dei lotti, magari anche migliori dal punto di vista qualitativo, il concetto di Made in Italy si astengano dall’usarlo. Non pare concetto difficile. Del resto, ci sono già marchi che producono tramite filiere certificate italiane. Addirittura una certifica la propria pasta come “pugliese”. Basta firmare i contratti con gli agricoltori che conferiscono il grano italiano, questo sì di qualità, venendo remunerati qualcosa di più per il proprio impegno.

Il secondo “se” è il seguente: se finalmente i pastai riconoscessero ai cerealicoltori italiani un prezzo equo, anziché strozzarli sbattendogli in faccia i grani stranieri, forse riuscirebbero a pagarsi quella concimazione che al momento costa senza portare soldi. Quindi non la fanno più. O potrebbero fare quel diserbo e quel fungicida che anch’essi costano, anche più del concime, senza che poi lo sforzo economico venga riconosciuto in fase di contrattazione. Quindi anche questi, spesso, non vengono effettuati più. E i risultati nei magazzini poi si vedono.

Quindi pagateli questi benedetti agricoltori italiani, visto che è proprio sulla loro italianità che ci mangiate tutti. E vi renderete conto che all’improvviso, come per miracolo, le produzioni nazionali aumenteranno per quantità e, soprattutto, per qualità. Basta pagare, care industrie, il giusto.
E tutti ve ne saremmo molto grati, anche perché forse, in tal modo, di campagne protezionistiche basate sulla demonizzazione dei grani stranieri per micotossine e “pesticidi”, non se ne vedrebbe finalmente più.

 

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