I masochisti di Babbeolandia

Storia semi-seria di un dramma nazionale

Negli ultimi mesi in Veneto e Puglia sono nate proteste contro i “pesticidi”, organizzate da comitati di cittadini che spesso di agricoltura, di chimica e di tossicologia capiscono dal poco al nulla, ma che protestano con una forza direttamente proporzionale alla propria ignoranza sui temi contestati

Capita a volte di abbioccarsi davanti alla tv e magari di fare sogni strani e surreali. L’ultima volta che mi è successo mi sono ritrovato in uno strano paese chiamato Babbeolandia. Un’area densamente popolata, con quartieri residenziali e industriali, infrastrutture, campi coltivati. La popolazione ha un ottimo tenore di vita, un buon reddito e un discreto livello di scolarizzazione. Però, nonostante ciò, nel paese di Babbeolandia succede qualcosa di incredibile: un personaggio mezzo matto, poco noto in città fino a queste sue uscite, inizia a mandare esposti al sindaco, in Procura, ai vigili, ai Palombari ciclisti e alle Giovani Marmotte.

Il motivo della protesta? Troppi piloni infissi nel terreno: deturpano il territorio. Del resto, di ponti e viadotti ce ne sono diversi: passano sopra strade, autostrade, fiumi, canali e ferrovie. Le strade devono infatti scavalcarsi fra loro e passare sopra alle altre infrastrutture. Piaccia o meno, è così. Stanco però dei pilastri che torreggiano da sotto i cavalcavia, il torvo psicotico ha messo in piedi il “No piloni”, un comitato di cittadini che ne chiedono la rimozione. Ma non dei ponti: proprio dei pilastri.

Appare chiaro a ogni sano di mente che senza pilastri i ponti non stanno in piedi e vengono giù. Ma quello svitato pare non saperlo e va avanti a sgonnellare a destra e a manca, a tenere riunioni serali per sobillare la popolazione contro i pilastri. Instancabile, porta argomenti fra l’assurdo e il falso, ma la gente è ingenua e il calore che quel concittadino mette nei propri comizi li conquista poco per volta. Il fenomeno quindi cresce e a raccogliere consensi, dopo qualche mese, non c’è più un solo svitato, bensì un manipolo di svitati. Quasi fosse un contagio inarrestabile, quel comitato partito da un solo cittadino diventa movimento, assurgendo a ruolo di interlocutore con cui fare i conti. Non a caso, anche la stampa locale si butta a pesce sui contestatori, riportandone acriticamente ogni istanza, facendo interviste, pubblicando foto agghiaccianti di ponti e pilastri in cemento armato. Brutti, grezzi, sgradevoli. Come fare a non condividere l’idea e a non rilanciare le richieste di abbattimento?

E dove arrivano i media, subito dopo arrivano i politici. Una volta che un fenomeno cresce oltre una certa soglia, devono pur interessarsene. Sì, ma come? Anche il sindaco sa benissimo che tagliare i piloni è un’idiozia, perché senza di essi viene giù ogni cavalcavia del paese, ma si trova di fronte a un bivio pericoloso: se si esprime in tal senso, collide con un sentimento popolare ormai diffuso e in crescita. E dare degli idioti a centinaia di persone non è come dare dell’idiota a un singolo cittadino con seri problemi psichici. Le opposizioni coglierebbero subito l’occasione per attaccarlo, mettendosi loro al fianco di quella masnada di esaltati ipocondriaci e lui resterebbe col cerino in mano, facendo la figura di uno che non sa cogliere i sentimenti popolari.

In più, c’è una considerazione di tipo temporale e probabilistico da fare: che quelle istanze arrivino a compimento, pensa infatti il sindaco, è molto improbabile e semmai dovesse accadere, accadrebbe in tempi molto lunghi. È talmente cretina come idea che, suvvia, chi mai darà i permessi a livello centrale? Il ministro alle infrastrutture? L’assessore regionale? Ma no dai, impossibile! Arrivati a quel livello le proposte demenziali verranno pur stroncate da qualcuno, no? Quindi perché fare lui il cattivo della situazione che contrasta il movimento locale, cioè quello cui fra pochi mesi dovrà andare a chiedere il voto per le amministrative? No, no. Meglio mostrarsi vicino al popolo per ingraziarsene i favori. Quindi il sindaco indossa la fascia tricolore e si schiera in testa al corteo di cittadini che nel frattempo hanno organizzato una marcia sotto i riflettori di giornali e televisioni. Ci penseranno semmai altri, a livello superiore, a giocare la parte dei castigamatti. Cosa potrebbe mai andare storto?

Del resto, il corteo è costituito dal circolo “Intellettuali di un certo spessore laureati in filologia romanza e poeti minori del Rinascimento fiammingo, mica ci vorranno insegnare gli ingegneri come costruire i ponti?”, affiancati dall’associazione anti vax “Mamme preoccupate per i vaccini contaminati da cellule duodenali di cammello della Cirenaica. L’abbiamo letto su internet”. Non potevano poi mancare gli anziani del centro “Pensionati a 50 anni con il retributivo, son 20 anni che ci rompiamo i coglioni senza far nulla: ora coi cortei ci svaghiamo un po’”. Infine, la frangia più aggressiva e rivoluzionaria del centro sociale “Non abbiamo lavorato un giorno in vita nostra, ma vogliamo insegnare a quelli che ci mantengono come va gestito lo Stato”.

Qualche ingegnere civile si è pur provato a dire che era un’idiozia, ma è stato deriso, insultato e perfino minacciato, fino a ridurlo al silenzio. E che scherziamo? Ora, solo perché uno è ingegnere vorrà mica opporsi alla volontà popolare dei laureati all’università della vita? Invece, proprio grazie a tali premesse, le cose che nascono con una brutta piega, finiscono spesso con una piega anche peggiore: con somma sorpresa del sindaco di Babbeolandia, il matto che ha dato vita alla petizione si è nel frattempo affiliato a un movimento politico composto da ogni tipo di sfigato e di fallito, componendo un accrocchio di populisti che hanno fatto della protesta demagogica la loro unica argomentazione politica. Sono cresciuti in fretta nei favori popolari, aizzando la gente contro i poteri forti, le banche, le multinazionali, la casta politica ed economica del paese. Le solite cose, insomma. A un tale pentolone di scappati di casa in cerca di poltrone non è parso vero di candidarlo alle elezioni politiche e così lo psicolabile è riuscito ad arrivare al Senato, infiltrandosi pure nella Commissione Infrastrutture grazie ad amicizie di convenienza e alla incoercibile volontà di imporre la propria visione paranoica al resto del mondo.

Giunto in Commissione, il pericoloso soggetto innesca quindi un contagio del tutto identico a quello già diffuso a livello comunale. Così, nel giro di pochi mesi la proposta di abbattere i pilastri dei ponti passa dalla semplice petizione di paesello a proposta di Legge. Il sindaco comincia a sudare freddo, perché a quel punto mica può ritornare più sui suoi passi e se la proposta diventa Legge, poi toccherà anche a lui abbattere i pilastri di sua competenza, quelli facenti capo al Comune. E lì capisce che la popolazione si rivolterà una volta che i ponti, immancabilmente, verranno giù come il burro. L’unica cosa da fare è quindi passare la palla, dando le dimissioni e piazzando sulla poltrona di sindaco qualcuno che si prenda la colpa della scelta scomoda. Un utile idiota che faccia da reggente e che si rovini lui la carriera politica al posto suo. E infatti, entro pochi mesi partono i lavori, sotto la nuova giunta, e come era facilmente prevedibile per ogni normodotato del Pianeta i ponti crollano uno dopo l’altro.

A quel punto si potrebbe immaginare lo sbigottimento di una popolazione consapevole di aver fatto un’immane cazzata con le proprie marce del menga. E invece niente: la popolazione, comitati di cittadini in prima fila, s’incazza. Ma di brutto. Ponti e cavalcavia sono crollati sopra altre strade, sulla ferrovia, sugli acquedotti, sui metanodotti e sui fiumi. Impossibile passare da una parte all’altra del paese, né in auto, né a piedi. Babbeolandia è del tutto paralizzata, peggio che dopo un bombardamento di guerra. Le fabbriche chiudono in poche settimane, perché non possono né ricevere, né inviare merci, né tanto meno lavorare. Le ambulanze non possono soccorrere più nessuno e i negozi in poco tempo restano vuoti per mancanza di approvvigionamenti, così come si interrompono luce, gas e acqua.

La gente affamata e malata s’inferocisce e inizia a dare la caccia a chi? Al malato di mente che li ha sobillati? Ai propri capipopolo? A se stessi? Macché, la danno al povero ingenuo che si è fatto piazzare sotto al culo la poltrona più scomoda del Paese. È da lui che si aspettano soluzioni, pure in fretta: loro vogliono tornare a passare dove passavano prima e sono così stupidi da non capire che la colpa della situazione è solo della mancanza di rispetto per chi invece sapeva bene cosa sarebbe successo ed è stato invece messo in un angolo, in minoranza, tacciato di essere servo della casta, venduto a interessi contrari a quelli del popolo.

Il sogno finisce con un profondo sollievo, come al solito, mentre la società di Babbeolandia collassa, implodendo sulle macerie della propria arroganza e della propria stupidità.

Accendo il computer e leggo che in Veneto dei comitati di cittadini, sobillati dai soliti paranoici anti chimica, stanno organizzando marce e proteste contro la viticoltura locale accusata di ogni nefandezza, ovvero tumori e malacci oscuri, nonostante ogni statistica sanitaria delle loro zone dimostri che stanno meglio loro, in mezzo ai vigneti, di tutti gli altri Italiani messi insieme. Ma come accaduto agli ingegneri di Babbeolandia, le uniche persone da ascoltare sono proprio quelle che vengono attaccate, denigrate, insultate e minacciate.

E proprio come a Babbeolandia, molti sindaci, invece di dire a questa gente di farsi curare le proprie ossessioni compulsive, ne capeggiano le istanze, bandendo sui propri territori comunali alcuni agrofarmaci di cui sanno dal poco al nulla, ma di cui si chiede la testa vox populi. E le elezioni sono sempre vicine. Sempre.

E no, non è un sogno in un sogno. Non mi trovo in una sorta di Inception. Sono proprio sveglio e mi tocca assistere a tali orge psicotiche da parte di gente che dei prodotti di cui io sono esperto capisce invece meno di una mazza fionda. Nonostante ciò, urla, strepita, manifesta e chiede bandi, proibizioni. Ma in fondo, come fare a dare loro torto, se perfino l’ex-Ministro all’Agricoltura Maurizio Martina è apparso in campagna elettorale con un meme su facebook in cui prometteva il bando di tutti i pesticidi (tutti) entro il 2025*? Una proposta demenziale quanto quella dei pilastri di Babbeolandia, perché le produzioni agricole poggiano sui prodotti per la difesa delle piante quanto i ponti poggiano sui piloni. Abolirli significa essere disconnessi dalla realtà. Significa non meritare i tre e più pasti al giorno che gli agricoltori mettono a disposizione proprio di quei cittadini che li odiano e chiedono perfino di metterli in galera quali biechi avvelenatori di bambini. Gente che solo una carestia può forse curare in un cervello al momento palesemente bacato.

Extraterrestre, portami via. Sig. Sulu, curvatura 6: rotta per Vulcano, voglio chiedere asilo a Mr. Spock.

* : In barba alla promessa elettorale – e per fortuna – il Ministro ha poi firmato un Decreto di lotta obbligatoria contro la cosiddetta “sputacchina”, ovvero l’insetto che trasmette agli ulivi le infezioni di Xylella fastidiosa, il batterio che ha ormai colonizzato mezza Puglia e che ha già fatto seccare decine di migliaia di piante in un clima di negazionismo generale. Indovinate un po’? Sono già nati comitati contro il Decreto, con alcuni deficienti che affermano essere meglio che spariscano tutti gli ulivi dalla Puglia che fare dei trattamenti insetticidi. Segue paranoica descrizione di Armageddon chimici, con salute e ambiente ridotti a scenari post-atomici. Tutto falso, ovviamente, ma solo per i normodotati. Come si vede, Babbeolandia non ha una localizzazione geografica netta. Può essere un comune del Veneto come della Puglia. Il risultato resta il medesimo, purtroppo per i normodotati.

 

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Bugie dalle gambe sempre più corte

Nonostante ciò, ripetere un milione di volte che la Terra è piatta non la farà diventare tale

La recente pubblicazione sugli ogm della Scuola Sant’Anna e dell’Università di Pisa ha mandato nel panico ecologisti e biologici, cioè le due lobby che in Italia hanno pressoché l’esclusiva in termini di comunicazione al pubblico. Hanno quindi mentito per tutti questi anni? Sì. E piano piano la verità sta venendo fuori.

Ogm devastatori di ambiente contro biologico ecosostenibile e salvifico. Questo in sostanza il messaggio che da decenni martella i consumatori, inducendone una crescente parte a spendere molto di più per comprare alimenti millantati più sicuri, ecologici e sostenibili. Ma le cose stanno davvero così? Niente affatto. Tutti i limiti del biologico e della disinformazione ecologista stanno emergendo pezzo a pezzo, come pure stanno finalmente circolando informazioni e studi scientifici che sbugiardano le campagne maramalde orchestrate da sempre contro biotecnologie e agrochimica.

Ultima della serie, la ricerca sviluppata dalla Scuola Sant’Anna di Pisa e dall’Università della medesima città toscana. Una ricerca che ha già provocato stizzite reazioni da parte di Federbio, tramite il proprio presidente Paolo Carnemolla, oppure del biologo Gianni Tamino.

Bufale, fake news. Così vengono definite le notizie che hanno rilanciato lo studio pisano. Mica scienza. Del resto, afferma Tamino, lo studio non parla della presenza di pesticidi nelle colture ogm, mentre Carnemolla minimizza da parte sua i benefici dell’avere meno micotossine grazie agli ogm, affermando che il bio può usare un ceppo atossigeno di aspergilli atti a competere con i ceppi tossigeni. E via così.

Che i giornali abbiano in effetti suonato trombe un filo alte di ottava, ci sta. Un fatto che però non pare disturbare quando ciò sia a favore di ecologisti e del biologico, evento che accade con estrema frequenza purtroppo. Lì, però, i toni trionfalistici non paiono mai troppi.

Quando invece la stampa dà lustro a una ricerca a favore degli ogm scatta la gara a chi trova più critiche da buttare sul tavolo. È una tecnica comunicativa ben strutturata nel mondo bio-ecologista: da un lato bisogna alimentare paure verso ciò che non si vuole vedere nei campi, come pesticidi e ogm, per esempio. Dall’altro si deve sminuire l’utilità di suddette tecnologie. Il risultato è che la gente non ci mette molto a dire no a qualcosa che gli è stato detto che non solo è pericoloso, ma che è addirittura inutile.

Peccato, o per fortuna, che non sia affatto così. A dispetto delle campagne allarmiste e denigratorie, le supposte evidenze di pericolosità ancora non sfondano alla prova dei fatti, mentre stanno lievitando le evidenze scientifiche di segno contrario. Chiaro che così il fronte no-ogm e no-pesticidi si senta minacciato e risponda tramite gli usuali megafoni che gli vengono prestati. Ma andiamo a vedere cosa dice la ricerca pisana. Perché alla fin fine, se le ricerche non si leggono, neanche si possono capire.

 

Attacchi di piralide alle foglie del mais. O si usano gli insetticidi, o si seminano mais Bt

 

Cosa dice lo studio

La meta analisi elaborata a Pisa sul tema ogm, ovvero lo studio comparato della bibliografia esistente su alcuni specifici aspetti, ha portato a conclusioni estremamente positive su questi ibridi innovativi. Ibridi coltivati ormai da più di vent’anni su oltre 185 milioni di ettari al Mondo senza che si siano mai realizzate le profezie da Cassandra che ecologisti e biologici hanno propagato fin dalla loro prima semina, avvenuta nel 1996.

La ricerca pisana è stata sviluppata su 542, 99, 813 e 29 lavori rispettivamente su rese & qualità, effetto su organismi target, non target e cicli biogeochimici, dimostrando come nel ventennio di utilizzo i mais gm abbiano ottenuto risultati superiori rispetto alle linee isogeniche (non-ogm) a loro vicine geneticamente.

Innanzitutto, la resa è mediamente aumentata dal 5,6 al 24,5%. Un dato che appare sottostimato, visto che i primi ibridi ogm non differivano molto quanto a rese dai loro simili convenzionali. Se tale ricerca venisse focalizzata solo sugli ultimi ibridi messi in commercio, tale percentuale sarebbe di molto superiore, visto il recente record di 33 tonnellate per ettaro ottenuto in America con un ibrido Bt. A termine di paragone, si pensi che in Italia si sputa sangue per trebbiarne 20, quando va bene bene. Il lungo periodo della meta-analisi ha cioè appiattito questo parametro, minimizzandolo. Nella realtà, può cioè essere solo che superiore.

Ottimi risultati anche per la sicurezza per la salute umana, dato che le concentrazioni di micotossine, fumonisine e tricoteceni sono risultate inferiori rispettivamente del 28,8%, del 30,6% e del 36,5%. Considerando la tossicità e la cancerogenicità di tali sostanze naturali, negare che ciò rappresenti un vantaggio per la salute, come si è subito cercato di fare a botta calda, richiede cioè uno sforzo di malafede invero consistente.

Certo, ci sono soluzioni basate su ceppi atossigeni di aspergilli, da spargere nei campi in modo che competano con i ceppi tossigeni. Ma tale bandiera del biologico è bene tenerla a mezz’asta, dato che la competizione fra organismi non porta mai a risultati definitivi, bensì solo a riduzioni parziali che possono variare molto a seconda dell’anno e del campo.

Inoltre, nulla vieta di spargere quei ceppi anche ai piedi delle piante di mais gm, riducendo ulteriormente il carico di micotossine nelle granelle e nei trinciati. Sono due soluzioni che infatti mostrano un elevato grado di complementarietà e solo i biologici tendenti al talebano possono vedere nell’una l’esclusione dell’altra. L’agricoltura integrata, invece, li userebbe volentieri entrambi. Ad averceli…

Quanto agli organismi non target analizzati, altro tema sensibile, questi non sono stati influenzati negativamente dai mais gm, per lo meno studiando le popolazioni di Anthocoridae, Aphididae, Carabidae, Chrysopidae, Cicadellidae, Coccinellidae, Nabidae, Nitidulidae e Staphylinidae e Araneae. I Cicadellidi sono risultati addirittura maggiori nei gm rispetto ai convenzionali, mentre sono calati del 31,5% i Braconidi, parassitoidi della piralide, per l’ovvio calo del parassita primario dovuto all’elevata efficacia del mais Bt nel suo contenimento.

In altre parole, quando qualche anti-ogm, come per esempio Carlo Petrini di Slow Food, accusa gli ibridi biotech di distruggere la biodiversità, dice cose contrarie al vero. Ognuno scelga un’espressione più confacente, se questa pare troppo gentile.

Tutto in regola anche per i parametri del ciclo biogeochimico nel suolo, almeno per ciò che suggerisce la composizione dei mais Bt rispetto ai loro corrispettivi convenzionali. Per esempio, il contenuto di lignina negli steli e nelle foglie non variano e la decomposizione della biomassa nel terreno è addirittura risultata più alta nei mais gm. Un eventuale aumento della lignina avrebbe infatti comportato un peggioramento, sia nel terreno, sia nell’alimentazione degli animali. Aumento che non è stato registrato.

Non varia neppure la concentrazione di proteine, lipidi e fibre totali della granella. Il valore nutrizionale è cioè stato verificato essere uguale, con altrettanta buona pace dei detrattori. Tali studi sono peraltro coerenti con altri sviluppati in passato proprio sugli animali da allevamento, come il famoso “100 billion study“(1), altra meta analisi pubblicata su “Journal of Animal Science” dalla quale si evince come gli animali d’allevamento americani godrebbero di ottima salute, nonostante gli oltre vent’anni di alimentazione ogm [e quindi anche di esposizione al famigerato glifosate, giusto per rispondere a Gianni Tamino, nda].

In quell’occasione i ricercatori avrebbero valutato numerosi studi riguardanti la salute del bestiame dal 1983 al 2011. Un periodo di 28 anni di cui 13 senza ogm. L’insieme degli studi ha riguardato un totale di 100 miliardi di animali, i quali per più di un quarto di secolo sono stati allevati consumando migliaia di miliardi di razioni sia con, sia senza ogm [Quindi sia con, sia senza glifosate, nda]. Comparando lo stato sanitario nei due periodi osservati, nessun effetto negativo sarebbe stato evidenziato a carico dei capi nutriti con mangimi ogm, sia che fossero resistenti a glifosate, sia che fossero resistenti agli insetti, sia che fossero resistenti a entrambi.

Vi è quindi seriamente da dubitare che possano essere dannosi il latte, le uova o le carni consumate dagli esseri umani, se gli ogm non hanno fatto male in primis agli animali che se ne sono nutriti, come si è invece cercato di dimostrare in Italia falsificando le ricerche, unico modo rimasto per sostenere questa tesi allarmista.

Tornando quindi allo studio pisano, sarebbe infine trascurabile anche l’impatto sul biota del terreno, rilevandosi solo modesti effetti, in qualche studio, su alcune specie di ciliati, lombrichi e pochi altri organismi, ma troppo poco per essere sufficienti in una meta analisi. Di certo, la conclusione del gruppo di ricerca è che nei reali ambienti di campo, gli eventuali effetti sul biota del terreno sono leggeri e transitori, non rappresentando per il suolo un problema in tal senso.

Una conclusione confermata anche dal Rivm (Istituto per la salute pubblica e per l’ambiente del Ministero della salute, welfare e sport olandese). Tramite la sua pubblicazione “General Surveillance for effects of GM crops on the soil ecosystem“, dimostra come:

Only very few and small effects of GM crops on the soil ecosystem were found. In all cases, effects of normal agricultural practice, such as tillage and the cultivation of other crop species, were larger than those caused by the GM crops“.

In altre parole, analizzando la presenza e il livello di degradazione della sostanza organica del terreno, come pure l’andamento di alcune popolazioni chiave del suolo, come nematodi o alcuni microrganismi, i ricercatori olandesi hanno concluso che le variazioni sono minime rispetto alle colture convenzionali.

E comunque, cosa drammatica soprattutto per Federbio e tutto il biologico in generale, gli ogm sono ampiamente meno impattanti delle lavorazioni del suolo, cioè quelle su cui il biologico vive, avendo bandito con disprezzo ogni erbicida di sintesi. Ciò però li obbliga, per lo meno quelli onesti che non usano erbicidi di nascosto, a ripetute lavorazioni meccaniche.

Oltre all’aratura, che necessariamente deve essere profonda se si vuole avere un minimo di riduzione del numero di semi delle infestanti, servono spesso un paio di ulteriori lavorazioni di affinamento, come le discature, anch’esse altamente energivore, e le rifiniture pre-semina con gli erpici a denti. Il risultato è un terreno completamente nudo, ridotto letteralmente in briciole dagli organi meccanici.

 

Risultati di un’aratura del terreno. Si provi a immaginare l’effetto anche delle successive lavorazioni necessarie a rendere la terra seminabile

 

Circa gli impatti sui lombrichi e sugli artropodi del terreno, ovviamente, il biologico glissa. Come pure glissa sull’ossidazione della sostanza organica indotta dall’esposizione delle particelle del terreno all’aria e quindi all’ossigeno. Per non parlare delle tonnellate di CO2 emessa dai trattori, i quali hanno dovuto solcare ripetutamente i campi trainando pesanti attrezzi e consumando fiumi di gasolio.

Inoltre, le lavorazioni del terreno possono essere la peggior scelta possibile quando si operi in aree collinari, come quelle del centro e del sud Italia. Arare e lavorare le colline da seminare a grano o girasole, infatti, apre la via ai tanto temuti processi di erosione superficiale, operata dal vento e, soprattutto, dalle piogge. Se invece si coltivano mais o altre colture sarchiabili, alle lavorazioni pre-semina si aggiungono la strigliatura più una o due sarchiature, la cui seconda può essere sostituita da una rincalzatura, atta a rivoltare la terra sui piedi della coltura. Ciò serve per “sbarbare” le malerbe dal centro delle file e per coprirle con della terra lungo le file stesse, ove ovviamente le sarchiature precedenti non potevano arrivare. In altre parole: un massacro reiterato dei suoli.

Tali impatti negativi delle lavorazioni al terreno il biologico cerca di compensarli con rotazioni frequenti, apporti di letame e altre forme di sostanza organica, ma anche tramite cover crops e messe a riposo di ampie porzioni aziendali, come avviene per esempio con chi coltivi riso “davvero biologico”, lavorando e coltivando solo la metà dell’intera superficie aziendale e lasciando a riposo l’altra.

Tale approccio comporta però tre distinti problemi: il primo è che l’Italia ha visto dimezzare in un secolo le proprie superfici coltivabili, da 24 milioni di ettari circa a soli 12 milioni. In altre parole, ogni fazzoletto di terra dovrebbe produrre il massimo che può anziché essere lasciato “a riposare”. Secondo punto: il letame è materiale difficile da reperire al di fuori della Pianura Padana, ove risiede la maggior parte degli allevamenti zootecnici. E se si pensa che la maggior parte delle aziende e delle superfici a biologico sono al Sud, in primis in Sicilia, ben si comprende quanto quella del letame come soluzione taumaturgica sia poco più che una favola buona per una minoranza delle aziende. In più, l’apologia del letame cozza con tutto quanto si dice circa gli impatti ambientali della zootecnia, accusata di emettere emissioni importanti di gas serra.

Infine le rotazioni. Queste fanno sicuramente bene al terreno, ma abbattono le produzioni aziendali. Il riso lo si può coltivare solo in ben precise aree geografiche: fare rotazioni in quelle aree implica una perdita secca di riso a livello nazionale. Non scherzano nemmeno le aree cerealicole, ove le rotazioni possibili dal punto di vista economico sono più che altro grano e girasole, dato che le leguminose foraggere non hanno praticamente più senso proprio per la rarefazione degli allevamenti dall’Emilia Romagna in giù. Seminare leguminose ha quindi senso solo come cover crop, una pratica che non a caso è seguita anche da molti agricoltori non biologici che pratichino la semina su sodo. Ma queste non danno reddito e con la situazione economica attuale delle aziende agricole non appare soluzione percorribile.

Se quindi vi sono pratiche che risultano insostenibili, arcaiche, inefficienti e tutt’altro che ecologiche verso suolo e atmosfera, sono proprio quelle alla base del biologico, il quale sta in piedi solo grazie all’abile martellamento di marketing con cui ha convinto i consumatori a spendere il doppio o il triplo per avere qualcosa che, in sostanza, è equivalente o addirittura peggiore del convenzionale, come appena visto.

A oggi, per le colture cerealicole e per quelle industriali, come mais, soia, girasole, colza etc., le pratiche più moderne, ecologiche, produttive e sostenibili sono infatti quelle che prevedono la semina su sodo, avulsa da lavorazioni meccaniche, ma che utilizzano diserbanti (incluso il vituperato glifosate) e ibridi ogm atti a ridurre i costi per gli agricoltori, innalzare le produzioni, minimizzando al contempo gli impatti sul suolo, le emissioni di anidride carbonica e gli input chimici, come per esempio quelli degli insetticidi.

 

Esempio di semina su sodo, senza alcuna lavorazione. Pratica impercorribile dal biologico che non usa diserbanti. L’impatto per il suolo è ampiamente minore (Foto: Giovanni Picciuto)

Su quest’ultimo tema, degli insetticidi, basti pensare che i mais Bt doppio resistenti a lepidotteri e coleotteri, ovvero piralide e Diabrotica, permettono di saltare le applicazioni alla semina degli insetticidi microgranulari a base di piretroidi, come pure di evitare i trattamenti estivi a piena chioma.

Nel primo caso si parla di prodotti che vanno impiegati a decine di chili per ettaro (anche 50 kg/ha). Nel secondo, viste le maggiori concentrazioni dei formulati, si possono eliminare ulteriori chili di insetticidi in piena estate. Il computo cala però molto se si pensa alle sole sostanze attive: un geoinsetticida granulare a base per esempio di lambda cialotrina allo 0,4%, anche se applicato a dosi di 15 kg/ha implica un utilizzo di soli 60 grammi di sostanza attiva. La medesima sostanza attiva, applicata per via fogliare in estate, implica una dose di soli 200 millilitri per ettaro, pari a circa 20 grammi di lambda cialotrina.

Uno dei cavalli di battaglia dei bio-ecologisti è invece basato proprio sulla negazione che si riducano gli insetticidi, dato che gli ibridi resistenti alla sola piralide permettono di eliminare come visto solo 200 ml/ha di prodotti, necessitando però di trattamenti con geoinsetticidi che vanno applicati a decine di chili. La diminuzione assoluta appare in tal modo trascurabile, quando invece è comunque sensibile. Da 80 grammi di sostanza attiva complessiva applicata, si può infatti scendere a 60, con un calo del 25% in quantità. Un calo che diviene appunto del 100% se l’ibrido prescelto è doppio-resistente a piralide e diabrotica.

Se quindi le molteplici accuse mosse agli ogm e all’agrochimica restano a oggi ancora nel limbo della non provabilità scientifica, i dati sui vantaggi che essi portano sono tangibili sotto tutti i punti di vista. Ben si comprendono quindi i guaiti di biologici ed ecologisti di fronte a studi come quello pisano, denigrato a gran voce, come al solito, al fine di screditarlo e di minimizzarne i contenuti.

Per comprendere in modo definitivo come stiano davvero le cose, basterebbe aprire alla sperimentazione in Italia. In tal modo sarebbe facile comparare gli ogm con in non-ogm. Come pure sarebbe facile comparare differenti modi di produrre cibo, ovvero nostalgie biologiche contro tecnologie moderne.

Fra pro e contro ogm e chimica c’è un solo schieramento contrario alla sperimentazione. Per capire chi mente e chi ha paura della verità, chiedetevi quindi chi si oppone con ogni mezzo a tali prove di campo…

1) A. L. Van Eenennaam 2 and A. E. Young (2014): “Prevalence and impacts of genetically engineered feedstuffs on livestock populations”. Journal of Animal Science, Vol. 92 No. 10, p. 4255–4278

Dichiarazione di conflitto d’interessi: chi scrive è di origini livornesi, quindi ha severi conflitti d’interessi rispetto ai ricercatori in quanto pisani!

 

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Complottismi e disastri annunciati

Uliveto sano e adeguatamente diserbato

Dal 31 luglio 2017, data di inizio dei monitoraggi sul territorio pugliese, al 3 gennaio 2018 ammontano ormai a 734 i nuovi casi di positività, in soli cinque mesi

Olivi infetti da Xylella fastidiosa sub. pauca: quasi cinque nuovi casi al giorno negli ultimi cinque mesi per un totale di 734 casi di positività al batterio. Questo è quanto emerge dai monitoraggi sul territorio in cui sono stati coinvolti circa 150 tecnici a partire dal 31 luglio 2017.

Ogni nuovo aggiornamento è stato caricato sul sito “Emergenza Xylella” sotto la voce “Protocollo SELGE”. Per ogni albero monitorato vengono riportate le coordinate di georeferenziazione e il comune di appartenenza, nonché la data di rilevamento e il numero di identificazione dell’albero. Le analisi di laboratorio per confermare la presenza di Xylella sono effettuate tramite qPcr, acronimo di “quantitative polymerase chain reaction”, una tecnica di laboratorio basata sull’amplificazione del dna trovato nei campioni prelevati.

Dal lavoro di accorpamento dei dati, svolto dalla redazione di Infoxylella.it, si evince che dei 734 alberi trovati positivi, ben 332 sono stati rinvenuti nella sola Oria, in provincia di Brindisi. Per giunta, tali dati sarebbero riferiti solo a una zona ristretta del Comune, ovvero quella che si affaccia sulla fascia di contenimento. La gran parte del territorio di Oria è infatti ormai considerata endemica per il patogeno, quindi non viene più monitorata. In pratica, è spacciata. Un aspetto che dovrebbe indurre severe considerazioni sull’ostruzionismo mostrato da più parti in tema di contenimento dell’epidemia.

A seguire i dati drammatici di Oria giungono poi i 125 positivi di Carovigno, 106 a Francavilla Fontana, 90 a Ceglie Messapica, 28 a Ostuni, più altri positivi sparsi in un’altra dozzina di comuni, come San Michele Salentino (15), Taranto (10), Sava (7), Latiano (7), Villa Castelli (5), Maruggio (2), Cisternino (3), San Vito di Normanni (1), Grottaglie (1), Fracagnano (1) e Manduria (1).

Considerando l’estensione dell’area da monitorare, nonché i presumibili alberi positivi ma ancora asintomatici, il quadro appare in tutta la sua drammaticità, in quanto i 734 olivi rinvenuti è facile siano solo la punta dell’iceberg. Una situazione in continua evoluzione che il 2018 contribuirà a meglio definire nei numeri e nella localizzazione dei casi. In attesa che chimica e genetica trovino una soluzione concreta che permetta di arginare l’avanzata del patogeno.

Sempre che i mortiferi complottismi che hanno finora bloccato ogni piano di difesa non si mettano ulteriormente di traverso.

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Calano gli insetti, anche nelle oasi protette

Un esemplare di Diabrotica. Un insetto che prospera soprattutto su mais, nonostante gli insetticidi utilizzati per debellarla

Una ricerca riporta un calo del 76% della biomassa complessiva degli insetti volanti. Dito puntato contro clima, erosione del territorio e pesticidi, ma come stanno davvero le cose?

Plos One è una sorta di “banca dati” di lavori di ricerca ed è di tipo open access, cioè gratuito.

Su Plos One è stata recentemente pubblicata una ricerca, poi ripresa anche da La Repubblica, che riguarda insetti e agricoltura. O forse riguarda solo gli insetti e l’agricoltura è stata tirata in ballo a sproposito? Andiamo per ordine.

Secondo alcuni ricercatori dell’Università di Radboud, in Olanda, sarebbe in corso un vero e proprio Armageddon ecologico a danno degli insetti volanti. I ricercatori olandesi avrebbero infatti scoperto un loro calo del 76% in termini di biomassa in meno di trent’anni. Fatti 100 i chili di insetti volanti misurati 27 anni fa, cioè, oggi se ne possono pesare solo 24. Gli altri 76 non ci sarebbero più.

Ovviamente, numeri del genere obbligano all’attenta valutazione del fenomeno, magari stando però alla larga da terminologie acchiappa click come “ecatombe” o “Armageddon”, le quali sono invece un denominatore comune di tali notizie.

In attesa però che si capiscano i motivi reali di tale calo, suddividendo in modo sensato anche la responsabilità sulle differenti variabili in gioco, il dito viene puntato contro i cambiamenti climatici, l’erosione dei territori selvatici e, ovviamente, i pesticidi usati in agricoltura. Ma come stanno veramente le cose?

Intanto vediamo dove sono stati raccolti i dati. Questi deriverebbero da un monitoraggio di 27 anni effettuato all’interno di 63 oasi di riserve naturali tedesche. In effetti, la scoperta è quindi allarmante, come sostiene Hans De Kroon, principale autore della ricerca, il quale ammette però che al momento le cause di tale declino non sarebbero chiare. Di certo, appare sensata la spiegazione legata alla progressiva erosione di aree selvatiche, come pure quella legata ai cambiamenti climatici in corso. Un po’ meno sensata appare quella attribuita al “largo uso di pesticidi”. Vediamo perché.

Intanto, tali usi sono calati di circa un terzo nell’arco temporale considerato. E non è che 27 anni fa si utilizzassero insetticidi innocui per gli insetti volanti, visto che si applicavano diffusamente piretroidi, carbammati ed esteri fosforici. Tutti altamente tossici proprio verso gli insetti volanti. Solo in Italia, peraltro, sono andati persi nel frattempo quasi tre milioni di ettari coltivati ed è pure cresciuta la percentuale a biologico. Inoltre, la lotta integrata – istituzionalizzata con la nascita dei Disciplinari circa 25 anni fa – ha preso sempre più piede, ottimizzando gli usi degli agrofarmaci e integrandoli sempre più con feromoni e strumenti di lotta di tipo naturale.

Quindi qualcosa non torna, a meno di alzare addirittura il sospetto che siano appunto la lotta integrata, i mezzi biologici e i feromoni gli indiziati su cui puntare i sospetti, visto che sono le soluzioni in continuo aumento a fronte del calo di tutte le altre. Se cioè gli insetti volanti stavano meglio quando si trattava “a nastro” con insetticidi super tossici per loro, qualche domanda bisognerebbe pur farsela.

Studi precedenti, peraltro, avevano ravvisato un progressivo calo del 50% delle popolazioni di farfalle nelle aree agricole europee. Un dato ora superato da quello dei più recenti studi olandesi. Purtroppo tale ricerca, è bene ricordarlo, è stata svolta in aree dove di agricoltura non pare ve ne sia. Sono infatti state indagate oasi protette in riserve naturali, ove gli agrofarmaci dovrebbero in effetti essere praticamente assenti.

A questo punto viene da chiedersi se per caso anche il calo del 50% delle farfalle in aree agricole non sia determinato dalle medesime dinamiche che hanno generato il calo del 76% nelle aree non agricole, le quali potrebbero essere considerate quasi un “non trattato” utile alla comparazione.

Ergo, il calo c’è, preoccupa e sarà bene investigare le cause per trovare, se ci sono, opportuni rimedi. Di certo, se anche a fronte di una ricerca come quella olandese, realizzata in aree dove si presume un impatto agrochimico pressoché nullo, si continua a puntare il dito sugli agrofarmaci, qualcosa non quadra. Perché agli occhi di un ricercatore tali dati dovrebbero suonare come un indizio che, forse, la chimica agraria c’entra poco in tutto ciò. E continuare ad accusarla ogni qualvolta vi sia un fenomeno di questo tipo rischia più che altro di allontanare l’attenzione dalle reali cause dominanti, forse troppo globali per poter essere cambiate con qualche voto abolizionista al Parlamento europeo.

Le strade facili, si sa, vengono percorse più agevolmente. Peccato siano invece quelle difficili a condurre alla verità. Una verità che si auspica venga scoperta in fretta, perché se resta solo il 24% di ciò che volava appena 27 anni fa, di tempo da perdere ne è rimasto in effetti pochissimo.

 

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Pastasciutte e foglie di fico

La pasta: grano e acqua. Diciamo allora da dove viene

Industria italiana della pasta contro il decreto ministeriale delle Politiche agricole e dello Sviluppo economico circa l’obbligo d’indicazione della materia prima, ovvero il grano

Da febbraio 2018 fine dei giochi. Se dici di fare pasta “Made in Italy” il tuo grano deve essere altrettanto “Made in Italy”. E lo devi scrivere in etichetta. Altrimenti, puoi fare benissimo tutta la pasta che vuoi, ma non ti puoi più fregiare di siffatto emblema di qualità. Peggio, devi scrivere pure sul pacco che il grano era magari canadese o statunitense.

Una qualità superiore, quella del grano italiano, che onestamente è a volte solo presunta, perché in effetti non ha mica tutti i torti Paolo Barilla, vice presidente dell’omonima azienda, quando ricorda che il grano italiano non basta a soddisfare la domanda delle industrie (Fonte: Corriere della Sera). Non basta in primis dal punto di vista quantitativo, perché semplicemente l’agricoltura italiana, ridotta ormai a icona paesaggistica, ne produce troppo poco. Ma non basta neppure dal punto di vista qualitativo. Secondo Paolo Barilla solo il 10% del grano mostrerebbe infatti qualità eccellente, mentre circa il 50% sarebbe di qualità media. Il restante 40% non garantirebbe purezza e contenuto proteico richiesti per fare pasta di qualità. E per tali comprensibili ragioni i pastai, quel grano, non lo vogliono.

Argomentazioni del tutto legittime e oggettive, ma che appaiono un po’ come foglie di fico indossate per nascondere posizioni non più difendibili: cioè pretendere di chiamare la pasta italiana, continuando a produrla con grano straniero. Una pratica industriale, peraltro, del tutto lecita e irrinunciabile. Chi scrive è ormai da anni che denuncia le fole che circolano sui grani stranieri, perennemente fatti passare per alcove di microbi e di “pesticidi” da portatori d’interesse, italiani, che cercano nel protezionismo e nell’allarmismo gli strumenti per difendere il proprio business, sia esso commerciale oppure mediatico-politico. Peccato che l’Italia produca davvero poco grano e per giunta, spesso, di qualità non idilliaca.

In tale sarabanda di criminalizzazione dei grani stranieri – e nell’Osanna dei grani italiani, indipendentemente da come essi siano e da quanto valgano –  si va infatti dalla neonata Granosalus alla storica Coldiretti. Ovvero, due facce del sistema agricolo nazionale molto lontane fra loro, ma accomunate pare dai medesimi interessi.

Poi a farne le spese sono le navi bloccate ingiustamente nei porti. Ma questa è ormai storia vecchia e come si suol dire, acqua passata non macina più. Proverbio alquanto azzeccato parlando di grano e di pasta.

Fatte quindi salve le ragionevoli argomentazioni dei pastai in generale, e di Barilla nel fatto di specie, resta sempre un vistoso “ma”.

Nessuno infatti pensa di proibire i grani stranieri. I pastai potranno fare tutta la pasta che vogliono, come prima, più di prima. Però non potranno più operare in quel cono d’ombra dato loro da una normativa che permetteva di etichettare come italiani dei prodotti la cui componente principale, nella pasta praticamente l’unica, proviene dall’estero. Non è infatti vero che, come sostiene Paolo Barilla, il decreto sull’etichettatura sia una forzatura, perché impone in un certo senso ai pastai di utilizzare grano italiano comunque esso si presenti. La qualità è la qualità, ci mancherebbe. E se il grano è di bassa qualità, pure la pasta lo diventa.

Un concetto espresso in modo efficace proprio dall’ultimo spot televisivo di Barilla, in cui si lega proprio la qualità della pasta a quella del grano. Perché, ça va sans dire, la pasta “è fatta di acqua e grano”, come ricorda il testimonial stesso dello spot. Dopodiché s’inchina in mezzo alle spighe, carezzandole e sottolineando che lui quel grano lo cura come un figlio. E che soddisfazione danno questi figli… conclude la pubblicità, traslocatasi a tavola.

Tutto in quello spot trasmette italianità: il trattore un po’ retrò (italianissimo, per chi conosce i colori dei marchi) che trasporta balle di paglia, la cucina all’aperto in un podere antico, perfino l’abbigliamento. Per non parlare delle colline dorate di grano maturo. Italia che gronda ovunque, mentre il messaggio lanciato lega indissolubilmente la pasta al grano. In effetti, sarebbe stato poco carino sottotitolare lo spot in inglese, visto che in quella pasta “più buona e più corposa” c’è molto probabilmente tanto grano americano e canadese. Altro che colline centroitaliane.

Quindi:

  • Se la stessa Barilla lega la qualità della propria pasta alla qualità del grano.
  • Se quel grano viene mostrato ai consumatori come italianissimo, in modo alquanto furbo, senza mai dirlo esplicitamente, bensì usando solo immagini ad alto valore emotivo.
  • Se escludiamo sia l’acqua la discriminante fra una pasta deliziosa e una scadente (anche perché potrebbe arrivare subito l’Ispra, in perenni ambasce causa penuria di finanziamenti, a dire che quell’acqua è anch’essa piena di pesticidi. Visto mai?).

Forse, alla fine di tutti questi “se”, ne rimarrebbero solo due ancora inespressi. Il primo: se le industrie pastaie vogliono capitalizzare il valore aggiunto, portato dal concetto di Made in Italy, allora usino davvero il grano italiano per quei lotti di produzione. Sul resto dei lotti, magari anche migliori dal punto di vista qualitativo, il concetto di Made in Italy si astengano dall’usarlo. Non pare concetto difficile. Del resto, ci sono già marchi che producono tramite filiere certificate italiane. Addirittura una certifica la propria pasta come “pugliese”. Basta firmare i contratti con gli agricoltori che conferiscono il grano italiano, questo sì di qualità, venendo remunerati qualcosa di più per il proprio impegno.

Il secondo “se” è il seguente: se finalmente i pastai riconoscessero ai cerealicoltori italiani un prezzo equo, anziché strozzarli sbattendogli in faccia i grani stranieri, forse riuscirebbero a pagarsi quella concimazione che al momento costa senza portare soldi. Quindi non la fanno più. O potrebbero fare quel diserbo e quel fungicida che anch’essi costano, anche più del concime, senza che poi lo sforzo economico venga riconosciuto in fase di contrattazione. Quindi anche questi, spesso, non vengono effettuati più. E i risultati nei magazzini poi si vedono.

Quindi pagateli questi benedetti agricoltori italiani, visto che è proprio sulla loro italianità che ci mangiate tutti. E vi renderete conto che all’improvviso, come per miracolo, le produzioni nazionali aumenteranno per quantità e, soprattutto, per qualità. Basta pagare, care industrie, il giusto.
E tutti ve ne saremmo molto grati, anche perché forse, in tal modo, di campagne protezionistiche basate sulla demonizzazione dei grani stranieri per micotossine e “pesticidi”, non se ne vedrebbe finalmente più.

 

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Le regole esistono, ma c’è chi si ostina a non vederle

Territori collinari dell’area del Prosecco. Forte l’integrazione di viticoltura, paesaggio e contrasto del dissesto idrogeologico grazie al presidio esercitato dagli agricoltori (Foto: L. Ferraro)

Sotto gli occhi dell’Unesco, Legambiente attacca il Prosecco. Chimica agraria al solito sotto accusa, invocando il biologico come via salvifica e chiedendo regole che già ci sono

 

Chiedere regole che già ci sono, invocare il biologico come mantra ambientalista e demonizzare una coltura agli occhi di chi, come l’Unesco, sta valutando se inserire quel territorio fra gli ormai noti “Patrimoni dell’Umanità”. Questa la consolidata ricetta utilizzata anche nell’assalto sferrato da Legambiente al mondo del Prosecco, tramite un dossier, l’ennesimo, che presenta l’agricoltura in generale e la viticoltura in particolare come vortici devastatori di ambiente, territorio e salute.

Il tutto, riportato da quotidiani che come spesso accade si prestano a fare da cassa di risonanza a tali attacchi seguendo una logistica di trasferimento al pubblico ormai codificata e prevedibile. Su “Il Fatto Quotidiano”, per esempio, compare un articolo dall’incipit lapidario: “Prima di bere un ottimo bicchiere di prosecco, vino del boom italiano nel mondo, pensateci. Per realizzarlo vengono usati pesticidi e sostanze tossiche”.

Ci si potrebbe fermare già qui, perché i colleghi del Fatto forse non sanno che proprio quel bicchiere di “ottimo vino” contiene alcol e come tale se fosse normato dalle attuali leggi in materia di agrofarmaci non riuscirebbe nemmeno ad essere registrato come “pesticida”. La sua etichetta si beccherebbe infatti i pittogrammi dell’omino col petto che esplode e quello col punto esclamativo, con una serie di frasi di rischio che non si ravvisano nemmeno nell’agrofarmaco più tossico in circolazione. Un tema approfondito con un precedente articolo, ma che giova ora riassumere brevemente.

Essendo infatti l’alcol in Gruppo 1 dello Iarc, “sicuramente cancerogeno”, il vino che lo contiene si beccherebbe anch’esso in etichetta la H350 (Può provocare il cancro). Essendo poi l’alcol risultato pure embriotossico e teratogeno si buscherebbe pure la H360 (Può nuocere alla fertilità o al feto). Niente male nemmeno la H340: “Può provocare alterazioni genetiche”, visto che l’alcol utilizzato su cellule in vitro ne può modificare il dna. Del resto, se si è madri è buona norma non bere mentre si allatta, perché quell’alcol potrebbe chiedere spazio in etichetta anche per la H362 (Può essere nocivo per i lattanti allattati al seno). In ogni caso, per esposizioni prolungate, tipiche appunto dei bevitori abituali anche non alcolisti, è noto che l’alcol produca danni a fegato, reni e cuore. Ciò gli costerebbe pure la H370 “Provoca danni agli organi”.
Alla Polizia stradale, invece, potrebbe interessare la H336 (Può provocare sonnolenza o vertigini). Infatti se il tasso ematico va sopra la soglia di Legge viene ritirata la patente e per il guidatore inizia la seconda metà dei suoi guai.

Quindi quel vino, anche nella remotissima ipotesi venisse registrato come “pesticida”, non potrebbe mai essere impiegato come tale nei vigneti in cui crescono i grappoli che lo producono. Né esisterebbero, quei grappoli, se non vi fossero appunto i supposti “veleni” a difenderlo. “Veleni” che come si vede alla fin fine sono meno pericolosi per la salute del prodotto stesso che hanno permesso di realizzare.

Chiarito tale punto, vediamo ora le altre argomentazioni avanzate nella terra del Prosecco.

Il biologico. Vero e proprio mantra dell’ambientalismo più vetusto, pare che riesca a fare azione di lobbying molto più efficace di quelle delle multinazionali globali che producono agrofarmaci. Del resto, a livello mondiale il mondo-bio produce un volume di affari che ormai è quasi il doppio di quello di tutti i “pesticidi” di tutte le multinazionali che operano in campo fitoiatrico messe insieme.

Peccato inoltre che, come ripetuto allo sfinimento, dire biologico non voglia affatto dire “non trattato”. Anzi. Il giorno che Legambiente si prenderà finalmente la briga di andare a guardare i vigneti bio come vengono protetti, potrà realizzare le tonnellate di metallo pesante che vengono utilizzate contro la peronospora. Come pure si consiglia agli attivisti di Legambiente di fare due passi in un vigneto bio dopo un trattamento con lo zolfo contro l’oidio. Perché a volte i cittadini che si lamentano di puzze e bruciori agli occhi mica lo sanno che quel vignaiolo è magari biologico.

Quanto sopra è però una ripetizione che si ritiene tanto doverosa quanto inutile, perché è impossibile che dopo tutto quanto è stato detto e scritto, Legambiente ancora non capisca che il proprio sostegno incondizionato al bio appare da tempo inspiegabile, stando almeno alle pure valutazioni di tipo tossicologico e ambientale dei prodotti utilizzati. Quasi sospetto, giunti a questo punto.

Anche perché i reiterati allarmismi su cancri e altri malacci sono stati sempre puntualmente smentiti da statistiche ufficiali che dicevano esattamente il contrario: nella provincia di Treviso, in mezzo ai vigneti, si sta meglio che in altre aree dello Stivale. Con buona pace dei messaggi falsi rimbalzati nella provincia veneta da attivisti i cui gesti andrebbero forse vagliati oggi per procurato allarme.

In secondo luogo, le regole. Se ne chiede infatti a gran voce, forse perché si fa finta di ignorare che ve ne siano già di abbondanti e fin troppo restrittive a carico degli agricoltori. Pan e Psr non è che siano ologrammi, come pure non va dimenticato lo sfinente lavoro normativo che sta alla base di quelle autorizzazioni che, appunto, non verrebbero mai concesse al vino stesso.

Se qualche vignaiolo un po’ ignorante non chiude gli ugelli quando gira tra un filare e l’altro, non è per mancanza di regole, ma per mancanza di senso civico del singolo soggetto. Se questi poi svuota per terra gli ultimi litri di poltiglia fitosanitaria, pure. Se invece tratta vicino a case e strade, parliamone, perché come si è più volte ripetuto, non è affatto detto che quelle case e quelle strade fossero già lì quando è arrivata la vigna. Anzi, il più delle volte è avvenuto il contrario, con strade ed edifici costruiti al fianco dei vigneti sollevando poi le medesime polemiche annotate sulle risaie storiche dell’Oristanese, ove la città è avanzata così tanto da incombere sulle risaie e ora i cittadini ne chiedono il disseccamento trovando inammissibile vi siano delle risaie sotto le case. Peccato che la realtà dica che appare inammissibile siano state costruite case praticamente sugli argini delle risaie stesse.

Circa infine le polemiche sull’avanzata dei vigneti nel territorio, se ne può parlare. Più che altro perché di questo passo si finirà col vedere vigneti a Glera anche nel Messinese. Resta però il fatto che il tormentone sui dissesti idrogeologici manca ancora il bersaglio, come dimostrato in occasione delle polemiche nate sulla tragedia di Refrontolo, avvenuta nell’agosto 2015.

Perché i casi sono due: o i disastri alluvionali sono dovuti all’impermeabilizzazione del territorio dovuta all’avanzata di strade e case, altra battaglia di Legambiente, questa sì condivisibile perché poggiata su numeri solidi, oppure si accusano i vigneti. Vigneti scacciati magari proprio dall’espansione urbanistica e infrastrutturale. Un’avanzata dovuta proprio al boom economico di quelle zone, una volta povere e oggi divenute benestanti grazie anche e soprattutto al Prosecco e all’indotto che ha creato. Un indotto miliardario che ha fatto sì che gli abitanti di quelle zone non si sentano più parte delle attività agricole che ne hanno permesso perfino l’esistenza fisica, migliorando le condizioni di vita dei loro nonni e genitori.

Forse, prima di emettere il proprio giudizio finale sui territori del Prosecco, l’Unesco farebbe bene a leggere anche questi, di articoli, non solo i dossier ambientalisti. Perché per quanto possa fare sorridere, appare schizofrenico dare alle colline piemontesi l’ambito riconoscimento, salvo poi negarlo a quelle venete.

E forse sarebbe l’ora che la viticoltura del Prosecco la smettesse di farsi angustiare la vita da trasmissioni televisive a tema e da dossier e istanze prive di fondamento, proseguendo nelle proprie attività forti del fatto che le loro bottiglie sono forse l’unico prodotto veramente in impennata perenne nell’export agroalimentare italiano.
Perché chi vince ha sempre ragione e si deve fermare solo quando ci si trovi di fronte a prove concrete. Solide, non ideologiche. Con buona pace delle lobby ambientaliste e del Bio.

 

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Avidità, bugie e glifosate: i “Portier Papers” (e molto altro)

Fiumi di denaro dietro le accuse a glifosate di causare il cancro

David Zaruk, alias Risk-Monger, ovvero la declinazione sui rischi del famigerato “fear mongering”, traducibile come l’attività di seminare news allarmanti per creare paura nelle persone e poi sfruttarla per fini tutt’altro che nobili.

David Zaruk, il Risk Monger, fa l’opposto: combatte il fear mongering. Un comunicatore dal curriculum interessante.

Dal 2000 Zaruk è specialista per la Comunità europea per la comunicazione sui rischi e sulla scienza. Attivo negli eventi politici dell’Ue, dai regolamenti REACH e SCALE alla direttiva sui pesticidi, dalle questioni legate alla scienza per come viene percepita dalla società, all’uso del “principio di precauzione“.

È stato anche membro del team che ha istituito GreenFacts, finalizzato a incoraggiare un più ampio utilizzo dei processi decisionali basati sulle evidenze scientifiche nella Ue in materia di salute ambientale.

David è inoltre professore aggiunto presso l’Université Saint-Louis Brussel e KUL Brussel (Odise), dove ha tenuto lezioni su Risk Communications, lobbying e comunicazione aziendale. Inoltre fa formazione e tiene conferenze, specialmente sulla percezione del Risk Management.

Quella che segue è la traduzione integrale dall’inglese del suo post in cui spiega i retroscena legati alla faccenda glifosate, focalizzando soprattutto sui cosiddetti “Portier Papers“, ovvero le rivelazioni imbarazzanti emerse su Christopher Portier, colui il quale, sebbene attivista di un’associazione ecologista anti-pesticidi – e non sapesse alcunché di glifosate, per sua stessa ammissione – è riuscito a farsi nominare Presidente della Commissione dello Iarc che ha deciso di mettere sotto indagine glifosate. Ha potuto cioè influenzare il gruppo di lavoro dei 17 esperti dell’Agenzia, salvo poi firmare un contratto come consulente di parte con uno studio legale che aveva già pronta una Class Action contro Monsanto.

La cifra pattuita? 160 mila dollari. Giusto per capire che i conflitti di interessi sono spesso percepiti a senso unico.

Dove sta l’inghippo? Portier l’avrebbe firmato la medesima settimana in cui è stata resa pubblica la Monografia dello Iarc che dichiarava glifosate “probabile cancerogeno“.

In altre parole, Portier è ora sospettato di qualcosa di simile a quello che in Borsa viene definito “Insider trading“, ovvero la possibilità di lucrare personalmente in Borsa sapendo già (e influenzando pure) gli andamenti dei titoli quotati.

I “Portier Papers” giungono quindi dopo i “Monsanto Papers“, ove si accusava la Casa di St. Louis di influenzare il lavoro di alcuni scienziati. Nel mezzo sono emersi quindi gli “Aaron Blair Papers“, ovvero gli studi rimasti nel cassetto dell’epidemiologo del Cancer Research Center americano anziché essere pubblicati e resi in tal modo valutabili dallo Iarc.

Blair sarebbe stato anche Chairman del gruppo di lavoro Iarc che ha giudicato glifosate cancerogeno (linfomi non-Hodgkin) e nonostante ciò, per motivi ancora tutti da chiarire, ha taciuto dell’esistenza di lavori epidemiologici validi e robusti che deponevano a favore dell’innocenza dell’erbicida. Lavori che quindi il gruppo Iarc non ha potuto nemmeno vedere.

E se poi ancora non bastasse tutto ciò per indignarsi professionalmente e umanamente, giunge anche una notizia su Reuters che scoperchia ulteriormente un pentolone che diventa sempre più imbarazzante ogni volta che qualcuno vi giri dentro il mestolo dell’indagine giornalistica: circa dieci passaggi dei draft-report di Iarc – che non confermavano il legame glifosate-tumori – sono stati modificati da qualche membro del gruppo di lavoro dell’Agenzia facendoli volgere a conclusioni diverse, ovvero che tali legami ci sarebbero. Modifiche che hanno cambiato, come detto, una decina di passaggi fondamentali per il giudizio finale.

Non si sa ancora da chi siano state operate tale modifiche prive di alcuna giustificazione. Ovviamente, gli “esperti” dello Iarc, interrogati da Reuters sul tema, non rispondono. Forse perché sentono che il cappio della verità si sta stringendo intorno anche al loro di collo, oltre che a quello di Portier?
Di certo, più passa il tempo e più evidenze emergono, quel Gruppo appare sempre meno attendibile, svelandosi al contrario come un team in cui hanno potuto operare manipolatori a vario titolo e grado di interesse. Una situazione indegna del ruolo che è stato loro assegnato in un’Agenzia prestigiosa come lo Iarc.

Il tutto, a ulteriore dimostrazione del clima decisamente opaco, sospetto e avvelenato che si è agitato su glifosate, tanto da concludere che la monografia attuale dello Iarc sia gravata da così tanti scandali e interessi, sia stato così influenzato in modo torbido e sottile, da non essere più considerabile valido da qualsiasi punto di vista. Quella monografia va RITIRATA. Per l’onorabilità dell’Oms innanzitutto, ancor prima che per l’equità di giudizio su glifosate. Ovvero la grande assente in tutto il groviglio di intrallazzi che su questo erbicida si agitano da anni.

Urge cioè rifarla da capo, magari componendo un gruppo di lavoro diverso da quello precedente. Possibilmente al di sopra di ogni sospetto, non infiltrato cioè da alcuna longa manus né di aziende, né di associazioni ambientaliste dichiaratamente schierate contro l’oggetto della valutazione.

Soprattutto, dovrebbe essere riprodotta analizzando anche tutti quei lavori tenuti nascosti al turno precedente, eliminando quelli palesemente inconsistenti che invece avrebbero condannato l’erbicida. Perché uno studio epidemiologico basato su sette persone (Hardell & Eriksson, 1999), quattro di qua e tre di là, dovrebbe essere utilizzato come succedaneo della carta igienica, non come lavoro scientifico atto a valutare la cancerogenicità di una molecola.

Ed ecco ora il link dove si riporta il controinterrogatorio di Portier in lingua inglese

 

Di seguito: la traduzione integrale dal blog di David Zaruk, alias Risk Monger

Si tratta del “racconto” di come uno scienziato, Christopher Portier, demolisca la reputazione della scienza, dei consigli scientifici e di un’agenzia dell’OMS. Invita a mettere in discussione il finanziamento, la trasparenza e la motivazione degli attivisti anti-glifosate, il ruolo dello IARC nelle pratiche legali anti-corporative americane e la qualità degli scienziati che si occupano di questo. Questa storia dimostra come l’intera campagna contro il glifosate sia stata costruita sull’avidità e sull’inganno.

Questo post si basa sulle deposizioni di Christopher Portier alle udienze legali in materia di responsabilità legate ai casi contro il Roundup di Monsanto (comunemente noti come “Monsanto Papers”). Portier è stato il consulente speciale esterno del gruppo di lavoro dello IARC che ha elaborato la conclusione che il “glifosate è probabilmente cancerogeno”. Questa storia evidenzierà le seguenti informazioni:

  • Durante la stessa settimana in cui lo IARC pubblicò il suo parere sulla cancerogenicità del glifosate, Christopher Portier firmò un vantaggioso contratto come consulente di due studi legali che citano in giudizio Monsanto per conto delle vittime di cancro (si dice) dovuto al glifosate.
  • Questo contratto ha fruttato a Portier almeno 160.000 dollari (fino al giugno 2017) per iniziative preparatorie come consulente legale (in cui non rientrano i costi delle trasferte).
  • Questo contratto conteneva una clausola di riservatezza che limitava Portier dal poter dichiarare ufficialmente la sua posizione. Oltre a ciò, Portier ha addirittura dichiarato che non è stato pagato un centesimo per il lavoro che ha fatto sul glifosate.
  • È chiaro dalle e-mail fornite nella deposizione, che il ruolo di Portier sia stato cruciale per il movimento che supporta la richiesta di divieto dell’uso del glifosate. Portier promise allo IARC di proteggerne la reputazione, i risultati della monografia e di gestire le reazioni contrarie alle conclusioni IARC di BfR e EFSA.
  • Portier ha ammesso nella deposizione che prima dei meeting IARC sul glifosate, dove era l’unico consulente esperto esterno, non aveva mai lavorato e non aveva avuto esperienza con il glifosate stesso.

Sono ancora troppo scioccato per capire da dove cominciare! Forse da un po’ di storia.

Background:

Glifosate è un erbicida “leggermente tossico” ampiamente utilizzato dagli agricoltori dell’UE per il controllo delle malerbe; il suo uso permette l’utilizzo di pratiche agricole conservative che proteggono e migliorano la salute del suolo. Questa molecola è utilizzata in modo efficace da oltre 40 anni e ancora oggi è una risposta economica e sostenibile ai bisogni degli agricoltori. Fuori dall’Europa, è utilizzato anche in combinazione con semi modificati resistenti agli erbicidi (più noto come base per il Roundup di Monsanto utilizzato con i semi di Roundup-Ready).

Nel marzo 2015, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) ha pubblicato le sue conclusioni, giudicando che il glifosate sia probabilmente cancerogeno. Ciò ha scatenato un’ondata di campagne tra gli attivisti ambientalisti, le ONG anti-OGM e l’industria alimentare a favore di un divieto del glifosate. Tutti gli altri organi scientifici e gli istituti di ricerca hanno respinto la conclusione IARC, senza eccezioni. Il voto sul rinnovo è atteso da due anni da parte della Commissione Europea, ma fino ad ora è stato bloccato dagli Stati membri. È probabile che anche l’ultima votazione prevista per il prossimo mese fallirà e il glifosate sarà eliminato dai mercati europei.

Christopher Portier ha presieduto una commissione IARC nel 2014 che ha proposto glifosate come sostanza da studiare dal gruppo di lavoro addetto alle monografie, di cui Portier era l’unico specialista invitato. Sono stato sorpreso che Portier facesse parte di questo panel dello IARC, data la sua affiliazione con Environmental Defence Fund, un’organizzazione americana che esegue campagne contro gli antiparassitari dagli anni ’60. Da due anni stavo documentando come lo IARC e Portier in particolare, avessero agito mossi da un fervore attivista per spingere un chiaro programma anti-glifosate e anti-Monsanto (avendo scritto più di 20 post su questo scandalo). Portier fa parte di quell’ondata di attivisti anti-OMG americani che ho definito “carpetbagger”, che hanno portato fondi, personale e strategie da Washington al terreno di lobbying più fertile di Bruxelles.

Mungere Monsanto

All’epoca in cui lo IARC ha pubblicato le sue conclusioni sul glifosate, Christopher Portier si è unito a due studi legali (Lundy, Lundy, Soleau & South e Weitz & Luxenberg) come consulente. Aveva anche avuto contatti con il signor Lundy due mesi prima di aderire alla riunione del gruppo di lavoro sul glifosate. Come consulente, l’onorario di Portier, secondo il rapporto presentato prima della deposizione, è di 450 USD/ora. A giugno 2017, Portier aveva fatturato Lundy, Lundy, Soleau & South 160.000 dollari per la preparazione iniziale dei documenti.

Il suo ruolo era quello di leggere i documenti e consigliare gli avvocati sulle questioni scientifiche poiché le due società hanno preparato ricorsi contro Monsanto. Il fatto che Lundy, Soleau & South e Weitz & Luxenberg stavano progettando una strategia di cause a Monsanto prima che lo IARC tenesse la riunione del gruppo di lavoro sul glifosate e stavano allineando il loro “dream team”, non dovrebbe sorprendere: gli avvocati che gestiscono le class action sono una razza diversa di opportunisti.

Ma Portier non pensava come uno scienziato quando aveva previsto questo schema di pensionamento. Si può facilmente immaginare che una lunga serie di cause protratte contro Monsanto possa essere molto redditizia per un buon scienziato. Quello che ho trovato straordinario, così come gli avvocati, è quanto il Dott. Portier sia stato meticoloso nella sua ricerca. Ha fatturato allo studio legale 19 ore di lavoro per leggere un memo a due pagine.

19 ore per leggere due pagine (a 450 USD / ora).

Ciò suggerisce che lo studio legale avesse abbastanza denaro cash, pratiche contabili molto indulgenti o che stesse permettendo a Portier di fatturare altri compensi che avrebbe preferito tenere fuori dai libri contabili.

Questo eccesso di fatturazione potrebbe spiegare il vivace stile di vita di Portier, che visita capitali da Auckland a Ottawa, ovunque ci siano meeting per valutare il divieto del glifosate. Non penso che lo facesse per bontà d’animo.

Ora, Risk Monger non è invidioso (ha abbastanza soldi per vivere bene e abbastanza tempo libero per il blog), ma non posso fare a meno di notare l’ipocrisia. Né possono farlo gli avvocati della difesa. C’è uno scienziato pagato profumatamente per leggere alcuni documenti (o memo) che contemporaneamente continua a supportare gli attivisti che criticano i ricercatori finanziati dall’industria o che potrebbero prendere decisioni spinti da “motivazioni economiche“.

Il lato positivo è che quando l’industria finanzia la ricerca, di solito rivela i propri finanziamenti. Mi chiedo se il dottor Portier sia altrettanto trasparente su chi paga il suo affitto?

 

Portier: nessuna trasparenza

Il contratto di Portier con lo studio legale prevede, come molti rapporti giuridici, una tassativa riservatezza. Una sorta di privilegio “avvocato-cliente”, ma per scienziati. In altre parole, Chris poteva essere pagato fino a quando non avesse dichiarato di agire come consulente legale.

A Portier non era pertanto consentito – vincolato dal contratto – di essere trasparente. Non poteva dire ai media, alle riviste, ad altri esperti chi pagava il suo affitto. Infatti, se qualcuno avesse cercato di costringere il buon scienziato a divulgare le sue fonti di finanziamento, Portier avrebbe potuto chiedere l’intervento dei suoi avvocati. Ora chiamatemi ingenuo, ma pensavo che tale tipo di protezione fosse data solo ai contabili mafiosi.

Durante la deposizione, l’avvocato della difesa ha passato in rassegna ogni riunione, ogni carta, lettera o attività e Portier ha ammesso, in ogni punto, di non aver identificato il conflitto di interesse o riconosciuto gli studi legali. Ma continua ad attaccare Monsanto su questo.

Così Portier viaggia nel mondo, incontra il Commissario Europeo per la Sanità, si reca all’Agenzia Europea per le sostanze chimiche per un the, consiglia il Bundestag tedesco e si incontra con quasi tutti i ministri della salute o dell’ambiente in tutta l’Unione Europea che combattono la battaglia per abolire il glifosate, mentre allo stesso tempo mette sotto torchio Monsanto. Ma nella parte più nascosta della sua mente ci sarebbe dovuta essere una paura latente e fastidiosa che alla fine qualcuno gli avrebbe chiesto, durante una conversazione,: “Dimmi, Chris, chi finanzia le tue attività?“.

Al momento della deposizione, quando tutto fu finalmente reso pubblico, Portier avrebbe dovuto essere stanco di portare questo fardello.

Al contrario, Christopher Portier sembrava a suo agio nel mentire sulle sue entrate, arricchendo la storia con esagerazioni. Avrebbe raccontato ad un giornalista che “nessuno gli aveva pagato un centesimo” e che “non aveva alcun conflitto di interessi” quando invece aveva ricevuto almeno 160.000 dollari per le sue consulenze. “Sul serio Chris? Hai davvero usato quella parola quando in realtà sei stato completamente “comprato”?

Nella difesa di Portier, ci potrebbe essere una questione legata semplicemente all’ignoranza; Portier potrebbe essere un’altra di quelle persone che pensano che il “conflitto di interesse” accada solo a malvagi che si occupano di corporate. Nel CV che ha depositato nella sua relazione, Portier non ha menzionato il suo lavoro per l’Environmental Defense Fund. Anche durante la deposizione ha sbeffeggiato le persone che avevano pensato che il suo lavoro per EDF avrebbe potuto rappresentare un conflitto di interessi.

Dopo la pubblicazione della sua deposizione, i suoi committenti hanno dovuto fare marcia indietro. Quando si è presentato di fronte al Parlamento Europeo ieri, Portier ha ammesso per chi stava lavorando.

La nuova manna Anti-Corporate

C’è stata molta attenzione su come l’industria influenzi la politica, ma scarsa su come alcuni studi legali che si occupano di class action stiano usando prove delicate (di solito provenienti dallo IARC) per organizzare contenziosi su larga scala contro le grandi corporation.

Durante il periodo delle cause contro le multinazionali del tabacco, è emersa una certa razza di avvocato: quello che identifica le vittime e negozia rapidi accordi. I guadagni sono cresciuti, o grazie a grandi vittorie o grazie ai patteggiamenti. Gli avvocati attirano le vittime con politiche a zero costi e il pagamento delle spese legali solo quando si ottiene un indennizzo (a volte fino al 50%).

Ma una volta che l’industria del tabacco ha negoziato una tregua con il governo americano (in cambio di un po’ di onestà sugli effetti del fumo), questi avvocati dovevano trovare nuovi argomenti e nuove vittime per fare cassa. Ogni monografia pubblicata dallo IARC rappresenta un nuovo potenziale settore dell’industria che nutre questi serpenti.

Questi studi legali si rivolgono anche alle campagne e ai dibattiti politici per alimentare l’indignazione pubblica nei confronti delle vittime di presunti illeciti aziendali, gestiscono in maniera efficace siti di comunicazione e nel caso di Weitz & Luxenberg (tra i principali finanziatori di Portier), lavorano con ONG, quali US Right to Know.

Questo è ciò che chiamo il “Principio di Oreskes”. Naomi Oreskes ha organizzato nel 2012 una conferenza con l’“Union of Concerned Scientists”, di cui fanno parte alcuni avvocati piuttosto scrupolosi, rappresentanti di ONG e accademici. Questa strategia sconvolgente cerca di mettere le aziende sotto la continua pressione di contenziosi fino a quando cambiano strategia o falliscono. Nel 2012, hanno trovato il modo di citare in giudizio le compagnie petrolifere come ExxonMobil in relazione al cambiamento climatico e, alcuni anni dopo, l’avvocato generale di New York ha citato la Exxon (e i suoi consulenti) a comparire per una possibile causa per avere ingannato gli investitori sui potenziali effetti del cambiamento climatico.

L’obiettivo principale del Principio Oreskes è quello di condurre campagne emotive, prima di comparire in tribunale, creare una tale indignazione pubblica che nessuna giuria sarebbe più in grado di essere oggettiva o di separare i fatti dalla campagna di denigrazione. Manipolare la percezione del pubblico, creare paura o indignazione collaborando con attivisti, guru e ONG, trovare un capro espiatorio e fare causa a chiunque. Suona familiare?

Questa strategia è messa in scena non solo con Monsanto: Johnson & Johnson sta attualmente combattendo contro oltre 4500 cause (con una recente sentenza di dover pagare 417 milioni di USD) dovute al sospetto legame tra cancro e polvere di talco (tratto da un’altra infelice monografia IARC).

Ci sono diversi altri esempi di class action trainate dai risultati dello IARC (da alcuni solventi industriali ai gas di scarico diesel). Con ogni monografia basata sui pericoli, IARC sta riempendo le tasche di avvocati senza scrupoli che estorcono denaro alle vittime e ingannano giurie scientificamente impreparate. Basta inserire un consulente legale proveniente dal gruppo di lavoro monografico originale per aggiungere credibilità e aspettare che i soldi comincino ad arrivare.

Un problema che ho con questo sistema (in realtà, ho decine di problemi con questo modello) è che gli studi legali (in particolare la razza “class action”) non sono affatto trasparenti. Sappiamo, ad esempio, che Weitz & Luxenberg sta lavorando con USRTK, lo ammettono, ma non sappiamo quanto pagano la ONG per assoggettare i potenziali giurati o se stanno finanziando altre ONG. Quanto questi studi legali sostengono gruppi di attivisti?

Ci si chiede quanto IARC sia a conoscenza di ciò, quanto giochino con queste cause e se gli scienziati del gruppo di lavoro siano consapevoli del potenziale reddito che avrebbero a disposizione come “consulenti di causa”. Chiaramente Portier lo sapeva e avrebbe dovuto solo aspettare che l’inchiostro della monografia si fosse asciugato per poter incassare il suo guadagno.

Portier, in una e-mail agli amministratori di IARC, ha preso su di sé il fardello di salvare eroicamente la monografia IARC sul glifosate e di preservare la reputazione dell’Istituto in qualità di leader nella lotta per modificare il processo di revisione delle sostanze. Nel messaggio pubblicato qui, Portier ha promesso con vigore ai suoi amici dello IARC di essere il difensore dell’agenzia! Ciò significa che Portier è stato il principale difensore sia dello IARC sia della decisione sul glifosate.

Allora cosa significherebbe il disonore di Portier per la monografia IARC? Se la monografia fosse ritirata, cosa succederebbe a tutte le azioni legali contro Monsanto? Cosa accadrebbe a tutti gli “amabili” compensi per consulenza?

Non credo che Portier abbia lavorato così instancabilmente negli ultimi due anni per la necessità di difendere l’esattezza della scienza o la preoccupazione per la salute pubblica, ma piuttosto, se lo IARC fosse costretto a ritirare questa monografia:

  • le migliaia di cause depositate contro Monsanto andrebbero perdute,
  • il contratto di consulenza lucrativo di Portier con questi due studi legali di diritto sarebbe perso
  • la sua reputazione scientifica sarebbe persa

Così, per avidità personale, Christopher Portier ha condotto un attacco di due anni contro l’EFSA e il BfR per minare la loro credibilità scientifica riguardo al glifosate, visitando capitali europee, interferendo in attività di agenzie di regolamentazione e vivendo una vita nel completo inganno!

Ma la scienza non è questo. Glifosate è risultato non cancerogeno secondo ogni standard di valutazione dei rischi. Nessun’altra agenzia ha sostenuto la controversa conclusione di IARC. Non una!

Ora arriva la parte veramente tremenda di questa terribile storia.

Portier è anche un esperto?

Prima di essere salito alla ribalta come consulente speciale esperto della monografia 112 sul glifosate dello IARC, Christopher Portier ha ammesso, nella sua deposizione, di non aver mai lavorato su questa molecola, di non avere mai considerato nessuna delle prove sulla sua cancerogenicità. È un esperto di statistica che ha lavorato in passato su un’ampia gamma di argomenti, tra cui i telefoni cellulari.

Molti si chiedono innanzitutto per quale motivo lo IARC abbia invitato Portier a esser l’unico consulente esperto se non ha mai lavorato, non ha mai pubblicato o non è ha mai avuto nessun coinvolgimento nella comunità tossicologica che si occupa di pesticidi in generale e del glifosate in particolare. Beh, chiunque abbia esaminato quella piccola agenzia di Lione capirà che lo IARC non è molto scientifico, ma più un club di scienziati attivisti e di interessi speciali. Kurt Straif e Kate Guyton conoscevano Chris molto bene: la capacità scientifica reale non importava!

Ancora più interessante è il motivo per cui Portier ha deciso di essere d’aiuto in questa funzione vitale su ciò che sapeva sarebbe stata una monografia controversa dato che non aveva un backgound accademico credibile, chiaramente un conflitto di interessi (lavorando per un’organizzazione anti-pesticidi) e nessun vero motivo per essere coinvolto. Ha accettato questo compito per via del contratto vantaggioso che avrebbe ottenuto come consulente degli studi legali che sapeva già in anticipo avrebbero avuto intenzione di fare causa a Monsanto? Per via del suo odio per la scienza a servizio dell’industria e delle cospirazioni di Monsanto che erano già state pubblicate? Era suo desiderio cambiare l’approccio alla valutazione dei rischi (con il glifosate come rampa di lancio)? Probabilmente tutte queste ragioni insieme, ma credo che il suo operato dopo la pubblicazione IARC sia stato ampiamente guidato dall’interesse personale e dall’avidità. Una cosa è chiara, il suo ragionamento non è stato guidato da alcun desiderio di far avanzare la scienza o assicurare una sana politica basata sulla scienza!

Se Portier avesse lavorato per Monsanto …

Christopher Portier ha agito per un chiaro interesse personale, non ha rivelato da chi era pagato per fare lobby ai più alti livelli, ha uniformato i suoi interessi alla convinzione che glifosate fosse cancerogeno e ha portato le persone a credere che fosse un esperto di glifosate. Le sue azioni agguerrite hanno tolto fiducia nella scienza, nei regolamenti e nell’agricoltura convenzionale. Si è schierato con un esercito di lobbyisti e attivisti che per interessi personali stanno incolpando Monsanto con ciò che Christopher ha ammesso nella sua deposizione di aver fatto.

La scienza non è dalla parte di Portier … per niente. Né la verità. Né le norme di base dell’umana decenza.

Domani terrò una conferenza e vedrò il mio cardiologo. Questo blog può avere un po’ di diffusione, forse una ripresa o due tra chi concorda che la scienza debba essere rispettata. I lobbysti del “naturale” lo ignorano in gran parte e continuano ad attaccare Monsanto (potrebbero dire, con un tono machiavellico, che Chris ha dovuto farlo per mostrare alla gente quanto sia terribile Monsanto). Gli ingegnosi abili scrittori nel movimento possono addirittura elevare Portier al livello messianico perché ho usato aggettivi poco rispettosi (e sarò attaccato da tutte quelle persone pagate per creare odio). Entro la prossima settimana, questo post sarà dimenticato e scriverò qualcosa di simile sui prodotti chimici considerati come interferenti endocrini.

Come usciamo da questa narrazione incredibilmente stupida? Come possiamo far aprire gli occhi e far capire che l’intero movimento per vietare il glifosate, danneggiare gli agricoltori e influenzare i consumatori è basato su avidità e bugie? Come portiamo gli enti di controllo a mostrare il proprio coraggio e fare il proprio lavoro?

Non posso rispondere a questo… posso solo sperare che anche altri inizino a farsi queste domande.

Commento personale (di Zaruk)

Molti seguaci di Risk-Monger avranno notato le offese che ho ricevuto nelle ultime settimane, in particolare nei media belgi e francesi, legati alla campagna anti-glifosate, con affermazioni infondate su di me come poster-boy della lobby di Monsanto. Ricorderete come ho iniziato le mie critiche sulla monografia 112 di IARC oltre 30 mesi fa, appena dopo la pubblicazione dei loro risultati sul glifosate, con i media principali che pubblicano lo scandalo dello IARCgate solo un anno dopo e solo dopo che gli attivisti sono riusciti a far chiudere la mia vecchia pagina blog a causa della mia difesa del glifosate. Vedrete gli attacchi quotidiani su di me sui social media (ieri circa 300 insulti sul mio account twitter) e vi stupirete di quanto mi senta scagionato leggendo le scioccanti deposizioni di Portier.

Mi sento piuttosto triste.

Triste per ciò che questi attivisti hanno fatto alla reputazione della scienza.

Triste per la perdita di fiducia dell’opinione pubblica nelle agenzie che regolano i prodotti fitosanitari.

Triste per come gli agricoltori siano stati lasciati senza voce, persi nel volume degli attacchi opportunistici da parte della lobby dell’industria alimentare biologica.

Triste che la deposizione di Portier è apparsa da una settimana e io sia la prima persona a sollevare l’attenzione su di essa.

Triste che i regolatori a Bruxelles vedono queste informazioni, ma continuano a muoversi in direzione dell’eliminazione del glifosate dal mercato, per paura del feroce mobbing che questa lobby ha creato in ogni parte dell’Europa.

Mi vergogno che personaggi come Carey Gillam dell’USRTK, Martin Pigeon di CEO e Bart Staes del Green Party, erano ieri al Parlamento Europeo condannando Monsanto e mettendo in dubbio la sicurezza del glifosate quando conoscevano benissimo le bugie e l’inganno del lavoro disorganizzato di IARC e di Christopher Portier (seduto accanto a loro), su cui si appoggiavano le loro intere campagne.

È triste che oggi s’ignori il fatto che l’intero attacco a glifosate si basi su menzogne ​​e avidità e senza fatti scientifici, e domani, Carey, Martin, Bart e migliaia di altri lobbisti attivi e ben pagati torneranno e metteranno tutto il loro odio e l’energia per vietare un prodotto agricolo che dà benefici, non per ragioni ambientali o per la salute pubblica, ma semplicemente per vincere… per vincere una campagna cinica finanziata da un settore che sta costruendo il proprio mercato creando paura nei consumatori.

È triste pensare che domani tornerò, invano, a cercare di convincere la gente a vedere queste menzogne​.

Suppongo che l’integrità non paghi l’affitto.

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Di seguito, la traduzione dell’interrogatorio a Christopher Portier: non c’è bisogno di commentare, l’ha già fatto David Zaruk. A noi basta leggere.

Pagina 75

D. Lei ha lavorato per più di sette mesi come consulente pagato per l’avvocato dei ricorrenti in questa controversia, è corretto?
R. È corretto.
D. Lei è stato ingaggiato come consulente privato per l’avvocato dei ricorrenti nove giorni — entro nove giorni dalla pubblicazione dell’articolo di The Lancet che annunciava la classificazione 2A del glifosato della IARC, è corretto?
R. Mi dice dov’è la data?
D. Possiamo mostrargliela.
R. Eccola qui, 29 marzo del 2015.
Sembra che sia così.

(Commento di David Zaruk) Sembra una sorta di porta girevole: prima un lavoro per classificare una sostanza, poi un lavoro per perseguire le aziende.

Pagina 96

… Diceva che è avvenuto quattro mesi, credo, più o meno, dopo che sono stato pagato dall’avvocato dei ricorrenti per giudicare la valutazione dei rischi dell’EPA, è corretto.
D. Ed entro quella data, di fatto, lei ha inviato tre fatture separate all’avvocato dei ricorrenti per il suo lavoro nella controversia sul glifosato, è corretto?

AVV. GREENWALD: Obiezione, forma.

R. Mi dice di nuovo in che data?
D. Ottobre del 2016?
R. Ottobre 2016.
Sì, ho inviato tre fatture.
D. Nel giugno 2017, che è l’ultima fattura che abbiamo, lei ha addebitato all’avvocato dei ricorrenti qualcosa più di USD 160.000 per il suo lavoro nella preparazione delle analisi del glifosato, è corretto?

AVV. GREENWALD: Obiezione, forma.

R. Non ho idea di quale sia il totale, ma può essere. È una somma ingente.
D. E da allora — come ho detto l’ultima fattura che abbiamo è datata, credo che sia del 18 giugno 2017, per il periodo — fino al 13 giugno 2017.

(Commento di David Zaruk) Non ha idea di quale sia il totale??? Io di un accredito di 160.000 dollari sul mio conto me ne accorgerei!

Pagina 99

…. Una release del sottogruppo Clark dell’EPA sul glifosato che è stata pubblicata, credo, nel marzo o giugno o aprile del 2016, mentre i commenti fatti in seguito quell’anno erano sul progetto di valutazione dei rischi dell’EPA.
D. Torniamo all’e-mail del 30 giugno 2016.
Lei ha detto che era un riesame di un documento di due pagine?
R. Fattura del 30 giugno —
D. 2016.
R. È un documento tecnico di due o tre pagine, sì.
D. Lei ha addebitato all’avvocato dei ricorrenti 19 ore per il riesame di quel documento, è corretto?
R. Sì.
D. Dunque lei ha impiegato 19 ore per riesaminare un documento di due pagine?

AVV. GREENWALD: Obiezione sulla forma.

R. Se lei ha il documento possiamo dare un’occhiata al tempo. Ma è un documento molto tecnico. Richiede di tornare indietro e analizzare la sperimentazione sugli animali,

(Commento di David Zaruk) Mi chiedo quanto fatturerà Chris per leggere il mio blog…

Pagina 132

D. Nella sua presentazione visuale al Ramazzini Days, nella conclusione lei afferma che — lei parla di attività economicamente motivate che hanno influenzato le ricerche scientifiche sul glifosato, è corretto?

AVV. GREENWALD: Obiezione, forma.

R. Qualche volta dovrei prestare più attenzione a quel che scrivono i miei coautori. È quello che dice.
D. Lei non rivela in alcun punto di questa presentazione visuale il suo ruolo di esperto pagato per l’avvocato dei ricorrenti nella controversia di diritto privato contro Monsanto, vero?

AVV. GREENWALD: Obiezione, forma.

R. Non specificamente. Mi presento come consulente sulla salute dell’ambiente.
D. Di nuovo, solo perché sia chiaro, Lei non rivela il fatto che era un consulente pagato dall’avvocato dei ricorrenti nella controversia di diritto privato contro Monsanto?
R. È corretto.

(Commento di David Zaruk) Ma come osano questi scienziati essere motivati da interessi economici?

Pagina 82

D. Il 29 marzo 2015 lei ha convenuto che non avrebbe rivelato il suo lavoro per l’avvocato dei ricorrenti a mass media, riviste specializzate, pubblicazioni professionali, pubblico e altri presunti esperti, è corretto?
R. Corretto.
D. Lei ha convenuto di incaricare l’avvocato dei ricorrenti di rappresentarla se qualcuno avesse cercato di costringerla a rivelare questa informazione, è corretto?
R. Credo che sia quello che dice la parte C.
D. E lei ha iniziato a fatturare all’avvocato dei ricorrenti il suo tempo il — e questa è la prima fattura allegata — 17 giugno 2015, è corretto?
R. Sì.
D. Lei ha avuto una riunione con il sig. Lundy il 17 giugno 2015, e poi un secondo meeting con il sig. Lundy e l’avv. Greenwald il 19 giugno 2015, è corretto?
R. È corretto.
D. Il 19 ottobre 2015 lei ha inviato all’avvocato dei ricorrenti una fattura per il suo lavoro per loro conto da giugno 2015 a ottobre 2015, è corretto?

Pagina 83

R. Sì.
D. E lei ha lavorato come consulente pagato dall’avvocato dei ricorrenti per tutto il tempo in cui lei ha discusso del glifosato con gli organi di regolamentazione negli Stati Uniti e in Europa, è corretto?

(Commento di David Zaruk) Mi chiedo cosa pensa di tutto ciò San Martino della Trasparenza [Martin Pigeon, del Corporate Europe Observatory]. Sono certo che cercherà di raccontarcela!

D. Lei inizia la sua deposizione all’EPA nell’ottobre 2016 con un disclaimer, è corretto?
R. Questo lavoro era stato fatto con una mia attività di ricerca personale e nel mio tempo libero. Sì.
D. E Lei afferma — Lei ha detto all’EPA, e a chiunque altro stava assistendo alla sua deposizione, che non aveva, cito, “ricevuto alcun rimborso per alcuno di questi

Pagina 89

… commenti, è corretto?
R. È corretto.
D. E durante lo stesso periodo di tempo, lei aveva dichiarato pubblicamente, cito, nessuno mi ha pagato un centesimo per fare ciò che sto facendo con il glifosato. Non ho alcun tipo di conflitto, è corretto?

AVV. GREENWALD: Obiezione, non è ciò che dice questo.

D. Diamo un’occhiata a questo documento.

(Commento di David Zaruk) Ci sono volute quattro pagine all’avvocato della difesa per convincere Chris che aveva mentito con sfacciataggine.

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Di seguito, la traduzione dell’inserzione pubblicitaria a pagamento dello studio legale Weitz & Luxemberg:

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[ Ritaglio di giornale ]

 

L’inserzione dello studio legale Weitz & Luxemberg P.C.

 

<<Attenzione!

Applicatori di erbicidi e agricoltori!

Vi hanno diagnosticato un cancro, dopo che siete stati esposti all’erbicida glifosate?

Se sì, lo studio legale Weitz & Luxemberg P.C. è interessata a parlare con voi immediatamente, perché potreste essere candidabili a una compensazione finanziaria.

L’Organizzazione mondiale della Sanità ha recentemente riconosciuto che glifosate, l’ingrediente attivo dell’erbicida Roundup, ha il potenziale di causare il cancro negli Umani. Altri erbicidi che contengono glifosate sono Rodeo®, Aquanet® e Aquastar®.

Glifosate è stato usato nella coltivazione di mais, soia, barbabietola da zucchero, erba medica, cotone, grano, sorgo, colza e molte altre colture.

In circa tre decadi Weitz & Luxemberg P.C. ha rappresentato migliaia di individui danneggiati dall’esposizione a prodotti tossici e sono desiderosi di parlare con voi circa il vostro possibile caso. Per un consulto confidenziale e gratis chiamate al xxxxxxxx, o visitate il nostro sito yyyyyyyy

(Caccia alle vittime del cancro: in caratteri minuscoli: “Se non viene concesso un indennizzo, non si addebitano né spese né onorari!”)

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Gli imbonitori dei circhi, del resto, solevano dire:

Venghino venghino! Siòr siòri! Più gente c’è, più bestie di vedono!

Disclaimer 1: nessun commento è ammesso. La spiegazione qui

Disclaimer 2: i bannerini pubblicitari che possono apparire nel blog sono di wordpress. Dato che adopero una versione gratuita, loro sperano che io gliela paghi mettendomi pubblicità. Ignorate ogni suggerimento a diete, prodotti o cure miracolose: sono contrarie ai contenuti del mio blog e pertanto me ne dissocio apertamente.