Bolle contro balle: il Prosecco tra allarmismi e verità dei numeri

Viticoltura: storia, cultura, economia e presidio del territorio. (Foto L. Ferraro)

Viticoltura: storia, cultura, economia e presidio del territorio. (Foto L. Ferraro)

Dipinta come una provincia malsana a causa della viticoltura intensiva, quella di Treviso si posiziona invece ai vertici regionali e nazionali quanto a statistiche oncologiche

Di Facebook si dice a volte peste e corna. I social, del resto, sono vere autostrade per le bufale, le cosiddette post-verità o le fake news. Tre modi diversi per descrivere l’attitudine a mistificare la realtà per fini personali, associativi, ideologici o economici.

Per fortuna su Facebook si possono anche creare reti di contatti preziosi, utili per arricchire le proprie conoscenze e, perché no, fare meglio il proprio lavoro. Recentemente mi è capitato di entrare in contatto con Paola Dama, laureata con lode in Scienze Biologiche all’Università Federico II di Napoli e oggi dottore di ricerca in oncologia molecolare e farmacologia presso l’Università di Chicago. Paola è cioè uno dei famosi cervelli che sono dovuti andare all’estero per esprimere al meglio le proprie potenzialità come scienziati. Parallelamente, tramite il sito Task Force Pandora svolge attività di divulgazione su un tema delicato come quello della Terra dei Fuochi, teatro spesso di allarmismi incontrollati di cui in futuro si spera fornire puntuali approfondimenti.

Grazie a Paola, intanto, chi scrive è riuscito ad accedere a fonti preziose per affrontare un tema a lui caro, ovvero il trinomio Prosecco-Treviso-Tumori. Un trinomio più volte rilanciato da tv, giornali e internet, sempre fornendo di quell’area geografica e di quella coltura un’immagine agghiacciante, con incantevoli paesini spacciati per capitali nazionali dei tumori pur avendo solo due casi di un tipo di cancro e zero di tutti gli altri, oppure madri che piangono la morte per leucemia di figli che in realtà oggi sono adulti, vivi e vegeti. Una tale sarabanda di fesserie che perfino le Autorità sanitarie locali sono scese in campo per smentirle.

Indagando meglio, infatti, si scopre che esiste un sito, “Registro Tumori Veneto” che riporta le statistiche oncologiche della Regione Veneto, divise per età, sesso e Ussl di appartenenza. Come pure che esiste un altro sito, “Mortalità Evitabile” che condivide altre statistiche utilissime, espressione del livello di efficienza delle diverse assistenze sanitarie ai malati oncologici suddivise per regioni e province. Ma andiamo per ordine.

 

Numeri reali, fobie immotivate

In Veneto, secondo le statistiche, sarebbero stati registrati nel 2015 nuovi casi di tumore in ragione di 17.680 a carico dei maschi e 14.888 per le femmine, per un totale di 35.568 nuovi malati di cancro. Sapendo che la popolazione del Veneto era nel 2015 pari a 4.925.000, la percentuale di nuovi malati sul totale ammonterebbe cioè allo 0,72%. Rifacendo i conti per la USSL7, nell’occhio del ciclone proprio per i tumori e i pesticidi legati alla produzione di Prosecco, ad ammalarsi di tumore sarebbero stati 765 maschi e 545 femmine, pari a un totale di 1.310. Sapendo che la popolazione di competenza della USSL7 è di 217.607 (al 31/13/2014), l’incidenza 2015 sarebbe pari allo 0,6%. Cioè inferiore alla media regionale. In altre parole, quell’area è tutt’altro che la fucina di malattie oncologiche millantata da movimenti politici, associazioni ambientaliste, tv, giornali e bizzarri ipocondriaci che hanno trovato nell’attivismo anti-pesticidi un riempitivo per le proprie paturnie.

 

Territori collinari dell'area del Prosecco. Forte l'integrazione di viticoltura, paesaggio e contrasto del dissesto idrogeologico grazie al presidio esercitato dagli agricoltori (Foto: L. Ferraro)

Territori collinari dell’area del Prosecco. Forte l’integrazione di viticoltura, paesaggio e contrasto del dissesto idrogeologico grazie al presidio esercitato dagli agricoltori (Foto: L. Ferraro)

 

Tumori & Tumori

Che poi, si fa presto a dire “tumori”. Quali? Sempre nel medesimo sito si possono trovare altre statistiche interessanti, ovvero quelle relative alle incidenze dei singoli tipi di cancro e gli andamenti in funzione dell’età. In Veneto negli anni fra il 1990 e il 2005 vi sarebbe stato in effetti un incremento delle patologie oncologiche di circa il 25% in entrambi i sessi. Nel 1990 su 100 mila abitanti si segnarono infatti 555 nuovi casi di tumore fra i maschi e 424 fra le femmine, mentre nel 2005 tali cifre sarebbero salite rispettivamente a 684 e 534.

Una ecatombe misteriosa? Hanno ragione gli strilloni dell’Apocalisse? No. Applicando ai dati i tassi d’incidenza specifici in funzione dell’età, fattore principale nell’incidenza tumorale, solo il 5% di aumento sarebbe indicativo di un aumento del rischio, ovvero 7 maschi e 38 femmine ogni 100 mila abitanti, mentre il restante 20% sarebbe semplicemente dovuto all’invecchiamento della popolazione. In altre parole, se si vive più a lungo un rovescio della medaglia pur si trova.

Quel 5% deve sicuramente destare attenzione, al fine di comprendere quali siano i fattori di rischio principali, ma di sicuro, proseguendo nell’analisi delle statistiche venete, sarebbero calati del 41% i tumori alle vie aerodigestive superiori, i cosiddetti Vads, ovvero neoplasie a carico di lingua, bocca, orofaringe, rinofaringe, ipofaringe, faringe, laringe. Questo solo nei maschi, però, perché nelle femmine tali tumori sarebbero saliti in 15 anni del 10% circa. Essendo legati spesso tali tumori ad alcol e fumo, forse urgerebbe dare consigli appropriati al gentil sesso veneto, anche perché tale tendenza si replica negli specifici tumori ai polmoni, calati nei maschi del 37-38% mentre nelle femmine sarebbero saliti del 12-13%.

In calo per tutti, invece, i tumori all’esofago (-39% nei maschi, -25% nelle femmine), le leucemie (-21% per entrambi i sessi), al fegato (-13% nei maschi, -7% nelle femmine), alla vescica (-12%, nei maschi, -13% nelle femmine) e Linfomi di Hodgkin, calati solo nei maschi del 10%, mentre nelle femmine sono aumentati del 4% circa.

Fra quelli che hanno segnato gli incrementi più marcati vi sono i tumori alla cute, ove i melanomi sarebbero aumentati del 78 e del 44% rispettivamente per maschi e femmine, mentre sarebbero saliti del 110% anche i tumori alla prostata, tipici appunto dell’età più avanzata, e al testicolo, saliti dell’80%. Ma a far suonare ancor più forte il campanello d’allarme sarebbero i tumori alla tiroide, aumentati in 15 anni del 147% nelle femmine e del 100% nei maschi. È noto infatti che le donne sono più esposte a questo tipo di tumore. Fortunatamente, questo rappresenta meno dell’1% di tutte le forme tumorali riscontrate in Veneto fra il 2008 e il 2010 (314 su 33.987 nuovi casi nel periodo considerato) e solo il 5% delle forme tumorali alla tiroide risulterebbero maligne.

In ogni caso, secondo l’Airc, tali tumori colpirebbero le donne quattro volte tanto rispetto agli uomini. Il decorso è però lento, tanto che circa il 30% delle tiroidi esaminate in corso di autopsia, causa morti diverse, presenterebbe una forma tumorale alla tiroide non diagnosticata in vita. Fra i fattori di rischio accertati vi sarebbe il cosiddetto “gozzo”, nato da carenze croniche di iodio, ma anche l’esposizione a radiazioni. Non a caso tali tumori sarebbero più frequenti in pazienti trattati per altre forme tumorali tramite radioterapia al collo. Tra le varie forme di tumore alla tiroide ve ne è poi una, quella cosiddetta “midollare”, associabile alla sindrome nota come “neoplasia endocrina multipla di tipo 2”, la quale avrebbe una base genetica ereditabile.

Di certo, tiroide, testicolo e prostata sono ghiandole. I dati su di essi rendono quindi necessario investigare con crescente attenzione, perché le sollecitazioni al sistema endocrino umano sembrano essere molteplici, dagli ftalati, plastificanti proibiti di recente, ai Pcbs, tutt’oggi nell’ambiente a causa della loro persistenza. Biberon e altri materiali plastici contengono, sebbene in dosi ritenute sicure, Bisphenol A, responsabile anche di ipofertilità maschile. Sospetti interferenti endocrini sono pure diossine e furani, derivanti dalla combustione incompleta della sostanza organica contenente cloro. Servirebbe quindi una valutazione molto più ampia del problema rispetto al dito puntato sui viticoltori. Perché i problemi complessi non hanno mai una risposta comoda e semplice.

 

A dispetto di chi pubblica foto di aerei ed elicotteri che inondano pesticidi, le attrezzature oggi a disposizione stanno puntando decisamente al rispetto di ambiente e salute

A dispetto di chi pubblica foto di aerei ed elicotteri che inondano pesticidi, le attrezzature oggi a disposizione stanno puntando decisamente al rispetto di ambiente e salute

 

Aspettative di vita

Ma il carteggio con Paola Dama ha fornito ulteriori spunti di ragionamento. Ovvero quelli sulla differenza fra incidenza e mortalità, spesso confusi fra loro, un po’ per ignoranza, un po’ per malafede. Ovvero quello che accade pure coi tanto vituperati “pesticidi”, per i quali si confondono artatamente i concetti di “presenza” e di “pericolo”, oggi nei cibi, domani nelle acque.

Vi sarebbe infatti uno studio che avrebbe calcolato la cosiddetta “mortalità evitabile“, ovvero quante persone sono morte in un anno in Italia per colpa delle inefficienze del servizio sanitario nazionale, regione per regione, provincia per provincia. Secondo il Progetto MEV(i), in base ai dati Eurostat, nel 2014 sarebbero state oltre 103 mila le morti evitabili avvenute nei primi 75 anni di vita. Anche in questo caso i maschi sono quelli messi peggio, coi due terzi dei casi (66.284 contro 37.312 casi nelle femmine).

Dalle mappe cromatiche riportate nel sito si evince come la mortalità evitabile complessiva vari molto a seconda dell’area geografica. Fanalino di coda la Campania, motivo quindi alla base del grande impegno profuso da Paola Dama, mentre le migliori sarebbero le macro zone che abbracciano Toscana, Umbria e Marche e poi Veneto, Trentino e Alto Adige.

Sommando gli anni di vita persi rispetto a quelli attesi, convertendoli in giorni e dividendoli infine per gli abitanti delle diverse aree, si stima quindi il numero di giorni di vita persi in media da ogni cittadino su base annua.

Mentre in Campania, ultima in classifica, tale valore sarebbe pari a 29,24, con un massimo di 30,79 a Napoli, Treviso appare di gran lunga la migliore d’Italia, con 19,65 giorni persi in un anno dai maschi e 10,67 dalle femmine. In altre parole, non solo non è vero che la provincia del Prosecco è l’epicentro delle patologie tumorali, ovvero dell’incidenza, ma non è neanche vero che sia la capitale dei morti di cancro come invece viene fatta passare. Anzi, pare proprio che vivere in provincia di Treviso sia un ottimo viatico per diminuire il rischio di ammalarsi di tumore e, anche se ciò dovesse accadere, pare sia la provincia in Italia dove si hanno le maggiori possibilità di scamparsela.

Il tutto, con buona pace dei paranoici, dei sobillatori di pance, degli ipocondriaci e degli editori, televisivi, web o cartacei che siano, i quali hanno trovato nella Provincia veneta un argomento lucroso sul quale vendere il proprio allarmismo.

 

Aveva ragione Henry Kissinger?

Bayer e Monsanto: dati e numeri, non solo sulla loro fusione

Bayer e Monsanto: dati e numeri, non solo sulla loro fusione

Chi controlla il cibo controlla i popoli, ammoniva il Segretario di Stato americano. Ora Bayer compra Monsanto per 66 miliardi di dollari e diviene la prima azienda al mondo nel settore delle sementi e dei prodotti per la difesa delle colture. La libertà agroalimentare mondiale è quindi in pericolo?

La risposta è no, ma già circolano su web immagini di demoni dagli occhi infuocati, con la scritta “Da Monsatan a Beelzebayer”. È più forte di loro: le multinazionali sono il Male e tutti noi siamo minacciati da esse. C’è anche chi, come Piernicola Pedicini, Capogruppo in commissione Ambiente, Sanità e Sicurezza alimentare al Parlamento europeo, intravede la possibilità che la nuova realtà sia in grado contemporaneamente di fare ammalare la gente, tramite pesticidi e ogm, per poi curarla con le medicine di Bayer. Si paventa anche un “Leviatano”, mitologica figura mostruosa e gigantesca, da 70 miliardi di euro di fatturato. Invincibile, secondo i Cinque Stelle.

La realtà, come al solito, è ben diversa. Non vi è dubbio che la nuova Bayer, Antitrust permettendo, possa diventare il più grande player mondiale, ma i 70 miliardi di euro sono un sogno agitato dopo una peperonata mangiata fredda. Una cifra del genere la fattura l’intero Gruppo Basf, il più grande colosso della chimica mondiale. Bayer, come gruppo, ne fattura circa 46. Come CropScience “solo” 10,37. Per lo meno leggendo l’annual report 2015 della società. Questi sarebbero per l’82% derivati dai prodotti per la disinfestazione e la difesa delle colture e per il 18% dalle sementi, ogm o meno che siano.

Monsanto, altro annual report 2015, di miliardi di euro ne ha raccolti 13,5. Uno in più di Coop in Italia. Sì, la “Coop sei tu” vende in Italia poco meno di quanto venda Monsanto in tutto il Mondo. Il suo assetto è però all’opposto di quello di Bayer: il 66% circa deriva dalla genetica, ovvero le sementi, il restante terzo del fatturato proviene da glifosate, l’unico agrofarmaco del colosso di St. Louis. Molto sbilanciata, Monsanto. Perché viste le vicissitudini di glifosate a livello europeo e l’ostracismo, sempre europeo, verso gli ogm, la stabilità dell’azienda nel lungo periodo non pare fra le più robuste. Urge quindi un cambiamento. Ci ha provato, Monsanto, a comprarsi lei Syngenta. Ma ha fallito. E la multinazionale svizzera è diventata cinese, acquisita da quella stessa ChemChina, statale, risponde direttamente a Pechino, che due anni fa si è comprata il 60% di Adama, ex-Makhteshim Agan, azienda israeliana numero uno al Mondo per i prodotti off-patent. Cioè quelli scaduti di brevetto ma ancora appetitosi per la creazione di nuove formulazioni e miscele. Ora pare se la voglia rilevare tutto. Nel 2015 si è presa pure il 65% di Pirelli, annunciando subito il ritorno del Marchio anche ne segmento agricolo, settore dismesso da Pirelli una decina di anni fa e rilevato dalla svedese Trelleborg.

Intanto, Dow e Dupont diventavano una cosa sola, creando un grande polo americano per la genetica e la chimica agraria dal potenziale fatturato mondiale di 14,2 miliardi di euro.

Quella di Bayer-Monsanto è quindi la manovra più rumorosa, senz’altro la più appariscente. Non certo la più importante, visto che la Cina sta muovendo passi importanti verso l’agricoltura occidentale, specialmente quella europea. Lo stesso acquisto di Syngenta è arrivato solo dopo che il Governo cinese aveva annunciato di voler investire molto di più in biotecnologie e ogm. La Cina vuole cioè coltivarseli in proprio anziché importarli da Brasile e Argentina. Syngenta non è la numero uno al Mondo per vendite di sementi, visto che stalla sui 2,5 miliardi di euro contro i nove di Monsanto. Però ha il know-how, le strutture, i cervelli e le genetiche tutte lì, a disposizione. E a Pechino poco ne cala che sul Pianeta non sia in testa alle vendite, perché è appunto al mercato interno che sta puntando. Non a caso, sono diverse le università cinesi che hanno già messo a punto nuovi ibridi geneticamente modificati, pronti a essere coltivati in campo. Laggiù, nel Celeste Impero, le istanze allarmiste e farlocche non pare abbiano presa, a differenza dell’Europa. Un’Europa che ha fatto arricchire la Cina comprando i suoi prodotti a basso prezzo e che ora si vede assediata dal colosso asiatico e dal suo cambio di marcia. Da un assalto meramente commerciale, basato su scarpe a 10 € al mercatino rionale, ora la Cina ci sta aggredendo sul piano industriale ed economico. E i mezzi finanziari per farlo glieli abbiamo dati noi.

Forse sarebbe di questo che il popolo dovrebbe quindi preoccuparsi. Bayer, se l’acquisizione si concluderà senza intoppi, diverrà un importante riferimento commerciale e tecnologico, altamente bilanciato. Avrà infatti un catalogo di agrofarmaci spesso come un elenco telefonico e amplierà il proprio portfolio di sementi e genetiche, biotech e non. Anche il rapporto fra semi e chimica si equilibrerà molto, visto che sarà quasi fifty-fifty. E chissà che non sia proprio grazie alla nuova Bayer che l’avanzata della Cina in Occidente venga rallentata e, forse, fermata. Vedere solo il male nelle cose, non è infatti un buon approccio mentale. Così come non lo è vedere solo il bene.

Con Henry Kissinger abbiamo aperto, con Henry Kissinger è bene chiudere. Prima di illudervi che le sue parole fossero una mannaia su operazioni come quella di Bayer-Monsanto, ricordatevi che Kissinger fu politico statunitense, di origine ebraica tedesca, membro del partito Repubblicano. Un liberista, un Ebreo, per giunta tedesco. Per di più Repubblicano. Eppure le sue parole sono state a lungo adoperate a vanvera da chi sputacchia veleni sul Partito repubblicano, sui complotti globali giudaico-capitalisti e sulle politiche industriali liberiste e su quelle economiche tedesche.

Trovare gli annual report non è difficile, visto che siete pratici del web. Scaricatevi quello delle multinazionali di cui sopra, quelli del 2015, e poi leggeteveli. Ma leggetevi anche quelli della succitata Coop, di Auchan e di Carrefour. La prima, come detto, fattura in Italia 12,5 miliardi di euro, uno solo in meno di Monsanto a livello planetario. Auchan vende in Europa per 54,2 miliardi di euro, cioè più del doppio di quanto assommino i fatturati di Bayer e Monsanto.

Infine Carrefour: 77 i miliardi di euro raccolti nel 2015. Il 10% in più di Basf, colosso numero uno mondiale della chimica. Notizia fresca fresca: Bernardo Caprotti, patròn di Esselunga, lascia. A 91 anni molla la sua creatura e la mette in vendita. Carrefour è in pole position, visto che già nel 2004 ci aveva provato, senza successo. Oggi potrebbe rifarsi avanti e accaparrarsi i 7,3 miliardi di euro fatti registrare nel 2015 da Esselunga. Ciò la porterebbe a superare la soglia degli 84 miliardi di euro, operando solo in Europa. Una cifra che è una volta e mezza le vendite globali di agrofarmaci. La sola Carrefour venderebbe cioè molto di più di tutte le multinazionali della chimica agraria messe insieme. E vende cibo. Parla ai consumatori. Ne indirizza le scelte e le preferenze. Gli agricoltori contano poco o nulla nelle filiere agroalimentari, raccogliendo solo le briciole dei prezzi alla vendita della loro ortofrutta. Sono cioè l’ultima ruota del carro, la Cenerentola che vive di avanzi. E se conta così poco l’agricoltura sui banconi dei supermercati, sulle scelte alimentari della gente, sui commerci globali di cibo e di materie prime, cosa volete che contino i fornitori dell’agricoltura, ovvero le multinazionali del seme, della chimica e delle macchine agricole?

Bravi: una cippa quadra.

Henry Kissinger aveva quindi ragione. Solo che i governatori del cibo, i padroni dei popoli, forse sono altri…

 

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Sante carestie

Tanti cialtroni a sparlare di agricoltura su internet, ma pochi nei campi a produrre cibo

Tanti cialtroni a sparlare di agricoltura su internet, ma pochi nei campi a produrre cibo

Si moltiplicano le mozioni contro varie forme di tecnologia, dal referendum contro le piattaforme metanifere dell’Adriatico a quello anti-pesticidi di Malles in Alto Adige. Il tutto mentre i ministri italiani, con le loro posizioni populistiche, assecondano ogni tipo di demagogia schierandosi oggi contro gli Ogm, domani contro i pesticidi, dopodomani chissà. L’esercito degli ipocondriaci intanto s’ingrossa, chiedendo al contempo il bando degli idrocarburi ma impedendo coi propri comitati del No anche la realizzazione di parchi eolici. Oppure tuonando contro le importazioni dall’estero di derrate alimentari, ma reclamando al contempo la proibizione nel Belpaese di concimi e agrofarmaci, cioè i mezzi tecnici alla base della produttività nostrana. Forse, più che tante parole e spiegazioni potrebbe un carestia…

È inutile parlare al muro. Infatti io ci rinuncio presto. Per quanto dare dell’imbecille a un imbecille possa offrire grandi soddisfazioni sul piano umano, queste sono però limitate nel tempo. Inoltre, sfogarsi col mentecatto di turno non cambia certo gli scenari plumbei in cui l’Italia agroalimentare ed energetica si muove.

Per esempio, il 17 aprile si dovrebbe votare (io non andrò per motivi strategici), contro il rinnovo delle concessioni alle piattaforme che in Adriatico estraggono metano entro il limite delle 12 miglia dalla costa. Trattasi di circa 22 chilometri, mica bruscolini. In più non si parla di nuove trivelle, già proibite da tempo, bensì di vecchie piattaforme attive ormai da molti anni senza che alcun disastro o armageddon sia mai avvenuto.

Disonestamente, questo è stato fatto passare come un referendum contro le trivelle e contro il petrolio, come pure a favore dell’ambiente e delle energie rinnovabili. Spregiudicati e bugiardi i lestofanti che hanno diffuso tali falsità (basta leggere il quesito referendario per capire l’inganno), ma babbei quelli che ci sono cascati, moltiplicando magari su web la disinformazione messa in giro dai soliti ambientalisti improvvisati. Peccato che solo pochi anni fa siano stati bocciati ben cinque progetti di parchi eolici off-shore, da costruirsi fra le 3 e le 5 miglia marine dalle coste delle nostre regioni meridionali. I motivi? Più o meno gli stessi dei No-Triv: l’ambiente, il paesaggio, la tradizione locale, la cultura… Una schizofrenia che da tempo caratterizza i movimenti pseudo-ecologisti italiani. Sempre quelli, per intendersi, che non vogliono l’olio tunisino, ma se gli parli di olivicoltura intensiva per compensare le carenze italiane ti accusano di essere un servo delle multinazionali.

Difficile che tali mentecatti riescano a capire che è anche per colpa loro se in meno di 25 anni siamo passati dal 93% di autosufficienza alimentare a circa il 77-78%. E a livello di energia siamo messi ancora peggio, dipendendo sempre più dall’estero anche per questa. I perché di tali ribassi, purtroppo, non sono alla loro portata, troppo presi come sono a frequentare blog delinquenziali e siti para-biologici. Tanto vale allora sognare un Mondo diverso, un Mondo ove a mettere le cose a posto sia un evento inaspettato: perché, come dicevano gli antichi, gli Dei ci puniscono esaudendo i nostri desideri…

Pensate quindi cosa succederebbe se costruissimo un muro alto alto. Non per tenere fuori gli immigrati, come vorrebbero altri tipi di mentecatti dai languori barricaderi, bensì per tenere dentro gli Italiani.

Dopo averli isolati per bene, come si fa coi tonni prima della mattanza, abolire ogni pesticida, ogni fertilizzante, ogni genetica agraria brevettata dalle odiate multinazionali (dell’energia, se volete, se ne parlerà un’altra volta). E godersi poi lo sgomento nei loro volti di fronte ai banconi semi-vuoti dei supermercati, realizzando che quei limoni sudafricani non erano lì per caso, ma perché a luglio di limoni italiani non ce ne sono proprio. E la stessa cosa dicasi per le pere a maggio e per ogni altro tipo di ortofrutta stagionale che da noi è disponibile solo per una ristretta finestra temporale.

In più, vedrebbero diradarsi anche quei prodotti che in Italia raccogliamo in contemporanea a Spagna e Grecia. Questo perché se esporti e consumi il doppio dell’olio che produci, tanto per dirne una, poi da qualche altro Paese lo devi pur importare, con buona pace dei ciarlatani che blaterano di protezionismo di un Made in Italy che di fatto non c’è o che, anche quando c’è, è ben lungi dal soddisfare pienamente la domanda interna ed estera.

Importiamo un terzo del grano per fare la pasta, un terzo dei maiali con cui facciamo bistecche e salumi, e poi latte, mais, soia, riso, zucchero, frutta e verdura. Perché? Perché a suon di erodere terreni agricoli per fare spazio alle vostre case, maledetti cittadini, ci è rimasta la metà delle superfici in nostro possesso solo un secolo fa. Siete poi quasi raddoppiati di numero, passando dai 38 milioni di inizio 900 ai 60 milioni odierni. Per giunta, vi siete concentrati nelle città, lasciando a meno del 3% degli Italiani l’ingrato compito di coltivare la poca terra rimasta, nel disperato tentativo di dare da mangiare a tutti voi per 365 giorni all’anno. Ed è anche per colpa delle vostre ipocondrie su genetica e chimica se gli agricoltori vedono calare le proprie produzioni all’ettaro, le lacune delle quali altro non fanno che aprire spazi per ulteriori importazioni dall’estero. Una giostra perversa dalla quale pare non esservi via d’uscita.

Ora però, grazie a quel muro alto alto e ai bandi dell’odiata chimica, sareste felici: nulla potrebbe più arrivare in Italia dai Paesi stranieri. Nessuna molecola chimica brutta e cattiva potrebbe essere impiegata a protezione delle colture. Perfino i semi non sarebbero più di proprietà delle multinazionali, bensì sarebbero ricavati dalle antiche varietà locali di grano, quelle per intenderci che producono un quinto di quelle moderne. Un quinto se diserbate e trattate con fungicidi. Un decimo se abbandonate a se stesse nell’illusione che la Natura magnanima salvi i raccolti e, di conseguenza, le nostre vite.

Senza più importazioni e senza più chimica e genetica agraria, nell’arco di pochi mesi l’Italia affronterebbe la più spaventosa carestia della propria storia. Con una quantità di cibo a disposizione che non supererebbe un quarto del necessario. Si vedrebbero quindi battute di caccia alla nutria, oppure gente contendersi a sassate qualche radice di campo, perché dopo aver fatto sparire cani e gatti qualcosa da mettere sotto i denti dei propri figli bisogna pur trovarlo. Al termine dell’esperimento di 60 milioni di Italiani ne sarebbero sopravvissuti forse 15. E neanche tanto in salute, direi.

Anche perché sul muro alto alto monterei saggiamente delle mitragliatrici azionate da fotocellule automatiche. Così almeno l’esperimento potrebbe svolgersi nel pieno rispetto del metodo scientifico, senza defezioni capaci di alterare l’analisi statistica.

Pensate che quanto sopra sia solo una fantasia un po’ burlona e autoironica? Uno sfogo di un professionista, di un tecnico, stufo di leggere cretinate sul web? Uno scenario impossibile a verificarsi? No no, cari miei. Quello che ho appena descritto è già successo e sta continuando a succedere proprio ora. Non qui, nell’opulenta e autolesionista Italia, ma in un Paese che di tali sorti ne avrebbe fatto volentieri a meno: la Siria. Là non ci sono ecologisti a premere perché si aboliscano ogm, fertilizzanti e pesticidi. Là non sono gli attivisti di qualche movimento para-eco-sinistrorso a impedire la semina di genetiche evolute, moderne e brevettate. Là c’è stata una cosa che si chiama guerra. E quella mette a posto tutti.

Abdulsalam Hajhamed, direttore del Ministero dell’Agricoltura siriano, lo ha testimoniato a Bari, a dicembre 2015. Nel martoriato Paese mediorientale non arrivano più agrofarmaci, né fertilizzanti, né sementi certificate. Gli agricoltori, quindi, seminano ciò che gli è avanzato dall’anno prima. Sempre che gliene avanzi, ovviamente. E i risultati non sono certo eclatanti. Solo le Ruggini, malattie fungine del grano, causano perdite fino al 50% delle produzioni. A queste si sommano quelle dovute a insetti e malerbe. In totale, in Siria le rese per ettaro sono divenute un decimo di quelle di pochi anni fa. Non meglio se la cavano gli olivicoltori. Prima del conflitto la Siria esportava 25 mila tonnellate di olio. Oggi zero. Il poco olio che si riesce a produrre se lo godono i ricchi, gli Assad. Non certo il popolo. Questo perché fra malattie fungine e insetti gli olivi non producono più nulla e gli agricoltori, disperati, usano il loro legno per scaldarsi. I tanto vituperati agronomi, quelli come me, o sono morti o sono fuggiti all’estero, insieme a quella fiumana di esseri affamati senza più casa, distrutta dalle bombe, ma senza nemmeno cibo, falcidiato proprio dall’assenza dei mezzi tecnici necessari a produrne.
Le parole di Abdulsalam Hajhamed, quel giorno, fecero accapponare la pelle all’intero auditorium. Perché spiegavano molto bene le ragioni per cui oggi i Siriani sono disposti a partire all’avventura verso l’ignoto, a scavalcare reticolati di filo spinato, ad essere presi a randellate da poliziotti e militari simil-nazistoidi. Perché se sai che morirai o di bombe o di fame, ti metti in marcia e non guardi più indietro.

Ecco cosa merita questa Italia degli stolti referendum, l’Italia dei mille comitati del No, delle mozioni contro questo e contro quello. Merita di cadere in disgrazia, di sperimentare sulla propria pelle la miseria, la fame, la disperazione, la morte. Forse, dopo un annetto di tale lezione di vita, quelli come me potrebbero finalmente ricominciare a fare il proprio lavoro senza più zavorre attaccate alla borsa dei coglioni. Ricominciare a produrre, ricominciare a crescere, anziché sprofondare nei sonni fatali di una minoranza di storditi che pensano che un pannello solare e un pomodoro bio salveranno il Paese prima e il Mondo poi.

Le cascate sono là, proprio davanti a noi. Che il timone venga quindi levato in fretta dalle mani improvvide che stanno facendo puntare con decisione verso di esse. E che venga restituito a chi sa cosa fare. E lo sa fare anche bene.

Nel frattempo voi, beceri frequentatori di social, ottusi e mediocri leoni da tastiera, giganteschi buchi neri di ignoranza, prepotenza e presunzione, andatevene poco signorilmente a prendervelo là dove non batte il Sole. State segando il ramo ove tutti noi siamo seduti e quando la maggioranza del popolo finalmente lo capirà, spero che per voi inizino giorni pensierosi.

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Monumento all’articolo ignoto

Giornalismo è stampare ciò che altri non vorrebbero stampato. Tutto il resto si chiama pubbliche relazioni” (George Orwell)

Giornalismo è stampare ciò che altri non vorrebbero stampato. Tutto il resto si chiama pubbliche relazioni” (George Orwell)

 

Fare il giornalista implica l’accettazione degli attacchi ai propri argomenti o alla propria persona. Quando però l’attacco è talmente generico da non capire nemmeno a quale articolo fra i tuoi esso si possa rivolgere, allora realizzi che l’evento in sé merita a sua volta un articolo

 

Dalla redazione di un giornale per cui scrivo ricevo la seguente mail di protesta. Dal momento che l’attacco è personale, lo pubblico nel mio blog, altrettanto personale.

La responsabile della redazione è infatti persona buona, intelligente e sensibile. Non mi va di metterla in imbarazzo con la mia risposta.

Egregio Signore, il Suo articolo lo trovo fazioso e privo di contenuto divulgativo. Dipinge chi si batte contro i FITOSANITARI, come dei poverelli chiamati a fare qualche comparsa in un film tragicomico del neorealismo. Invece no! Non è così. Si informi bene. Siamo persone serie e informate, e la laurea non ce la mettiamo in tasca, ma continuiamo a studiare e a fare ricerca. Gli interessi delle aziende private li facciamo anche noi, ma nel rispetto dell’ambiente, che amiamo e vogliamo preservare”. [segue firma, ovviamente omissis in questa sede]

Letto e riletto più volte, non riesco proprio a capire a quale pezzo fra i miei esso si rivolga. Perché di pezzi sul tema dei “pesticidi kattivoni” ne scrivo parecchi, purtroppo. Dico purtroppo perché le mie sono solo doverose risposte all’infinita sequenza di allarmi ingiustificati, se non addirittura di attacchi sguaiati, su di un settore che sta alla base dei tre pasti al giorno di cui il Mondo Occidentale gode. Un settore, quello degli agrofarmaci, senza il quale tanti cittadini radical chic e new-age sperimenterebbe (finalmente) cosa vuol dire una carestia, non sapendo più come coniugare un pranzo con la cena dopo esser tornati dalla lezione di yoga o di zumba.

Sono forse profumi idilliaci, gli agrofarmaci? No, sono molecole con un loro profilo tossicologico e ambientale da tener da conto e da utilizzare quindi con saggezza e competenza, accettando però che esse si ritrovino poi nell’ambiente esattamente come accettiamo che ci si ritrovi la CO2 emessa dalle nostre automobili (anche di quelle dei summenzionati radical chic new-age), quando consumiamo combustibili fossili per stare dietro a una vita che ci obbliga ormai a spostamenti non più sostenibili con i calessi tirati da cavalli. Magari ora si sta cercando di ridurle, quelle emissioni. E nei campi coltivati pensate forse non si stia facendo altrettanto, obbligando gli agricoltori a fare veri e propri salti mortali per portare a buon termine i raccolti? No, così, tantopeddì…

Se però combatti contro la disinformazione allarmista – e cerchi di ricondurre la questione sul piano della razionalità e dei numeri – il risultato è quello di esser bollato come fazioso, privo di contenuti (quali se non me li dici?) e ovviamente bisognoso di andarsi a informare. Perché nonostante tu ti occupi di questo settore da trent’anni, t’informi, impari e mediti da trent’anni, sono quelli che tu critichi, loro si, a presentarsi come seri, laureati e informati. E disinteressati per giunta: loro si, anche se lavorano per aziende private. Io invece sarei quindi interessato? Siamo cioè al solito “ki ti paga?”. Non approfondiamo, che è meglio.

Quindi, in osservanza di quanto sopra, non devi parlarne come di una colossale marea di pirla, come invece sembreresti uso fare. Strano, perché di solito se uno non è pirla mica si offende se un altro tratta da pirla un pirla. Misteri della psicologia umana…

Su lauree e titoli avrei molto da discutere, perché conosco persone laureate come me che però meriterebbero vedersi la propria laurea stracciata in infiniti coriandoli, come per esempio i medici antivaccinisti, oppure gli agronomi che illudono la gente che si possa fare agricoltura spruzzando qualche estratto di rosmarino sulle piante coltivate. Sulla serietà andrebbe parimenti aperto un ampio dibattito, perché per me serietà è rimanere attaccati alla realtà oggettiva dei fatti, descritti da numeri solidi e verificabili. Numeri ovviamente che per discuterne seriamente (appunto) bisogna essere prima in grado di interpretarli in modo corretto, anziché guardarli attraverso le lenti di una qualche ideologia.

Ma torniamo all’articolo ignoto.

Quando non si riesce a capire un’acca leggendo l’attacco che ti viene mosso, la cosa è molto semplice: non si sta criticando un tuo articolo nel metodo e nel merito, come dovrebbe fare chiunque sia abbastanza preparato e informato per farlo, bensì si sta attaccando la tua persona e il tuo modo di scrivere. E questo è fatto che mi capita spesso, perché gli attacchi argomentati che ho ricevuto in vita mia li conto sulle dita di una mano. Per giunta, ognuno dei miei detrattori ha fatto la fine dei famosi pifferi di montagna, perché se si vuole contrapporre un argomento a un altro, si deve prima verificare che il proprio di argomento sia vincente e non terribilmente gracile fin nelle proprie fondamenta.

Non basta infatti amare l’ambiente e volerlo proteggere, sentimenti e intenti nobili e condivisibili, per evitare di dire inarrivabili minchiate sui “pesticidi” nelle acque oppure sui residui nell’ortofrutta. O magari degli ogm. Ma qui forse è l’unica cosa che mi è chiara della protesta ricevuta: l’articolo in questione non è uno di quelli scritti sulle biotecnologie e sul disonesto oscurantismo ideologizzato, fatto di soli mantra, che ad essi si contrappone.

Allora che sarà mai? Sarà perché tratto i babbei da babbei, o i disonesti da disonesti? Ci sta. Nei miei trent’anni di lavoro nel campo ho potuto esperienziare una sequenza inenarrabile di avvenimenti che mi hanno portato a disprezzare profondamente gli spacciatori di sogni, come quelli del bio o del naturale, ovvero quelli che si sono accaparrati una chimica tutta loro, definita buona a prescindere, lasciando la kimika kattiva agli altri, altrettanto a prescindere. Salvo poi magari usare in privato proprio quella kimika kattiva deprecata in pubblico, perché quando stai per perdere la produzione mica vai tanto per il sottile…

Oppure sarà per quello che scrivo sui piazzisti di poesie, cioè quei guru che vagheggiano ritorni al passato e decrescite felici, narrando di Eden da ritrovare – pieni zeppi di prodotti tipici e a KmZero – a platee di foche ammaestrate perennemente plaudenti a comando?

Altra ipotesi: potrebbero essere gli sberloni che rifilo ai terroristi che ogni anno sbandierano le analisi dei residui sull’ortofrutta come fossero causa di ogni malattia e tumore? Oppure quelli che fanno passare le acque che ci escono dal rubinetto come fiumi di veleni, contando sul fatto che nessuno sa che se un Canadese o un Americano leggessero quei report si metterebbero a ridere, perché loro hanno limiti nelle acque decine, centinaia o anche migliaia di volte superiori? E loro i limiti li calcolano in base alla tossicologia delle singole molecole, mica li fissano a capocchia rasente allo zero per soddisfare le paturnie demagogiche di qualche normatore in vena di restrizioni irrazionali.

Aspetta, magari sono le mie prese per il naso di quelli che chiedono i “Comuni depesticidizzati” o fanno i referendum per abolire i pesticidi non biodegradabili e per convertire tutta l’agricoltura al Bio, cioè quella forma di agricoltura che usa a nastro rame, un metallo pesante virtualmente eterno in quanto del tutto non biodegradabile. Gente così, cos’altro vuoi fare se non prenderla per il chiulo? Son già fin troppo buono, va là…

E quindi anche questo ci sta, perché fra le categorie da me più tartassate c’è proprio quella degli ecologisti che hanno fatto corsi di ecotossicologia su internet, ovvero coloro che personalmente reputo fra i più incompetenti e bugiardi in circolazione.

Già, perché è più forte di me: sebbene io adori i lupi, animali nobili e fieri, li detesto quando si travestono da agnelli e attraggono le proprie vittime belando loro che nel bosco, lì si, ci sarebbero i lupi kattivi che vogliono mangiarsele…

Restando quindi nel dubbio su quale mio articolo mi abbia portato la breve rampogna, concluderò con una mia massima, mediata da un detto alquanto famoso:

Quando il dito indica la Luna, il romantico guarda la Luna, lo stolto il dito, il saggio guarda cosa fa l’altra mano…”. E parafrasando Roberto Vecchioni: “Quella mano son trent’anni che guardo… e che non dormo”.

Disclaimer 1: nessun commento è ammesso. La spiegazione qui

Disclaimer 2: i bannerini pubblicitari che possono apparire nel blog sono di wordpress. Dato che adopero una versione gratuita, loro sperano che io gliela paghi mettendomi pubblicità. Ignorate quindi ogni eventuale suggerimento a diete, prodotti o cure miracolose: sono contrarie ai contenuti del mio blog e pertanto me ne dissocio apertamente.

 

La perfida trappola dell’integralismo biologico

ignoranza-bioCome risposta al progresso tecnologico e scientifico sono nati gruppi di pressione che hanno fatto della Natura e del “biologico” la propria bandiera. Per queste persone, specialmente per le più integraliste fra loro, la Natura è sempre buona, mentre tutto ciò che fa l’Uomo è sempre cattivo. L’inurbazione delle popolazioni ha peraltro privato gli Esseri Umani del contatto con la Natura stessa, facendogliene dimenticare le regole base e, soprattutto, mettendo loro un gran desiderio proprio di naturalità. Una naturalità cercata sovente nella contrapposizione ai ritrovati messi a punto da scienza e tecnologia.  Ma davvero ciò che è naturale è sempre buono a prescindere e ciò che fa l’Uomo è sempre lugubre e velenoso? Proviamo a vedere quanto c’è di vero e quanto vi è di falso  nelle attuali ideologie pseudo naturalistiche

Ma almeno sono naturali...”. Così si concluse una conversazione che sostenni tempo fa con una collega particolarmente accalorata in tema di prodotti biologici e “naturali”.
Da agronomo ed ecotossicologo non era la prima volta che mi cimentavo in discussioni di questo tipo, ma quella volta la conversazione si rivelò a doppio senso di circolazione in uscita, ma particolarmente a senso unico in ricezione.
Lei, cittadina abituata allo shopping in Corso Buenos Aires a Milano, aveva sposato il bio dopo il colpo di fulmine scoccato da una delle varie trasmissioni “pseudo agricole” domenicali.
Attraverso il tubo catodico (gli schermi a Led giacevano ancora nel mondo dei sogni tecnologici) qualche non meglio specificato produttore agricolo aveva decantato i pregi dell’alimentazione biologica rispetto a quella convenzionale.
Nulla di male a sostenere in televisione i propri business commerciali, ci mancherebbe. Anche perché di solito chi vuole ricevere le visite di certe troupe televisive mica s’illuda che sia proprio tutto tutto gratis. Dal punto di vista etico, però, una mente accorta dovrebbe comprendere al volo quanto la pubblicità ingannevole non sia solo materia di detersivi, bevande o altri generi di grande consumo.
La reclame più subdola è infatti quella che entra nelle case della gente dopo aver fatto bussare a un referente giudicato autorevole. Un volto noto e magari simpatico che induce ad abbassare i filtri critici della sfera razionale, aprendo la strada anche a messaggi furbescamente fuorvianti che possono così dilagare nella mente dello sprovveduto telespettatore.
Il produttore bio intervistato in tv aveva ovviamente decantato l’assenza di residui, come pure i maggiori contenuti nutrizionali, di profumi e di sapori. Lunga la filippica anche in termini salutistici ed ecologici. In pratica, tutto quello che invece era andato perduto per colpa dei pesticidi e dei fertilizzanti chimici, venduti solo per soddisfare le ambizioni di profitto di multinazionali senza scrupoli. Questo almeno nella malcelata opinione della collega.
A prescindere dal fatto che da una di queste multinazionali prendeva uno stipendio pure lei, cercai di condividere qualche informazione utile a farle correggere autonomamente questa percezione fuorviante, sia del biologico, sia della chimica.
Iniziai spiegandole che biologico non vuol dire “non trattato”, contrariamente a quanto lei pensava. Questa distorsione comunicativa è infatti uno dei pilastri della disinformazione con cui si auto-abbindola una parte dei consumatori. Un naturalmente-sognatorimalintendimento che produttori come quello apparso in tv non è che si indaffarino poi molto per correggere.
I prodotti bio sono trattati eccome. Il rame, per esempio, è ammesso nel biologico, pur essendo un metallo pesante, con una sua tossicità per l’uomo, per gli animali e per i vegetali.
Per giunta è virtualmente eterno: a differenza degli agrofarmaci di sintesi, che hanno tempi di decadimento ambientale mediamente compresi fra i giorni e i mesi, il rame troverà forse la propria nemesi solo quando l’Universo collasserà su se stesso producendo un unico, gigantesco buco nero.
Teorie astrofisiche e quantistiche a parte, resta il fatto che il rame è un mezzo tecnico di produzione al quale devono la vita intere generazioni. Basti pensare che l’arrivo della peronospora sulle patate europee causò carestie così gravi da indurre migrazioni di massa Oltreoceano, dopo avere abbrutito le fasce più basse della popolazione con fame e malattie. Se il rame fosse stato già conosciuto come antiperonosporico, quindi, si sarebbero potute salvare milioni di vite.
Per di più, molte fra le più importanti produzioni bio non potrebbero essere coltivate in assenza del rame. E forse anche per questa ragione non fa piacere a nessuno ricordare come usare il rame non equivalga affatto a non trattare.
L’impenetrabilità espressiva della collega mi fece capire che non era convinta. Proseguii.
Un’altra percezione fuorviante della chimica agraria è che la tossicità di una molecola sia legata alla sua artificialità: ciò che è di sintesi è sempre cattivo, ciò che è naturale è sempre buono.
Le spiegai quindi che il rotenone era si un insetticida naturale estratto da radici di piante, eppure aveva una tossicità tutt’altro che trascurabile. Negli States, a titolo d’esempio, si è ricorsi spesso al rotenone quando si trattava di “bonificare” dai pesci laghi e invasi artificiali. Essendo altamente tossico per gli organismi acquatici, il rotenone veniva versato nell’acqua sterminando la fauna ittica in men che non si dica. Per giunta, il suo profilo tossicologico verso l’Uomo e altri organismi animali è ben lontano dall’essere leggero. Vi sono molte sostanze attive prodotte dall’uomo che quanto a tossicità, come si suol dire, prendono serenamente la paga dal rotenone: fra un drink al diflubenzuron o uno al rotenone io non esiterei un istante a scegliere quello al diflubenzuron. Personalmente però, preferisco comunque un mojito.

Nessun muscolo facciale della collega accennò la benché minima contrazione.
Rafforzai il concetto ricordando che, in fondo, Lucrezia Borgia mica utilizzava esteri fosforici per avvelenare le sue vittime. Sebbene la figura di Lucrezia, a quanto pare, non fosse quella agghiacciante tramandata dalla tradizione, resta il fatto che una tisana di Belladonna preferirei non gustarmela. Socrate si avvelenò con la cicuta, mica con il methomyl. Neppure un liquore all’oleandro lo vedrei di buon occhio nel mio mobile bar.
Limitandoci poi alle colture agrarie, la solanina contenuta nelle parti verdi di patate e pomodori è un alcaloide che proprio bene non fa e ha un profilo tossicologico peggiore di buona parte degli eventuali residui di agrofarmaci che risultassero all’analisi.
Qualche goccia di sudore iniziava a colarmi sulle tempie, perché l’aspetto della collega era ormai simile a quello delle statue di cera del museo di Londra.
Sapendo che amava il buon vino, la indussi quindi a ragionare sul fatto che in una bottiglia da 75 centilitri vi sono circa 90-100 grammi di alcol, ipotizzando un grado alcolico pari a dodici-tredici. Vale a dire che bevendo quel vino introduceva nel proprio corpo, e vino-rossoin modo cospicuo, una sostanza reputata dall’Organizzazione mondiale di sanità la terza droga pesante dopo eroina e cocaina. Una sostanza i cui abusi spediscono all’altro mondo decine di migliaia di persone all’anno solo in Italia.
La presenza in quel medesimo vino di tre o quattro diversi residui di agrofarmaci, in ragione quindi di milligrammi e non di grammi, non può essere considerata certo peggiore dell’alcol stesso. Anzi. Nella maggior parte dei casi i residui sono poi al di sotto della scala dei ppm (milligrammi/litro), posizionandosi su quella dei microgrammi, ovvero milionesimi di grammo. Chi beve troppo vino, tradotto in soldoni, rischia per lo più di andare in coma etilico o di sviluppare cirrosi epatica e tumori e quello dei residui dovrebbe quindi essere l’ultimo dei suoi problemi.
Ancora nessuna reazione.
Pensai che forse avrei dovuto pungerla con una forchetta, per verificare se per caso fosse vittima della tossina paralizzante del Pesce Palla servito nei ristoranti giapponesi (nda: anche questa tossina naturale è terrificante e ne bastano pochi miligrammi per sterminare una tavolata di improvvidi commensali).
Calai quindi l’asso delle micotossine, ovvero quelle tossine liberate su mais, cereali, uva e cibi vari da funghi “naturalmente” presenti nei campi, come fusario, aspergilli, penicilli e compagnia briscola.
Queste sostanze naturali, utili alla competizione dei funghi verso altri microrganismi, sono molto tossiche e, soprattutto, pesantemente cancerogene. Basti pensare alle morti, alle amputazioni degli arti e ai malori psichedelici indotti in passato dalle tossine di Claviceps purpurea, ovvero il fungo che causa la nota “segale cornuta“. A quanto pare, persino la follia collettiva che colpì Salem, la famigerata cittadina stratunitense “delle streghe”, sarebbe derivata da intossicazioni da Claviceps, soprattutto a carico di quei soggetti più giovani tra i quali rientravano appunto quelle allucinate adolescenti che avevano dato vita alla caccia alle “streghe”. Oltre cento le vittime innocenti causate da quel evento. Mica pizza e fichi.
Per queste ragioni, l’attenzione tossicologica verso le micotossine si posiziona su valori che giacciono sui nanogrammi/chilo di peso corporeo. Vale a dire miliardesimi di grammo. Detta in altri termini, l’agrofarmaco con il peggior profilo tossicologico impallidisce di fronte alla migliore delle micotossine. Per giunta, se si trattano le colture con gli opportuni agrofarmaci, vengono controllati proprio i funghi che queste tossine producono. Quindi, trovo sia cosa sana e razionale utilizzare sostanze chimiche a pericolosità uno per contrastare funghi le cui tossine hanno pericolosità cento.
Per inverso, appare quindi cosa malsana e irrazionale decidere di non trattare le colture per paura dei “pesticidi” e poi sciropparsi le micotossine.
A tal proposito, giunse a mio supporto anche uno studio del dipartimento di tossicologia dell’Università di Bologna: analizzando dei succhi di frutta bio e non bio, ciò che venne scoperto non si mostrò esattamente in linea con le illusioni cittadine di salubrità nutrizionale.
Pari quanto ad assenza di residui, i succhi non-bio mostravano un livello di micotossine venti volte inferiori rispetto a quelli bio. La professoressa Patrizia Hrelia, relatrice sui risultati di questo studio in occasione delle Giornate Fitopatologiche del 2002, seminò il disappunto in platea, ove non pochi erano i sostenitori del bio. O meglio, sollevò il disappunto di coloro che hanno interessi diretti o indiretti che del bio si parli solo in termini entusiastici. Perché l’interesse non è materia esclusiva delle grandi multinazionali, come spesso si vuol  far credere. Personalmente, quello studio bolognese lo invierei invece a tutti quei sindaci e dirigenti scolastici che pensano di essere ganzi a rendere 100% bio le mense dei bambini .
A quel punto, le labbra della collega finalmente si schiusero, mentre lo sguardo parve ritornare ad essere quello di un organismo animato da spirito vitale. E quindi si pronunciò: “Ma almeno sono naturali…“.
Alzai le mani e mi arresi, rinunciando persino all’onore delle armi. L’abbandonai quindi a quello stato “nirvanico”, parafrasando l’attuale Presidente del Consiglio Mario Monti, dove conta di più la reclame televisiva di un produttore sconosciuto, che millanta pregi opinabili e sputa sentenze a capocchia, della competenza di un collega specificatamente preparato in materia.
Mi consolai pensando che, in fondo, i soldi per la spesa erano i suoi. E come ricorda un noto adagio: “Lo sciocco e i propri soldi verranno presto separati“.

La molecola è servita

Addensanti, gelificanti, coloranti. Ogm, pesticidi e nanomolecole. Il cibo è sempre più manipolato: per durare di più, per essere più bello, più saporito, più malleabile. E’ un male? E’ un bene? E se in fondo fosse ininfluente?

Davvero una pasta al pesto può ucciderci e un budino purgarci? Sul serio una mousse alla fragola può far esplodere un’eruzione allergica? Parrebbe di si, ascoltando le campane degli ultras del terrorismo enogastronomico. Quelli, tanto per intenderci, che se la prendono sempre con tutto e con tutti, lanciando raffiche di anatemi e prefigurando scenari catastrofici a ogni pie’ sospinto. Son sempre loro quelli che contrappongono il termine “chimico” a quello di “naturale”, facendo divenire il primo sinonimo d’insalubre e pericoloso, spacciando di conseguenza il secondo come garanzia di salubrità e lunga vita. E così, seguendo questi processi mentali illogici, nel calderone della “chimica cattiva” finisce di tutto: coloranti come fertilizzanti, conservanti e agrofarmaci, additivi e Ogm. Ora è il turno delle nanotecnologie, dalle quali deriverebbero molecole di dimensioni infinitesime misurabili in nanometri (milionesimi di millimetro). E’ di recente pubblicazione sul settimanale “L’espresso” un reportage proprio sulle molteplici applicazioni delle nanomolecole: negli imballaggi, nei dentifrici, nei cosmetici. Ma anche nei cibi: l’utilizzo di nanomolecole migliora la sapidità dei gelati, riduce il colesterolo assorbito, conferisce maggior senso di sazietà ai cibi dietetici, trasforma i chewing-gum in una sorta di dentifricio masticabile. Scoppia quindi subito la polemica: che ne sappiamo dei loro percorsi metabolici nell’organismo? Si accumulano? Si degradano? Possono in altre parole danneggiare la salute? Gli studi si vanno moltiplicando in tutto il mondo e di nanomolecole se ne occupano diverse università, l’Efsa europea, la Food & Drug Administration americana. Come per ogni opera dell’ingegno umano, infatti, vale il concetto di precauzione. Alcuni confondono però la precauzione con la paralisi a prescindere E’ già successo con gli Ogm, bocciati dall’opinione pubblica soprattutto perché non capiti e gravati da un’informazione fuorviante. In minor misura sono stati avversati gli agrofarmaci, il cui uso ci si illude in certi salotti possa essere bandito senza patire alcuna conseguenza in termini produttivi. Le nanotecnologie, purtroppo per loro, evocano ancor di più gli spettri dell’ignoranza, perché queste, di molecole, ce le troviamo mescolate in gran copia nei cibi. Terreno fertile quindi per i detrattori di professione, i quali di fronte alle innovazioni tecnologiche alzano a prescindere scudi e barriere ideologiche. Per chi la ricorda, è di non molti mesi la fa la battaglia contro la cosiddetta “cucina molecolare”, quel tipo di cucina che sfrutta le leggi della chimica e della fisica per preparare piatti altrimenti impossibili a realizzare. Questi cuochi creano gelati grazie all’uso di azoto liquido. Utilizzano il vuoto per creare mousse o spume. E ancora, servono pinzimonio di verdure in provetta, gusci di uova allo zabaione tagliati al laser, biscotti croccanti anche quando immersi in un liquido, grazie all’aspirazione del 40 per cento dell’aria. Ma davvero tutto ciò che è alieno al cibo è di conseguenza nocivo? L’E150 è in fondo solo caramello. La E140 è la sigla della clorofilla come l’E160 rappresenta il betacarotene. Avete il raffreddore? Ingerite cibi contenenti l’E300, perché non è altro che acido ascorbico, o vitamina C. L’Agar Agar è solo un misero polisaccaride estratto da alcune alghe rosse e sostituisce la colla di pesce nelle diete vegetariane. Stessa funzione hanno le gomme di Guar (E412) e di Xantar, le maltodestrine e la metilcellulosa (E461), la quale idratandosi ha proprietà purgative solo in caso venga ingerita in quantità elevate. Infine la  carragenina ha doti gelificanti. Tutte queste sostanze sono le cosiddette “texturas” di Ferran Adrià, il famigerato cuoco spagnolo, incriminato nell’inchiesta sulla cucina molecolare. Peccato che alcune di queste sostanze siano utilizzate dai tempi degli Egizi o dei Romani, come pure i polisaccaridi estratti dalle alghe siano utilizzate da secoli in Oriente. Nonostante ciò, è stato sollecitata un’ordinanza (GU n. 40 del 18-2-2010) che mette al bando alcuni degli additivi sopra menzionati. Un’ordinanza firmata dal sottosegretario alla Salute Francesca Martini addirittura davanti alle telecamere di Striscia la notizia. A poco vale una pubblicazione sulla rivista scientifica Nature, che stigmatizza l’irrazionalità del provvedimento, come pure che il presidente stesso di Slow food Italia, Roberto Burdese, abbia parlato di “ordinanza pasticciata che in quanto tale non piace a prescindere dallo scopo”.  A poco vale davvero. Perché di fronte alla demagogia ottusa e ignorante, poco vale in genere la ragione. Poi si scopre che l’eugenolo, componente del basilico, è cancerogeno. Ovvio: assunto da solo e a dosi molto elevate. Quindi un buon pesto alla genovese non fa assolutamente nulla, tranne darci un intimo piacere al palato. Però, l’eugenolo resta di per sé cancerogeno sebbene non sia stato sintetizzato in qualche laboratorio, né sia un additivo o un pesticida. A quando il sano silenzio di chi ancora non ha capito che i “malati” sono solo dei sali dell’acido malico e non degenti ospedalizzati?

Fiocco azzurro: nasce il “Club Amici degli Ogm”

Il ministro Galan fa un passo avanti rispetto alla politica di chiusura a 360 gradi dei suoi predecessori. A dir suo, sul biotech almeno ricerca e sperimentazione devono essere libere e saranno semmai i risultati a posteriori a dire chi aveva ragione. Resta comunque il dubbio su quale sia la soglia di confidenza per poter affermare che gli studi sono sufficienti per avere la luce verde. Secondo alcuni avversari duri e puri degli Ogm, nessuna evidenza scientifica sarà mai di per sé sufficiente. Se passasse questo approccio, quindi, dare il via libero a ricerca e sperimentazione non avvicinerebbe in alcun modo l’utilizzo in campo delle biotecnologie in Italia. Da parte del Ministro vi è peraltro la consapevolezza che a parlare oggi di cibo OGM free vi sia solo da sorridere. Dati alla mano, oltre l’ottanta per cento della soia con cui si alimenta il bestiame italiano viene dall’estero, ed è biotech. I derivati come carne, latte e formaggi vengono quindi per lo più da animali nutriti con mangimi Ogm. Forse per questa ragione, il presidente di Confagricoltura Federico Vecchioni ha lanciato l’idea di un club “amici degli OGM” con l’intento di riunire tutti coloro che vedano possibile l’uso del biotech in agricoltura. Per Vecchioni gli imprenditori devono poter avere gli strumenti per competere sul mercato globale e devono avere la libera possibilità di scegliere se usarli o no.

L’opinione del cuoco

“Il cliente che viene al mio ristorante non viene per mangiare, ma per provare un’esperienza, io creo un inaspettato contrasto di sapori, temperature, colori, niente nel piatto è quel che sembra, l’idea è di provocare e sorprendere” (Ferran Adrià, cuoco propugnatore della cucina molecolare)