Calano gli insetti, anche nelle oasi protette

Un esemplare di Diabrotica. Un insetto che prospera soprattutto su mais, nonostante gli insetticidi utilizzati per debellarla

Una ricerca riporta un calo del 76% della biomassa complessiva degli insetti volanti. Dito puntato contro clima, erosione del territorio e pesticidi, ma come stanno davvero le cose?

Plos One è una sorta di “banca dati” di lavori di ricerca ed è di tipo open access, cioè gratuito.

Su Plos One è stata recentemente pubblicata una ricerca, poi ripresa anche da La Repubblica, che riguarda insetti e agricoltura. O forse riguarda solo gli insetti e l’agricoltura è stata tirata in ballo a sproposito? Andiamo per ordine.

Secondo alcuni ricercatori dell’Università di Radboud, in Olanda, sarebbe in corso un vero e proprio Armageddon ecologico a danno degli insetti volanti. I ricercatori olandesi avrebbero infatti scoperto un loro calo del 76% in termini di biomassa in meno di trent’anni. Fatti 100 i chili di insetti volanti misurati 27 anni fa, cioè, oggi se ne possono pesare solo 24. Gli altri 76 non ci sarebbero più.

Ovviamente, numeri del genere obbligano all’attenta valutazione del fenomeno, magari stando però alla larga da terminologie acchiappa click come “ecatombe” o “Armageddon”, le quali sono invece un denominatore comune di tali notizie.

In attesa però che si capiscano i motivi reali di tale calo, suddividendo in modo sensato anche la responsabilità sulle differenti variabili in gioco, il dito viene puntato contro i cambiamenti climatici, l’erosione dei territori selvatici e, ovviamente, i pesticidi usati in agricoltura. Ma come stanno veramente le cose?

Intanto vediamo dove sono stati raccolti i dati. Questi deriverebbero da un monitoraggio di 27 anni effettuato all’interno di 63 oasi di riserve naturali tedesche. In effetti, la scoperta è quindi allarmante, come sostiene Hans De Kroon, principale autore della ricerca, il quale ammette però che al momento le cause di tale declino non sarebbero chiare. Di certo, appare sensata la spiegazione legata alla progressiva erosione di aree selvatiche, come pure quella legata ai cambiamenti climatici in corso. Un po’ meno sensata appare quella attribuita al “largo uso di pesticidi”. Vediamo perché.

Intanto, tali usi sono calati di circa un terzo nell’arco temporale considerato. E non è che 27 anni fa si utilizzassero insetticidi innocui per gli insetti volanti, visto che si applicavano diffusamente piretroidi, carbammati ed esteri fosforici. Tutti altamente tossici proprio verso gli insetti volanti. Solo in Italia, peraltro, sono andati persi nel frattempo quasi tre milioni di ettari coltivati ed è pure cresciuta la percentuale a biologico. Inoltre, la lotta integrata – istituzionalizzata con la nascita dei Disciplinari circa 25 anni fa – ha preso sempre più piede, ottimizzando gli usi degli agrofarmaci e integrandoli sempre più con feromoni e strumenti di lotta di tipo naturale.

Quindi qualcosa non torna, a meno di alzare addirittura il sospetto che siano appunto la lotta integrata, i mezzi biologici e i feromoni gli indiziati su cui puntare i sospetti, visto che sono le soluzioni in continuo aumento a fronte del calo di tutte le altre. Se cioè gli insetti volanti stavano meglio quando si trattava “a nastro” con insetticidi super tossici per loro, qualche domanda bisognerebbe pur farsela.

Studi precedenti, peraltro, avevano ravvisato un progressivo calo del 50% delle popolazioni di farfalle nelle aree agricole europee. Un dato ora superato da quello dei più recenti studi olandesi. Purtroppo tale ricerca, è bene ricordarlo, è stata svolta in aree dove di agricoltura non pare ve ne sia. Sono infatti state indagate oasi protette in riserve naturali, ove gli agrofarmaci dovrebbero in effetti essere praticamente assenti.

A questo punto viene da chiedersi se per caso anche il calo del 50% delle farfalle in aree agricole non sia determinato dalle medesime dinamiche che hanno generato il calo del 76% nelle aree non agricole, le quali potrebbero essere considerate quasi un “non trattato” utile alla comparazione.

Ergo, il calo c’è, preoccupa e sarà bene investigare le cause per trovare, se ci sono, opportuni rimedi. Di certo, se anche a fronte di una ricerca come quella olandese, realizzata in aree dove si presume un impatto agrochimico pressoché nullo, si continua a puntare il dito sugli agrofarmaci, qualcosa non quadra. Perché agli occhi di un ricercatore tali dati dovrebbero suonare come un indizio che, forse, la chimica agraria c’entra poco in tutto ciò. E continuare ad accusarla ogni qualvolta vi sia un fenomeno di questo tipo rischia più che altro di allontanare l’attenzione dalle reali cause dominanti, forse troppo globali per poter essere cambiate con qualche voto abolizionista al Parlamento europeo.

Le strade facili, si sa, vengono percorse più agevolmente. Peccato siano invece quelle difficili a condurre alla verità. Una verità che si auspica venga scoperta in fretta, perché se resta solo il 24% di ciò che volava appena 27 anni fa, di tempo da perdere ne è rimasto in effetti pochissimo.

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Pastasciutte e foglie di fico

La pasta: grano e acqua. Diciamo allora da dove viene

Industria italiana della pasta contro il decreto ministeriale delle Politiche agricole e dello Sviluppo economico circa l’obbligo d’indicazione della materia prima, ovvero il grano

Da febbraio 2018 fine dei giochi. Se dici di fare pasta “Made in Italy” il tuo grano deve essere altrettanto “Made in Italy”. E lo devi scrivere in etichetta. Altrimenti, puoi fare benissimo tutta la pasta che vuoi, ma non ti puoi più fregiare di siffatto emblema di qualità. Peggio, devi scrivere pure sul pacco che il grano era magari canadese o statunitense.

Una qualità superiore, quella del grano italiano, che onestamente è a volte solo presunta, perché in effetti non ha mica tutti i torti Paolo Barilla, vice presidente dell’omonima azienda, quando ricorda che il grano italiano non basta a soddisfare la domanda delle industrie (Fonte: Corriere della Sera). Non basta in primis dal punto di vista quantitativo, perché semplicemente l’agricoltura italiana, ridotta ormai a icona paesaggistica, ne produce troppo poco. Ma non basta neppure dal punto di vista qualitativo. Secondo Paolo Barilla solo il 10% del grano mostrerebbe infatti qualità eccellente, mentre circa il 50% sarebbe di qualità media. Il restante 40% non garantirebbe purezza e contenuto proteico richiesti per fare pasta di qualità. E per tali comprensibili ragioni i pastai, quel grano, non lo vogliono.

Argomentazioni del tutto legittime e oggettive, ma che appaiono un po’ come foglie di fico indossate per nascondere posizioni non più difendibili: cioè pretendere di chiamare la pasta italiana, continuando a produrla con grano straniero. Una pratica industriale, peraltro, del tutto lecita e irrinunciabile. Chi scrive è ormai da anni che denuncia le fole che circolano sui grani stranieri, perennemente fatti passare per alcove di microbi e di “pesticidi” da portatori d’interesse, italiani, che cercano nel protezionismo e nell’allarmismo gli strumenti per difendere il proprio business, sia esso commerciale oppure mediatico-politico. Peccato che l’Italia produca davvero poco grano e per giunta, spesso, di qualità non idilliaca.

In tale sarabanda di criminalizzazione dei grani stranieri – e nell’Osanna dei grani italiani, indipendentemente da come essi siano e da quanto valgano –  si va infatti dalla neonata Granosalus alla storica Coldiretti. Ovvero, due facce del sistema agricolo nazionale molto lontane fra loro, ma accomunate pare dai medesimi interessi.

Poi a farne le spese sono le navi bloccate ingiustamente nei porti. Ma questa è ormai storia vecchia e come si suol dire, acqua passata non macina più. Proverbio alquanto azzeccato parlando di grano e di pasta.

Fatte quindi salve le ragionevoli argomentazioni dei pastai in generale, e di Barilla nel fatto di specie, resta sempre un vistoso “ma”.

Nessuno infatti pensa di proibire i grani stranieri. I pastai potranno fare tutta la pasta che vogliono, come prima, più di prima. Però non potranno più operare in quel cono d’ombra dato loro da una normativa che permetteva di etichettare come italiani dei prodotti la cui componente principale, nella pasta praticamente l’unica, proviene dall’estero. Non è infatti vero che, come sostiene Paolo Barilla, il decreto sull’etichettatura sia una forzatura, perché impone in un certo senso ai pastai di utilizzare grano italiano comunque esso si presenti. La qualità è la qualità, ci mancherebbe. E se il grano è di bassa qualità, pure la pasta lo diventa.

Un concetto espresso in modo efficace proprio dall’ultimo spot televisivo di Barilla, in cui si lega proprio la qualità della pasta a quella del grano. Perché, ça va sans dire, la pasta “è fatta di acqua e grano”, come ricorda il testimonial stesso dello spot. Dopodiché s’inchina in mezzo alle spighe, carezzandole e sottolineando che lui quel grano lo cura come un figlio. E che soddisfazione danno questi figli… conclude la pubblicità, traslocatasi a tavola.

Tutto in quello spot trasmette italianità: il trattore un po’ retrò (italianissimo, per chi conosce i colori dei marchi) che trasporta balle di paglia, la cucina all’aperto in un podere antico, perfino l’abbigliamento. Per non parlare delle colline dorate di grano maturo. Italia che gronda ovunque, mentre il messaggio lanciato lega indissolubilmente la pasta al grano. In effetti, sarebbe stato poco carino sottotitolare lo spot in inglese, visto che in quella pasta “più buona e più corposa” c’è molto probabilmente tanto grano americano e canadese. Altro che colline centroitaliane.

Quindi:

  • Se la stessa Barilla lega la qualità della propria pasta alla qualità del grano.
  • Se quel grano viene mostrato ai consumatori come italianissimo, in modo alquanto furbo, senza mai dirlo esplicitamente, bensì usando solo immagini ad alto valore emotivo.
  • Se escludiamo sia l’acqua la discriminante fra una pasta deliziosa e una scadente (anche perché potrebbe arrivare subito l’Ispra, in perenni ambasce causa penuria di finanziamenti, a dire che quell’acqua è anch’essa piena di pesticidi. Visto mai?).

Forse, alla fine di tutti questi “se”, ne rimarrebbero solo due ancora inespressi. Il primo: se le industrie pastaie vogliono capitalizzare il valore aggiunto, portato dal concetto di Made in Italy, allora usino davvero il grano italiano per quei lotti di produzione. Sul resto dei lotti, magari anche migliori dal punto di vista qualitativo, il concetto di Made in Italy si astengano dall’usarlo. Non pare concetto difficile. Del resto, ci sono già marchi che producono tramite filiere certificate italiane. Addirittura una certifica la propria pasta come “pugliese”. Basta firmare i contratti con gli agricoltori che conferiscono il grano italiano, questo sì di qualità, venendo remunerati qualcosa di più per il proprio impegno.

Il secondo “se” è il seguente: se finalmente i pastai riconoscessero ai cerealicoltori italiani un prezzo equo, anziché strozzarli sbattendogli in faccia i grani stranieri, forse riuscirebbero a pagarsi quella concimazione che al momento costa senza portare soldi. Quindi non la fanno più. O potrebbero fare quel diserbo e quel fungicida che anch’essi costano, anche più del concime, senza che poi lo sforzo economico venga riconosciuto in fase di contrattazione. Quindi anche questi, spesso, non vengono effettuati più. E i risultati nei magazzini poi si vedono.

Quindi pagateli questi benedetti agricoltori italiani, visto che è proprio sulla loro italianità che ci mangiate tutti. E vi renderete conto che all’improvviso, come per miracolo, le produzioni nazionali aumenteranno per quantità e, soprattutto, per qualità. Basta pagare, care industrie, il giusto.
E tutti ve ne saremmo molto grati, anche perché forse, in tal modo, di campagne protezionistiche basate sulla demonizzazione dei grani stranieri per micotossine e “pesticidi”, non se ne vedrebbe finalmente più.

Le regole esistono, ma c’è chi si ostina a non vederle

Territori collinari dell’area del Prosecco. Forte l’integrazione di viticoltura, paesaggio e contrasto del dissesto idrogeologico grazie al presidio esercitato dagli agricoltori (Foto: L. Ferraro)

Sotto gli occhi dell’Unesco, Legambiente attacca il Prosecco. Chimica agraria al solito sotto accusa, invocando il biologico come via salvifica e chiedendo regole che già ci sono

 

Chiedere regole che già ci sono, invocare il biologico come mantra ambientalista e demonizzare una coltura agli occhi di chi, come l’Unesco, sta valutando se inserire quel territorio fra gli ormai noti “Patrimoni dell’Umanità”. Questa la consolidata ricetta utilizzata anche nell’assalto sferrato da Legambiente al mondo del Prosecco, tramite un dossier, l’ennesimo, che presenta l’agricoltura in generale e la viticoltura in particolare come vortici devastatori di ambiente, territorio e salute.

Il tutto, riportato da quotidiani che come spesso accade si prestano a fare da cassa di risonanza a tali attacchi seguendo una logistica di trasferimento al pubblico ormai codificata e prevedibile. Su “Il Fatto Quotidiano”, per esempio, compare un articolo dall’incipit lapidario: “Prima di bere un ottimo bicchiere di prosecco, vino del boom italiano nel mondo, pensateci. Per realizzarlo vengono usati pesticidi e sostanze tossiche”.

Ci si potrebbe fermare già qui, perché i colleghi del Fatto forse non sanno che proprio quel bicchiere di “ottimo vino” contiene alcol e come tale se fosse normato dalle attuali leggi in materia di agrofarmaci non riuscirebbe nemmeno ad essere registrato come “pesticida”. La sua etichetta si beccherebbe infatti i pittogrammi dell’omino col petto che esplode e quello col punto esclamativo, con una serie di frasi di rischio che non si ravvisano nemmeno nell’agrofarmaco più tossico in circolazione. Un tema approfondito con un precedente articolo, ma che giova ora riassumere brevemente.

Essendo infatti l’alcol in Gruppo 1 dello Iarc, “sicuramente cancerogeno”, il vino che lo contiene si beccherebbe anch’esso in etichetta la H350 (Può provocare il cancro). Essendo poi l’alcol risultato pure embriotossico e teratogeno si buscherebbe pure la H360 (Può nuocere alla fertilità o al feto). Niente male nemmeno la H340: “Può provocare alterazioni genetiche”, visto che l’alcol utilizzato su cellule in vitro ne può modificare il dna. Del resto, se si è madri è buona norma non bere mentre si allatta, perché quell’alcol potrebbe chiedere spazio in etichetta anche per la H362 (Può essere nocivo per i lattanti allattati al seno). In ogni caso, per esposizioni prolungate, tipiche appunto dei bevitori abituali anche non alcolisti, è noto che l’alcol produca danni a fegato, reni e cuore. Ciò gli costerebbe pure la H370 “Provoca danni agli organi”.
Alla Polizia stradale, invece, potrebbe interessare la H336 (Può provocare sonnolenza o vertigini). Infatti se il tasso ematico va sopra la soglia di Legge viene ritirata la patente e per il guidatore inizia la seconda metà dei suoi guai.

Quindi quel vino, anche nella remotissima ipotesi venisse registrato come “pesticida”, non potrebbe mai essere impiegato come tale nei vigneti in cui crescono i grappoli che lo producono. Né esisterebbero, quei grappoli, se non vi fossero appunto i supposti “veleni” a difenderlo. “Veleni” che come si vede alla fin fine sono meno pericolosi per la salute del prodotto stesso che hanno permesso di realizzare.

Chiarito tale punto, vediamo ora le altre argomentazioni avanzate nella terra del Prosecco.

Il biologico. Vero e proprio mantra dell’ambientalismo più vetusto, pare che riesca a fare azione di lobbying molto più efficace di quelle delle multinazionali globali che producono agrofarmaci. Del resto, a livello mondiale il mondo-bio produce un volume di affari che ormai è quasi il doppio di quello di tutti i “pesticidi” di tutte le multinazionali che operano in campo fitoiatrico messe insieme.

Peccato inoltre che, come ripetuto allo sfinimento, dire biologico non voglia affatto dire “non trattato”. Anzi. Il giorno che Legambiente si prenderà finalmente la briga di andare a guardare i vigneti bio come vengono protetti, potrà realizzare le tonnellate di metallo pesante che vengono utilizzate contro la peronospora. Come pure si consiglia agli attivisti di Legambiente di fare due passi in un vigneto bio dopo un trattamento con lo zolfo contro l’oidio. Perché a volte i cittadini che si lamentano di puzze e bruciori agli occhi mica lo sanno che quel vignaiolo è magari biologico.

Quanto sopra è però una ripetizione che si ritiene tanto doverosa quanto inutile, perché è impossibile che dopo tutto quanto è stato detto e scritto, Legambiente ancora non capisca che il proprio sostegno incondizionato al bio appare da tempo inspiegabile, stando almeno alle pure valutazioni di tipo tossicologico e ambientale dei prodotti utilizzati. Quasi sospetto, giunti a questo punto.

Anche perché i reiterati allarmismi su cancri e altri malacci sono stati sempre puntualmente smentiti da statistiche ufficiali che dicevano esattamente il contrario: nella provincia di Treviso, in mezzo ai vigneti, si sta meglio che in altre aree dello Stivale. Con buona pace dei messaggi falsi rimbalzati nella provincia veneta da attivisti i cui gesti andrebbero forse vagliati oggi per procurato allarme.

In secondo luogo, le regole. Se ne chiede infatti a gran voce, forse perché si fa finta di ignorare che ve ne siano già di abbondanti e fin troppo restrittive a carico degli agricoltori. Pan e Psr non è che siano ologrammi, come pure non va dimenticato lo sfinente lavoro normativo che sta alla base di quelle autorizzazioni che, appunto, non verrebbero mai concesse al vino stesso.

Se qualche vignaiolo un po’ ignorante non chiude gli ugelli quando gira tra un filare e l’altro, non è per mancanza di regole, ma per mancanza di senso civico del singolo soggetto. Se questi poi svuota per terra gli ultimi litri di poltiglia fitosanitaria, pure. Se invece tratta vicino a case e strade, parliamone, perché come si è più volte ripetuto, non è affatto detto che quelle case e quelle strade fossero già lì quando è arrivata la vigna. Anzi, il più delle volte è avvenuto il contrario, con strade ed edifici costruiti al fianco dei vigneti sollevando poi le medesime polemiche annotate sulle risaie storiche dell’Oristanese, ove la città è avanzata così tanto da incombere sulle risaie e ora i cittadini ne chiedono il disseccamento trovando inammissibile vi siano delle risaie sotto le case. Peccato che la realtà dica che appare inammissibile siano state costruite case praticamente sugli argini delle risaie stesse.

Circa infine le polemiche sull’avanzata dei vigneti nel territorio, se ne può parlare. Più che altro perché di questo passo si finirà col vedere vigneti a Glera anche nel Messinese. Resta però il fatto che il tormentone sui dissesti idrogeologici manca ancora il bersaglio, come dimostrato in occasione delle polemiche nate sulla tragedia di Refrontolo, avvenuta nell’agosto 2015.

Perché i casi sono due: o i disastri alluvionali sono dovuti all’impermeabilizzazione del territorio dovuta all’avanzata di strade e case, altra battaglia di Legambiente, questa sì condivisibile perché poggiata su numeri solidi, oppure si accusano i vigneti. Vigneti scacciati magari proprio dall’espansione urbanistica e infrastrutturale. Un’avanzata dovuta proprio al boom economico di quelle zone, una volta povere e oggi divenute benestanti grazie anche e soprattutto al Prosecco e all’indotto che ha creato. Un indotto miliardario che ha fatto sì che gli abitanti di quelle zone non si sentano più parte delle attività agricole che ne hanno permesso perfino l’esistenza fisica, migliorando le condizioni di vita dei loro nonni e genitori.

Forse, prima di emettere il proprio giudizio finale sui territori del Prosecco, l’Unesco farebbe bene a leggere anche questi, di articoli, non solo i dossier ambientalisti. Perché per quanto possa fare sorridere, appare schizofrenico dare alle colline piemontesi l’ambito riconoscimento, salvo poi negarlo a quelle venete.

E forse sarebbe l’ora che la viticoltura del Prosecco la smettesse di farsi angustiare la vita da trasmissioni televisive a tema e da dossier e istanze prive di fondamento, proseguendo nelle proprie attività forti del fatto che le loro bottiglie sono forse l’unico prodotto veramente in impennata perenne nell’export agroalimentare italiano.
Perché chi vince ha sempre ragione e si deve fermare solo quando ci si trovi di fronte a prove concrete. Solide, non ideologiche. Con buona pace delle lobby ambientaliste e del Bio.

Avidità, bugie e glifosate: i “Portier Papers” (e molto altro)

Fiumi di denaro dietro le accuse a glifosate di causare il cancro

David Zaruk, alias Risk-Monger, ovvero la declinazione sui rischi del famigerato “fear mongering”, traducibile come l’attività di seminare news allarmanti per creare paura nelle persone e poi sfruttarla per fini tutt’altro che nobili.

David Zaruk, il Risk Monger, fa l’opposto: combatte il fear mongering. Un comunicatore dal curriculum interessante.

Dal 2000 Zaruk è specialista per la Comunità europea per la comunicazione sui rischi e sulla scienza. Attivo negli eventi politici dell’Ue, dai regolamenti REACH e SCALE alla direttiva sui pesticidi, dalle questioni legate alla scienza per come viene percepita dalla società, all’uso del “principio di precauzione“.

È stato anche membro del team che ha istituito GreenFacts, finalizzato a incoraggiare un più ampio utilizzo dei processi decisionali basati sulle evidenze scientifiche nella Ue in materia di salute ambientale.

David è inoltre professore aggiunto presso l’Université Saint-Louis Brussel e KUL Brussel (Odise), dove ha tenuto lezioni su Risk Communications, lobbying e comunicazione aziendale. Inoltre fa formazione e tiene conferenze, specialmente sulla percezione del Risk Management.

Quella che segue è la traduzione integrale dall’inglese del suo post in cui spiega i retroscena legati alla faccenda glifosate, focalizzando soprattutto sui cosiddetti “Portier Papers“, ovvero le rivelazioni imbarazzanti emerse su Christopher Portier, colui il quale, sebbene attivista di un’associazione ecologista anti-pesticidi – e non sapesse alcunché di glifosate, per sua stessa ammissione – è riuscito a farsi nominare Presidente della Commissione dello Iarc che ha deciso di mettere sotto indagine glifosate. Ha potuto cioè influenzare il gruppo di lavoro dei 17 esperti dell’Agenzia, salvo poi firmare un contratto come consulente di parte con uno studio legale che aveva già pronta una Class Action contro Monsanto.

La cifra pattuita? 160 mila dollari. Giusto per capire che i conflitti di interessi sono spesso percepiti a senso unico.

Dove sta l’inghippo? Portier l’avrebbe firmato la medesima settimana in cui è stata resa pubblica la Monografia dello Iarc che dichiarava glifosate “probabile cancerogeno“.

In altre parole, Portier è ora sospettato di qualcosa di simile a quello che in Borsa viene definito “Insider trading“, ovvero la possibilità di lucrare personalmente in Borsa sapendo già (e influenzando pure) gli andamenti dei titoli quotati.

I “Portier Papers” giungono quindi dopo i “Monsanto Papers“, ove si accusava la Casa di St. Louis di influenzare il lavoro di alcuni scienziati. Nel mezzo sono emersi quindi gli “Aaron Blair Papers“, ovvero gli studi rimasti nel cassetto dell’epidemiologo del Cancer Research Center americano anziché essere pubblicati e resi in tal modo valutabili dallo Iarc.

Blair sarebbe stato anche Chairman del gruppo di lavoro Iarc che ha giudicato glifosate cancerogeno (linfomi non-Hodgkin) e nonostante ciò, per motivi ancora tutti da chiarire, ha taciuto dell’esistenza di lavori epidemiologici validi e robusti che deponevano a favore dell’innocenza dell’erbicida. Lavori che quindi il gruppo Iarc non ha potuto nemmeno vedere.

E se poi ancora non bastasse tutto ciò per indignarsi professionalmente e umanamente, giunge anche una notizia su Reuters che scoperchia ulteriormente un pentolone che diventa sempre più imbarazzante ogni volta che qualcuno vi giri dentro il mestolo dell’indagine giornalistica: circa dieci passaggi dei draft-report di Iarc – che non confermavano il legame glifosate-tumori – sono stati modificati da qualche membro del gruppo di lavoro dell’Agenzia facendoli volgere a conclusioni diverse, ovvero che tali legami ci sarebbero. Modifiche che hanno cambiato, come detto, una decina di passaggi fondamentali per il giudizio finale.

Non si sa ancora da chi siano state operate tale modifiche prive di alcuna giustificazione. Ovviamente, gli “esperti” dello Iarc, interrogati da Reuters sul tema, non rispondono. Forse perché sentono che il cappio della verità si sta stringendo intorno anche al loro di collo, oltre che a quello di Portier?
Di certo, più passa il tempo e più evidenze emergono, quel Gruppo appare sempre meno attendibile, svelandosi al contrario come un team in cui hanno potuto operare manipolatori a vario titolo e grado di interesse. Una situazione indegna del ruolo che è stato loro assegnato in un’Agenzia prestigiosa come lo Iarc.

Il tutto, a ulteriore dimostrazione del clima decisamente opaco, sospetto e avvelenato che si è agitato su glifosate, tanto da concludere che la monografia attuale dello Iarc sia gravata da così tanti scandali e interessi, sia stato così influenzato in modo torbido e sottile, da non essere più considerabile valido da qualsiasi punto di vista. Quella monografia va RITIRATA. Per l’onorabilità dell’Oms innanzitutto, ancor prima che per l’equità di giudizio su glifosate. Ovvero la grande assente in tutto il groviglio di intrallazzi che su questo erbicida si agitano da anni.

Urge cioè rifarla da capo, magari componendo un gruppo di lavoro diverso da quello precedente. Possibilmente al di sopra di ogni sospetto, non infiltrato cioè da alcuna longa manus né di aziende, né di associazioni ambientaliste dichiaratamente schierate contro l’oggetto della valutazione.

Soprattutto, dovrebbe essere riprodotta analizzando anche tutti quei lavori tenuti nascosti al turno precedente, eliminando quelli palesemente inconsistenti che invece avrebbero condannato l’erbicida. Perché uno studio epidemiologico basato su sette persone (Hardell & Eriksson, 1999), quattro di qua e tre di là, dovrebbe essere utilizzato come succedaneo della carta igienica, non come lavoro scientifico atto a valutare la cancerogenicità di una molecola.

Ed ecco ora il link dove si riporta il controinterrogatorio di Portier in lingua inglese

 

Di seguito: la traduzione integrale dal blog di David Zaruk, alias Risk Monger

Si tratta del “racconto” di come uno scienziato, Christopher Portier, demolisca la reputazione della scienza, dei consigli scientifici e di un’agenzia dell’OMS. Invita a mettere in discussione il finanziamento, la trasparenza e la motivazione degli attivisti anti-glifosate, il ruolo dello IARC nelle pratiche legali anti-corporative americane e la qualità degli scienziati che si occupano di questo. Questa storia dimostra come l’intera campagna contro il glifosate sia stata costruita sull’avidità e sull’inganno.

Questo post si basa sulle deposizioni di Christopher Portier alle udienze legali in materia di responsabilità legate ai casi contro il Roundup di Monsanto (comunemente noti come “Monsanto Papers”). Portier è stato il consulente speciale esterno del gruppo di lavoro dello IARC che ha elaborato la conclusione che il “glifosate è probabilmente cancerogeno”. Questa storia evidenzierà le seguenti informazioni:

  • Durante la stessa settimana in cui lo IARC pubblicò il suo parere sulla cancerogenicità del glifosate, Christopher Portier firmò un vantaggioso contratto come consulente di due studi legali che citano in giudizio Monsanto per conto delle vittime di cancro (si dice) dovuto al glifosate.
  • Questo contratto ha fruttato a Portier almeno 160.000 dollari (fino al giugno 2017) per iniziative preparatorie come consulente legale (in cui non rientrano i costi delle trasferte).
  • Questo contratto conteneva una clausola di riservatezza che limitava Portier dal poter dichiarare ufficialmente la sua posizione. Oltre a ciò, Portier ha addirittura dichiarato che non è stato pagato un centesimo per il lavoro che ha fatto sul glifosate.
  • È chiaro dalle e-mail fornite nella deposizione, che il ruolo di Portier sia stato cruciale per il movimento che supporta la richiesta di divieto dell’uso del glifosate. Portier promise allo IARC di proteggerne la reputazione, i risultati della monografia e di gestire le reazioni contrarie alle conclusioni IARC di BfR e EFSA.
  • Portier ha ammesso nella deposizione che prima dei meeting IARC sul glifosate, dove era l’unico consulente esperto esterno, non aveva mai lavorato e non aveva avuto esperienza con il glifosate stesso.

Sono ancora troppo scioccato per capire da dove cominciare! Forse da un po’ di storia.

Background:

Glifosate è un erbicida “leggermente tossico” ampiamente utilizzato dagli agricoltori dell’UE per il controllo delle malerbe; il suo uso permette l’utilizzo di pratiche agricole conservative che proteggono e migliorano la salute del suolo. Questa molecola è utilizzata in modo efficace da oltre 40 anni e ancora oggi è una risposta economica e sostenibile ai bisogni degli agricoltori. Fuori dall’Europa, è utilizzato anche in combinazione con semi modificati resistenti agli erbicidi (più noto come base per il Roundup di Monsanto utilizzato con i semi di Roundup-Ready).

Nel marzo 2015, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) ha pubblicato le sue conclusioni, giudicando che il glifosate sia probabilmente cancerogeno. Ciò ha scatenato un’ondata di campagne tra gli attivisti ambientalisti, le ONG anti-OGM e l’industria alimentare a favore di un divieto del glifosate. Tutti gli altri organi scientifici e gli istituti di ricerca hanno respinto la conclusione IARC, senza eccezioni. Il voto sul rinnovo è atteso da due anni da parte della Commissione Europea, ma fino ad ora è stato bloccato dagli Stati membri. È probabile che anche l’ultima votazione prevista per il prossimo mese fallirà e il glifosate sarà eliminato dai mercati europei.

Christopher Portier ha presieduto una commissione IARC nel 2014 che ha proposto glifosate come sostanza da studiare dal gruppo di lavoro addetto alle monografie, di cui Portier era l’unico specialista invitato. Sono stato sorpreso che Portier facesse parte di questo panel dello IARC, data la sua affiliazione con Environmental Defence Fund, un’organizzazione americana che esegue campagne contro gli antiparassitari dagli anni ’60. Da due anni stavo documentando come lo IARC e Portier in particolare, avessero agito mossi da un fervore attivista per spingere un chiaro programma anti-glifosate e anti-Monsanto (avendo scritto più di 20 post su questo scandalo). Portier fa parte di quell’ondata di attivisti anti-OMG americani che ho definito “carpetbagger”, che hanno portato fondi, personale e strategie da Washington al terreno di lobbying più fertile di Bruxelles.

Mungere Monsanto

All’epoca in cui lo IARC ha pubblicato le sue conclusioni sul glifosate, Christopher Portier si è unito a due studi legali (Lundy, Lundy, Soleau & South e Weitz & Luxenberg) come consulente. Aveva anche avuto contatti con il signor Lundy due mesi prima di aderire alla riunione del gruppo di lavoro sul glifosate. Come consulente, l’onorario di Portier, secondo il rapporto presentato prima della deposizione, è di 450 USD/ora. A giugno 2017, Portier aveva fatturato Lundy, Lundy, Soleau & South 160.000 dollari per la preparazione iniziale dei documenti.

Il suo ruolo era quello di leggere i documenti e consigliare gli avvocati sulle questioni scientifiche poiché le due società hanno preparato ricorsi contro Monsanto. Il fatto che Lundy, Soleau & South e Weitz & Luxenberg stavano progettando una strategia di cause a Monsanto prima che lo IARC tenesse la riunione del gruppo di lavoro sul glifosate e stavano allineando il loro “dream team”, non dovrebbe sorprendere: gli avvocati che gestiscono le class action sono una razza diversa di opportunisti.

Ma Portier non pensava come uno scienziato quando aveva previsto questo schema di pensionamento. Si può facilmente immaginare che una lunga serie di cause protratte contro Monsanto possa essere molto redditizia per un buon scienziato. Quello che ho trovato straordinario, così come gli avvocati, è quanto il Dott. Portier sia stato meticoloso nella sua ricerca. Ha fatturato allo studio legale 19 ore di lavoro per leggere un memo a due pagine.

19 ore per leggere due pagine (a 450 USD / ora).

Ciò suggerisce che lo studio legale avesse abbastanza denaro cash, pratiche contabili molto indulgenti o che stesse permettendo a Portier di fatturare altri compensi che avrebbe preferito tenere fuori dai libri contabili.

Questo eccesso di fatturazione potrebbe spiegare il vivace stile di vita di Portier, che visita capitali da Auckland a Ottawa, ovunque ci siano meeting per valutare il divieto del glifosate. Non penso che lo facesse per bontà d’animo.

Ora, Risk Monger non è invidioso (ha abbastanza soldi per vivere bene e abbastanza tempo libero per il blog), ma non posso fare a meno di notare l’ipocrisia. Né possono farlo gli avvocati della difesa. C’è uno scienziato pagato profumatamente per leggere alcuni documenti (o memo) che contemporaneamente continua a supportare gli attivisti che criticano i ricercatori finanziati dall’industria o che potrebbero prendere decisioni spinti da “motivazioni economiche“.

Il lato positivo è che quando l’industria finanzia la ricerca, di solito rivela i propri finanziamenti. Mi chiedo se il dottor Portier sia altrettanto trasparente su chi paga il suo affitto?

 

Portier: nessuna trasparenza

Il contratto di Portier con lo studio legale prevede, come molti rapporti giuridici, una tassativa riservatezza. Una sorta di privilegio “avvocato-cliente”, ma per scienziati. In altre parole, Chris poteva essere pagato fino a quando non avesse dichiarato di agire come consulente legale.

A Portier non era pertanto consentito – vincolato dal contratto – di essere trasparente. Non poteva dire ai media, alle riviste, ad altri esperti chi pagava il suo affitto. Infatti, se qualcuno avesse cercato di costringere il buon scienziato a divulgare le sue fonti di finanziamento, Portier avrebbe potuto chiedere l’intervento dei suoi avvocati. Ora chiamatemi ingenuo, ma pensavo che tale tipo di protezione fosse data solo ai contabili mafiosi.

Durante la deposizione, l’avvocato della difesa ha passato in rassegna ogni riunione, ogni carta, lettera o attività e Portier ha ammesso, in ogni punto, di non aver identificato il conflitto di interesse o riconosciuto gli studi legali. Ma continua ad attaccare Monsanto su questo.

Così Portier viaggia nel mondo, incontra il Commissario Europeo per la Sanità, si reca all’Agenzia Europea per le sostanze chimiche per un the, consiglia il Bundestag tedesco e si incontra con quasi tutti i ministri della salute o dell’ambiente in tutta l’Unione Europea che combattono la battaglia per abolire il glifosate, mentre allo stesso tempo mette sotto torchio Monsanto. Ma nella parte più nascosta della sua mente ci sarebbe dovuta essere una paura latente e fastidiosa che alla fine qualcuno gli avrebbe chiesto, durante una conversazione,: “Dimmi, Chris, chi finanzia le tue attività?“.

Al momento della deposizione, quando tutto fu finalmente reso pubblico, Portier avrebbe dovuto essere stanco di portare questo fardello.

Al contrario, Christopher Portier sembrava a suo agio nel mentire sulle sue entrate, arricchendo la storia con esagerazioni. Avrebbe raccontato ad un giornalista che “nessuno gli aveva pagato un centesimo” e che “non aveva alcun conflitto di interessi” quando invece aveva ricevuto almeno 160.000 dollari per le sue consulenze. “Sul serio Chris? Hai davvero usato quella parola quando in realtà sei stato completamente “comprato”?

Nella difesa di Portier, ci potrebbe essere una questione legata semplicemente all’ignoranza; Portier potrebbe essere un’altra di quelle persone che pensano che il “conflitto di interesse” accada solo a malvagi che si occupano di corporate. Nel CV che ha depositato nella sua relazione, Portier non ha menzionato il suo lavoro per l’Environmental Defense Fund. Anche durante la deposizione ha sbeffeggiato le persone che avevano pensato che il suo lavoro per EDF avrebbe potuto rappresentare un conflitto di interessi.

Dopo la pubblicazione della sua deposizione, i suoi committenti hanno dovuto fare marcia indietro. Quando si è presentato di fronte al Parlamento Europeo ieri, Portier ha ammesso per chi stava lavorando.

La nuova manna Anti-Corporate

C’è stata molta attenzione su come l’industria influenzi la politica, ma scarsa su come alcuni studi legali che si occupano di class action stiano usando prove delicate (di solito provenienti dallo IARC) per organizzare contenziosi su larga scala contro le grandi corporation.

Durante il periodo delle cause contro le multinazionali del tabacco, è emersa una certa razza di avvocato: quello che identifica le vittime e negozia rapidi accordi. I guadagni sono cresciuti, o grazie a grandi vittorie o grazie ai patteggiamenti. Gli avvocati attirano le vittime con politiche a zero costi e il pagamento delle spese legali solo quando si ottiene un indennizzo (a volte fino al 50%).

Ma una volta che l’industria del tabacco ha negoziato una tregua con il governo americano (in cambio di un po’ di onestà sugli effetti del fumo), questi avvocati dovevano trovare nuovi argomenti e nuove vittime per fare cassa. Ogni monografia pubblicata dallo IARC rappresenta un nuovo potenziale settore dell’industria che nutre questi serpenti.

Questi studi legali si rivolgono anche alle campagne e ai dibattiti politici per alimentare l’indignazione pubblica nei confronti delle vittime di presunti illeciti aziendali, gestiscono in maniera efficace siti di comunicazione e nel caso di Weitz & Luxenberg (tra i principali finanziatori di Portier), lavorano con ONG, quali US Right to Know.

Questo è ciò che chiamo il “Principio di Oreskes”. Naomi Oreskes ha organizzato nel 2012 una conferenza con l’“Union of Concerned Scientists”, di cui fanno parte alcuni avvocati piuttosto scrupolosi, rappresentanti di ONG e accademici. Questa strategia sconvolgente cerca di mettere le aziende sotto la continua pressione di contenziosi fino a quando cambiano strategia o falliscono. Nel 2012, hanno trovato il modo di citare in giudizio le compagnie petrolifere come ExxonMobil in relazione al cambiamento climatico e, alcuni anni dopo, l’avvocato generale di New York ha citato la Exxon (e i suoi consulenti) a comparire per una possibile causa per avere ingannato gli investitori sui potenziali effetti del cambiamento climatico.

L’obiettivo principale del Principio Oreskes è quello di condurre campagne emotive, prima di comparire in tribunale, creare una tale indignazione pubblica che nessuna giuria sarebbe più in grado di essere oggettiva o di separare i fatti dalla campagna di denigrazione. Manipolare la percezione del pubblico, creare paura o indignazione collaborando con attivisti, guru e ONG, trovare un capro espiatorio e fare causa a chiunque. Suona familiare?

Questa strategia è messa in scena non solo con Monsanto: Johnson & Johnson sta attualmente combattendo contro oltre 4500 cause (con una recente sentenza di dover pagare 417 milioni di USD) dovute al sospetto legame tra cancro e polvere di talco (tratto da un’altra infelice monografia IARC).

Ci sono diversi altri esempi di class action trainate dai risultati dello IARC (da alcuni solventi industriali ai gas di scarico diesel). Con ogni monografia basata sui pericoli, IARC sta riempendo le tasche di avvocati senza scrupoli che estorcono denaro alle vittime e ingannano giurie scientificamente impreparate. Basta inserire un consulente legale proveniente dal gruppo di lavoro monografico originale per aggiungere credibilità e aspettare che i soldi comincino ad arrivare.

Un problema che ho con questo sistema (in realtà, ho decine di problemi con questo modello) è che gli studi legali (in particolare la razza “class action”) non sono affatto trasparenti. Sappiamo, ad esempio, che Weitz & Luxenberg sta lavorando con USRTK, lo ammettono, ma non sappiamo quanto pagano la ONG per assoggettare i potenziali giurati o se stanno finanziando altre ONG. Quanto questi studi legali sostengono gruppi di attivisti?

Ci si chiede quanto IARC sia a conoscenza di ciò, quanto giochino con queste cause e se gli scienziati del gruppo di lavoro siano consapevoli del potenziale reddito che avrebbero a disposizione come “consulenti di causa”. Chiaramente Portier lo sapeva e avrebbe dovuto solo aspettare che l’inchiostro della monografia si fosse asciugato per poter incassare il suo guadagno.

Portier, in una e-mail agli amministratori di IARC, ha preso su di sé il fardello di salvare eroicamente la monografia IARC sul glifosate e di preservare la reputazione dell’Istituto in qualità di leader nella lotta per modificare il processo di revisione delle sostanze. Nel messaggio pubblicato qui, Portier ha promesso con vigore ai suoi amici dello IARC di essere il difensore dell’agenzia! Ciò significa che Portier è stato il principale difensore sia dello IARC sia della decisione sul glifosate.

Allora cosa significherebbe il disonore di Portier per la monografia IARC? Se la monografia fosse ritirata, cosa succederebbe a tutte le azioni legali contro Monsanto? Cosa accadrebbe a tutti gli “amabili” compensi per consulenza?

Non credo che Portier abbia lavorato così instancabilmente negli ultimi due anni per la necessità di difendere l’esattezza della scienza o la preoccupazione per la salute pubblica, ma piuttosto, se lo IARC fosse costretto a ritirare questa monografia:

  • le migliaia di cause depositate contro Monsanto andrebbero perdute,
  • il contratto di consulenza lucrativo di Portier con questi due studi legali di diritto sarebbe perso
  • la sua reputazione scientifica sarebbe persa

Così, per avidità personale, Christopher Portier ha condotto un attacco di due anni contro l’EFSA e il BfR per minare la loro credibilità scientifica riguardo al glifosate, visitando capitali europee, interferendo in attività di agenzie di regolamentazione e vivendo una vita nel completo inganno!

Ma la scienza non è questo. Glifosate è risultato non cancerogeno secondo ogni standard di valutazione dei rischi. Nessun’altra agenzia ha sostenuto la controversa conclusione di IARC. Non una!

Ora arriva la parte veramente tremenda di questa terribile storia.

Portier è anche un esperto?

Prima di essere salito alla ribalta come consulente speciale esperto della monografia 112 sul glifosate dello IARC, Christopher Portier ha ammesso, nella sua deposizione, di non aver mai lavorato su questa molecola, di non avere mai considerato nessuna delle prove sulla sua cancerogenicità. È un esperto di statistica che ha lavorato in passato su un’ampia gamma di argomenti, tra cui i telefoni cellulari.

Molti si chiedono innanzitutto per quale motivo lo IARC abbia invitato Portier a esser l’unico consulente esperto se non ha mai lavorato, non ha mai pubblicato o non è ha mai avuto nessun coinvolgimento nella comunità tossicologica che si occupa di pesticidi in generale e del glifosate in particolare. Beh, chiunque abbia esaminato quella piccola agenzia di Lione capirà che lo IARC non è molto scientifico, ma più un club di scienziati attivisti e di interessi speciali. Kurt Straif e Kate Guyton conoscevano Chris molto bene: la capacità scientifica reale non importava!

Ancora più interessante è il motivo per cui Portier ha deciso di essere d’aiuto in questa funzione vitale su ciò che sapeva sarebbe stata una monografia controversa dato che non aveva un backgound accademico credibile, chiaramente un conflitto di interessi (lavorando per un’organizzazione anti-pesticidi) e nessun vero motivo per essere coinvolto. Ha accettato questo compito per via del contratto vantaggioso che avrebbe ottenuto come consulente degli studi legali che sapeva già in anticipo avrebbero avuto intenzione di fare causa a Monsanto? Per via del suo odio per la scienza a servizio dell’industria e delle cospirazioni di Monsanto che erano già state pubblicate? Era suo desiderio cambiare l’approccio alla valutazione dei rischi (con il glifosate come rampa di lancio)? Probabilmente tutte queste ragioni insieme, ma credo che il suo operato dopo la pubblicazione IARC sia stato ampiamente guidato dall’interesse personale e dall’avidità. Una cosa è chiara, il suo ragionamento non è stato guidato da alcun desiderio di far avanzare la scienza o assicurare una sana politica basata sulla scienza!

Se Portier avesse lavorato per Monsanto …

Christopher Portier ha agito per un chiaro interesse personale, non ha rivelato da chi era pagato per fare lobby ai più alti livelli, ha uniformato i suoi interessi alla convinzione che glifosate fosse cancerogeno e ha portato le persone a credere che fosse un esperto di glifosate. Le sue azioni agguerrite hanno tolto fiducia nella scienza, nei regolamenti e nell’agricoltura convenzionale. Si è schierato con un esercito di lobbyisti e attivisti che per interessi personali stanno incolpando Monsanto con ciò che Christopher ha ammesso nella sua deposizione di aver fatto.

La scienza non è dalla parte di Portier … per niente. Né la verità. Né le norme di base dell’umana decenza.

Domani terrò una conferenza e vedrò il mio cardiologo. Questo blog può avere un po’ di diffusione, forse una ripresa o due tra chi concorda che la scienza debba essere rispettata. I lobbysti del “naturale” lo ignorano in gran parte e continuano ad attaccare Monsanto (potrebbero dire, con un tono machiavellico, che Chris ha dovuto farlo per mostrare alla gente quanto sia terribile Monsanto). Gli ingegnosi abili scrittori nel movimento possono addirittura elevare Portier al livello messianico perché ho usato aggettivi poco rispettosi (e sarò attaccato da tutte quelle persone pagate per creare odio). Entro la prossima settimana, questo post sarà dimenticato e scriverò qualcosa di simile sui prodotti chimici considerati come interferenti endocrini.

Come usciamo da questa narrazione incredibilmente stupida? Come possiamo far aprire gli occhi e far capire che l’intero movimento per vietare il glifosate, danneggiare gli agricoltori e influenzare i consumatori è basato su avidità e bugie? Come portiamo gli enti di controllo a mostrare il proprio coraggio e fare il proprio lavoro?

Non posso rispondere a questo… posso solo sperare che anche altri inizino a farsi queste domande.

Commento personale (di Zaruk)

Molti seguaci di Risk-Monger avranno notato le offese che ho ricevuto nelle ultime settimane, in particolare nei media belgi e francesi, legati alla campagna anti-glifosate, con affermazioni infondate su di me come poster-boy della lobby di Monsanto. Ricorderete come ho iniziato le mie critiche sulla monografia 112 di IARC oltre 30 mesi fa, appena dopo la pubblicazione dei loro risultati sul glifosate, con i media principali che pubblicano lo scandalo dello IARCgate solo un anno dopo e solo dopo che gli attivisti sono riusciti a far chiudere la mia vecchia pagina blog a causa della mia difesa del glifosate. Vedrete gli attacchi quotidiani su di me sui social media (ieri circa 300 insulti sul mio account twitter) e vi stupirete di quanto mi senta scagionato leggendo le scioccanti deposizioni di Portier.

Mi sento piuttosto triste.

Triste per ciò che questi attivisti hanno fatto alla reputazione della scienza.

Triste per la perdita di fiducia dell’opinione pubblica nelle agenzie che regolano i prodotti fitosanitari.

Triste per come gli agricoltori siano stati lasciati senza voce, persi nel volume degli attacchi opportunistici da parte della lobby dell’industria alimentare biologica.

Triste che la deposizione di Portier è apparsa da una settimana e io sia la prima persona a sollevare l’attenzione su di essa.

Triste che i regolatori a Bruxelles vedono queste informazioni, ma continuano a muoversi in direzione dell’eliminazione del glifosate dal mercato, per paura del feroce mobbing che questa lobby ha creato in ogni parte dell’Europa.

Mi vergogno che personaggi come Carey Gillam dell’USRTK, Martin Pigeon di CEO e Bart Staes del Green Party, erano ieri al Parlamento Europeo condannando Monsanto e mettendo in dubbio la sicurezza del glifosate quando conoscevano benissimo le bugie e l’inganno del lavoro disorganizzato di IARC e di Christopher Portier (seduto accanto a loro), su cui si appoggiavano le loro intere campagne.

È triste che oggi s’ignori il fatto che l’intero attacco a glifosate si basi su menzogne ​​e avidità e senza fatti scientifici, e domani, Carey, Martin, Bart e migliaia di altri lobbisti attivi e ben pagati torneranno e metteranno tutto il loro odio e l’energia per vietare un prodotto agricolo che dà benefici, non per ragioni ambientali o per la salute pubblica, ma semplicemente per vincere… per vincere una campagna cinica finanziata da un settore che sta costruendo il proprio mercato creando paura nei consumatori.

È triste pensare che domani tornerò, invano, a cercare di convincere la gente a vedere queste menzogne​.

Suppongo che l’integrità non paghi l’affitto.

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Di seguito, la traduzione dell’interrogatorio a Christopher Portier: non c’è bisogno di commentare, l’ha già fatto David Zaruk. A noi basta leggere.

Pagina 75

D. Lei ha lavorato per più di sette mesi come consulente pagato per l’avvocato dei ricorrenti in questa controversia, è corretto?
R. È corretto.
D. Lei è stato ingaggiato come consulente privato per l’avvocato dei ricorrenti nove giorni — entro nove giorni dalla pubblicazione dell’articolo di The Lancet che annunciava la classificazione 2A del glifosato della IARC, è corretto?
R. Mi dice dov’è la data?
D. Possiamo mostrargliela.
R. Eccola qui, 29 marzo del 2015.
Sembra che sia così.

(Commento di David Zaruk) Sembra una sorta di porta girevole: prima un lavoro per classificare una sostanza, poi un lavoro per perseguire le aziende.

Pagina 96

… Diceva che è avvenuto quattro mesi, credo, più o meno, dopo che sono stato pagato dall’avvocato dei ricorrenti per giudicare la valutazione dei rischi dell’EPA, è corretto.
D. Ed entro quella data, di fatto, lei ha inviato tre fatture separate all’avvocato dei ricorrenti per il suo lavoro nella controversia sul glifosato, è corretto?

AVV. GREENWALD: Obiezione, forma.

R. Mi dice di nuovo in che data?
D. Ottobre del 2016?
R. Ottobre 2016.
Sì, ho inviato tre fatture.
D. Nel giugno 2017, che è l’ultima fattura che abbiamo, lei ha addebitato all’avvocato dei ricorrenti qualcosa più di USD 160.000 per il suo lavoro nella preparazione delle analisi del glifosato, è corretto?

AVV. GREENWALD: Obiezione, forma.

R. Non ho idea di quale sia il totale, ma può essere. È una somma ingente.
D. E da allora — come ho detto l’ultima fattura che abbiamo è datata, credo che sia del 18 giugno 2017, per il periodo — fino al 13 giugno 2017.

(Commento di David Zaruk) Non ha idea di quale sia il totale??? Io di un accredito di 160.000 dollari sul mio conto me ne accorgerei!

Pagina 99

…. Una release del sottogruppo Clark dell’EPA sul glifosato che è stata pubblicata, credo, nel marzo o giugno o aprile del 2016, mentre i commenti fatti in seguito quell’anno erano sul progetto di valutazione dei rischi dell’EPA.
D. Torniamo all’e-mail del 30 giugno 2016.
Lei ha detto che era un riesame di un documento di due pagine?
R. Fattura del 30 giugno —
D. 2016.
R. È un documento tecnico di due o tre pagine, sì.
D. Lei ha addebitato all’avvocato dei ricorrenti 19 ore per il riesame di quel documento, è corretto?
R. Sì.
D. Dunque lei ha impiegato 19 ore per riesaminare un documento di due pagine?

AVV. GREENWALD: Obiezione sulla forma.

R. Se lei ha il documento possiamo dare un’occhiata al tempo. Ma è un documento molto tecnico. Richiede di tornare indietro e analizzare la sperimentazione sugli animali,

(Commento di David Zaruk) Mi chiedo quanto fatturerà Chris per leggere il mio blog…

Pagina 132

D. Nella sua presentazione visuale al Ramazzini Days, nella conclusione lei afferma che — lei parla di attività economicamente motivate che hanno influenzato le ricerche scientifiche sul glifosato, è corretto?

AVV. GREENWALD: Obiezione, forma.

R. Qualche volta dovrei prestare più attenzione a quel che scrivono i miei coautori. È quello che dice.
D. Lei non rivela in alcun punto di questa presentazione visuale il suo ruolo di esperto pagato per l’avvocato dei ricorrenti nella controversia di diritto privato contro Monsanto, vero?

AVV. GREENWALD: Obiezione, forma.

R. Non specificamente. Mi presento come consulente sulla salute dell’ambiente.
D. Di nuovo, solo perché sia chiaro, Lei non rivela il fatto che era un consulente pagato dall’avvocato dei ricorrenti nella controversia di diritto privato contro Monsanto?
R. È corretto.

(Commento di David Zaruk) Ma come osano questi scienziati essere motivati da interessi economici?

Pagina 82

D. Il 29 marzo 2015 lei ha convenuto che non avrebbe rivelato il suo lavoro per l’avvocato dei ricorrenti a mass media, riviste specializzate, pubblicazioni professionali, pubblico e altri presunti esperti, è corretto?
R. Corretto.
D. Lei ha convenuto di incaricare l’avvocato dei ricorrenti di rappresentarla se qualcuno avesse cercato di costringerla a rivelare questa informazione, è corretto?
R. Credo che sia quello che dice la parte C.
D. E lei ha iniziato a fatturare all’avvocato dei ricorrenti il suo tempo il — e questa è la prima fattura allegata — 17 giugno 2015, è corretto?
R. Sì.
D. Lei ha avuto una riunione con il sig. Lundy il 17 giugno 2015, e poi un secondo meeting con il sig. Lundy e l’avv. Greenwald il 19 giugno 2015, è corretto?
R. È corretto.
D. Il 19 ottobre 2015 lei ha inviato all’avvocato dei ricorrenti una fattura per il suo lavoro per loro conto da giugno 2015 a ottobre 2015, è corretto?

Pagina 83

R. Sì.
D. E lei ha lavorato come consulente pagato dall’avvocato dei ricorrenti per tutto il tempo in cui lei ha discusso del glifosato con gli organi di regolamentazione negli Stati Uniti e in Europa, è corretto?

(Commento di David Zaruk) Mi chiedo cosa pensa di tutto ciò San Martino della Trasparenza [Martin Pigeon, del Corporate Europe Observatory]. Sono certo che cercherà di raccontarcela!

D. Lei inizia la sua deposizione all’EPA nell’ottobre 2016 con un disclaimer, è corretto?
R. Questo lavoro era stato fatto con una mia attività di ricerca personale e nel mio tempo libero. Sì.
D. E Lei afferma — Lei ha detto all’EPA, e a chiunque altro stava assistendo alla sua deposizione, che non aveva, cito, “ricevuto alcun rimborso per alcuno di questi

Pagina 89

… commenti, è corretto?
R. È corretto.
D. E durante lo stesso periodo di tempo, lei aveva dichiarato pubblicamente, cito, nessuno mi ha pagato un centesimo per fare ciò che sto facendo con il glifosato. Non ho alcun tipo di conflitto, è corretto?

AVV. GREENWALD: Obiezione, non è ciò che dice questo.

D. Diamo un’occhiata a questo documento.

(Commento di David Zaruk) Ci sono volute quattro pagine all’avvocato della difesa per convincere Chris che aveva mentito con sfacciataggine.

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Di seguito, la traduzione dell’inserzione pubblicitaria a pagamento dello studio legale Weitz & Luxemberg:

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[ Ritaglio di giornale ]

 

L’inserzione dello studio legale Weitz & Luxemberg P.C.

 

<<Attenzione!

Applicatori di erbicidi e agricoltori!

Vi hanno diagnosticato un cancro, dopo che siete stati esposti all’erbicida glifosate?

Se sì, lo studio legale Weitz & Luxemberg P.C. è interessata a parlare con voi immediatamente, perché potreste essere candidabili a una compensazione finanziaria.

L’Organizzazione mondiale della Sanità ha recentemente riconosciuto che glifosate, l’ingrediente attivo dell’erbicida Roundup, ha il potenziale di causare il cancro negli Umani. Altri erbicidi che contengono glifosate sono Rodeo®, Aquanet® e Aquastar®.

Glifosate è stato usato nella coltivazione di mais, soia, barbabietola da zucchero, erba medica, cotone, grano, sorgo, colza e molte altre colture.

In circa tre decadi Weitz & Luxemberg P.C. ha rappresentato migliaia di individui danneggiati dall’esposizione a prodotti tossici e sono desiderosi di parlare con voi circa il vostro possibile caso. Per un consulto confidenziale e gratis chiamate al xxxxxxxx, o visitate il nostro sito yyyyyyyy

(Caccia alle vittime del cancro: in caratteri minuscoli: “Se non viene concesso un indennizzo, non si addebitano né spese né onorari!”)

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Gli imbonitori dei circhi, del resto, solevano dire:

Venghino venghino! Siòr siòri! Più gente c’è, più bestie di vedono!

 

Bolle contro balle: il Prosecco tra allarmismi e verità dei numeri

Viticoltura: storia, cultura, economia e presidio del territorio. (Foto L. Ferraro)

Viticoltura: storia, cultura, economia e presidio del territorio. (Foto L. Ferraro)

Dipinta come una provincia malsana a causa della viticoltura intensiva, quella di Treviso si posiziona invece ai vertici regionali e nazionali quanto a statistiche oncologiche

Di Facebook si dice a volte peste e corna. I social, del resto, sono vere autostrade per le bufale, le cosiddette post-verità o le fake news. Tre modi diversi per descrivere l’attitudine a mistificare la realtà per fini personali, associativi, ideologici o economici.

Per fortuna su Facebook si possono anche creare reti di contatti preziosi, utili per arricchire le proprie conoscenze e, perché no, fare meglio il proprio lavoro. Recentemente mi è capitato di entrare in contatto con Paola Dama, laureata con lode in Scienze Biologiche all’Università Federico II di Napoli e oggi dottore di ricerca in oncologia molecolare e farmacologia presso l’Università di Chicago. Paola è cioè uno dei famosi cervelli che sono dovuti andare all’estero per esprimere al meglio le proprie potenzialità come scienziati. Parallelamente, tramite il sito Task Force Pandora svolge attività di divulgazione su un tema delicato come quello della Terra dei Fuochi, teatro spesso di allarmismi incontrollati di cui in futuro si spera fornire puntuali approfondimenti.

Grazie a Paola, intanto, chi scrive è riuscito ad accedere a fonti preziose per affrontare un tema a lui caro, ovvero il trinomio Prosecco-Treviso-Tumori. Un trinomio più volte rilanciato da tv, giornali e internet, sempre fornendo di quell’area geografica e di quella coltura un’immagine agghiacciante, con incantevoli paesini spacciati per capitali nazionali dei tumori pur avendo solo due casi di un tipo di cancro e zero di tutti gli altri, oppure madri che piangono la morte per leucemia di figli che in realtà oggi sono adulti, vivi e vegeti. Una tale sarabanda di fesserie che perfino le Autorità sanitarie locali sono scese in campo per smentirle.

Indagando meglio, infatti, si scopre che esiste un sito, “Registro Tumori Veneto” che riporta le statistiche oncologiche della Regione Veneto, divise per età, sesso e Ussl di appartenenza. Come pure che esiste un altro sito, “Mortalità Evitabile” che condivide altre statistiche utilissime, espressione del livello di efficienza delle diverse assistenze sanitarie ai malati oncologici suddivise per regioni e province. Ma andiamo per ordine.

 

Numeri reali, fobie immotivate

In Veneto, secondo le statistiche, sarebbero stati registrati nel 2015 nuovi casi di tumore in ragione di 17.680 a carico dei maschi e 14.888 per le femmine, per un totale di 35.568 nuovi malati di cancro. Sapendo che la popolazione del Veneto era nel 2015 pari a 4.925.000, la percentuale di nuovi malati sul totale ammonterebbe cioè allo 0,72%. Rifacendo i conti per la USSL7, nell’occhio del ciclone proprio per i tumori e i pesticidi legati alla produzione di Prosecco, ad ammalarsi di tumore sarebbero stati 765 maschi e 545 femmine, pari a un totale di 1.310. Sapendo che la popolazione di competenza della USSL7 è di 217.607 (al 31/13/2014), l’incidenza 2015 sarebbe pari allo 0,6%. Cioè inferiore alla media regionale. In altre parole, quell’area è tutt’altro che la fucina di malattie oncologiche millantata da movimenti politici, associazioni ambientaliste, tv, giornali e bizzarri ipocondriaci che hanno trovato nell’attivismo anti-pesticidi un riempitivo per le proprie paturnie.

 

Territori collinari dell'area del Prosecco. Forte l'integrazione di viticoltura, paesaggio e contrasto del dissesto idrogeologico grazie al presidio esercitato dagli agricoltori (Foto: L. Ferraro)

Territori collinari dell’area del Prosecco. Forte l’integrazione di viticoltura, paesaggio e contrasto del dissesto idrogeologico grazie al presidio esercitato dagli agricoltori (Foto: L. Ferraro)

 

Tumori & Tumori

Che poi, si fa presto a dire “tumori”. Quali? Sempre nel medesimo sito si possono trovare altre statistiche interessanti, ovvero quelle relative alle incidenze dei singoli tipi di cancro e gli andamenti in funzione dell’età. In Veneto negli anni fra il 1990 e il 2005 vi sarebbe stato in effetti un incremento delle patologie oncologiche di circa il 25% in entrambi i sessi. Nel 1990 su 100 mila abitanti si segnarono infatti 555 nuovi casi di tumore fra i maschi e 424 fra le femmine, mentre nel 2005 tali cifre sarebbero salite rispettivamente a 684 e 534.

Una ecatombe misteriosa? Hanno ragione gli strilloni dell’Apocalisse? No. Applicando ai dati i tassi d’incidenza specifici in funzione dell’età, fattore principale nell’incidenza tumorale, solo il 5% di aumento sarebbe indicativo di un aumento del rischio, ovvero 7 maschi e 38 femmine ogni 100 mila abitanti, mentre il restante 20% sarebbe semplicemente dovuto all’invecchiamento della popolazione. In altre parole, se si vive più a lungo un rovescio della medaglia pur si trova.

Quel 5% deve sicuramente destare attenzione, al fine di comprendere quali siano i fattori di rischio principali, ma di sicuro, proseguendo nell’analisi delle statistiche venete, sarebbero calati del 41% i tumori alle vie aerodigestive superiori, i cosiddetti Vads, ovvero neoplasie a carico di lingua, bocca, orofaringe, rinofaringe, ipofaringe, faringe, laringe. Questo solo nei maschi, però, perché nelle femmine tali tumori sarebbero saliti in 15 anni del 10% circa. Essendo legati spesso tali tumori ad alcol e fumo, forse urgerebbe dare consigli appropriati al gentil sesso veneto, anche perché tale tendenza si replica negli specifici tumori ai polmoni, calati nei maschi del 37-38% mentre nelle femmine sarebbero saliti del 12-13%.

In calo per tutti, invece, i tumori all’esofago (-39% nei maschi, -25% nelle femmine), le leucemie (-21% per entrambi i sessi), al fegato (-13% nei maschi, -7% nelle femmine), alla vescica (-12%, nei maschi, -13% nelle femmine) e Linfomi di Hodgkin, calati solo nei maschi del 10%, mentre nelle femmine sono aumentati del 4% circa.

Fra quelli che hanno segnato gli incrementi più marcati vi sono i tumori alla cute, ove i melanomi sarebbero aumentati del 78 e del 44% rispettivamente per maschi e femmine, mentre sarebbero saliti del 110% anche i tumori alla prostata, tipici appunto dell’età più avanzata, e al testicolo, saliti dell’80%. Ma a far suonare ancor più forte il campanello d’allarme sarebbero i tumori alla tiroide, aumentati in 15 anni del 147% nelle femmine e del 100% nei maschi. È noto infatti che le donne sono più esposte a questo tipo di tumore. Fortunatamente, questo rappresenta meno dell’1% di tutte le forme tumorali riscontrate in Veneto fra il 2008 e il 2010 (314 su 33.987 nuovi casi nel periodo considerato) e solo il 5% delle forme tumorali alla tiroide risulterebbero maligne.

In ogni caso, secondo l’Airc, tali tumori colpirebbero le donne quattro volte tanto rispetto agli uomini. Il decorso è però lento, tanto che circa il 30% delle tiroidi esaminate in corso di autopsia, causa morti diverse, presenterebbe una forma tumorale alla tiroide non diagnosticata in vita. Fra i fattori di rischio accertati vi sarebbe il cosiddetto “gozzo”, nato da carenze croniche di iodio, ma anche l’esposizione a radiazioni. Non a caso tali tumori sarebbero più frequenti in pazienti trattati per altre forme tumorali tramite radioterapia al collo. Tra le varie forme di tumore alla tiroide ve ne è poi una, quella cosiddetta “midollare”, associabile alla sindrome nota come “neoplasia endocrina multipla di tipo 2”, la quale avrebbe una base genetica ereditabile.

Di certo, tiroide, testicolo e prostata sono ghiandole. I dati su di essi rendono quindi necessario investigare con crescente attenzione, perché le sollecitazioni al sistema endocrino umano sembrano essere molteplici, dagli ftalati, plastificanti proibiti di recente, ai Pcbs, tutt’oggi nell’ambiente a causa della loro persistenza. Biberon e altri materiali plastici contengono, sebbene in dosi ritenute sicure, Bisphenol A, responsabile anche di ipofertilità maschile. Sospetti interferenti endocrini sono pure diossine e furani, derivanti dalla combustione incompleta della sostanza organica contenente cloro. Servirebbe quindi una valutazione molto più ampia del problema rispetto al dito puntato sui viticoltori. Perché i problemi complessi non hanno mai una risposta comoda e semplice.

 

A dispetto di chi pubblica foto di aerei ed elicotteri che inondano pesticidi, le attrezzature oggi a disposizione stanno puntando decisamente al rispetto di ambiente e salute

A dispetto di chi pubblica foto di aerei ed elicotteri che inondano pesticidi, le attrezzature oggi a disposizione stanno puntando decisamente al rispetto di ambiente e salute

 

Aspettative di vita

Ma il carteggio con Paola Dama ha fornito ulteriori spunti di ragionamento. Ovvero quelli sulla differenza fra incidenza e mortalità, spesso confusi fra loro, un po’ per ignoranza, un po’ per malafede. Ovvero quello che accade pure coi tanto vituperati “pesticidi”, per i quali si confondono artatamente i concetti di “presenza” e di “pericolo”, oggi nei cibi, domani nelle acque.

Vi sarebbe infatti uno studio che avrebbe calcolato la cosiddetta “mortalità evitabile“, ovvero quante persone sono morte in un anno in Italia per colpa delle inefficienze del servizio sanitario nazionale, regione per regione, provincia per provincia. Secondo il Progetto MEV(i), in base ai dati Eurostat, nel 2014 sarebbero state oltre 103 mila le morti evitabili avvenute nei primi 75 anni di vita. Anche in questo caso i maschi sono quelli messi peggio, coi due terzi dei casi (66.284 contro 37.312 casi nelle femmine).

Dalle mappe cromatiche riportate nel sito si evince come la mortalità evitabile complessiva vari molto a seconda dell’area geografica. Fanalino di coda la Campania, motivo quindi alla base del grande impegno profuso da Paola Dama, mentre le migliori sarebbero le macro zone che abbracciano Toscana, Umbria e Marche e poi Veneto, Trentino e Alto Adige.

Sommando gli anni di vita persi rispetto a quelli attesi, convertendoli in giorni e dividendoli infine per gli abitanti delle diverse aree, si stima quindi il numero di giorni di vita persi in media da ogni cittadino su base annua.

Mentre in Campania, ultima in classifica, tale valore sarebbe pari a 29,24, con un massimo di 30,79 a Napoli, Treviso appare di gran lunga la migliore d’Italia, con 19,65 giorni persi in un anno dai maschi e 10,67 dalle femmine. In altre parole, non solo non è vero che la provincia del Prosecco è l’epicentro delle patologie tumorali, ovvero dell’incidenza, ma non è neanche vero che sia la capitale dei morti di cancro come invece viene fatta passare. Anzi, pare proprio che vivere in provincia di Treviso sia un ottimo viatico per diminuire il rischio di ammalarsi di tumore e, anche se ciò dovesse accadere, pare sia la provincia in Italia dove si hanno le maggiori possibilità di scamparsela.

Il tutto, con buona pace dei paranoici, dei sobillatori di pance, degli ipocondriaci e degli editori, televisivi, web o cartacei che siano, i quali hanno trovato nella Provincia veneta un argomento lucroso sul quale vendere il proprio allarmismo.

 

Ogm Vs Bio: le sorprese del mais

Attacchi di piralide alle foglie del mais

Attacchi di piralide alle foglie del mais

 

L’opinione dominante attuale vuole gli ogm perniciosi per la salute, per la biodiversità e per l’ambiente in generale. Si reclama quindi l’alternativa Bio. Sicuri sia un affare?

La risposta, come spesso accade su tali argomenti, è no. Per lo meno stando ai numeri. Chiedere la proibizione di mais gm in Europa oppure opporsi alla loro autorizzazione in Italia, può quindi rivelarsi atteggiamento irrazionale e addirittura dannoso. Vediamo i perché analizzando il mais ogm per antonomasia qui in Europa: il MON810.

Il MON810, lanciato da Monsanto quasi vent’anni fa, fu uno dei primi mais resistenti agli attacchi delle larve di lepidottero, quelle che richiedono per lo meno un trattamento all’anno con insetticidi nelle aree ove le popolazioni di questi parassiti siano significative. Per conferire resistenza a tali attacchi venne trasferito al mais un gene prelevato da un batterio presente nel terreno, il Bacillus thuringiensis. Questo gene codifica per una proteina che risulta tossica per le larve di lepidottero, quindi se una pianta coltivata viene arricchita con questo gene acquisisce anch’essa la possibilità di sintetizzare la proteina/tossina trasformandosi a tutti gli effetti in una sorta di maestro di Aikido: non attacca nessuno, ma chi lo attacca fa una brutta fine. Su questo ultimo punto vi sono però posizioni differenti, ritenendo alcuni che il polline dei mais Bt possa invece depositarsi sulla vegetazione spontanea e uccidere le larve di falene e altre farfalle non pericolose per il mais. Lasciamo quindi la parola ai numeri per capire chi ha ragione.

 

Stessa proteina, usi differenti

L’efficacia insetticida delle delta-tossine Bt era conosciuta ben prima che si parlasse di ogm. Esistono infatti da tempo diversi preparati a base di un mix di tossina libera (la cosiddetta “delta-tossina”, appunto), spore di batteri e brodo di coltura, presenti nei vari formulati in proporzioni variabili. Questi vengono perciò utilizzati in agricoltura come insetticidi. Essendo poi basati su un microrganismo, tali insetticidi possono essere utilizzati anche in agricoltura biologica, la quale ne fa ovviamente ampio uso, non potendo in teoria utilizzare insetticidi chimici di sintesi.

Sull’Uomo la tossicità è quasi nulla. Bisogna mangiarne a cucchiaiate per avere un effetto avverso. Ciò perché il nostro apparato digerente è molto diverso da quello di una larva d’insetto. Quest’ultimo presenta l’intestino con pH alcalino, a volte fino a pH 10. Noi abbiamo invece uno stomaco in cui il pH è acido, scendendo sotto il valore di pH 2 durante la digestione. A tali valori il pepsinogeno si trasforma in pepsina, l’enzima che spacchetta le proteine ingerite nei loro componenti principali. La delta-tossina del Bt viene quindi demolita nel nostro stomaco al pari di altre proteine presenti nei cibi di origine vegetale e animale. All’intestino non arriva quindi intera, come avviene negli insetti, risultando perciò innocua. Al contrario, nell’intestino alcalino degli insetti diventa una sorta di groviglio di filo spinato che lede i tessuti e induce nelle larve l’incapacità di nutrirsi. Cosa che le porterà a morire d’inedia nel giro di poche ore o giorni.

A questo punto, esclusi eventuali problemi tossicologici per l’Uomo, sia a carico dell’insetticida, sia a carico degli ogm, proviamo a capire se vi sono differenze in termini ambientali fra i due approcci, ogm e bio, analizzando banalmente le quantità di tossina messe in gioco da ciascuno dei due.

Nei mais Bt, capaci come detto di sintetizzare autonomamente la proteina/tossina, le concentrazioni di questa variano molto in funzione dei tessuti vegetali presi in considerazione. Approssimativamente, mediando diversi studi di campo(1), i contenuti di delta-tossina Cry1Ab presente nel MON810, sarebbero stati misurati intorno agli 8-10 mg/kg di peso fresco nelle foglie, concentrazione che si rivela di fatto efficace nel contenere le larve di piralide, il principale parassita che attacca il mais nei nostri areali. Molto meno nella granella, scendendo le concentrazioni di delta-tossina a valori compresi fra 0,16 e 0,69 mg/kg. Ancor più basse le concentrazioni nel polline, con soli 0,09-0,097 mg/kg. Nel polline vi sono quindi concentrazioni di delta-tossina circa cento volte inferiori a quelle delle foglie, ovvero le parti di pianta attaccate dalla prima generazione di piralide.

Anche stando ai documenti dell’Epa(2), Environmental Protection Agency americana, le concentrazioni di delta-tossina nei pollini sarebbero molto basse. In tre differenti analisi di MON810 (Illinois, Nebraska, Indiana) nel polline sarebbe stata trovata infatti la delta-tossina Cry1Ab in concentrazioni che vanno da zero a un massimo di 0,079 µg/g di peso secco, corrispondenti a 0,079 mg/kg di polline. In linea quindi con i dati riportati dal parere dell’Ispra.

Infine, secondo i dati forniti da LG, un ettaro di mais in fioritura produce circa 250 kg di polline, pari quindi a un massimo di 20-22 milligrammi di delta-tossina Cry1Ab. Più del 90% del polline rimarrebbe peraltro confinato nel campo, mentre si sale praticamente al 98% spingendosi a soli 60 metri dai suoi bordi. Dei venti milligrammi circa di delta-tossina prodotta col polline ne uscirebbero quindi dai campi solo due o tre, pari a 2-3.000 µg (microgrammi = milionesimi di grammo). Di questi, solo 400-500 µg supererebbero la soglia dei 60 metri, diluendosi all’infinito nelle superfici più lontane. Praticamente un nulla.

Ragioniamo ora in termini di depositi di polline/tossina per metro quadro di terreno. Vista l’area interessata dalla deriva del polline, stimabile in diverse migliaia di metri quadri, intorno ai campi di mais si possono depositare al massimo pochi grammi di polline per metro quadro di terreno (4-5 g/m2). E questo solo nei metri quadri a ridosso del campo e ipotizzando che tutto il polline vada in una sola direzione. Cioè il caso limite. Ciò significa che di tossina se ne può riscontrare solo 0,3-0,4 µg/m2, cioè frazioni di milionesimi di grammo per metro quadro di terreno. Una dose del tutto inefficace nel controllo delle larve di lepidotteri. Quindi innocua anche per le specie non bersaglio che si nutrono di piante spontanee.

 

Mais bio: di più o di meno, signò?

Cosa succede invece se coltiviamo mais seguendo protocolli di agricoltura biologica? Non possiamo ovviamente utilizzare ogm, né insetticidi di sintesi. Quindi useremo prodotti a base proprio di Bacillus thuringiensis. Sul mercato ne esistono diversi, tutti riportanti in etichetta la potenza insetticida espressa in UI, ovvero le Unità Internazionali. Un vero ginepraio provare a convertire questa unità di misura in milligrammi. Per fortuna esistono le etichette ministeriali degli insetticidi registrati presso il Ministero della Salute. Fra queste si trovano anche quelle dei prodotti a base Bt, come per esempio quella di Agree, distribuito in Italia da Certis Europe, facente capo alla giapponese Mitsui. Useremo quindi la sua etichetta per fare le debite comparazioni con le quantità di delta-tossina nel polline del MON810.

La potenza insetticida di Agree, dichiarata in etichetta ministeriale, è pari a 25.000 UI/mg di formulato. È tanto o è poco? Risposta impossibile per un non-agronomo. Per fortuna, su 100 grammi di prodotto si evince anche come ve ne siano 50 considerati “sostanza attiva”, suddivisi in tal modo: 3,8 grammi di delta-tossina in forma libera e 46,2 grammi di spore e brodo di coltura. I restanti 50 grammi di prodotto sono invece coformulanti. Sempre scorrendo l’etichetta, si apprende che su mais Agree va applicato a dosi di 1-1,5 kg/ha. Solo di delta-tossina in forma libera ne vengono quindi applicati da 38 a 57 grammi per ettaro. A questi vanno poi aggiunte le spore e il brodo di coltura. In totale, gli agenti attivi distribuiti su un ettaro di mais con un solo trattamento di Agree vanno dai 500 ai 750 grammi. E i fenomeni di deriva, cioè quelli che portano gli aerosol insetticidi anche fuori dai campi, sono presenti pure nei trattamenti fitosanitari, anche a valori superiori al 10% visto per il polline di mais. Di prodotti analoghi ad Agree, peraltro, ve ne sono tanti, anche con potenze fino a 90.000 UI/mg di prodotto. Questi sono applicabili nel mais a dosi di 1-1,2 kg/ha, quindi di poco inferiori a quelle di Agree nonostante la potenza insetticida quasi quadrupla.

Comparando quindi i dati sulla dispersione della delta-tossina tramite polline di mais transgenico o tramite applicazione di un insetticida biologico, si può facilmente intuire che mentre il primo disperde nell’ambiente poche decine di milligrammi di delta-tossina libera, il secondo ne immette alcune decine di grammi. Applicando in campo la dose massima dell’insetticida di cui sopra, solo di tossina libera si immettono infatti nell’ambiente circa tremila volte i quantitativi che vengono liberati con il polline dal MON810 (20 mg contro quasi 60 grammi). Senza parlare delle spore. In tal caso si sale di alcune migliaia di volte.

In altre parole, chi per difendere falene e farfalle strilla contro i mais gm, perorando pure la causa del biologico, altro non fa che chiedere di moltiplicare di tremila volte l’immissione nell’ambiente della medesima tossina che viene stigmatizzata quando presente nel polline transgenico.

Qualsiasi studio vediate, qualsiasi accusa leggiate, ricordatevi quindi questo: anche nella remota ipotesi che quegli studi e quelle accuse fossero credibili, e il più delle volte non lo sono perché svolti in condizioni del tutto irrealistiche, se si passasse dalla coltivazione di mais transgenico a quella di mais biologico non si potrebbe fare altro che moltiplicare come minimo per tremila l’impatto ambientale su lepidotteri e altri organismi non bersaglio. Pensate a quali conseguenze vi sarebbero per esempio in Spagna, ove sono più di 100 mila gli ettari coltivati a MON810. Da una condizione in cui nell’ambiente vengono dispersi annualmente col polline due soli chili di delta-tossina (20 mg x 100 mila ettari), si passerebbe a circa sei tonnellate, alle quali andrebbero aggiunte le decine di tonnellate di spore batteriche contenute nelle oltre cento tonnellate di formulati Bt biologici che servirebbero per contrastare la piralide in sostituzione del transgenico.

A dimostrazione che è proprio vero che le vie dell’inferno sono spesso lastricate di buone intenzioni.

  • Parere Ispra su MON810 del 24 febbraio 2014, in risposta ai pareri favorevoli di Efsa, l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare.
  • Epa: Cry1Ab and Cry1F Bt Plant-Incorporated Protectants September 2010 Biopesticides Registration Action Document

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Aveva ragione Henry Kissinger?

Bayer e Monsanto: dati e numeri, non solo sulla loro fusione

Bayer e Monsanto: dati e numeri, non solo sulla loro fusione

Chi controlla il cibo controlla i popoli, ammoniva il Segretario di Stato americano. Ora Bayer compra Monsanto per 66 miliardi di dollari e diviene la prima azienda al mondo nel settore delle sementi e dei prodotti per la difesa delle colture. La libertà agroalimentare mondiale è quindi in pericolo?

La risposta è no, ma già circolano su web immagini di demoni dagli occhi infuocati, con la scritta “Da Monsatan a Beelzebayer”. È più forte di loro: le multinazionali sono il Male e tutti noi siamo minacciati da esse. C’è anche chi, come Piernicola Pedicini, Capogruppo in commissione Ambiente, Sanità e Sicurezza alimentare al Parlamento europeo, intravede la possibilità che la nuova realtà sia in grado contemporaneamente di fare ammalare la gente, tramite pesticidi e ogm, per poi curarla con le medicine di Bayer. Si paventa anche un “Leviatano”, mitologica figura mostruosa e gigantesca, da 70 miliardi di euro di fatturato. Invincibile, secondo i Cinque Stelle.

La realtà, come al solito, è ben diversa. Non vi è dubbio che la nuova Bayer, Antitrust permettendo, possa diventare il più grande player mondiale, ma i 70 miliardi di euro sono un sogno agitato dopo una peperonata mangiata fredda. Una cifra del genere la fattura l’intero Gruppo Basf, il più grande colosso della chimica mondiale. Bayer, come gruppo, ne fattura circa 46. Come CropScience “solo” 10,37. Per lo meno leggendo l’annual report 2015 della società. Questi sarebbero per l’82% derivati dai prodotti per la disinfestazione e la difesa delle colture e per il 18% dalle sementi, ogm o meno che siano.

Monsanto, altro annual report 2015, di miliardi di euro ne ha raccolti 13,5. Uno in più di Coop in Italia. Sì, la “Coop sei tu” vende in Italia poco meno di quanto venda Monsanto in tutto il Mondo. Il suo assetto è però all’opposto di quello di Bayer: il 66% circa deriva dalla genetica, ovvero le sementi, il restante terzo del fatturato proviene da glifosate, l’unico agrofarmaco del colosso di St. Louis. Molto sbilanciata, Monsanto. Perché viste le vicissitudini di glifosate a livello europeo e l’ostracismo, sempre europeo, verso gli ogm, la stabilità dell’azienda nel lungo periodo non pare fra le più robuste. Urge quindi un cambiamento. Ci ha provato, Monsanto, a comprarsi lei Syngenta. Ma ha fallito. E la multinazionale svizzera è diventata cinese, acquisita da quella stessa ChemChina, statale, risponde direttamente a Pechino, che due anni fa si è comprata il 60% di Adama, ex-Makhteshim Agan, azienda israeliana numero uno al Mondo per i prodotti off-patent. Cioè quelli scaduti di brevetto ma ancora appetitosi per la creazione di nuove formulazioni e miscele. Ora pare se la voglia rilevare tutto. Nel 2015 si è presa pure il 65% di Pirelli, annunciando subito il ritorno del Marchio anche ne segmento agricolo, settore dismesso da Pirelli una decina di anni fa e rilevato dalla svedese Trelleborg.

Intanto, Dow e Dupont diventavano una cosa sola, creando un grande polo americano per la genetica e la chimica agraria dal potenziale fatturato mondiale di 14,2 miliardi di euro.

Quella di Bayer-Monsanto è quindi la manovra più rumorosa, senz’altro la più appariscente. Non certo la più importante, visto che la Cina sta muovendo passi importanti verso l’agricoltura occidentale, specialmente quella europea. Lo stesso acquisto di Syngenta è arrivato solo dopo che il Governo cinese aveva annunciato di voler investire molto di più in biotecnologie e ogm. La Cina vuole cioè coltivarseli in proprio anziché importarli da Brasile e Argentina. Syngenta non è la numero uno al Mondo per vendite di sementi, visto che stalla sui 2,5 miliardi di euro contro i nove di Monsanto. Però ha il know-how, le strutture, i cervelli e le genetiche tutte lì, a disposizione. E a Pechino poco ne cala che sul Pianeta non sia in testa alle vendite, perché è appunto al mercato interno che sta puntando. Non a caso, sono diverse le università cinesi che hanno già messo a punto nuovi ibridi geneticamente modificati, pronti a essere coltivati in campo. Laggiù, nel Celeste Impero, le istanze allarmiste e farlocche non pare abbiano presa, a differenza dell’Europa. Un’Europa che ha fatto arricchire la Cina comprando i suoi prodotti a basso prezzo e che ora si vede assediata dal colosso asiatico e dal suo cambio di marcia. Da un assalto meramente commerciale, basato su scarpe a 10 € al mercatino rionale, ora la Cina ci sta aggredendo sul piano industriale ed economico. E i mezzi finanziari per farlo glieli abbiamo dati noi.

Forse sarebbe di questo che il popolo dovrebbe quindi preoccuparsi. Bayer, se l’acquisizione si concluderà senza intoppi, diverrà un importante riferimento commerciale e tecnologico, altamente bilanciato. Avrà infatti un catalogo di agrofarmaci spesso come un elenco telefonico e amplierà il proprio portfolio di sementi e genetiche, biotech e non. Anche il rapporto fra semi e chimica si equilibrerà molto, visto che sarà quasi fifty-fifty. E chissà che non sia proprio grazie alla nuova Bayer che l’avanzata della Cina in Occidente venga rallentata e, forse, fermata. Vedere solo il male nelle cose, non è infatti un buon approccio mentale. Così come non lo è vedere solo il bene.

Con Henry Kissinger abbiamo aperto, con Henry Kissinger è bene chiudere. Prima di illudervi che le sue parole fossero una mannaia su operazioni come quella di Bayer-Monsanto, ricordatevi che Kissinger fu politico statunitense, di origine ebraica tedesca, membro del partito Repubblicano. Un liberista, un Ebreo, per giunta tedesco. Per di più Repubblicano. Eppure le sue parole sono state a lungo adoperate a vanvera da chi sputacchia veleni sul Partito repubblicano, sui complotti globali giudaico-capitalisti e sulle politiche industriali liberiste e su quelle economiche tedesche.

Trovare gli annual report non è difficile, visto che siete pratici del web. Scaricatevi quello delle multinazionali di cui sopra, quelli del 2015, e poi leggeteveli. Ma leggetevi anche quelli della succitata Coop, di Auchan e di Carrefour. La prima, come detto, fattura in Italia 12,5 miliardi di euro, uno solo in meno di Monsanto a livello planetario. Auchan vende in Europa per 54,2 miliardi di euro, cioè più del doppio di quanto assommino i fatturati di Bayer e Monsanto.

Infine Carrefour: 77 i miliardi di euro raccolti nel 2015. Il 10% in più di Basf, colosso numero uno mondiale della chimica. Notizia fresca fresca: Bernardo Caprotti, patròn di Esselunga, lascia. A 91 anni molla la sua creatura e la mette in vendita. Carrefour è in pole position, visto che già nel 2004 ci aveva provato, senza successo. Oggi potrebbe rifarsi avanti e accaparrarsi i 7,3 miliardi di euro fatti registrare nel 2015 da Esselunga. Ciò la porterebbe a superare la soglia degli 84 miliardi di euro, operando solo in Europa. Una cifra che è una volta e mezza le vendite globali di agrofarmaci. La sola Carrefour venderebbe cioè molto di più di tutte le multinazionali della chimica agraria messe insieme. E vende cibo. Parla ai consumatori. Ne indirizza le scelte e le preferenze. Gli agricoltori contano poco o nulla nelle filiere agroalimentari, raccogliendo solo le briciole dei prezzi alla vendita della loro ortofrutta. Sono cioè l’ultima ruota del carro, la Cenerentola che vive di avanzi. E se conta così poco l’agricoltura sui banconi dei supermercati, sulle scelte alimentari della gente, sui commerci globali di cibo e di materie prime, cosa volete che contino i fornitori dell’agricoltura, ovvero le multinazionali del seme, della chimica e delle macchine agricole?

Bravi: una cippa quadra.

Henry Kissinger aveva quindi ragione. Solo che i governatori del cibo, i padroni dei popoli, forse sono altri…

 

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