Bolle contro balle: il Prosecco tra allarmismi e verità dei numeri

Viticoltura: storia, cultura, economia e presidio del territorio. (Foto L. Ferraro)

Viticoltura: storia, cultura, economia e presidio del territorio. (Foto L. Ferraro)

Dipinta come una provincia malsana a causa della viticoltura intensiva, quella di Treviso si posiziona invece ai vertici regionali e nazionali quanto a statistiche oncologiche

Di Facebook si dice a volte peste e corna. I social, del resto, sono vere autostrade per le bufale, le cosiddette post-verità o le fake news. Tre modi diversi per descrivere l’attitudine a mistificare la realtà per fini personali, associativi, ideologici o economici.

Per fortuna su Facebook si possono anche creare reti di contatti preziosi, utili per arricchire le proprie conoscenze e, perché no, fare meglio il proprio lavoro. Recentemente mi è capitato di entrare in contatto con Paola Dama, laureata con lode in Scienze Biologiche all’Università Federico II di Napoli e oggi dottore di ricerca in oncologia molecolare e farmacologia presso l’Università di Chicago. Paola è cioè uno dei famosi cervelli che sono dovuti andare all’estero per esprimere al meglio le proprie potenzialità come scienziati. Parallelamente, tramite il sito Task Force Pandora svolge attività di divulgazione su un tema delicato come quello della Terra dei Fuochi, teatro spesso di allarmismi incontrollati di cui in futuro si spera fornire puntuali approfondimenti.

Grazie a Paola, intanto, chi scrive è riuscito ad accedere a fonti preziose per affrontare un tema a lui caro, ovvero il trinomio Prosecco-Treviso-Tumori. Un trinomio più volte rilanciato da tv, giornali e internet, sempre fornendo di quell’area geografica e di quella coltura un’immagine agghiacciante, con incantevoli paesini spacciati per capitali nazionali dei tumori pur avendo solo due casi di un tipo di cancro e zero di tutti gli altri, oppure madri che piangono la morte per leucemia di figli che in realtà oggi sono adulti, vivi e vegeti. Una tale sarabanda di fesserie che perfino le Autorità sanitarie locali sono scese in campo per smentirle.

Indagando meglio, infatti, si scopre che esiste un sito, “Registro Tumori Veneto” che riporta le statistiche oncologiche della Regione Veneto, divise per età, sesso e Ussl di appartenenza. Come pure che esiste un altro sito, “Mortalità Evitabile” che condivide altre statistiche utilissime, espressione del livello di efficienza delle diverse assistenze sanitarie ai malati oncologici suddivise per regioni e province. Ma andiamo per ordine.

 

Numeri reali, fobie immotivate

In Veneto, secondo le statistiche, sarebbero stati registrati nel 2015 nuovi casi di tumore in ragione di 17.680 a carico dei maschi e 14.888 per le femmine, per un totale di 35.568 nuovi malati di cancro. Sapendo che la popolazione del Veneto era nel 2015 pari a 4.925.000, la percentuale di nuovi malati sul totale ammonterebbe cioè allo 0,72%. Rifacendo i conti per la USSL7, nell’occhio del ciclone proprio per i tumori e i pesticidi legati alla produzione di Prosecco, ad ammalarsi di tumore sarebbero stati 765 maschi e 545 femmine, pari a un totale di 1.310. Sapendo che la popolazione di competenza della USSL7 è di 217.607 (al 31/13/2014), l’incidenza 2015 sarebbe pari allo 0,6%. Cioè inferiore alla media regionale. In altre parole, quell’area è tutt’altro che la fucina di malattie oncologiche millantata da movimenti politici, associazioni ambientaliste, tv, giornali e bizzarri ipocondriaci che hanno trovato nell’attivismo anti-pesticidi un riempitivo per le proprie paturnie.

 

Territori collinari dell'area del Prosecco. Forte l'integrazione di viticoltura, paesaggio e contrasto del dissesto idrogeologico grazie al presidio esercitato dagli agricoltori (Foto: L. Ferraro)

Territori collinari dell’area del Prosecco. Forte l’integrazione di viticoltura, paesaggio e contrasto del dissesto idrogeologico grazie al presidio esercitato dagli agricoltori (Foto: L. Ferraro)

 

Tumori & Tumori

Che poi, si fa presto a dire “tumori”. Quali? Sempre nel medesimo sito si possono trovare altre statistiche interessanti, ovvero quelle relative alle incidenze dei singoli tipi di cancro e gli andamenti in funzione dell’età. In Veneto negli anni fra il 1990 e il 2005 vi sarebbe stato in effetti un incremento delle patologie oncologiche di circa il 25% in entrambi i sessi. Nel 1990 su 100 mila abitanti si segnarono infatti 555 nuovi casi di tumore fra i maschi e 424 fra le femmine, mentre nel 2005 tali cifre sarebbero salite rispettivamente a 684 e 534.

Una ecatombe misteriosa? Hanno ragione gli strilloni dell’Apocalisse? No. Applicando ai dati i tassi d’incidenza specifici in funzione dell’età, fattore principale nell’incidenza tumorale, solo il 5% di aumento sarebbe indicativo di un aumento del rischio, ovvero 7 maschi e 38 femmine ogni 100 mila abitanti, mentre il restante 20% sarebbe semplicemente dovuto all’invecchiamento della popolazione. In altre parole, se si vive più a lungo un rovescio della medaglia pur si trova.

Quel 5% deve sicuramente destare attenzione, al fine di comprendere quali siano i fattori di rischio principali, ma di sicuro, proseguendo nell’analisi delle statistiche venete, sarebbero calati del 41% i tumori alle vie aerodigestive superiori, i cosiddetti Vads, ovvero neoplasie a carico di lingua, bocca, orofaringe, rinofaringe, ipofaringe, faringe, laringe. Questo solo nei maschi, però, perché nelle femmine tali tumori sarebbero saliti in 15 anni del 10% circa. Essendo legati spesso tali tumori ad alcol e fumo, forse urgerebbe dare consigli appropriati al gentil sesso veneto, anche perché tale tendenza si replica negli specifici tumori ai polmoni, calati nei maschi del 37-38% mentre nelle femmine sarebbero saliti del 12-13%.

In calo per tutti, invece, i tumori all’esofago (-39% nei maschi, -25% nelle femmine), le leucemie (-21% per entrambi i sessi), al fegato (-13% nei maschi, -7% nelle femmine), alla vescica (-12%, nei maschi, -13% nelle femmine) e Linfomi di Hodgkin, calati solo nei maschi del 10%, mentre nelle femmine sono aumentati del 4% circa.

Fra quelli che hanno segnato gli incrementi più marcati vi sono i tumori alla cute, ove i melanomi sarebbero aumentati del 78 e del 44% rispettivamente per maschi e femmine, mentre sarebbero saliti del 110% anche i tumori alla prostata, tipici appunto dell’età più avanzata, e al testicolo, saliti dell’80%. Ma a far suonare ancor più forte il campanello d’allarme sarebbero i tumori alla tiroide, aumentati in 15 anni del 147% nelle femmine e del 100% nei maschi. È noto infatti che le donne sono più esposte a questo tipo di tumore. Fortunatamente, questo rappresenta meno dell’1% di tutte le forme tumorali riscontrate in Veneto fra il 2008 e il 2010 (314 su 33.987 nuovi casi nel periodo considerato) e solo il 5% delle forme tumorali alla tiroide risulterebbero maligne.

In ogni caso, secondo l’Airc, tali tumori colpirebbero le donne quattro volte tanto rispetto agli uomini. Il decorso è però lento, tanto che circa il 30% delle tiroidi esaminate in corso di autopsia, causa morti diverse, presenterebbe una forma tumorale alla tiroide non diagnosticata in vita. Fra i fattori di rischio accertati vi sarebbe il cosiddetto “gozzo”, nato da carenze croniche di iodio, ma anche l’esposizione a radiazioni. Non a caso tali tumori sarebbero più frequenti in pazienti trattati per altre forme tumorali tramite radioterapia al collo. Tra le varie forme di tumore alla tiroide ve ne è poi una, quella cosiddetta “midollare”, associabile alla sindrome nota come “neoplasia endocrina multipla di tipo 2”, la quale avrebbe una base genetica ereditabile.

Di certo, tiroide, testicolo e prostata sono ghiandole. I dati su di essi rendono quindi necessario investigare con crescente attenzione, perché le sollecitazioni al sistema endocrino umano sembrano essere molteplici, dagli ftalati, plastificanti proibiti di recente, ai Pcbs, tutt’oggi nell’ambiente a causa della loro persistenza. Biberon e altri materiali plastici contengono, sebbene in dosi ritenute sicure, Bisphenol A, responsabile anche di ipofertilità maschile. Sospetti interferenti endocrini sono pure diossine e furani, derivanti dalla combustione incompleta della sostanza organica contenente cloro. Servirebbe quindi una valutazione molto più ampia del problema rispetto al dito puntato sui viticoltori. Perché i problemi complessi non hanno mai una risposta comoda e semplice.

 

A dispetto di chi pubblica foto di aerei ed elicotteri che inondano pesticidi, le attrezzature oggi a disposizione stanno puntando decisamente al rispetto di ambiente e salute

A dispetto di chi pubblica foto di aerei ed elicotteri che inondano pesticidi, le attrezzature oggi a disposizione stanno puntando decisamente al rispetto di ambiente e salute

 

Aspettative di vita

Ma il carteggio con Paola Dama ha fornito ulteriori spunti di ragionamento. Ovvero quelli sulla differenza fra incidenza e mortalità, spesso confusi fra loro, un po’ per ignoranza, un po’ per malafede. Ovvero quello che accade pure coi tanto vituperati “pesticidi”, per i quali si confondono artatamente i concetti di “presenza” e di “pericolo”, oggi nei cibi, domani nelle acque.

Vi sarebbe infatti uno studio che avrebbe calcolato la cosiddetta “mortalità evitabile“, ovvero quante persone sono morte in un anno in Italia per colpa delle inefficienze del servizio sanitario nazionale, regione per regione, provincia per provincia. Secondo il Progetto MEV(i), in base ai dati Eurostat, nel 2014 sarebbero state oltre 103 mila le morti evitabili avvenute nei primi 75 anni di vita. Anche in questo caso i maschi sono quelli messi peggio, coi due terzi dei casi (66.284 contro 37.312 casi nelle femmine).

Dalle mappe cromatiche riportate nel sito si evince come la mortalità evitabile complessiva vari molto a seconda dell’area geografica. Fanalino di coda la Campania, motivo quindi alla base del grande impegno profuso da Paola Dama, mentre le migliori sarebbero le macro zone che abbracciano Toscana, Umbria e Marche e poi Veneto, Trentino e Alto Adige.

Sommando gli anni di vita persi rispetto a quelli attesi, convertendoli in giorni e dividendoli infine per gli abitanti delle diverse aree, si stima quindi il numero di giorni di vita persi in media da ogni cittadino su base annua.

Mentre in Campania, ultima in classifica, tale valore sarebbe pari a 29,24, con un massimo di 30,79 a Napoli, Treviso appare di gran lunga la migliore d’Italia, con 19,65 giorni persi in un anno dai maschi e 10,67 dalle femmine. In altre parole, non solo non è vero che la provincia del Prosecco è l’epicentro delle patologie tumorali, ovvero dell’incidenza, ma non è neanche vero che sia la capitale dei morti di cancro come invece viene fatta passare. Anzi, pare proprio che vivere in provincia di Treviso sia un ottimo viatico per diminuire il rischio di ammalarsi di tumore e, anche se ciò dovesse accadere, pare sia la provincia in Italia dove si hanno le maggiori possibilità di scamparsela.

Il tutto, con buona pace dei paranoici, dei sobillatori di pance, degli ipocondriaci e degli editori, televisivi, web o cartacei che siano, i quali hanno trovato nella Provincia veneta un argomento lucroso sul quale vendere il proprio allarmismo.

 

Ogm Vs Bio: le sorprese del mais

Attacchi di piralide alle foglie del mais

Attacchi di piralide alle foglie del mais

 

L’opinione dominante attuale vuole gli ogm perniciosi per la salute, per la biodiversità e per l’ambiente in generale. Si reclama quindi l’alternativa Bio. Sicuri sia un affare?

La risposta, come spesso accade su tali argomenti, è no. Per lo meno stando ai numeri. Chiedere la proibizione di mais gm in Europa oppure opporsi alla loro autorizzazione in Italia, può quindi rivelarsi atteggiamento irrazionale e addirittura dannoso. Vediamo i perché analizzando il mais ogm per antonomasia qui in Europa: il MON810.

Il MON810, lanciato da Monsanto quasi vent’anni fa, fu uno dei primi mais resistenti agli attacchi delle larve di lepidottero, quelle che richiedono per lo meno un trattamento all’anno con insetticidi nelle aree ove le popolazioni di questi parassiti siano significative. Per conferire resistenza a tali attacchi venne trasferito al mais un gene prelevato da un batterio presente nel terreno, il Bacillus thuringiensis. Questo gene codifica per una proteina che risulta tossica per le larve di lepidottero, quindi se una pianta coltivata viene arricchita con questo gene acquisisce anch’essa la possibilità di sintetizzare la proteina/tossina trasformandosi a tutti gli effetti in una sorta di maestro di Aikido: non attacca nessuno, ma chi lo attacca fa una brutta fine. Su questo ultimo punto vi sono però posizioni differenti, ritenendo alcuni che il polline dei mais Bt possa invece depositarsi sulla vegetazione spontanea e uccidere le larve di falene e altre farfalle non pericolose per il mais. Lasciamo quindi la parola ai numeri per capire chi ha ragione.

 

Stessa proteina, usi differenti

L’efficacia insetticida delle delta-tossine Bt era conosciuta ben prima che si parlasse di ogm. Esistono infatti da tempo diversi preparati a base di un mix di tossina libera (la cosiddetta “delta-tossina”, appunto), spore di batteri e brodo di coltura, presenti nei vari formulati in proporzioni variabili. Questi vengono perciò utilizzati in agricoltura come insetticidi. Essendo poi basati su un microrganismo, tali insetticidi possono essere utilizzati anche in agricoltura biologica, la quale ne fa ovviamente ampio uso, non potendo in teoria utilizzare insetticidi chimici di sintesi.

Sull’Uomo la tossicità è quasi nulla. Bisogna mangiarne a cucchiaiate per avere un effetto avverso. Ciò perché il nostro apparato digerente è molto diverso da quello di una larva d’insetto. Quest’ultimo presenta l’intestino con pH alcalino, a volte fino a pH 10. Noi abbiamo invece uno stomaco in cui il pH è acido, scendendo sotto il valore di pH 2 durante la digestione. A tali valori il pepsinogeno si trasforma in pepsina, l’enzima che spacchetta le proteine ingerite nei loro componenti principali. La delta-tossina del Bt viene quindi demolita nel nostro stomaco al pari di altre proteine presenti nei cibi di origine vegetale e animale. All’intestino non arriva quindi intera, come avviene negli insetti, risultando perciò innocua. Al contrario, nell’intestino alcalino degli insetti diventa una sorta di groviglio di filo spinato che lede i tessuti e induce nelle larve l’incapacità di nutrirsi. Cosa che le porterà a morire d’inedia nel giro di poche ore o giorni.

A questo punto, esclusi eventuali problemi tossicologici per l’Uomo, sia a carico dell’insetticida, sia a carico degli ogm, proviamo a capire se vi sono differenze in termini ambientali fra i due approcci, ogm e bio, analizzando banalmente le quantità di tossina messe in gioco da ciascuno dei due.

Nei mais Bt, capaci come detto di sintetizzare autonomamente la proteina/tossina, le concentrazioni di questa variano molto in funzione dei tessuti vegetali presi in considerazione. Approssimativamente, mediando diversi studi di campo(1), i contenuti di delta-tossina Cry1Ab presente nel MON810, sarebbero stati misurati intorno agli 8-10 mg/kg di peso fresco nelle foglie, concentrazione che si rivela di fatto efficace nel contenere le larve di piralide, il principale parassita che attacca il mais nei nostri areali. Molto meno nella granella, scendendo le concentrazioni di delta-tossina a valori compresi fra 0,16 e 0,69 mg/kg. Ancor più basse le concentrazioni nel polline, con soli 0,09-0,097 mg/kg. Nel polline vi sono quindi concentrazioni di delta-tossina circa cento volte inferiori a quelle delle foglie, ovvero le parti di pianta attaccate dalla prima generazione di piralide.

Anche stando ai documenti dell’Epa(2), Environmental Protection Agency americana, le concentrazioni di delta-tossina nei pollini sarebbero molto basse. In tre differenti analisi di MON810 (Illinois, Nebraska, Indiana) nel polline sarebbe stata trovata infatti la delta-tossina Cry1Ab in concentrazioni che vanno da zero a un massimo di 0,079 µg/g di peso secco, corrispondenti a 0,079 mg/kg di polline. In linea quindi con i dati riportati dal parere dell’Ispra.

Infine, secondo i dati forniti da LG, un ettaro di mais in fioritura produce circa 250 kg di polline, pari quindi a un massimo di 20-22 milligrammi di delta-tossina Cry1Ab. Più del 90% del polline rimarrebbe peraltro confinato nel campo, mentre si sale praticamente al 98% spingendosi a soli 60 metri dai suoi bordi. Dei venti milligrammi circa di delta-tossina prodotta col polline ne uscirebbero quindi dai campi solo due o tre, pari a 2-3.000 µg (microgrammi = milionesimi di grammo). Di questi, solo 400-500 µg supererebbero la soglia dei 60 metri, diluendosi all’infinito nelle superfici più lontane. Praticamente un nulla.

Ragioniamo ora in termini di depositi di polline/tossina per metro quadro di terreno. Vista l’area interessata dalla deriva del polline, stimabile in diverse migliaia di metri quadri, intorno ai campi di mais si possono depositare al massimo pochi grammi di polline per metro quadro di terreno (4-5 g/m2). E questo solo nei metri quadri a ridosso del campo e ipotizzando che tutto il polline vada in una sola direzione. Cioè il caso limite. Ciò significa che di tossina se ne può riscontrare solo 0,3-0,4 µg/m2, cioè frazioni di milionesimi di grammo per metro quadro di terreno. Una dose del tutto inefficace nel controllo delle larve di lepidotteri. Quindi innocua anche per le specie non bersaglio che si nutrono di piante spontanee.

 

Mais bio: di più o di meno, signò?

Cosa succede invece se coltiviamo mais seguendo protocolli di agricoltura biologica? Non possiamo ovviamente utilizzare ogm, né insetticidi di sintesi. Quindi useremo prodotti a base proprio di Bacillus thuringiensis. Sul mercato ne esistono diversi, tutti riportanti in etichetta la potenza insetticida espressa in UI, ovvero le Unità Internazionali. Un vero ginepraio provare a convertire questa unità di misura in milligrammi. Per fortuna esistono le etichette ministeriali degli insetticidi registrati presso il Ministero della Salute. Fra queste si trovano anche quelle dei prodotti a base Bt, come per esempio quella di Agree, distribuito in Italia da Certis Europe, facente capo alla giapponese Mitsui. Useremo quindi la sua etichetta per fare le debite comparazioni con le quantità di delta-tossina nel polline del MON810.

La potenza insetticida di Agree, dichiarata in etichetta ministeriale, è pari a 25.000 UI/mg di formulato. È tanto o è poco? Risposta impossibile per un non-agronomo. Per fortuna, su 100 grammi di prodotto si evince anche come ve ne siano 50 considerati “sostanza attiva”, suddivisi in tal modo: 3,8 grammi di delta-tossina in forma libera e 46,2 grammi di spore e brodo di coltura. I restanti 50 grammi di prodotto sono invece coformulanti. Sempre scorrendo l’etichetta, si apprende che su mais Agree va applicato a dosi di 1-1,5 kg/ha. Solo di delta-tossina in forma libera ne vengono quindi applicati da 38 a 57 grammi per ettaro. A questi vanno poi aggiunte le spore e il brodo di coltura. In totale, gli agenti attivi distribuiti su un ettaro di mais con un solo trattamento di Agree vanno dai 500 ai 750 grammi. E i fenomeni di deriva, cioè quelli che portano gli aerosol insetticidi anche fuori dai campi, sono presenti pure nei trattamenti fitosanitari, anche a valori superiori al 10% visto per il polline di mais. Di prodotti analoghi ad Agree, peraltro, ve ne sono tanti, anche con potenze fino a 90.000 UI/mg di prodotto. Questi sono applicabili nel mais a dosi di 1-1,2 kg/ha, quindi di poco inferiori a quelle di Agree nonostante la potenza insetticida quasi quadrupla.

Comparando quindi i dati sulla dispersione della delta-tossina tramite polline di mais transgenico o tramite applicazione di un insetticida biologico, si può facilmente intuire che mentre il primo disperde nell’ambiente poche decine di milligrammi di delta-tossina libera, il secondo ne immette alcune decine di grammi. Applicando in campo la dose massima dell’insetticida di cui sopra, solo di tossina libera si immettono infatti nell’ambiente circa tremila volte i quantitativi che vengono liberati con il polline dal MON810 (20 mg contro quasi 60 grammi). Senza parlare delle spore. In tal caso si sale di alcune migliaia di volte.

In altre parole, chi per difendere falene e farfalle strilla contro i mais gm, perorando pure la causa del biologico, altro non fa che chiedere di moltiplicare di tremila volte l’immissione nell’ambiente della medesima tossina che viene stigmatizzata quando presente nel polline transgenico.

Qualsiasi studio vediate, qualsiasi accusa leggiate, ricordatevi quindi questo: anche nella remota ipotesi che quegli studi e quelle accuse fossero credibili, e il più delle volte non lo sono perché svolti in condizioni del tutto irrealistiche, se si passasse dalla coltivazione di mais transgenico a quella di mais biologico non si potrebbe fare altro che moltiplicare come minimo per tremila l’impatto ambientale su lepidotteri e altri organismi non bersaglio. Pensate a quali conseguenze vi sarebbero per esempio in Spagna, ove sono più di 100 mila gli ettari coltivati a MON810. Da una condizione in cui nell’ambiente vengono dispersi annualmente col polline due soli chili di delta-tossina (20 mg x 100 mila ettari), si passerebbe a circa sei tonnellate, alle quali andrebbero aggiunte le decine di tonnellate di spore batteriche contenute nelle oltre cento tonnellate di formulati Bt biologici che servirebbero per contrastare la piralide in sostituzione del transgenico.

A dimostrazione che è proprio vero che le vie dell’inferno sono spesso lastricate di buone intenzioni.

  • Parere Ispra su MON810 del 24 febbraio 2014, in risposta ai pareri favorevoli di Efsa, l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare.
  • Epa: Cry1Ab and Cry1F Bt Plant-Incorporated Protectants September 2010 Biopesticides Registration Action Document

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Aveva ragione Henry Kissinger?

Bayer e Monsanto: dati e numeri, non solo sulla loro fusione

Bayer e Monsanto: dati e numeri, non solo sulla loro fusione

Chi controlla il cibo controlla i popoli, ammoniva il Segretario di Stato americano. Ora Bayer compra Monsanto per 66 miliardi di dollari e diviene la prima azienda al mondo nel settore delle sementi e dei prodotti per la difesa delle colture. La libertà agroalimentare mondiale è quindi in pericolo?

La risposta è no, ma già circolano su web immagini di demoni dagli occhi infuocati, con la scritta “Da Monsatan a Beelzebayer”. È più forte di loro: le multinazionali sono il Male e tutti noi siamo minacciati da esse. C’è anche chi, come Piernicola Pedicini, Capogruppo in commissione Ambiente, Sanità e Sicurezza alimentare al Parlamento europeo, intravede la possibilità che la nuova realtà sia in grado contemporaneamente di fare ammalare la gente, tramite pesticidi e ogm, per poi curarla con le medicine di Bayer. Si paventa anche un “Leviatano”, mitologica figura mostruosa e gigantesca, da 70 miliardi di euro di fatturato. Invincibile, secondo i Cinque Stelle.

La realtà, come al solito, è ben diversa. Non vi è dubbio che la nuova Bayer, Antitrust permettendo, possa diventare il più grande player mondiale, ma i 70 miliardi di euro sono un sogno agitato dopo una peperonata mangiata fredda. Una cifra del genere la fattura l’intero Gruppo Basf, il più grande colosso della chimica mondiale. Bayer, come gruppo, ne fattura circa 46. Come CropScience “solo” 10,37. Per lo meno leggendo l’annual report 2015 della società. Questi sarebbero per l’82% derivati dai prodotti per la disinfestazione e la difesa delle colture e per il 18% dalle sementi, ogm o meno che siano.

Monsanto, altro annual report 2015, di miliardi di euro ne ha raccolti 13,5. Uno in più di Coop in Italia. Sì, la “Coop sei tu” vende in Italia poco meno di quanto venda Monsanto in tutto il Mondo. Il suo assetto è però all’opposto di quello di Bayer: il 66% circa deriva dalla genetica, ovvero le sementi, il restante terzo del fatturato proviene da glifosate, l’unico agrofarmaco del colosso di St. Louis. Molto sbilanciata, Monsanto. Perché viste le vicissitudini di glifosate a livello europeo e l’ostracismo, sempre europeo, verso gli ogm, la stabilità dell’azienda nel lungo periodo non pare fra le più robuste. Urge quindi un cambiamento. Ci ha provato, Monsanto, a comprarsi lei Syngenta. Ma ha fallito. E la multinazionale svizzera è diventata cinese, acquisita da quella stessa ChemChina, statale, risponde direttamente a Pechino, che due anni fa si è comprata il 60% di Adama, ex-Makhteshim Agan, azienda israeliana numero uno al Mondo per i prodotti off-patent. Cioè quelli scaduti di brevetto ma ancora appetitosi per la creazione di nuove formulazioni e miscele. Ora pare se la voglia rilevare tutto. Nel 2015 si è presa pure il 65% di Pirelli, annunciando subito il ritorno del Marchio anche ne segmento agricolo, settore dismesso da Pirelli una decina di anni fa e rilevato dalla svedese Trelleborg.

Intanto, Dow e Dupont diventavano una cosa sola, creando un grande polo americano per la genetica e la chimica agraria dal potenziale fatturato mondiale di 14,2 miliardi di euro.

Quella di Bayer-Monsanto è quindi la manovra più rumorosa, senz’altro la più appariscente. Non certo la più importante, visto che la Cina sta muovendo passi importanti verso l’agricoltura occidentale, specialmente quella europea. Lo stesso acquisto di Syngenta è arrivato solo dopo che il Governo cinese aveva annunciato di voler investire molto di più in biotecnologie e ogm. La Cina vuole cioè coltivarseli in proprio anziché importarli da Brasile e Argentina. Syngenta non è la numero uno al Mondo per vendite di sementi, visto che stalla sui 2,5 miliardi di euro contro i nove di Monsanto. Però ha il know-how, le strutture, i cervelli e le genetiche tutte lì, a disposizione. E a Pechino poco ne cala che sul Pianeta non sia in testa alle vendite, perché è appunto al mercato interno che sta puntando. Non a caso, sono diverse le università cinesi che hanno già messo a punto nuovi ibridi geneticamente modificati, pronti a essere coltivati in campo. Laggiù, nel Celeste Impero, le istanze allarmiste e farlocche non pare abbiano presa, a differenza dell’Europa. Un’Europa che ha fatto arricchire la Cina comprando i suoi prodotti a basso prezzo e che ora si vede assediata dal colosso asiatico e dal suo cambio di marcia. Da un assalto meramente commerciale, basato su scarpe a 10 € al mercatino rionale, ora la Cina ci sta aggredendo sul piano industriale ed economico. E i mezzi finanziari per farlo glieli abbiamo dati noi.

Forse sarebbe di questo che il popolo dovrebbe quindi preoccuparsi. Bayer, se l’acquisizione si concluderà senza intoppi, diverrà un importante riferimento commerciale e tecnologico, altamente bilanciato. Avrà infatti un catalogo di agrofarmaci spesso come un elenco telefonico e amplierà il proprio portfolio di sementi e genetiche, biotech e non. Anche il rapporto fra semi e chimica si equilibrerà molto, visto che sarà quasi fifty-fifty. E chissà che non sia proprio grazie alla nuova Bayer che l’avanzata della Cina in Occidente venga rallentata e, forse, fermata. Vedere solo il male nelle cose, non è infatti un buon approccio mentale. Così come non lo è vedere solo il bene.

Con Henry Kissinger abbiamo aperto, con Henry Kissinger è bene chiudere. Prima di illudervi che le sue parole fossero una mannaia su operazioni come quella di Bayer-Monsanto, ricordatevi che Kissinger fu politico statunitense, di origine ebraica tedesca, membro del partito Repubblicano. Un liberista, un Ebreo, per giunta tedesco. Per di più Repubblicano. Eppure le sue parole sono state a lungo adoperate a vanvera da chi sputacchia veleni sul Partito repubblicano, sui complotti globali giudaico-capitalisti e sulle politiche industriali liberiste e su quelle economiche tedesche.

Trovare gli annual report non è difficile, visto che siete pratici del web. Scaricatevi quello delle multinazionali di cui sopra, quelli del 2015, e poi leggeteveli. Ma leggetevi anche quelli della succitata Coop, di Auchan e di Carrefour. La prima, come detto, fattura in Italia 12,5 miliardi di euro, uno solo in meno di Monsanto a livello planetario. Auchan vende in Europa per 54,2 miliardi di euro, cioè più del doppio di quanto assommino i fatturati di Bayer e Monsanto.

Infine Carrefour: 77 i miliardi di euro raccolti nel 2015. Il 10% in più di Basf, colosso numero uno mondiale della chimica. Notizia fresca fresca: Bernardo Caprotti, patròn di Esselunga, lascia. A 91 anni molla la sua creatura e la mette in vendita. Carrefour è in pole position, visto che già nel 2004 ci aveva provato, senza successo. Oggi potrebbe rifarsi avanti e accaparrarsi i 7,3 miliardi di euro fatti registrare nel 2015 da Esselunga. Ciò la porterebbe a superare la soglia degli 84 miliardi di euro, operando solo in Europa. Una cifra che è una volta e mezza le vendite globali di agrofarmaci. La sola Carrefour venderebbe cioè molto di più di tutte le multinazionali della chimica agraria messe insieme. E vende cibo. Parla ai consumatori. Ne indirizza le scelte e le preferenze. Gli agricoltori contano poco o nulla nelle filiere agroalimentari, raccogliendo solo le briciole dei prezzi alla vendita della loro ortofrutta. Sono cioè l’ultima ruota del carro, la Cenerentola che vive di avanzi. E se conta così poco l’agricoltura sui banconi dei supermercati, sulle scelte alimentari della gente, sui commerci globali di cibo e di materie prime, cosa volete che contino i fornitori dell’agricoltura, ovvero le multinazionali del seme, della chimica e delle macchine agricole?

Bravi: una cippa quadra.

Henry Kissinger aveva quindi ragione. Solo che i governatori del cibo, i padroni dei popoli, forse sono altri…

 

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Il cervello: accenderlo non consuma petrolio

L'autolesionismo di un referendum strumentale

Tutto l’autolesionismo di un referendum strumentale

Alcune considerazioni sul Referendum battezzato inopportunamente “To-Triv” del 17 aprile prossimo. Perché di manipolazioni dell’informazione ne sono state fatte anche troppe

1) Il quesito referendario chiede agli Italiani se vogliono impedire il rinnovo delle concessioni già esistenti per l’estrazione. Ciò riguarda diverse piattaforme operanti entro le 12 miglia marine (circa 22 km dalla costa). In altre parole se vincono i Sì, allo scadere delle attuali concessioni verrà loro semplicemente impedito di continuare l’estrazione, anche se i giacimenti sono ancora sfruttabili per un numero indeterminato di anni.

2) Dal punto (1) si deduce che non si tratta di votare contro nuove installazioni, come viene invece fatto credere. Queste sono infatti già oggi proibite entro le suddette 12 miglia marine. Si traggano quindi le debite conclusioni quando si leggono commenti che mirano a far credere agli Italiani che se non votano Sì si troveranno trivelle petrolifere a pochi metri dalla riva, come per esempio affermato tramite comunicato stampa da Vincenzo Pepe, Presidente del Partito ambientalista europeo.

3) Quando vi fanno vedere foto di disastri petroliferi state attenti: circolano foto thailandesi spacciate per tunisine. Perché la creazione di artefatti ingannevoli è parte integrante del dna ecologista.

4) La stragrande maggioranza delle piattaforme in questione estrae metano, non petrolio. Continuare a fare flash mob sventolando teli neri e caricando sul web infografiche di sirene imbrattate di catrame fa quindi parte del suddetto dna fraudolento dei sedicenti ecologisti.

5) Cassate ogni commento che parla di trivelle. Trattasi di piattaforme, non di trivelle. Le trivelle trivellano, le piattaforme estraggono. Fra le prime e le seconde corre la differenza che vi è fra le automobili e le catene di montaggio che le hanno prodotte. Dove iniziano le prime, finiscono le seconde. Ficcatevelo in testa: le piattaforme NON sono trivelle. E chi vi martella con questo termine lo fa solo perché la parola “Trivelle” ha un impatto emotivo superiore, ovviamente negativo. Chi si fa strumentalizzare è un babbeo.

6) Non esiste alcuna contraddizione fra lo sviluppo delle rinnovabili e l’estrazione del metano. Gli idrocarburi rappresentano il nostro passato e buona parte del nostro presente. Le rinnovabili hanno fatto da poco capolino nel nostro presente e rappresentano il nostro futuro. La fase di transizione sarà quindi molto lunga, piaccia o meno, perché al netto dei complottismi peracottari è estremamente complesso convertire l’intero comparto energetico e non è cosa che si possa fare da un giorno con l’altro. Quindi, quel metano adriatico ci serve oggi e continuerà a servirci per altri 2-3 decenni almeno. Bloccarne l’estrazione oggi, ex abrupto, non farebbe altro che aumentare le importazioni di gas da Russia e Libia. E questo dovrebbe forse essere il giusto modo in cui esprimere il quesito referendario: “Volete voi aumentare le importazioni di metano da Libia e Russia, inasprendo ulteriormente la dipendenza energetica italiana dai Paesi stranieri?“. Se vuoi votare Sì, fatti quindi qualche domanda.

7) In realtà il referendum è nato dalla volontà di otto governatori di Regione di dare calci negli stinchi al Governo Renzi, il quale con lo “Sblocca Italia” s’intende di acquisire il diritto di scavalcare le autonomie locali in caso di opere di utilità nazionale. Come una volte i Re medievali dovevano fare i conti con i nobili feudatari, lasciando loro ampie concessioni su cosa fare nei propri possedimenti, oggi il Presidente del Consiglio e il suo governo devono fare i conti con i valvassori e valvassini politici periferici, i quali mal sopportano di essere scavalcati e piantano quindi casino per difendere la propria influenza sul territorio. Se non volete Renzi, non votatelo alle prossime elezioni politiche. Votare Sì a questo referendum per fare un dispetto a Renzi è come tagliarsi i coglioni per fare dispetto alla moglie.

8) Prendere ad esempio Costa Rica e Danimarca per il grado di indipendenza energetica è esercizio contorto sotto molteplici aspetti. Le due nazioni messe insieme non fanno la popolazione della sola Lombardia, la quale ha per giunta un livello di industrializzazione molto più alto della somma delle succitate Costa Rica e Danimarca. Se non si ha il senso delle proporzioni, qualsiasi affermazione rischia perciò di cadere nel ridicolo. In Costa Rica, peraltro, hanno moltiplicato l’idroelettrico, costruendo dighe sulle loro montagne per meglio sfruttare l’abbondante pluviometria del Paese. In Danimarca hanno invece riempito il mare davanti alle loro coste di pale eoliche, sfruttando il vento costante e robusto che spira gagliardo nel Mare del Nord. Qui in Italia se proponi di costruire dighe per produrre idroelettrico gli ambientalisti ti sbranano. Come pure sorgono pugnaci comitati del No per i parchi eolici, sulla terraferma e off-shore. Vedesi i cinque grandi progetti di parchi eolici off shore bloccati dai summenzionati feudatari politici locali, col supporto di associazioni e comitati di cittadini. Si protesta pure contro le biomasse, contro il geotermico e contro il fotovoltaico se questo non sia posizionato esclusivamente sui tetti delle case nelle città. Ovvero uno sputo di superficie rispetto a quella che servirebbe all’Italia. A parole gli pseudo-ambientalisti vogliono quindi le rinnovabili, ma nei fatti si oppongono costantemente alla loro realizzazione fisica (tranne i succitati pannelli solari sui tetti).

In considerazione di quanto sopra si può quindi concludere che:

1) se non volete regalare soldi ai Paesi stranieri, non votate al Referendum. Anche perché poi il rubinetto nelle loro mani sarebbe ancora più grosso di quanto già lo sia oggi.
2) Se volete vedere l’Italia accelerare sul serio sulle rinnovabili (tutte) rendete inoffensivi gli ambientalisti e lasciateli blaterare fra di loro, lontani dalle ribalte mediatiche e politiche. Dopo le molte mafie, la corruzione politica e l’inefficienza degli enti pubblici, sono la quarta causa della paralisi del nostro Paese.

 

(Articolo pubblicato su “Strade – Verso luoghi non comuni”. Per leggerlo cliccare qui)

 

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Quando di Xylella parla chi sa

Intervista ad Alexander Purcell della Berkeley University e uno dei massimi esperti mondiali di Xylella. E no: non ha mai detto che è inutile abbattere gli olivi

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Oivicoltura specializzata: non è un mostro, è agricoltura

Quelli nella fotografia sono olivi sanissimi, catturati a Foggia. Ma basta scendere di un centinaio di chilometri e gli scenari cambiano, mostrando olivi affetti da Co.Di.RO, ovvero la sindrome cosiddetta del “complesso del disseccamento rapido degli olivi”.

Abbatterli o non abbatterli, questo il dilemma. Per lo meno, lo si è fatto diventare un dilemma, perché i massimi esperti mondiali di Xylella non hanno dubbi: se vedi Xylella, abbatti tutto ciò che potrebbe contenerla, sia esso sintomatico o meno. E fallo pure in fretta e in modo “generoso”, altrimenti il patogeno ti scavalca nel territorio e ti obbliga poi a inseguirlo moltiplicando gli abbattimenti futuri.

Non a caso, anche la Ue ha stabilito nel lontano 2000, con apposita Direttiva, che vanno abbattute sia le piante sintomatiche, sia quelle asintomatiche, prevedendo un raggio di contenimento pari a ben dieci chilometri. Questo perché la Xylella non deve muovere un solo passo da dove è stata trovata, sia che stia facendo ammalare le piante, sia che non lo stia facendo.

L’azione contro il patogeno, invece, si è arenata proprio su questo punto: non essendoci la sicurezza matematica che il Co.Di.RO sia causato proprio da Xylella, tutto, come ormai si sa, è stato bloccato dalla Procura di Lecce, la quale non solo ha impedito gli abbattimenti, ma ha anche iscritto nel registro degli indagati anche dieci membri della task force dedicata alla gestione dell’epidemia.

Nella querelle è stato poi tirato in ballo anche Alexander Purcell, della Berkeley University in California. Uno dei massimi esperti mondiali di Xylella e quindi anche uno dei relatori al workshop organizzato dall’Efsa nel novembre 2015. Dopo il convegno si diffuse in Italia la voce che Purcell avesse affermato che abbattere gli alberi fosse inutile.
Una voce funzionale alle posizioni di coloro che fin dal primo momento si erano opposti agli abbattimenti degli ulivi.
Una voce riportata su Videoandria.com, giornale online pugliese su cui compare la testimonianza di Rosa D’Amato, eurodeputata del Movimento 5 Stelle, la quale ha preso parte proprio al workshop dell’Efsa e si sarebbe quindi eletta a divulgatrice delle posizioni di Purcell stesso.
Una voce riecheggiata perfino nelle riprese della conferenza stampa della Procura di Lecce, per come viene riportata da un altro organo di stampa locale, ovvero TrNews.it. Un filmato in cui si può ascoltare una delle due procuratrici aggiunte affermare che gli abbattimenti non servirebbero a niente e che a supporto di tale tesi si sarebbe perfino espresso, ça va sans dire, proprio un grande esperto di Xylella, ovvero Alexander Purcell.

Una voce che ora si scopre che non è mai partita. Anzi, viene oggi seccamente smentita proprio dal medesimo Alexander Purcell, intervistato da Italia Unita per la Scienza, un’associazione di giovani (e meno giovani) appassionati di ricerca e, appunto, di Scienza.
Pur mantenendosi “politically correct” circa gli avvenimenti giudiziari italiani, il professore emerito di Berkeley riafferma nell’intervista l’assoluta necessità di abbattere le piante e di combattere il vettore, come pure che l’azione deve essere intrapresa a fronte della semplice presenza del patogeno.

A questo punto urge chiarirsi su alcuni punti: primo, perché l’europarlamentare pentastellata si è mai presa la briga di riportare affermazioni che oggi vengono smentite proprio dalla persona cui ella le avrebbe attribuite. Secondo, perché la Procura ha coltivato la convinzione che Purcell fosse d’accordo con la tesi dell’inutilità degli abbattimenti. Perché lo ha letto su VideoAndria? Oppure dove? E perché non ha verificato direttamente alla fonte, cioè presso il Professor Purcell, visto che l’azione stessa della Procura pare si sia sentita ancor più corroborata proprio da queste dichiarazioni oggi risultate mai rilasciate?

Sono domande cui è bene venga data presto risposta, visto che la primavera è ormai alle porte e i diseccamenti cominciano a manifestarsi anche in Provincia di Taranto, ad Avetrana.

E magari, sarebbe interessante conoscere le motivazioni per le quali un’europarlamentare diffonda affermazioni capaci di influenzare decisioni così importanti senza essere sicura di ciò che ha sentito. O forse lo era. Ma qui si dovrebbe fare un’analisi più attenta dell’atteggiamento che molti politici grillini hanno tenuto sul tema Xylella.
Sia come sia, in considerazione della smentita di Purcell, sarebbe ora necessario che la suddetta europarlamentare, oltre a chiarire, fornisse anche delle scuse: al Professor Purcell e a tutti coloro che in nome di quelle affermazioni – mai rilasciate – hanno continuato a coltivare l’idea di essere nel giusto, quando molto probabilmente è vero esattamente il contrario.

Come detto, la primavera batte ormai alle porte: la Xylella è lì, negli oliveti, sempre più pasciuta. Phylaenus anche, pronto a contagiare alberi su alberi, anche a distanza di chilometri grazie al trasporto passivo tramite mezzi, agricoli o meno.

Se qualcuno ha da fare qualche marcia indietro, quindi, che la faccia subito. O potrebbe pentirsene per sempre.

Addendum post-pubblicazione:

Poteva scusarsi per il malinteso. Oppure scegliere un opportunistico silenzio, per fare calare un pietoso velo sulla topica Purcell. Invece no. Lei, rilancia (Leggi l’articolo di NextQuotidiano). Parla di “giornalisti, opinionisti o sedicenti tali“, di “macchina del fango“. Di sedicente qui, semmai, c’è più che altro una portavoce che mistifica le parole di scienziati di fama mondiale, filtrandone i messaggi per renderli funzionali alle tesi farlocche che stanno sempre più contraddistinguendo un Movimento nato da uno spacciatore teatrale di bufale. Non solo vi state qualificando per quello che siete sull’affare Xylella, cara D’Amato, ma vi state confermando dei balenghi su tanti altri argomenti, come gli ogm, gli odiati pesticidi, oppure i vaccini. Perfino sulle scie chimiche e sulle sirene vi siete fatti prendere per i fondelli. Un esercito d’improvvisati presuntuosi che ha trovato alloggio nel ribollire di un’onda anomala più pericolosa del marciume stesso che si prefigge di abbattere. Altro che macchina del fango: in Puglia sono proprio nella merda. E in parte ci sono anche grazie alle pressioni mediatiche anti-abbattimento di cui soprattutto voi vi siete resi protagonisti all’urlo “Il popolo si sta svegliando!“. Di sedicenti giornalisti vi sono infatti quelli e quelle che hanno dato spazio a ogni bufala, a ogni falsità che permettesse loro di alimentare il loro personalissimo odio verso i soliti totem tanto cari ai dementi: ogm, pesticidi e complotti edilizi o energetici. Il tutto, seppellendo la verità dei fatti sotto una spessa coltre di disinformazione demagogica. Spero quindi che alla prossima tornata elettorale il M5S sappia filtrare meglio i candidati, anziché raccattare bizzarri soggetti in cerca di sistemazione, proponendo finalmente una classe politica con meno apriscatole in mano e più sale in zucca.

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Come ti distruggo i mangimi Ogm. Ma anche no

Forse falsificate le prove atte a dimostrare la pericolosità dei mangimi contenenti Ogm. La Federico II di Napoli al centro di un caso spinoso sollevato dalla Senatrice Elena Cattaneo

 

Gli ogm sono alla base della zootecnia moderna. E non fanno male...

Gli ogm sono alla base della zootecnia moderna. E per quanto ci provino a dimostrare il contrario, non fanno male…

Si chiama Federico Infascelli ed è docente ordinario di nutrizione e alimentazione animale presso il dipartimento di Veterinaria dell’Università Federico II di Napoli. In pochi lo conoscevano fino a oggi al di fuori del suo settore di docenza. Fino a oggi, appunto. Perché ora è balzato agli onori, o ai disonori, della cronaca a seguito di un’accusa molto grave, quella di aver taroccato i risultati e perfino le immagini non solo dell’ultima sua ricerca, ma anche di altre pubblicate in passato (leggi l’articolo).
Se così fosse sarebbe davvero un fatto gravissimo, sotto ogni punto di vista: umano, professionale, sociale, mediatico e fors’anche giudiziario.

Il condizionale, ovviamente, è e resterà d’obbligo fino a che tutte le inchieste in tal senso non saranno debitamente concluse. Fino ad allora, come si suol dire, vige la presunzione d’innocenza, per quanta fatica si possa fare ad assicurarla all’inquisito. Un’eventualità, questa, che nel caso in oggetto preme fortemente nel petto.

A dare la stura allo scandalo, infatti, non è il primo che passa per strada, bensì la Senatrice Elena Cattaneo, ricercatrice prestata alla politica da quando è stata nominata a vita dall’ex-presidente Giorgio napolitano. Inoltre, le pesanti accuse a Infascelli pare al momento siano state confermate anche dalla commissione d’indagine appositamente nominata da Gaetano Manfredi, Rettore dell’ateneo napoletano.

La ricerca “incriminata”, per come l’avrebbe individuata la Senatrice e soppesata il Rettore, verterebbe sulla pericolosità per gli animali da allevamento dei mangimi contenenti ogm. Un filone di ricerca che ogni tanto si affianca a quello delle “dimostrazioni” di pericolosità degli ogm anche su salute umana e ambiente. Ricerche sulle quali, a questo punto, non sarebbe forse male indagare più a fondo circa i dati originali e le modalità di esecuzione scelte dai ricercatori sedicenti “indipendenti” che da anni lavorano alacremente, spesso a senso unico, per dimostrare ciò che ancora rimane indimostrato. E cioè che gli ogm siano davvero i mostri che l’ambientalismo più aggressivo ha sempre descritto, terrorizzando l’opinione pubblica.

In ogni caso, false o vere che siano le sue ricerche, è bene chiarire che l’opera di Infascelli e del suo staff si infrangerebbe comunque contro il ciclopico lavoro chiamato “100 billions study“, ovvero l’insieme di ricerche che avrebbe dimostrato come nell’arco di 18 anni, e analizzando cento miliardi di animali d’allevamento, non vi sarebbe alcuna differenza nella salute e nella produttività, sia che essi vengano alimentati con ogm oppure no. In altre parole, asserire che gli ogm non fanno male agli animali d’allevamento non è più da un pezzo un’opinione: è ormai un fatto consolidato. Anzi, sono 100 miliardi di fatti consolidati.

Ed è forse proprio per tali motivi che quando i laboratori non danno le risposte che si desiderano, si può sempre cedere alla tentazione di far dire loro ciò che più vorremmo, in barba alla trasparenza e all’onestà scientifica e intellettuale. Una tentazione cui, a quanto pare, potrebbe aver ceduto il pool di ricercatori partenopei.

Ora l’inchiesta proseguirà sul piano scientifico prima e, si spera, anche amministrativo e giudiziario poi, nel caso quella scientifica dovesse calare la mannaia sul Professore e sui suoi lavori. E pare non sia in ambascia solo Infascelli col suo team, ma anche il direttore di dipartimento, Luigi Zicarelli, il quale sarebbe stato contattato per primo da Elena Cattaneo, ma pare abbia ignorato la segnalazione.
Intanto, la ricerca “bollente” sarebbe stata ritirata dalla rivista che l’aveva pubblicata, ovvero “Animal”. E forse potrebbero subire lo stesso destino diverse delle ricerche prodotte negli anni dal gruppo partenopeo.

Probabilmente la notizia non sarà piaciuta nemmeno a Slow Food e a Elena Fattori, anch’essa Senatrice, ma a cinque stelle. Infatti, Infascelli aveva in passato trovato spazio e ospitalità sia in convegni organizzati dalla Senatrice pentastellata, da sempre avversa agli ogm, sia presso l’associazione della Chiocciolina, anch’essa tutt’altro che innamorata del biotech. Soprattutto Slow Food avrebbe preso a riferimento Infascelli a più riprese, a quanto pare, fin dai tempi dell’affaire Gilles Séralini. Altra ricerca che finì sommersa dai fischi della Comunità scientifica internazionale. Se oggi quindi fischiassero loro le orecchie, andrebbe considerata cosa del tutto normale.

Fatto quindi salvo, come detto dianzi, che fino alla conclusione del caso si deve usare il condizionale, si deve però convenire che la prossima volta che qualche furbastro cercherà di zittire le controparti citando i frusti “conflitti d’interessi”, gli si potrà comunque rispondere che a volte vi possono essere conflitti ideologici, etici e magari pure psicologici, che sono molto, ma molto peggio di quelli economici.

 

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Costa Salento

L’emergenza che ha colpito l’olivicoltura salentina rischia di allargarsi a tutta la Puglia prima e ad altre regioni italiane poi. O forse no? Abbandonare quindi la nave, oppure gestire la falla: questo il dilemma

Olivicoltura salentina: abbattimenti si, abbattimenti no

Olivicoltura salentina: abbattimenti si, abbattimenti no

Nel gennaio 2012 tutta l’Italia assistette sgomenta al naufragio della Costa Concordia in cui perirono 32 persone. Buona parte delle accuse mosse al Capitano, Francesco Schettino, furono di non aver dato immediatamente l’allarme, tacendo sulla gravità della situazione e di non aver ordinato l’evacuazione dei passeggeri quando ancora la nave aveva un assetto che lo consentiva.

Oggi Schettino è guardato dai più come emblema dell’ignavia decisionale, del temporeggiamento in attesa di capire se c’è una qualche via per nascondere i fatti e scapolarsela alla bell’e meglio.

Del resto, se avesse ordinato l’evacuazione e il problema fosse poi risultato risolvibile senza tanto clamore, il Comandante avrebbe potuto essere accusato di allarmismo e magari pure denunciato da qualche passeggero in cerca di un risarcimento danni per lo spavento e i disagi subiti. In fondo, anche gli ospedali sono pieni di persone che fanno causa ai medici, nonostante questi abbiano fatto di tutto per salvare vite ma, senza alcuna colpa, abbiano perso la battaglia.

In situazioni come quella del Giglio, come si suol dire, ci vogliono quindi decisionisti con le palle: il rischio potenziale del non fare nulla era infatti molto più elevato di quello di fare qualcosa. Perché nel primo caso si sarebbe arrecato inutilmente paura e disagio ai passeggeri, pagandone poi il prezzo nelle opportune sedi giudiziarie. Nel secondo poteva essere una strage. E in tal caso giova ricordare che è pur sempre meglio un brutto processo di un bel funerale.

Di fronte ai due summenzionati rischi, un Capitano degno di questo nome dovrebbe prendere quindi la decisione atta a scongiurare le conseguenze peggiori, per quanto in quel momento esse giacciano ancora sul puro piano ipotetico. Schettino prese quella sbagliata e a processo ci si trovò con capi d’imputazione ben più gravi di una semplice inchiesta per danni senza vittime in ballo: ben 16 gli anni di reclusione richiesti in primo grado nel febbraio 2015. L’avesse saputo, probabilmente avrebbe dato quell’ordine di abbandonare la nave dieci secondi dopo l’urto. Come recita infatti un noto adagio: meglio scappare che toccarne.

Oggi c’è un’altra nave che imbarca acqua in Italia (fra le tante) ed è il Salento. La moria degli ulivi, nota anche come Complesso del Disseccamento Rapido degli Ulivi (CoDiRo) sta infatti falcidiando l’olivicoltura salentina e al momento non è dato prevedere se e quando si fermerà, oppure se si espanderà fino a confini al momento non stimabili.

Una task force era stata all’uopo nominata e aveva individuato come causa predominante il batterio Xylella fastidiosa pauca, supposta giunta in Puglia dal Costa Rica. Aveva anche trovato come soluzione l’uso d’insetticidi per controllare Philaenus spumarius, suo vettore, come pure l’abbattimento non solo delle piante affette da disseccamento, ma anche di molte sane. Questo con l’intento di creare una sorta di tagliafuoco atto a isolare l’area del contagio. In fondo, questa è una strategia simile a quella dei cosiddetti “viali tagliafuoco” realizzati nei boschi, descritti come segue dalla Protezione civile di Bellizzi per parola del Dott. Mario De Rosa:

<<I viali tagliafuoco sono opere preventive di massima importanza in tutte le situazioni territoriali e con le più disparate tipologie d’incendio. Consistono in vari trattamenti della copertura vegetale differenziati per finalità secondo lunghe strisce. In sede di progetto del viale tagliafuoco, si decide se impostare 1’opera in modo che debba arrestare definitivamente 1’eventuale incendio oppure solo rallentarlo permettendo alle squadre di estinzione di intervenire con successo. Nel primo caso la vegetazione deve essere totalmente eliminata e la larghezza deve essere notevole. Essa può variare a seconda delle caratteristiche del luogo tra 100 e 200 m. Nel secondo caso non è necessario eliminare la vegetazione, che viene solo ridotta ed è sufficiente una larghezza tra 15 e 60 m. Evidentemente la scelta tra le due soluzioni dipende dalle caratteristiche del territorio, dagli incendi che si verificano e dal servizio di estinzione>>.

In altre parole, per evitare che bruci un bosco di centinaia di ettari si decide di abbattere preventivamente molti alberi, sanissimi, perché un eventuale fuoco ne divori solo alcuni. È una decisione presa per giunta a “bosco spento”, cioè solo sulla mera ipotesi che possa generarsi un incendio. Incendio che magari non s’innescherà mai. Stranamente, però, in tal caso non si registrano proteste di massa, né comitati del No, né mozioni di partiti in perenne ricerca di notorietà mediatica o strani soggetti che all’urlo di “Gomblooddoooo!1!!1!” s’incatenano agli alberi per non farli abbattere. Né tantomeno si registrano Decreti di sequestro degli alberi destinati all’abbattimento per la realizzazione di siffatte opere di prevenzione anti incendio.

In Salento ci si trova oggi in una situazione che ricorda proprio quella dei Viali antincendio, con la necessità di abbattere ampie strisce di terreni alberati al fine di arginare un “incendio” di tipo fitosanitario, reale, tangibile, attuale: non ipotetico. E poco importa se l’agente è solo Xylella, oppure sono le tracheomicosi veicolate da Zeuzera pirina. Fosse anche ignoto l’agente eziologico causa del CoDiRo, quella sarebbe la via da seguire. Stranamente però, tutto ciò che non avviene per i viali tagliafuoco è avvenuto in Salento per gli ulivi. Fino al Decreto della Procura di Lecce che non solo ha bloccato gli abbattimenti e sequestrato gli alberi, ma ha addirittura inserito i membri della task force nel registro degli indagati per diversi reati, per quanto colposi. Così agendo, ogni attività sul campo atta al contenimento dell’epidemia, giusta o sbagliata che fosse, è stata paralizzata, invocando approfondimenti di ricerca scientifica che impiegheranno anni a svilupparsi.

Ora non resta quindi che attendere. Il tempo è infatti galantuomo e sarà lui a decidere se al timone del Salento vi fosse un Comandante con le palle, uno che prende decisioni magari pericolose e impopolari, ma finalizzate al male minore, oppure se a quel timone vi fosse un Capitano temporeggiatore e indeciso, come avvenne sulla Costa Concordia.

L’unico dubbio che rimane, quindi, è: per il naufragio del Giglio un Comandante è stato condannato a 16 anni e pagherà in qualche modo quel silenzio, nato in luogo di un secco ordine di abbandonare la nave. Se il Salento affonderà sotto il peso del CoDiRo, magari tirando con sé anche le Province limitrofe come quella di Bari, Brindisi e Foggia, chi pagherà per tutto questo?

Probabilmente nessuno. E si assisterà agli usuali rimpalli di responsabilità, come pure a inversioni a U di gente che fino a ieri tuonava contro gli abbattimenti, salvo poi saltare all’ultimo momento sulla scialuppa giusta, quella di chi aveva ragione.

È l’Italia baby, rassegnati…

 

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