Le regole esistono, ma c’è chi si ostina a non vederle

Territori collinari dell’area del Prosecco. Forte l’integrazione di viticoltura, paesaggio e contrasto del dissesto idrogeologico grazie al presidio esercitato dagli agricoltori (Foto: L. Ferraro)

Sotto gli occhi dell’Unesco, Legambiente attacca il Prosecco. Chimica agraria al solito sotto accusa, invocando il biologico come via salvifica e chiedendo regole che già ci sono

 

Chiedere regole che già ci sono, invocare il biologico come mantra ambientalista e demonizzare una coltura agli occhi di chi, come l’Unesco, sta valutando se inserire quel territorio fra gli ormai noti “Patrimoni dell’Umanità”. Questa la consolidata ricetta utilizzata anche nell’assalto sferrato da Legambiente al mondo del Prosecco, tramite un dossier, l’ennesimo, che presenta l’agricoltura in generale e la viticoltura in particolare come vortici devastatori di ambiente, territorio e salute.

Il tutto, riportato da quotidiani che come spesso accade si prestano a fare da cassa di risonanza a tali attacchi seguendo una logistica di trasferimento al pubblico ormai codificata e prevedibile. Su “Il Fatto Quotidiano”, per esempio, compare un articolo dall’incipit lapidario: “Prima di bere un ottimo bicchiere di prosecco, vino del boom italiano nel mondo, pensateci. Per realizzarlo vengono usati pesticidi e sostanze tossiche”.

Ci si potrebbe fermare già qui, perché i colleghi del Fatto forse non sanno che proprio quel bicchiere di “ottimo vino” contiene alcol e come tale se fosse normato dalle attuali leggi in materia di agrofarmaci non riuscirebbe nemmeno ad essere registrato come “pesticida”. La sua etichetta si beccherebbe infatti i pittogrammi dell’omino col petto che esplode e quello col punto esclamativo, con una serie di frasi di rischio che non si ravvisano nemmeno nell’agrofarmaco più tossico in circolazione. Un tema approfondito con un precedente articolo, ma che giova ora riassumere brevemente.

Essendo infatti l’alcol in Gruppo 1 dello Iarc, “sicuramente cancerogeno”, il vino che lo contiene si beccherebbe anch’esso in etichetta la H350 (Può provocare il cancro). Essendo poi l’alcol risultato pure embriotossico e teratogeno si buscherebbe pure la H360 (Può nuocere alla fertilità o al feto). Niente male nemmeno la H340: “Può provocare alterazioni genetiche”, visto che l’alcol utilizzato su cellule in vitro ne può modificare il dna. Del resto, se si è madri è buona norma non bere mentre si allatta, perché quell’alcol potrebbe chiedere spazio in etichetta anche per la H362 (Può essere nocivo per i lattanti allattati al seno). In ogni caso, per esposizioni prolungate, tipiche appunto dei bevitori abituali anche non alcolisti, è noto che l’alcol produca danni a fegato, reni e cuore. Ciò gli costerebbe pure la H370 “Provoca danni agli organi”.
Alla Polizia stradale, invece, potrebbe interessare la H336 (Può provocare sonnolenza o vertigini). Infatti se il tasso ematico va sopra la soglia di Legge viene ritirata la patente e per il guidatore inizia la seconda metà dei suoi guai.

Quindi quel vino, anche nella remotissima ipotesi venisse registrato come “pesticida”, non potrebbe mai essere impiegato come tale nei vigneti in cui crescono i grappoli che lo producono. Né esisterebbero, quei grappoli, se non vi fossero appunto i supposti “veleni” a difenderlo. “Veleni” che come si vede alla fin fine sono meno pericolosi per la salute del prodotto stesso che hanno permesso di realizzare.

Chiarito tale punto, vediamo ora le altre argomentazioni avanzate nella terra del Prosecco.

Il biologico. Vero e proprio mantra dell’ambientalismo più vetusto, pare che riesca a fare azione di lobbying molto più efficace di quelle delle multinazionali globali che producono agrofarmaci. Del resto, a livello mondiale il mondo-bio produce un volume di affari che ormai è quasi il doppio di quello di tutti i “pesticidi” di tutte le multinazionali che operano in campo fitoiatrico messe insieme.

Peccato inoltre che, come ripetuto allo sfinimento, dire biologico non voglia affatto dire “non trattato”. Anzi. Il giorno che Legambiente si prenderà finalmente la briga di andare a guardare i vigneti bio come vengono protetti, potrà realizzare le tonnellate di metallo pesante che vengono utilizzate contro la peronospora. Come pure si consiglia agli attivisti di Legambiente di fare due passi in un vigneto bio dopo un trattamento con lo zolfo contro l’oidio. Perché a volte i cittadini che si lamentano di puzze e bruciori agli occhi mica lo sanno che quel vignaiolo è magari biologico.

Quanto sopra è però una ripetizione che si ritiene tanto doverosa quanto inutile, perché è impossibile che dopo tutto quanto è stato detto e scritto, Legambiente ancora non capisca che il proprio sostegno incondizionato al bio appare da tempo inspiegabile, stando almeno alle pure valutazioni di tipo tossicologico e ambientale dei prodotti utilizzati. Quasi sospetto, giunti a questo punto.

Anche perché i reiterati allarmismi su cancri e altri malacci sono stati sempre puntualmente smentiti da statistiche ufficiali che dicevano esattamente il contrario: nella provincia di Treviso, in mezzo ai vigneti, si sta meglio che in altre aree dello Stivale. Con buona pace dei messaggi falsi rimbalzati nella provincia veneta da attivisti i cui gesti andrebbero forse vagliati oggi per procurato allarme.

In secondo luogo, le regole. Se ne chiede infatti a gran voce, forse perché si fa finta di ignorare che ve ne siano già di abbondanti e fin troppo restrittive a carico degli agricoltori. Pan e Psr non è che siano ologrammi, come pure non va dimenticato lo sfinente lavoro normativo che sta alla base di quelle autorizzazioni che, appunto, non verrebbero mai concesse al vino stesso.

Se qualche vignaiolo un po’ ignorante non chiude gli ugelli quando gira tra un filare e l’altro, non è per mancanza di regole, ma per mancanza di senso civico del singolo soggetto. Se questi poi svuota per terra gli ultimi litri di poltiglia fitosanitaria, pure. Se invece tratta vicino a case e strade, parliamone, perché come si è più volte ripetuto, non è affatto detto che quelle case e quelle strade fossero già lì quando è arrivata la vigna. Anzi, il più delle volte è avvenuto il contrario, con strade ed edifici costruiti al fianco dei vigneti sollevando poi le medesime polemiche annotate sulle risaie storiche dell’Oristanese, ove la città è avanzata così tanto da incombere sulle risaie e ora i cittadini ne chiedono il disseccamento trovando inammissibile vi siano delle risaie sotto le case. Peccato che la realtà dica che appare inammissibile siano state costruite case praticamente sugli argini delle risaie stesse.

Circa infine le polemiche sull’avanzata dei vigneti nel territorio, se ne può parlare. Più che altro perché di questo passo si finirà col vedere vigneti a Glera anche nel Messinese. Resta però il fatto che il tormentone sui dissesti idrogeologici manca ancora il bersaglio, come dimostrato in occasione delle polemiche nate sulla tragedia di Refrontolo, avvenuta nell’agosto 2015.

Perché i casi sono due: o i disastri alluvionali sono dovuti all’impermeabilizzazione del territorio dovuta all’avanzata di strade e case, altra battaglia di Legambiente, questa sì condivisibile perché poggiata su numeri solidi, oppure si accusano i vigneti. Vigneti scacciati magari proprio dall’espansione urbanistica e infrastrutturale. Un’avanzata dovuta proprio al boom economico di quelle zone, una volta povere e oggi divenute benestanti grazie anche e soprattutto al Prosecco e all’indotto che ha creato. Un indotto miliardario che ha fatto sì che gli abitanti di quelle zone non si sentano più parte delle attività agricole che ne hanno permesso perfino l’esistenza fisica, migliorando le condizioni di vita dei loro nonni e genitori.

Forse, prima di emettere il proprio giudizio finale sui territori del Prosecco, l’Unesco farebbe bene a leggere anche questi, di articoli, non solo i dossier ambientalisti. Perché per quanto possa fare sorridere, appare schizofrenico dare alle colline piemontesi l’ambito riconoscimento, salvo poi negarlo a quelle venete.

E forse sarebbe l’ora che la viticoltura del Prosecco la smettesse di farsi angustiare la vita da trasmissioni televisive a tema e da dossier e istanze prive di fondamento, proseguendo nelle proprie attività forti del fatto che le loro bottiglie sono forse l’unico prodotto veramente in impennata perenne nell’export agroalimentare italiano.
Perché chi vince ha sempre ragione e si deve fermare solo quando ci si trovi di fronte a prove concrete. Solide, non ideologiche. Con buona pace delle lobby ambientaliste e del Bio.

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Avidità, bugie e glifosate: i “Portier Papers”

Fiumi di denaro dietro le accuse a glifosate di causare il cancro

David Zaruk, alias Risk-Monger, ovvero la declinazione sui rischi del famigerato “fear mongering”, traducibile come l’attività di seminare news allarmanti per creare paura nelle persone e poi sfruttarla per fini tutt’altro che nobili.

David Zaruk, il Risk Monger, fa l’opposto: combatte il fear mongering. Un comunicatore dal curriculum interessante.

Dal 2000 Zaruk è specialista per la Comunità europea per la comunicazione sui rischi e sulla scienza. Attivo negli eventi politici dell’Ue, dai regolamenti REACH e SCALE alla direttiva sui pesticidi, dalle questioni legate alla scienza per come viene percepita dalla società, all’uso del “principio di precauzione“.

È stato anche membro del team che ha istituito GreenFacts, finalizzato a incoraggiare un più ampio utilizzo dei processi decisionali basati sulle evidenze scientifiche nella Ue in materia di salute ambientale.

David è inoltre professore aggiunto presso l’Université Saint-Louis Brussel e KUL Brussel (Odise), dove ha tenuto lezioni su Risk Communications, lobbying e comunicazione aziendale. Inoltre fa formazione e tiene conferenze, specialmente sulla percezione del Risk Management.

Quella che segue è la traduzione integrale dall’inglese del suo post in cui spiega i retroscena legati alla faccenda glifosate, focalizzando soprattutto sui cosiddetti “Portier Papers“, ovvero le rivelazioni imbarazzanti emerse su Christopher Portier, colui il quale, sebbene attivista di un’associazione ecologista anti-pesticidi – e non sapesse alcunché di glifosate, per sua stessa ammissione – è riuscito a farsi nominare Presidente della Commissione dello Iarc che ha deciso di mettere sotto indagine glifosate. Ha potuto cioè influenzare il gruppo di lavoro dei 17 esperti dell’Agenzia, salvo poi firmare un contratto come consulente di parte con uno studio legale che aveva già pronta una Class Action contro Monsanto.

La cifra pattuita? 160 mila dollari. Giusto per capire che i conflitti di interessi sono spesso percepiti a senso unico.

Dove sta l’inghippo? Portier l’avrebbe firmato la medesima settimana in cui è stata resa pubblica la Monografia dello Iarc che dichiarava glifosate “probabile cancerogeno“.

In altre parole, Portier è ora sospettato di qualcosa di simile a quello che in Borsa viene definito “Insider trading“, ovvero la possibilità di lucrare personalmente in Borsa sapendo già (e influenzando pure) gli andamenti dei titoli quotati.

I “Portier Papers” giungono quindi dopo i “Monsanto Papers“, ove si accusava la Casa di St. Louis di influenzare il lavoro di alcuni scienziati. Nel mezzo sono emersi quindi gli “Aaron Blair Papers“, ovvero gli studi rimasti nel cassetto dell’epidemiologo del Cancer Research Center americano anziché essere pubblicati e resi in tal modo valutabili dallo Iarc.

Blair sarebbe stato anche Chairman del gruppo di lavoro Iarc che ha giudicato glifosate cancerogeno (linfomi non-Hodgkin) e nonostante ciò, per motivi ancora tutti da chiarire, ha taciuto dell’esistenza di lavori epidemiologici validi e robusti che deponevano a favore dell’innocenza dell’erbicida. Lavori che quindi il gruppo Iarc non ha potuto nemmeno vedere.

Il tutto, a dimostrazione del clima decisamente opaco, sospetto e avvelenato che si è agitato su glifosate, tanto da concludere che la monografia attuale dello Iarc sia gravata da così tanti scandali e interessi, sia stato così influenzato in modo torbido e sottile, da non essere più considerabile valido da qualsiasi punto di vista. Quella monografia va RITIRATA. Per l’onorabilità dell’Oms innanzitutto, ancor prima che per l’equità di giudizio su glifosate. Ovvero la grande assente in tutto il groviglio di intrallazzi che su questo erbicida si agitano da anni.

Urge cioè rifarla da capo, magari componendo un gruppo di lavoro diverso da quello precedente. Possibilmente al di sopra di ogni sospetto, non infiltrato cioè da alcuna longa manus né di aziende, né di associazioni ambientaliste dichiaratamente schierate contro l’oggetto della valutazione.

Soprattutto, dovrebbe essere riprodotta analizzando anche tutti quei lavori tenuti nascosti al turno precedente, eliminando quelli palesemente inconsistenti che invece avrebbero condannato l’erbicida. Perché uno studio epidemiologico basato su sette persone (Hardell & Eriksson, 1999), quattro di qua e tre di là, dovrebbe essere utilizzato come succedaneo della carta igienica, non come lavoro scientifico atto a valutare la cancerogenicità di una molecola.

Ed ecco ora il link dove si riporta il controinterrogatorio di Portier in lingua inglese

 

Di seguito: la traduzione integrale dal blog di David Zaruk, alias Risk Monger

Si tratta del “racconto” di come uno scienziato, Christopher Portier, demolisca la reputazione della scienza, dei consigli scientifici e di un’agenzia dell’OMS. Invita a mettere in discussione il finanziamento, la trasparenza e la motivazione degli attivisti anti-glifosate, il ruolo dello IARC nelle pratiche legali anti-corporative americane e la qualità degli scienziati che si occupano di questo. Questa storia dimostra come l’intera campagna contro il glifosate sia stata costruita sull’avidità e sull’inganno.

Questo post si basa sulle deposizioni di Christopher Portier alle udienze legali in materia di responsabilità legate ai casi contro il Roundup di Monsanto (comunemente noti come “Monsanto Papers”). Portier è stato il consulente speciale esterno del gruppo di lavoro dello IARC che ha elaborato la conclusione che il “glifosate è probabilmente cancerogeno”. Questa storia evidenzierà le seguenti informazioni:

  • Durante la stessa settimana in cui lo IARC pubblicò il suo parere sulla cancerogenicità del glifosate, Christopher Portier firmò un vantaggioso contratto come consulente di due studi legali che citano in giudizio Monsanto per conto delle vittime di cancro (si dice) dovuto al glifosate.
  • Questo contratto ha fruttato a Portier almeno 160.000 dollari (fino al giugno 2017) per iniziative preparatorie come consulente legale (in cui non rientrano i costi delle trasferte).
  • Questo contratto conteneva una clausola di riservatezza che limitava Portier dal poter dichiarare ufficialmente la sua posizione. Oltre a ciò, Portier ha addirittura dichiarato che non è stato pagato un centesimo per il lavoro che ha fatto sul glifosate.
  • È chiaro dalle e-mail fornite nella deposizione, che il ruolo di Portier sia stato cruciale per il movimento che supporta la richiesta di divieto dell’uso del glifosate. Portier promise allo IARC di proteggerne la reputazione, i risultati della monografia e di gestire le reazioni contrarie alle conclusioni IARC di BfR e EFSA.
  • Portier ha ammesso nella deposizione che prima dei meeting IARC sul glifosate, dove era l’unico consulente esperto esterno, non aveva mai lavorato e non aveva avuto esperienza con il glifosate stesso.

Sono ancora troppo scioccato per capire da dove cominciare! Forse da un po’ di storia.

Background:

Glifosate è un erbicida “leggermente tossico” ampiamente utilizzato dagli agricoltori dell’UE per il controllo delle malerbe; il suo uso permette l’utilizzo di pratiche agricole conservative che proteggono e migliorano la salute del suolo. Questa molecola è utilizzata in modo efficace da oltre 40 anni e ancora oggi è una risposta economica e sostenibile ai bisogni degli agricoltori. Fuori dall’Europa, è utilizzato anche in combinazione con semi modificati resistenti agli erbicidi (più noto come base per il Roundup di Monsanto utilizzato con i semi di Roundup-Ready).

Nel marzo 2015, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) ha pubblicato le sue conclusioni, giudicando che il glifosate sia probabilmente cancerogeno. Ciò ha scatenato un’ondata di campagne tra gli attivisti ambientalisti, le ONG anti-OGM e l’industria alimentare a favore di un divieto del glifosate. Tutti gli altri organi scientifici e gli istituti di ricerca hanno respinto la conclusione IARC, senza eccezioni. Il voto sul rinnovo è atteso da due anni da parte della Commissione Europea, ma fino ad ora è stato bloccato dagli Stati membri. È probabile che anche l’ultima votazione prevista per il prossimo mese fallirà e il glifosate sarà eliminato dai mercati europei.

Christopher Portier ha presieduto una commissione IARC nel 2014 che ha proposto glifosate come sostanza da studiare dal gruppo di lavoro addetto alle monografie, di cui Portier era l’unico specialista invitato. Sono stato sorpreso che Portier facesse parte di questo panel dello IARC, data la sua affiliazione con Environmental Defence Fund, un’organizzazione americana che esegue campagne contro gli antiparassitari dagli anni ’60. Da due anni stavo documentando come lo IARC e Portier in particolare, avessero agito mossi da un fervore attivista per spingere un chiaro programma anti-glifosate e anti-Monsanto (avendo scritto più di 20 post su questo scandalo). Portier fa parte di quell’ondata di attivisti anti-OMG americani che ho definito “carpetbagger”, che hanno portato fondi, personale e strategie da Washington al terreno di lobbying più fertile di Bruxelles.

Mungere Monsanto

All’epoca in cui lo IARC ha pubblicato le sue conclusioni sul glifosate, Christopher Portier si è unito a due studi legali (Lundy, Lundy, Soleau & South e Weitz & Luxenberg) come consulente. Aveva anche avuto contatti con il signor Lundy due mesi prima di aderire alla riunione del gruppo di lavoro sul glifosate. Come consulente, l’onorario di Portier, secondo il rapporto presentato prima della deposizione, è di 450 USD/ora. A giugno 2017, Portier aveva fatturato Lundy, Lundy, Soleau & South 160.000 dollari per la preparazione iniziale dei documenti.

Il suo ruolo era quello di leggere i documenti e consigliare gli avvocati sulle questioni scientifiche poiché le due società hanno preparato ricorsi contro Monsanto. Il fatto che Lundy, Soleau & South e Weitz & Luxenberg stavano progettando una strategia di cause a Monsanto prima che lo IARC tenesse la riunione del gruppo di lavoro sul glifosate e stavano allineando il loro “dream team”, non dovrebbe sorprendere: gli avvocati che gestiscono le class action sono una razza diversa di opportunisti.

Ma Portier non pensava come uno scienziato quando aveva previsto questo schema di pensionamento. Si può facilmente immaginare che una lunga serie di cause protratte contro Monsanto possa essere molto redditizia per un buon scienziato. Quello che ho trovato straordinario, così come gli avvocati, è quanto il Dott. Portier sia stato meticoloso nella sua ricerca. Ha fatturato allo studio legale 19 ore di lavoro per leggere un memo a due pagine.

19 ore per leggere due pagine (a 450 USD / ora).

Ciò suggerisce che lo studio legale avesse abbastanza denaro cash, pratiche contabili molto indulgenti o che stesse permettendo a Portier di fatturare altri compensi che avrebbe preferito tenere fuori dai libri contabili.

Questo eccesso di fatturazione potrebbe spiegare il vivace stile di vita di Portier, che visita capitali da Auckland a Ottawa, ovunque ci siano meeting per valutare il divieto del glifosate. Non penso che lo facesse per bontà d’animo.

Ora, Risk Monger non è invidioso (ha abbastanza soldi per vivere bene e abbastanza tempo libero per il blog), ma non posso fare a meno di notare l’ipocrisia. Né possono farlo gli avvocati della difesa. C’è uno scienziato pagato profumatamente per leggere alcuni documenti (o memo) che contemporaneamente continua a supportare gli attivisti che criticano i ricercatori finanziati dall’industria o che potrebbero prendere decisioni spinti da “motivazioni economiche“.

Il lato positivo è che quando l’industria finanzia la ricerca, di solito rivela i propri finanziamenti. Mi chiedo se il dottor Portier sia altrettanto trasparente su chi paga il suo affitto?

 

Portier: nessuna trasparenza

Il contratto di Portier con lo studio legale prevede, come molti rapporti giuridici, una tassativa riservatezza. Una sorta di privilegio “avvocato-cliente”, ma per scienziati. In altre parole, Chris poteva essere pagato fino a quando non avesse dichiarato di agire come consulente legale.

A Portier non era pertanto consentito – vincolato dal contratto – di essere trasparente. Non poteva dire ai media, alle riviste, ad altri esperti chi pagava il suo affitto. Infatti, se qualcuno avesse cercato di costringere il buon scienziato a divulgare le sue fonti di finanziamento, Portier avrebbe potuto chiedere l’intervento dei suoi avvocati. Ora chiamatemi ingenuo, ma pensavo che tale tipo di protezione fosse data solo ai contabili mafiosi.

Durante la deposizione, l’avvocato della difesa ha passato in rassegna ogni riunione, ogni carta, lettera o attività e Portier ha ammesso, in ogni punto, di non aver identificato il conflitto di interesse o riconosciuto gli studi legali. Ma continua ad attaccare Monsanto su questo.

Così Portier viaggia nel mondo, incontra il Commissario Europeo per la Sanità, si reca all’Agenzia Europea per le sostanze chimiche per un the, consiglia il Bundestag tedesco e si incontra con quasi tutti i ministri della salute o dell’ambiente in tutta l’Unione Europea che combattono la battaglia per abolire il glifosate, mentre allo stesso tempo mette sotto torchio Monsanto. Ma nella parte più nascosta della sua mente ci sarebbe dovuta essere una paura latente e fastidiosa che alla fine qualcuno gli avrebbe chiesto, durante una conversazione,: “Dimmi, Chris, chi finanzia le tue attività?“.

Al momento della deposizione, quando tutto fu finalmente reso pubblico, Portier avrebbe dovuto essere stanco di portare questo fardello.

Al contrario, Christopher Portier sembrava a suo agio nel mentire sulle sue entrate, arricchendo la storia con esagerazioni. Avrebbe raccontato ad un giornalista che “nessuno gli aveva pagato un centesimo” e che “non aveva alcun conflitto di interessi” quando invece aveva ricevuto almeno 160.000 dollari per le sue consulenze. “Sul serio Chris? Hai davvero usato quella parola quando in realtà sei stato completamente “comprato”?

Nella difesa di Portier, ci potrebbe essere una questione legata semplicemente all’ignoranza; Portier potrebbe essere un’altra di quelle persone che pensano che il “conflitto di interesse” accada solo a malvagi che si occupano di corporate. Nel CV che ha depositato nella sua relazione, Portier non ha menzionato il suo lavoro per l’Environmental Defense Fund. Anche durante la deposizione ha sbeffeggiato le persone che avevano pensato che il suo lavoro per EDF avrebbe potuto rappresentare un conflitto di interessi.

Dopo la pubblicazione della sua deposizione, i suoi committenti hanno dovuto fare marcia indietro. Quando si è presentato di fronte al Parlamento Europeo ieri, Portier ha ammesso per chi stava lavorando.

La nuova manna Anti-Corporate

C’è stata molta attenzione su come l’industria influenzi la politica, ma scarsa su come alcuni studi legali che si occupano di class action stiano usando prove delicate (di solito provenienti dallo IARC) per organizzare contenziosi su larga scala contro le grandi corporation.

Durante il periodo delle cause contro le multinazionali del tabacco, è emersa una certa razza di avvocato: quello che identifica le vittime e negozia rapidi accordi. I guadagni sono cresciuti, o grazie a grandi vittorie o grazie ai patteggiamenti. Gli avvocati attirano le vittime con politiche a zero costi e il pagamento delle spese legali solo quando si ottiene un indennizzo (a volte fino al 50%).

Ma una volta che l’industria del tabacco ha negoziato una tregua con il governo americano (in cambio di un po’ di onestà sugli effetti del fumo), questi avvocati dovevano trovare nuovi argomenti e nuove vittime per fare cassa. Ogni monografia pubblicata dallo IARC rappresenta un nuovo potenziale settore dell’industria che nutre questi serpenti.

Questi studi legali si rivolgono anche alle campagne e ai dibattiti politici per alimentare l’indignazione pubblica nei confronti delle vittime di presunti illeciti aziendali, gestiscono in maniera efficace siti di comunicazione e nel caso di Weitz & Luxenberg (tra i principali finanziatori di Portier), lavorano con ONG, quali US Right to Know.

Questo è ciò che chiamo il “Principio di Oreskes”. Naomi Oreskes ha organizzato nel 2012 una conferenza con l’“Union of Concerned Scientists”, di cui fanno parte alcuni avvocati piuttosto scrupolosi, rappresentanti di ONG e accademici. Questa strategia sconvolgente cerca di mettere le aziende sotto la continua pressione di contenziosi fino a quando cambiano strategia o falliscono. Nel 2012, hanno trovato il modo di citare in giudizio le compagnie petrolifere come ExxonMobil in relazione al cambiamento climatico e, alcuni anni dopo, l’avvocato generale di New York ha citato la Exxon (e i suoi consulenti) a comparire per una possibile causa per avere ingannato gli investitori sui potenziali effetti del cambiamento climatico.

L’obiettivo principale del Principio Oreskes è quello di condurre campagne emotive, prima di comparire in tribunale, creare una tale indignazione pubblica che nessuna giuria sarebbe più in grado di essere oggettiva o di separare i fatti dalla campagna di denigrazione. Manipolare la percezione del pubblico, creare paura o indignazione collaborando con attivisti, guru e ONG, trovare un capro espiatorio e fare causa a chiunque. Suona familiare?

Questa strategia è messa in scena non solo con Monsanto: Johnson & Johnson sta attualmente combattendo contro oltre 4500 cause (con una recente sentenza di dover pagare 417 milioni di USD) dovute al sospetto legame tra cancro e polvere di talco (tratto da un’altra infelice monografia IARC).

Ci sono diversi altri esempi di class action trainate dai risultati dello IARC (da alcuni solventi industriali ai gas di scarico diesel). Con ogni monografia basata sui pericoli, IARC sta riempendo le tasche di avvocati senza scrupoli che estorcono denaro alle vittime e ingannano giurie scientificamente impreparate. Basta inserire un consulente legale proveniente dal gruppo di lavoro monografico originale per aggiungere credibilità e aspettare che i soldi comincino ad arrivare.

Un problema che ho con questo sistema (in realtà, ho decine di problemi con questo modello) è che gli studi legali (in particolare la razza “class action”) non sono affatto trasparenti. Sappiamo, ad esempio, che Weitz & Luxenberg sta lavorando con USRTK, lo ammettono, ma non sappiamo quanto pagano la ONG per assoggettare i potenziali giurati o se stanno finanziando altre ONG. Quanto questi studi legali sostengono gruppi di attivisti?

Ci si chiede quanto IARC sia a conoscenza di ciò, quanto giochino con queste cause e se gli scienziati del gruppo di lavoro siano consapevoli del potenziale reddito che avrebbero a disposizione come “consulenti di causa”. Chiaramente Portier lo sapeva e avrebbe dovuto solo aspettare che l’inchiostro della monografia si fosse asciugato per poter incassare il suo guadagno.

Portier, in una e-mail agli amministratori di IARC, ha preso su di sé il fardello di salvare eroicamente la monografia IARC sul glifosate e di preservare la reputazione dell’Istituto in qualità di leader nella lotta per modificare il processo di revisione delle sostanze. Nel messaggio pubblicato qui, Portier ha promesso con vigore ai suoi amici dello IARC di essere il difensore dell’agenzia! Ciò significa che Portier è stato il principale difensore sia dello IARC sia della decisione sul glifosate.

Allora cosa significherebbe il disonore di Portier per la monografia IARC? Se la monografia fosse ritirata, cosa succederebbe a tutte le azioni legali contro Monsanto? Cosa accadrebbe a tutti gli “amabili” compensi per consulenza?

Non credo che Portier abbia lavorato così instancabilmente negli ultimi due anni per la necessità di difendere l’esattezza della scienza o la preoccupazione per la salute pubblica, ma piuttosto, se lo IARC fosse costretto a ritirare questa monografia:

  • le migliaia di cause depositate contro Monsanto andrebbero perdute,
  • il contratto di consulenza lucrativo di Portier con questi due studi legali di diritto sarebbe perso
  • la sua reputazione scientifica sarebbe persa

Così, per avidità personale, Christopher Portier ha condotto un attacco di due anni contro l’EFSA e il BfR per minare la loro credibilità scientifica riguardo al glifosate, visitando capitali europee, interferendo in attività di agenzie di regolamentazione e vivendo una vita nel completo inganno!

Ma la scienza non è questo. Glifosate è risultato non cancerogeno secondo ogni standard di valutazione dei rischi. Nessun’altra agenzia ha sostenuto la controversa conclusione di IARC. Non una!

Ora arriva la parte veramente tremenda di questa terribile storia.

Portier è anche un esperto?

Prima di essere salito alla ribalta come consulente speciale esperto della monografia 112 sul glifosate dello IARC, Christopher Portier ha ammesso, nella sua deposizione, di non aver mai lavorato su questa molecola, di non avere mai considerato nessuna delle prove sulla sua cancerogenicità. È un esperto di statistica che ha lavorato in passato su un’ampia gamma di argomenti, tra cui i telefoni cellulari.

Molti si chiedono innanzitutto per quale motivo lo IARC abbia invitato Portier a esser l’unico consulente esperto se non ha mai lavorato, non ha mai pubblicato o non è ha mai avuto nessun coinvolgimento nella comunità tossicologica che si occupa di pesticidi in generale e del glifosate in particolare. Beh, chiunque abbia esaminato quella piccola agenzia di Lione capirà che lo IARC non è molto scientifico, ma più un club di scienziati attivisti e di interessi speciali. Kurt Straif e Kate Guyton conoscevano Chris molto bene: la capacità scientifica reale non importava!

Ancora più interessante è il motivo per cui Portier ha deciso di essere d’aiuto in questa funzione vitale su ciò che sapeva sarebbe stata una monografia controversa dato che non aveva un backgound accademico credibile, chiaramente un conflitto di interessi (lavorando per un’organizzazione anti-pesticidi) e nessun vero motivo per essere coinvolto. Ha accettato questo compito per via del contratto vantaggioso che avrebbe ottenuto come consulente degli studi legali che sapeva già in anticipo avrebbero avuto intenzione di fare causa a Monsanto? Per via del suo odio per la scienza a servizio dell’industria e delle cospirazioni di Monsanto che erano già state pubblicate? Era suo desiderio cambiare l’approccio alla valutazione dei rischi (con il glifosate come rampa di lancio)? Probabilmente tutte queste ragioni insieme, ma credo che il suo operato dopo la pubblicazione IARC sia stato ampiamente guidato dall’interesse personale e dall’avidità. Una cosa è chiara, il suo ragionamento non è stato guidato da alcun desiderio di far avanzare la scienza o assicurare una sana politica basata sulla scienza!

Se Portier avesse lavorato per Monsanto …

Christopher Portier ha agito per un chiaro interesse personale, non ha rivelato da chi era pagato per fare lobby ai più alti livelli, ha uniformato i suoi interessi alla convinzione che glifosate fosse cancerogeno e ha portato le persone a credere che fosse un esperto di glifosate. Le sue azioni agguerrite hanno tolto fiducia nella scienza, nei regolamenti e nell’agricoltura convenzionale. Si è schierato con un esercito di lobbyisti e attivisti che per interessi personali stanno incolpando Monsanto con ciò che Christopher ha ammesso nella sua deposizione di aver fatto.

La scienza non è dalla parte di Portier … per niente. Né la verità. Né le norme di base dell’umana decenza.

 

Domani terrò una conferenza e vedrò il mio cardiologo. Questo blog può avere un po’ di diffusione, forse una ripresa o due tra chi concorda che la scienza debba essere rispettata. I lobbysti del “naturale” lo ignorano in gran parte e continuano ad attaccare Monsanto (potrebbero dire, con un tono machiavellico, che Chris ha dovuto farlo per mostrare alla gente quanto sia terribile Monsanto). Gli ingegnosi abili scrittori nel movimento possono addirittura elevare Portier al livello messianico perché ho usato aggettivi poco rispettosi (e sarò attaccato da tutte quelle persone pagate per creare odio). Entro la prossima settimana, questo post sarà dimenticato e scriverò qualcosa di simile sui prodotti chimici considerati come interferenti endocrini.

Come usciamo da questa narrazione incredibilmente stupida? Come possiamo far aprire gli occhi e far capire che l’intero movimento per vietare il glifosate, danneggiare gli agricoltori e influenzare i consumatori è basato su avidità e bugie? Come portiamo gli enti di controllo a mostrare il proprio coraggio e fare il proprio lavoro?

Non posso rispondere a questo… posso solo sperare che anche altri inizino a farsi queste domande.

Commento personale

Molti seguaci di Risk-Monger avranno notato le offese che ho ricevuto nelle ultime settimane, in particolare nei media belgi e francesi, legati alla campagna anti-glifosate, con affermazioni infondate su di me come poster-boy della lobby di Monsanto. Ricorderete come ho iniziato le mie critiche sulla monografia 112 di IARC oltre 30 mesi fa, appena dopo la pubblicazione dei loro risultati sul glifosate, con i media principali che pubblicano lo scandalo dello IARCgate solo un anno dopo e solo dopo che gli attivisti sono riusciti a far chiudere la mia vecchia pagina blog a causa della mia difesa del glifosate. Vedrete gli attacchi quotidiani su di me sui social media (ieri circa 300 insulti sul mio account twitter) e vi stupirete di quanto mi senta scagionato leggendo le scioccanti deposizioni di Portier.

Mi sento piuttosto triste.

Triste per ciò che questi attivisti hanno fatto alla reputazione della scienza.

Triste per la perdita di fiducia dell’opinione pubblica nelle agenzie che regolano i prodotti fitosanitari.

Triste per come gli agricoltori siano stati lasciati senza voce, persi nel volume degli attacchi opportunistici da parte della lobby dell’industria alimentare biologica.

Triste che la deposizione di Portier è apparsa da una settimana e io sia la prima persona a sollevare l’attenzione su di essa.

Triste che i regolatori a Bruxelles vedono queste informazioni, ma continuano a muoversi in direzione dell’eliminazione del glifosate dal mercato, per paura del feroce mobbing che questa lobby ha creato in ogni parte dell’Europa.

Mi vergogno che personaggi come Carey Gillam dell’USRTK, Martin Pigeon di CEO e Bart Staes del Green Party, erano ieri al Parlamento Europeo condannando Monsanto e mettendo in dubbio la sicurezza del glifosate quando conoscevano benissimo le bugie e l’inganno del lavoro disorganizzato di IARC e di Christopher Portier (seduto accanto a loro), su cui si appoggiavano le loro intere campagne.

È triste che oggi s’ignori il fatto che l’intero attacco a glifosate si basi su menzogne ​​e avidità e senza fatti scientifici, e domani, Carey, Martin, Bart e migliaia di altri lobbisti attivi e ben pagati torneranno e metteranno tutto il loro odio e l’energia per vietare un prodotto agricolo che dà benefici, non per ragioni ambientali o per la salute pubblica, ma semplicemente per vincere… per vincere una campagna cinica finanziata da un settore che sta costruendo il proprio mercato creando paura nei consumatori.

È triste pensare che domani tornerò, invano, a cercare di convincere la gente a vedere queste menzogne​.

Suppongo che l’integrità non paghi l’affitto.

Di seguito, la traduzione dell’inserzione pubblicitaria a pagamento dello studio legale Weitz & Luxemberg:

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Attenzione!

Applicatori di erbicidi e agricoltori!

Vi hanno diagnosticato un cancro, dopo che siete stati esposti all’erbicida glifosate?

Se sì, lo studio legale Weitz & Luxemberg P.C. è interessata a parlare con voi immediatamente, perché potreste essere candidabili a una compensazione finanziaria.

L’Organizzazione mondiale della Sanità ha recentemente riconosciuto che glifosate, l’ingrediente attivo dell’erbicida Roundup, ha il potenziale di causare il cancro negli Umani. Altri erbicidi che contengono glifosate sono Rodeo®, Aquanet® e Aquastar®.

Glifosate è stato usato nella coltivazione di mais, soia, barbabietola da zucchero, erba medica, cotone, grano, sorgo, colza e molte altre colture.

In circa tre decadi Weitz & Luxemberg P.C. ha rappresentato migliaia di individui danneggiati dall’esposizione a prodotti tossici e sono desiderosi di parlare con voi circa il vostro possibile caso. Per un consulto confidenziale e gratis chiamate al xxxxxxxx, o visitate il nostro sito yyyyyyyy

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Gli imbonitori dei circhi, del resto, solevano dire:

Venghino venghino! Siòr siòri! Più gente c’è, più bestie di vedono!

 

Bolle contro balle: il Prosecco tra allarmismi e verità dei numeri

Viticoltura: storia, cultura, economia e presidio del territorio. (Foto L. Ferraro)

Viticoltura: storia, cultura, economia e presidio del territorio. (Foto L. Ferraro)

Dipinta come una provincia malsana a causa della viticoltura intensiva, quella di Treviso si posiziona invece ai vertici regionali e nazionali quanto a statistiche oncologiche

Di Facebook si dice a volte peste e corna. I social, del resto, sono vere autostrade per le bufale, le cosiddette post-verità o le fake news. Tre modi diversi per descrivere l’attitudine a mistificare la realtà per fini personali, associativi, ideologici o economici.

Per fortuna su Facebook si possono anche creare reti di contatti preziosi, utili per arricchire le proprie conoscenze e, perché no, fare meglio il proprio lavoro. Recentemente mi è capitato di entrare in contatto con Paola Dama, laureata con lode in Scienze Biologiche all’Università Federico II di Napoli e oggi dottore di ricerca in oncologia molecolare e farmacologia presso l’Università di Chicago. Paola è cioè uno dei famosi cervelli che sono dovuti andare all’estero per esprimere al meglio le proprie potenzialità come scienziati. Parallelamente, tramite il sito Task Force Pandora svolge attività di divulgazione su un tema delicato come quello della Terra dei Fuochi, teatro spesso di allarmismi incontrollati di cui in futuro si spera fornire puntuali approfondimenti.

Grazie a Paola, intanto, chi scrive è riuscito ad accedere a fonti preziose per affrontare un tema a lui caro, ovvero il trinomio Prosecco-Treviso-Tumori. Un trinomio più volte rilanciato da tv, giornali e internet, sempre fornendo di quell’area geografica e di quella coltura un’immagine agghiacciante, con incantevoli paesini spacciati per capitali nazionali dei tumori pur avendo solo due casi di un tipo di cancro e zero di tutti gli altri, oppure madri che piangono la morte per leucemia di figli che in realtà oggi sono adulti, vivi e vegeti. Una tale sarabanda di fesserie che perfino le Autorità sanitarie locali sono scese in campo per smentirle.

Indagando meglio, infatti, si scopre che esiste un sito, “Registro Tumori Veneto” che riporta le statistiche oncologiche della Regione Veneto, divise per età, sesso e Ussl di appartenenza. Come pure che esiste un altro sito, “Mortalità Evitabile” che condivide altre statistiche utilissime, espressione del livello di efficienza delle diverse assistenze sanitarie ai malati oncologici suddivise per regioni e province. Ma andiamo per ordine.

 

Numeri reali, fobie immotivate

In Veneto, secondo le statistiche, sarebbero stati registrati nel 2015 nuovi casi di tumore in ragione di 17.680 a carico dei maschi e 14.888 per le femmine, per un totale di 35.568 nuovi malati di cancro. Sapendo che la popolazione del Veneto era nel 2015 pari a 4.925.000, la percentuale di nuovi malati sul totale ammonterebbe cioè allo 0,72%. Rifacendo i conti per la USSL7, nell’occhio del ciclone proprio per i tumori e i pesticidi legati alla produzione di Prosecco, ad ammalarsi di tumore sarebbero stati 765 maschi e 545 femmine, pari a un totale di 1.310. Sapendo che la popolazione di competenza della USSL7 è di 217.607 (al 31/13/2014), l’incidenza 2015 sarebbe pari allo 0,6%. Cioè inferiore alla media regionale. In altre parole, quell’area è tutt’altro che la fucina di malattie oncologiche millantata da movimenti politici, associazioni ambientaliste, tv, giornali e bizzarri ipocondriaci che hanno trovato nell’attivismo anti-pesticidi un riempitivo per le proprie paturnie.

 

Territori collinari dell'area del Prosecco. Forte l'integrazione di viticoltura, paesaggio e contrasto del dissesto idrogeologico grazie al presidio esercitato dagli agricoltori (Foto: L. Ferraro)

Territori collinari dell’area del Prosecco. Forte l’integrazione di viticoltura, paesaggio e contrasto del dissesto idrogeologico grazie al presidio esercitato dagli agricoltori (Foto: L. Ferraro)

 

Tumori & Tumori

Che poi, si fa presto a dire “tumori”. Quali? Sempre nel medesimo sito si possono trovare altre statistiche interessanti, ovvero quelle relative alle incidenze dei singoli tipi di cancro e gli andamenti in funzione dell’età. In Veneto negli anni fra il 1990 e il 2005 vi sarebbe stato in effetti un incremento delle patologie oncologiche di circa il 25% in entrambi i sessi. Nel 1990 su 100 mila abitanti si segnarono infatti 555 nuovi casi di tumore fra i maschi e 424 fra le femmine, mentre nel 2005 tali cifre sarebbero salite rispettivamente a 684 e 534.

Una ecatombe misteriosa? Hanno ragione gli strilloni dell’Apocalisse? No. Applicando ai dati i tassi d’incidenza specifici in funzione dell’età, fattore principale nell’incidenza tumorale, solo il 5% di aumento sarebbe indicativo di un aumento del rischio, ovvero 7 maschi e 38 femmine ogni 100 mila abitanti, mentre il restante 20% sarebbe semplicemente dovuto all’invecchiamento della popolazione. In altre parole, se si vive più a lungo un rovescio della medaglia pur si trova.

Quel 5% deve sicuramente destare attenzione, al fine di comprendere quali siano i fattori di rischio principali, ma di sicuro, proseguendo nell’analisi delle statistiche venete, sarebbero calati del 41% i tumori alle vie aerodigestive superiori, i cosiddetti Vads, ovvero neoplasie a carico di lingua, bocca, orofaringe, rinofaringe, ipofaringe, faringe, laringe. Questo solo nei maschi, però, perché nelle femmine tali tumori sarebbero saliti in 15 anni del 10% circa. Essendo legati spesso tali tumori ad alcol e fumo, forse urgerebbe dare consigli appropriati al gentil sesso veneto, anche perché tale tendenza si replica negli specifici tumori ai polmoni, calati nei maschi del 37-38% mentre nelle femmine sarebbero saliti del 12-13%.

In calo per tutti, invece, i tumori all’esofago (-39% nei maschi, -25% nelle femmine), le leucemie (-21% per entrambi i sessi), al fegato (-13% nei maschi, -7% nelle femmine), alla vescica (-12%, nei maschi, -13% nelle femmine) e Linfomi di Hodgkin, calati solo nei maschi del 10%, mentre nelle femmine sono aumentati del 4% circa.

Fra quelli che hanno segnato gli incrementi più marcati vi sono i tumori alla cute, ove i melanomi sarebbero aumentati del 78 e del 44% rispettivamente per maschi e femmine, mentre sarebbero saliti del 110% anche i tumori alla prostata, tipici appunto dell’età più avanzata, e al testicolo, saliti dell’80%. Ma a far suonare ancor più forte il campanello d’allarme sarebbero i tumori alla tiroide, aumentati in 15 anni del 147% nelle femmine e del 100% nei maschi. È noto infatti che le donne sono più esposte a questo tipo di tumore. Fortunatamente, questo rappresenta meno dell’1% di tutte le forme tumorali riscontrate in Veneto fra il 2008 e il 2010 (314 su 33.987 nuovi casi nel periodo considerato) e solo il 5% delle forme tumorali alla tiroide risulterebbero maligne.

In ogni caso, secondo l’Airc, tali tumori colpirebbero le donne quattro volte tanto rispetto agli uomini. Il decorso è però lento, tanto che circa il 30% delle tiroidi esaminate in corso di autopsia, causa morti diverse, presenterebbe una forma tumorale alla tiroide non diagnosticata in vita. Fra i fattori di rischio accertati vi sarebbe il cosiddetto “gozzo”, nato da carenze croniche di iodio, ma anche l’esposizione a radiazioni. Non a caso tali tumori sarebbero più frequenti in pazienti trattati per altre forme tumorali tramite radioterapia al collo. Tra le varie forme di tumore alla tiroide ve ne è poi una, quella cosiddetta “midollare”, associabile alla sindrome nota come “neoplasia endocrina multipla di tipo 2”, la quale avrebbe una base genetica ereditabile.

Di certo, tiroide, testicolo e prostata sono ghiandole. I dati su di essi rendono quindi necessario investigare con crescente attenzione, perché le sollecitazioni al sistema endocrino umano sembrano essere molteplici, dagli ftalati, plastificanti proibiti di recente, ai Pcbs, tutt’oggi nell’ambiente a causa della loro persistenza. Biberon e altri materiali plastici contengono, sebbene in dosi ritenute sicure, Bisphenol A, responsabile anche di ipofertilità maschile. Sospetti interferenti endocrini sono pure diossine e furani, derivanti dalla combustione incompleta della sostanza organica contenente cloro. Servirebbe quindi una valutazione molto più ampia del problema rispetto al dito puntato sui viticoltori. Perché i problemi complessi non hanno mai una risposta comoda e semplice.

 

A dispetto di chi pubblica foto di aerei ed elicotteri che inondano pesticidi, le attrezzature oggi a disposizione stanno puntando decisamente al rispetto di ambiente e salute

A dispetto di chi pubblica foto di aerei ed elicotteri che inondano pesticidi, le attrezzature oggi a disposizione stanno puntando decisamente al rispetto di ambiente e salute

 

Aspettative di vita

Ma il carteggio con Paola Dama ha fornito ulteriori spunti di ragionamento. Ovvero quelli sulla differenza fra incidenza e mortalità, spesso confusi fra loro, un po’ per ignoranza, un po’ per malafede. Ovvero quello che accade pure coi tanto vituperati “pesticidi”, per i quali si confondono artatamente i concetti di “presenza” e di “pericolo”, oggi nei cibi, domani nelle acque.

Vi sarebbe infatti uno studio che avrebbe calcolato la cosiddetta “mortalità evitabile“, ovvero quante persone sono morte in un anno in Italia per colpa delle inefficienze del servizio sanitario nazionale, regione per regione, provincia per provincia. Secondo il Progetto MEV(i), in base ai dati Eurostat, nel 2014 sarebbero state oltre 103 mila le morti evitabili avvenute nei primi 75 anni di vita. Anche in questo caso i maschi sono quelli messi peggio, coi due terzi dei casi (66.284 contro 37.312 casi nelle femmine).

Dalle mappe cromatiche riportate nel sito si evince come la mortalità evitabile complessiva vari molto a seconda dell’area geografica. Fanalino di coda la Campania, motivo quindi alla base del grande impegno profuso da Paola Dama, mentre le migliori sarebbero le macro zone che abbracciano Toscana, Umbria e Marche e poi Veneto, Trentino e Alto Adige.

Sommando gli anni di vita persi rispetto a quelli attesi, convertendoli in giorni e dividendoli infine per gli abitanti delle diverse aree, si stima quindi il numero di giorni di vita persi in media da ogni cittadino su base annua.

Mentre in Campania, ultima in classifica, tale valore sarebbe pari a 29,24, con un massimo di 30,79 a Napoli, Treviso appare di gran lunga la migliore d’Italia, con 19,65 giorni persi in un anno dai maschi e 10,67 dalle femmine. In altre parole, non solo non è vero che la provincia del Prosecco è l’epicentro delle patologie tumorali, ovvero dell’incidenza, ma non è neanche vero che sia la capitale dei morti di cancro come invece viene fatta passare. Anzi, pare proprio che vivere in provincia di Treviso sia un ottimo viatico per diminuire il rischio di ammalarsi di tumore e, anche se ciò dovesse accadere, pare sia la provincia in Italia dove si hanno le maggiori possibilità di scamparsela.

Il tutto, con buona pace dei paranoici, dei sobillatori di pance, degli ipocondriaci e degli editori, televisivi, web o cartacei che siano, i quali hanno trovato nella Provincia veneta un argomento lucroso sul quale vendere il proprio allarmismo.

 

Aveva ragione Henry Kissinger?

Bayer e Monsanto: dati e numeri, non solo sulla loro fusione

Bayer e Monsanto: dati e numeri, non solo sulla loro fusione

Chi controlla il cibo controlla i popoli, ammoniva il Segretario di Stato americano. Ora Bayer compra Monsanto per 66 miliardi di dollari e diviene la prima azienda al mondo nel settore delle sementi e dei prodotti per la difesa delle colture. La libertà agroalimentare mondiale è quindi in pericolo?

La risposta è no, ma già circolano su web immagini di demoni dagli occhi infuocati, con la scritta “Da Monsatan a Beelzebayer”. È più forte di loro: le multinazionali sono il Male e tutti noi siamo minacciati da esse. C’è anche chi, come Piernicola Pedicini, Capogruppo in commissione Ambiente, Sanità e Sicurezza alimentare al Parlamento europeo, intravede la possibilità che la nuova realtà sia in grado contemporaneamente di fare ammalare la gente, tramite pesticidi e ogm, per poi curarla con le medicine di Bayer. Si paventa anche un “Leviatano”, mitologica figura mostruosa e gigantesca, da 70 miliardi di euro di fatturato. Invincibile, secondo i Cinque Stelle.

La realtà, come al solito, è ben diversa. Non vi è dubbio che la nuova Bayer, Antitrust permettendo, possa diventare il più grande player mondiale, ma i 70 miliardi di euro sono un sogno agitato dopo una peperonata mangiata fredda. Una cifra del genere la fattura l’intero Gruppo Basf, il più grande colosso della chimica mondiale. Bayer, come gruppo, ne fattura circa 46. Come CropScience “solo” 10,37. Per lo meno leggendo l’annual report 2015 della società. Questi sarebbero per l’82% derivati dai prodotti per la disinfestazione e la difesa delle colture e per il 18% dalle sementi, ogm o meno che siano.

Monsanto, altro annual report 2015, di miliardi di euro ne ha raccolti 13,5. Uno in più di Coop in Italia. Sì, la “Coop sei tu” vende in Italia poco meno di quanto venda Monsanto in tutto il Mondo. Il suo assetto è però all’opposto di quello di Bayer: il 66% circa deriva dalla genetica, ovvero le sementi, il restante terzo del fatturato proviene da glifosate, l’unico agrofarmaco del colosso di St. Louis. Molto sbilanciata, Monsanto. Perché viste le vicissitudini di glifosate a livello europeo e l’ostracismo, sempre europeo, verso gli ogm, la stabilità dell’azienda nel lungo periodo non pare fra le più robuste. Urge quindi un cambiamento. Ci ha provato, Monsanto, a comprarsi lei Syngenta. Ma ha fallito. E la multinazionale svizzera è diventata cinese, acquisita da quella stessa ChemChina, statale, risponde direttamente a Pechino, che due anni fa si è comprata il 60% di Adama, ex-Makhteshim Agan, azienda israeliana numero uno al Mondo per i prodotti off-patent. Cioè quelli scaduti di brevetto ma ancora appetitosi per la creazione di nuove formulazioni e miscele. Ora pare se la voglia rilevare tutto. Nel 2015 si è presa pure il 65% di Pirelli, annunciando subito il ritorno del Marchio anche ne segmento agricolo, settore dismesso da Pirelli una decina di anni fa e rilevato dalla svedese Trelleborg.

Intanto, Dow e Dupont diventavano una cosa sola, creando un grande polo americano per la genetica e la chimica agraria dal potenziale fatturato mondiale di 14,2 miliardi di euro.

Quella di Bayer-Monsanto è quindi la manovra più rumorosa, senz’altro la più appariscente. Non certo la più importante, visto che la Cina sta muovendo passi importanti verso l’agricoltura occidentale, specialmente quella europea. Lo stesso acquisto di Syngenta è arrivato solo dopo che il Governo cinese aveva annunciato di voler investire molto di più in biotecnologie e ogm. La Cina vuole cioè coltivarseli in proprio anziché importarli da Brasile e Argentina. Syngenta non è la numero uno al Mondo per vendite di sementi, visto che stalla sui 2,5 miliardi di euro contro i nove di Monsanto. Però ha il know-how, le strutture, i cervelli e le genetiche tutte lì, a disposizione. E a Pechino poco ne cala che sul Pianeta non sia in testa alle vendite, perché è appunto al mercato interno che sta puntando. Non a caso, sono diverse le università cinesi che hanno già messo a punto nuovi ibridi geneticamente modificati, pronti a essere coltivati in campo. Laggiù, nel Celeste Impero, le istanze allarmiste e farlocche non pare abbiano presa, a differenza dell’Europa. Un’Europa che ha fatto arricchire la Cina comprando i suoi prodotti a basso prezzo e che ora si vede assediata dal colosso asiatico e dal suo cambio di marcia. Da un assalto meramente commerciale, basato su scarpe a 10 € al mercatino rionale, ora la Cina ci sta aggredendo sul piano industriale ed economico. E i mezzi finanziari per farlo glieli abbiamo dati noi.

Forse sarebbe di questo che il popolo dovrebbe quindi preoccuparsi. Bayer, se l’acquisizione si concluderà senza intoppi, diverrà un importante riferimento commerciale e tecnologico, altamente bilanciato. Avrà infatti un catalogo di agrofarmaci spesso come un elenco telefonico e amplierà il proprio portfolio di sementi e genetiche, biotech e non. Anche il rapporto fra semi e chimica si equilibrerà molto, visto che sarà quasi fifty-fifty. E chissà che non sia proprio grazie alla nuova Bayer che l’avanzata della Cina in Occidente venga rallentata e, forse, fermata. Vedere solo il male nelle cose, non è infatti un buon approccio mentale. Così come non lo è vedere solo il bene.

Con Henry Kissinger abbiamo aperto, con Henry Kissinger è bene chiudere. Prima di illudervi che le sue parole fossero una mannaia su operazioni come quella di Bayer-Monsanto, ricordatevi che Kissinger fu politico statunitense, di origine ebraica tedesca, membro del partito Repubblicano. Un liberista, un Ebreo, per giunta tedesco. Per di più Repubblicano. Eppure le sue parole sono state a lungo adoperate a vanvera da chi sputacchia veleni sul Partito repubblicano, sui complotti globali giudaico-capitalisti e sulle politiche industriali liberiste e su quelle economiche tedesche.

Trovare gli annual report non è difficile, visto che siete pratici del web. Scaricatevi quello delle multinazionali di cui sopra, quelli del 2015, e poi leggeteveli. Ma leggetevi anche quelli della succitata Coop, di Auchan e di Carrefour. La prima, come detto, fattura in Italia 12,5 miliardi di euro, uno solo in meno di Monsanto a livello planetario. Auchan vende in Europa per 54,2 miliardi di euro, cioè più del doppio di quanto assommino i fatturati di Bayer e Monsanto.

Infine Carrefour: 77 i miliardi di euro raccolti nel 2015. Il 10% in più di Basf, colosso numero uno mondiale della chimica. Notizia fresca fresca: Bernardo Caprotti, patròn di Esselunga, lascia. A 91 anni molla la sua creatura e la mette in vendita. Carrefour è in pole position, visto che già nel 2004 ci aveva provato, senza successo. Oggi potrebbe rifarsi avanti e accaparrarsi i 7,3 miliardi di euro fatti registrare nel 2015 da Esselunga. Ciò la porterebbe a superare la soglia degli 84 miliardi di euro, operando solo in Europa. Una cifra che è una volta e mezza le vendite globali di agrofarmaci. La sola Carrefour venderebbe cioè molto di più di tutte le multinazionali della chimica agraria messe insieme. E vende cibo. Parla ai consumatori. Ne indirizza le scelte e le preferenze. Gli agricoltori contano poco o nulla nelle filiere agroalimentari, raccogliendo solo le briciole dei prezzi alla vendita della loro ortofrutta. Sono cioè l’ultima ruota del carro, la Cenerentola che vive di avanzi. E se conta così poco l’agricoltura sui banconi dei supermercati, sulle scelte alimentari della gente, sui commerci globali di cibo e di materie prime, cosa volete che contino i fornitori dell’agricoltura, ovvero le multinazionali del seme, della chimica e delle macchine agricole?

Bravi: una cippa quadra.

Henry Kissinger aveva quindi ragione. Solo che i governatori del cibo, i padroni dei popoli, forse sono altri…

 

Disclaimer 1: nessun commento è ammesso. La spiegazione qui

Disclaimer 2: i bannerini pubblicitari che possono apparire nel blog sono di wordpress. Dato che adopero una versione gratuita, loro sperano che io gliela paghi mettendomi pubblicità. Ignorate ogni suggerimento a diete, prodotti o cure miracolose: sono contrarie ai contenuti del mio blog e pertanto me ne dissocio apertamente.

Sante carestie

Tanti cialtroni a sparlare di agricoltura su internet, ma pochi nei campi a produrre cibo

Tanti cialtroni a sparlare di agricoltura su internet, ma pochi nei campi a produrre cibo

Si moltiplicano le mozioni contro varie forme di tecnologia, dal referendum contro le piattaforme metanifere dell’Adriatico a quello anti-pesticidi di Malles in Alto Adige. Il tutto mentre i ministri italiani, con le loro posizioni populistiche, assecondano ogni tipo di demagogia schierandosi oggi contro gli Ogm, domani contro i pesticidi, dopodomani chissà. L’esercito degli ipocondriaci intanto s’ingrossa, chiedendo al contempo il bando degli idrocarburi ma impedendo coi propri comitati del No anche la realizzazione di parchi eolici. Oppure tuonando contro le importazioni dall’estero di derrate alimentari, ma reclamando al contempo la proibizione nel Belpaese di concimi e agrofarmaci, cioè i mezzi tecnici alla base della produttività nostrana. Forse, più che tante parole e spiegazioni potrebbe un carestia…

È inutile parlare al muro. Infatti io ci rinuncio presto. Per quanto dare dell’imbecille a un imbecille possa offrire grandi soddisfazioni sul piano umano, queste sono però limitate nel tempo. Inoltre, sfogarsi col mentecatto di turno non cambia certo gli scenari plumbei in cui l’Italia agroalimentare ed energetica si muove.

Per esempio, il 17 aprile si dovrebbe votare (io non andrò per motivi strategici), contro il rinnovo delle concessioni alle piattaforme che in Adriatico estraggono metano entro il limite delle 12 miglia dalla costa. Trattasi di circa 22 chilometri, mica bruscolini. In più non si parla di nuove trivelle, già proibite da tempo, bensì di vecchie piattaforme attive ormai da molti anni senza che alcun disastro o armageddon sia mai avvenuto.

Disonestamente, questo è stato fatto passare come un referendum contro le trivelle e contro il petrolio, come pure a favore dell’ambiente e delle energie rinnovabili. Spregiudicati e bugiardi i lestofanti che hanno diffuso tali falsità (basta leggere il quesito referendario per capire l’inganno), ma babbei quelli che ci sono cascati, moltiplicando magari su web la disinformazione messa in giro dai soliti ambientalisti improvvisati. Peccato che solo pochi anni fa siano stati bocciati ben cinque progetti di parchi eolici off-shore, da costruirsi fra le 3 e le 5 miglia marine dalle coste delle nostre regioni meridionali. I motivi? Più o meno gli stessi dei No-Triv: l’ambiente, il paesaggio, la tradizione locale, la cultura… Una schizofrenia che da tempo caratterizza i movimenti pseudo-ecologisti italiani. Sempre quelli, per intendersi, che non vogliono l’olio tunisino, ma se gli parli di olivicoltura intensiva per compensare le carenze italiane ti accusano di essere un servo delle multinazionali.

Difficile che tali mentecatti riescano a capire che è anche per colpa loro se in meno di 25 anni siamo passati dal 93% di autosufficienza alimentare a circa il 77-78%. E a livello di energia siamo messi ancora peggio, dipendendo sempre più dall’estero anche per questa. I perché di tali ribassi, purtroppo, non sono alla loro portata, troppo presi come sono a frequentare blog delinquenziali e siti para-biologici. Tanto vale allora sognare un Mondo diverso, un Mondo ove a mettere le cose a posto sia un evento inaspettato: perché, come dicevano gli antichi, gli Dei ci puniscono esaudendo i nostri desideri…

Pensate quindi cosa succederebbe se costruissimo un muro alto alto. Non per tenere fuori gli immigrati, come vorrebbero altri tipi di mentecatti dai languori barricaderi, bensì per tenere dentro gli Italiani.

Dopo averli isolati per bene, come si fa coi tonni prima della mattanza, abolire ogni pesticida, ogni fertilizzante, ogni genetica agraria brevettata dalle odiate multinazionali (dell’energia, se volete, se ne parlerà un’altra volta). E godersi poi lo sgomento nei loro volti di fronte ai banconi semi-vuoti dei supermercati, realizzando che quei limoni sudafricani non erano lì per caso, ma perché a luglio di limoni italiani non ce ne sono proprio. E la stessa cosa dicasi per le pere a maggio e per ogni altro tipo di ortofrutta stagionale che da noi è disponibile solo per una ristretta finestra temporale.

In più, vedrebbero diradarsi anche quei prodotti che in Italia raccogliamo in contemporanea a Spagna e Grecia. Questo perché se esporti e consumi il doppio dell’olio che produci, tanto per dirne una, poi da qualche altro Paese lo devi pur importare, con buona pace dei ciarlatani che blaterano di protezionismo di un Made in Italy che di fatto non c’è o che, anche quando c’è, è ben lungi dal soddisfare pienamente la domanda interna ed estera.

Importiamo un terzo del grano per fare la pasta, un terzo dei maiali con cui facciamo bistecche e salumi, e poi latte, mais, soia, riso, zucchero, frutta e verdura. Perché? Perché a suon di erodere terreni agricoli per fare spazio alle vostre case, maledetti cittadini, ci è rimasta la metà delle superfici in nostro possesso solo un secolo fa. Siete poi quasi raddoppiati di numero, passando dai 38 milioni di inizio 900 ai 60 milioni odierni. Per giunta, vi siete concentrati nelle città, lasciando a meno del 3% degli Italiani l’ingrato compito di coltivare la poca terra rimasta, nel disperato tentativo di dare da mangiare a tutti voi per 365 giorni all’anno. Ed è anche per colpa delle vostre ipocondrie su genetica e chimica se gli agricoltori vedono calare le proprie produzioni all’ettaro, le lacune delle quali altro non fanno che aprire spazi per ulteriori importazioni dall’estero. Una giostra perversa dalla quale pare non esservi via d’uscita.

Ora però, grazie a quel muro alto alto e ai bandi dell’odiata chimica, sareste felici: nulla potrebbe più arrivare in Italia dai Paesi stranieri. Nessuna molecola chimica brutta e cattiva potrebbe essere impiegata a protezione delle colture. Perfino i semi non sarebbero più di proprietà delle multinazionali, bensì sarebbero ricavati dalle antiche varietà locali di grano, quelle per intenderci che producono un quinto di quelle moderne. Un quinto se diserbate e trattate con fungicidi. Un decimo se abbandonate a se stesse nell’illusione che la Natura magnanima salvi i raccolti e, di conseguenza, le nostre vite.

Senza più importazioni e senza più chimica e genetica agraria, nell’arco di pochi mesi l’Italia affronterebbe la più spaventosa carestia della propria storia. Con una quantità di cibo a disposizione che non supererebbe un quarto del necessario. Si vedrebbero quindi battute di caccia alla nutria, oppure gente contendersi a sassate qualche radice di campo, perché dopo aver fatto sparire cani e gatti qualcosa da mettere sotto i denti dei propri figli bisogna pur trovarlo. Al termine dell’esperimento di 60 milioni di Italiani ne sarebbero sopravvissuti forse 15. E neanche tanto in salute, direi.

Anche perché sul muro alto alto monterei saggiamente delle mitragliatrici azionate da fotocellule automatiche. Così almeno l’esperimento potrebbe svolgersi nel pieno rispetto del metodo scientifico, senza defezioni capaci di alterare l’analisi statistica.

Pensate che quanto sopra sia solo una fantasia un po’ burlona e autoironica? Uno sfogo di un professionista, di un tecnico, stufo di leggere cretinate sul web? Uno scenario impossibile a verificarsi? No no, cari miei. Quello che ho appena descritto è già successo e sta continuando a succedere proprio ora. Non qui, nell’opulenta e autolesionista Italia, ma in un Paese che di tali sorti ne avrebbe fatto volentieri a meno: la Siria. Là non ci sono ecologisti a premere perché si aboliscano ogm, fertilizzanti e pesticidi. Là non sono gli attivisti di qualche movimento para-eco-sinistrorso a impedire la semina di genetiche evolute, moderne e brevettate. Là c’è stata una cosa che si chiama guerra. E quella mette a posto tutti.

Abdulsalam Hajhamed, direttore del Ministero dell’Agricoltura siriano, lo ha testimoniato a Bari, a dicembre 2015. Nel martoriato Paese mediorientale non arrivano più agrofarmaci, né fertilizzanti, né sementi certificate. Gli agricoltori, quindi, seminano ciò che gli è avanzato dall’anno prima. Sempre che gliene avanzi, ovviamente. E i risultati non sono certo eclatanti. Solo le Ruggini, malattie fungine del grano, causano perdite fino al 50% delle produzioni. A queste si sommano quelle dovute a insetti e malerbe. In totale, in Siria le rese per ettaro sono divenute un decimo di quelle di pochi anni fa. Non meglio se la cavano gli olivicoltori. Prima del conflitto la Siria esportava 25 mila tonnellate di olio. Oggi zero. Il poco olio che si riesce a produrre se lo godono i ricchi, gli Assad. Non certo il popolo. Questo perché fra malattie fungine e insetti gli olivi non producono più nulla e gli agricoltori, disperati, usano il loro legno per scaldarsi. I tanto vituperati agronomi, quelli come me, o sono morti o sono fuggiti all’estero, insieme a quella fiumana di esseri affamati senza più casa, distrutta dalle bombe, ma senza nemmeno cibo, falcidiato proprio dall’assenza dei mezzi tecnici necessari a produrne.
Le parole di Abdulsalam Hajhamed, quel giorno, fecero accapponare la pelle all’intero auditorium. Perché spiegavano molto bene le ragioni per cui oggi i Siriani sono disposti a partire all’avventura verso l’ignoto, a scavalcare reticolati di filo spinato, ad essere presi a randellate da poliziotti e militari simil-nazistoidi. Perché se sai che morirai o di bombe o di fame, ti metti in marcia e non guardi più indietro.

Ecco cosa merita questa Italia degli stolti referendum, l’Italia dei mille comitati del No, delle mozioni contro questo e contro quello. Merita di cadere in disgrazia, di sperimentare sulla propria pelle la miseria, la fame, la disperazione, la morte. Forse, dopo un annetto di tale lezione di vita, quelli come me potrebbero finalmente ricominciare a fare il proprio lavoro senza più zavorre attaccate alla borsa dei coglioni. Ricominciare a produrre, ricominciare a crescere, anziché sprofondare nei sonni fatali di una minoranza di storditi che pensano che un pannello solare e un pomodoro bio salveranno il Paese prima e il Mondo poi.

Le cascate sono là, proprio davanti a noi. Che il timone venga quindi levato in fretta dalle mani improvvide che stanno facendo puntare con decisione verso di esse. E che venga restituito a chi sa cosa fare. E lo sa fare anche bene.

Nel frattempo voi, beceri frequentatori di social, ottusi e mediocri leoni da tastiera, giganteschi buchi neri di ignoranza, prepotenza e presunzione, andatevene poco signorilmente a prendervelo là dove non batte il Sole. State segando il ramo ove tutti noi siamo seduti e quando la maggioranza del popolo finalmente lo capirà, spero che per voi inizino giorni pensierosi.

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Monumento all’articolo ignoto

Giornalismo è stampare ciò che altri non vorrebbero stampato. Tutto il resto si chiama pubbliche relazioni” (George Orwell)

Giornalismo è stampare ciò che altri non vorrebbero stampato. Tutto il resto si chiama pubbliche relazioni” (George Orwell)

 

Fare il giornalista implica l’accettazione degli attacchi ai propri argomenti o alla propria persona. Quando però l’attacco è talmente generico da non capire nemmeno a quale articolo fra i tuoi esso si possa rivolgere, allora realizzi che l’evento in sé merita a sua volta un articolo

 

Dalla redazione di un giornale per cui scrivo ricevo la seguente mail di protesta. Dal momento che l’attacco è personale, lo pubblico nel mio blog, altrettanto personale.

La responsabile della redazione è infatti persona buona, intelligente e sensibile. Non mi va di metterla in imbarazzo con la mia risposta.

Egregio Signore, il Suo articolo lo trovo fazioso e privo di contenuto divulgativo. Dipinge chi si batte contro i FITOSANITARI, come dei poverelli chiamati a fare qualche comparsa in un film tragicomico del neorealismo. Invece no! Non è così. Si informi bene. Siamo persone serie e informate, e la laurea non ce la mettiamo in tasca, ma continuiamo a studiare e a fare ricerca. Gli interessi delle aziende private li facciamo anche noi, ma nel rispetto dell’ambiente, che amiamo e vogliamo preservare”. [segue firma, ovviamente omissis in questa sede]

Letto e riletto più volte, non riesco proprio a capire a quale pezzo fra i miei esso si rivolga. Perché di pezzi sul tema dei “pesticidi kattivoni” ne scrivo parecchi, purtroppo. Dico purtroppo perché le mie sono solo doverose risposte all’infinita sequenza di allarmi ingiustificati, se non addirittura di attacchi sguaiati, su di un settore che sta alla base dei tre pasti al giorno di cui il Mondo Occidentale gode. Un settore, quello degli agrofarmaci, senza il quale tanti cittadini radical chic e new-age sperimenterebbe (finalmente) cosa vuol dire una carestia, non sapendo più come coniugare un pranzo con la cena dopo esser tornati dalla lezione di yoga o di zumba.

Sono forse profumi idilliaci, gli agrofarmaci? No, sono molecole con un loro profilo tossicologico e ambientale da tener da conto e da utilizzare quindi con saggezza e competenza, accettando però che esse si ritrovino poi nell’ambiente esattamente come accettiamo che ci si ritrovi la CO2 emessa dalle nostre automobili (anche di quelle dei summenzionati radical chic new-age), quando consumiamo combustibili fossili per stare dietro a una vita che ci obbliga ormai a spostamenti non più sostenibili con i calessi tirati da cavalli. Magari ora si sta cercando di ridurle, quelle emissioni. E nei campi coltivati pensate forse non si stia facendo altrettanto, obbligando gli agricoltori a fare veri e propri salti mortali per portare a buon termine i raccolti? No, così, tantopeddì…

Se però combatti contro la disinformazione allarmista – e cerchi di ricondurre la questione sul piano della razionalità e dei numeri – il risultato è quello di esser bollato come fazioso, privo di contenuti (quali se non me li dici?) e ovviamente bisognoso di andarsi a informare. Perché nonostante tu ti occupi di questo settore da trent’anni, t’informi, impari e mediti da trent’anni, sono quelli che tu critichi, loro si, a presentarsi come seri, laureati e informati. E disinteressati per giunta: loro si, anche se lavorano per aziende private. Io invece sarei quindi interessato? Siamo cioè al solito “ki ti paga?”. Non approfondiamo, che è meglio.

Quindi, in osservanza di quanto sopra, non devi parlarne come di una colossale marea di pirla, come invece sembreresti uso fare. Strano, perché di solito se uno non è pirla mica si offende se un altro tratta da pirla un pirla. Misteri della psicologia umana…

Su lauree e titoli avrei molto da discutere, perché conosco persone laureate come me che però meriterebbero vedersi la propria laurea stracciata in infiniti coriandoli, come per esempio i medici antivaccinisti, oppure gli agronomi che illudono la gente che si possa fare agricoltura spruzzando qualche estratto di rosmarino sulle piante coltivate. Sulla serietà andrebbe parimenti aperto un ampio dibattito, perché per me serietà è rimanere attaccati alla realtà oggettiva dei fatti, descritti da numeri solidi e verificabili. Numeri ovviamente che per discuterne seriamente (appunto) bisogna essere prima in grado di interpretarli in modo corretto, anziché guardarli attraverso le lenti di una qualche ideologia.

Ma torniamo all’articolo ignoto.

Quando non si riesce a capire un’acca leggendo l’attacco che ti viene mosso, la cosa è molto semplice: non si sta criticando un tuo articolo nel metodo e nel merito, come dovrebbe fare chiunque sia abbastanza preparato e informato per farlo, bensì si sta attaccando la tua persona e il tuo modo di scrivere. E questo è fatto che mi capita spesso, perché gli attacchi argomentati che ho ricevuto in vita mia li conto sulle dita di una mano. Per giunta, ognuno dei miei detrattori ha fatto la fine dei famosi pifferi di montagna, perché se si vuole contrapporre un argomento a un altro, si deve prima verificare che il proprio di argomento sia vincente e non terribilmente gracile fin nelle proprie fondamenta.

Non basta infatti amare l’ambiente e volerlo proteggere, sentimenti e intenti nobili e condivisibili, per evitare di dire inarrivabili minchiate sui “pesticidi” nelle acque oppure sui residui nell’ortofrutta. O magari degli ogm. Ma qui forse è l’unica cosa che mi è chiara della protesta ricevuta: l’articolo in questione non è uno di quelli scritti sulle biotecnologie e sul disonesto oscurantismo ideologizzato, fatto di soli mantra, che ad essi si contrappone.

Allora che sarà mai? Sarà perché tratto i babbei da babbei, o i disonesti da disonesti? Ci sta. Nei miei trent’anni di lavoro nel campo ho potuto esperienziare una sequenza inenarrabile di avvenimenti che mi hanno portato a disprezzare profondamente gli spacciatori di sogni, come quelli del bio o del naturale, ovvero quelli che si sono accaparrati una chimica tutta loro, definita buona a prescindere, lasciando la kimika kattiva agli altri, altrettanto a prescindere. Salvo poi magari usare in privato proprio quella kimika kattiva deprecata in pubblico, perché quando stai per perdere la produzione mica vai tanto per il sottile…

Oppure sarà per quello che scrivo sui piazzisti di poesie, cioè quei guru che vagheggiano ritorni al passato e decrescite felici, narrando di Eden da ritrovare – pieni zeppi di prodotti tipici e a KmZero – a platee di foche ammaestrate perennemente plaudenti a comando?

Altra ipotesi: potrebbero essere gli sberloni che rifilo ai terroristi che ogni anno sbandierano le analisi dei residui sull’ortofrutta come fossero causa di ogni malattia e tumore? Oppure quelli che fanno passare le acque che ci escono dal rubinetto come fiumi di veleni, contando sul fatto che nessuno sa che se un Canadese o un Americano leggessero quei report si metterebbero a ridere, perché loro hanno limiti nelle acque decine, centinaia o anche migliaia di volte superiori? E loro i limiti li calcolano in base alla tossicologia delle singole molecole, mica li fissano a capocchia rasente allo zero per soddisfare le paturnie demagogiche di qualche normatore in vena di restrizioni irrazionali.

Aspetta, magari sono le mie prese per il naso di quelli che chiedono i “Comuni depesticidizzati” o fanno i referendum per abolire i pesticidi non biodegradabili e per convertire tutta l’agricoltura al Bio, cioè quella forma di agricoltura che usa a nastro rame, un metallo pesante virtualmente eterno in quanto del tutto non biodegradabile. Gente così, cos’altro vuoi fare se non prenderla per il chiulo? Son già fin troppo buono, va là…

E quindi anche questo ci sta, perché fra le categorie da me più tartassate c’è proprio quella degli ecologisti che hanno fatto corsi di ecotossicologia su internet, ovvero coloro che personalmente reputo fra i più incompetenti e bugiardi in circolazione.

Già, perché è più forte di me: sebbene io adori i lupi, animali nobili e fieri, li detesto quando si travestono da agnelli e attraggono le proprie vittime belando loro che nel bosco, lì si, ci sarebbero i lupi kattivi che vogliono mangiarsele…

Restando quindi nel dubbio su quale mio articolo mi abbia portato la breve rampogna, concluderò con una mia massima, mediata da un detto alquanto famoso:

Quando il dito indica la Luna, il romantico guarda la Luna, lo stolto il dito, il saggio guarda cosa fa l’altra mano…”. E parafrasando Roberto Vecchioni: “Quella mano son trent’anni che guardo… e che non dormo”.

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La perfida trappola dell’integralismo biologico

ignoranza-bioCome risposta al progresso tecnologico e scientifico sono nati gruppi di pressione che hanno fatto della Natura e del “biologico” la propria bandiera. Per queste persone, specialmente per le più integraliste fra loro, la Natura è sempre buona, mentre tutto ciò che fa l’Uomo è sempre cattivo. L’inurbazione delle popolazioni ha peraltro privato gli Esseri Umani del contatto con la Natura stessa, facendogliene dimenticare le regole base e, soprattutto, mettendo loro un gran desiderio proprio di naturalità. Una naturalità cercata sovente nella contrapposizione ai ritrovati messi a punto da scienza e tecnologia.  Ma davvero ciò che è naturale è sempre buono a prescindere e ciò che fa l’Uomo è sempre lugubre e velenoso? Proviamo a vedere quanto c’è di vero e quanto vi è di falso  nelle attuali ideologie pseudo naturalistiche

Ma almeno sono naturali...”. Così si concluse una conversazione che sostenni tempo fa con una collega particolarmente accalorata in tema di prodotti biologici e “naturali”.
Da agronomo ed ecotossicologo non era la prima volta che mi cimentavo in discussioni di questo tipo, ma quella volta la conversazione si rivelò a doppio senso di circolazione in uscita, ma particolarmente a senso unico in ricezione.
Lei, cittadina abituata allo shopping in Corso Buenos Aires a Milano, aveva sposato il bio dopo il colpo di fulmine scoccato da una delle varie trasmissioni “pseudo agricole” domenicali.
Attraverso il tubo catodico (gli schermi a Led giacevano ancora nel mondo dei sogni tecnologici) qualche non meglio specificato produttore agricolo aveva decantato i pregi dell’alimentazione biologica rispetto a quella convenzionale.
Nulla di male a sostenere in televisione i propri business commerciali, ci mancherebbe. Anche perché di solito chi vuole ricevere le visite di certe troupe televisive mica s’illuda che sia proprio tutto tutto gratis. Dal punto di vista etico, però, una mente accorta dovrebbe comprendere al volo quanto la pubblicità ingannevole non sia solo materia di detersivi, bevande o altri generi di grande consumo.
La reclame più subdola è infatti quella che entra nelle case della gente dopo aver fatto bussare a un referente giudicato autorevole. Un volto noto e magari simpatico che induce ad abbassare i filtri critici della sfera razionale, aprendo la strada anche a messaggi furbescamente fuorvianti che possono così dilagare nella mente dello sprovveduto telespettatore.
Il produttore bio intervistato in tv aveva ovviamente decantato l’assenza di residui, come pure i maggiori contenuti nutrizionali, di profumi e di sapori. Lunga la filippica anche in termini salutistici ed ecologici. In pratica, tutto quello che invece era andato perduto per colpa dei pesticidi e dei fertilizzanti chimici, venduti solo per soddisfare le ambizioni di profitto di multinazionali senza scrupoli. Questo almeno nella malcelata opinione della collega.
A prescindere dal fatto che da una di queste multinazionali prendeva uno stipendio pure lei, cercai di condividere qualche informazione utile a farle correggere autonomamente questa percezione fuorviante, sia del biologico, sia della chimica.
Iniziai spiegandole che biologico non vuol dire “non trattato”, contrariamente a quanto lei pensava. Questa distorsione comunicativa è infatti uno dei pilastri della disinformazione con cui si auto-abbindola una parte dei consumatori. Un naturalmente-sognatorimalintendimento che produttori come quello apparso in tv non è che si indaffarino poi molto per correggere.
I prodotti bio sono trattati eccome. Il rame, per esempio, è ammesso nel biologico, pur essendo un metallo pesante, con una sua tossicità per l’uomo, per gli animali e per i vegetali.
Per giunta è virtualmente eterno: a differenza degli agrofarmaci di sintesi, che hanno tempi di decadimento ambientale mediamente compresi fra i giorni e i mesi, il rame troverà forse la propria nemesi solo quando l’Universo collasserà su se stesso producendo un unico, gigantesco buco nero.
Teorie astrofisiche e quantistiche a parte, resta il fatto che il rame è un mezzo tecnico di produzione al quale devono la vita intere generazioni. Basti pensare che l’arrivo della peronospora sulle patate europee causò carestie così gravi da indurre migrazioni di massa Oltreoceano, dopo avere abbrutito le fasce più basse della popolazione con fame e malattie. Se il rame fosse stato già conosciuto come antiperonosporico, quindi, si sarebbero potute salvare milioni di vite.
Per di più, molte fra le più importanti produzioni bio non potrebbero essere coltivate in assenza del rame. E forse anche per questa ragione non fa piacere a nessuno ricordare come usare il rame non equivalga affatto a non trattare.
L’impenetrabilità espressiva della collega mi fece capire che non era convinta. Proseguii.
Un’altra percezione fuorviante della chimica agraria è che la tossicità di una molecola sia legata alla sua artificialità: ciò che è di sintesi è sempre cattivo, ciò che è naturale è sempre buono.
Le spiegai quindi che il rotenone era si un insetticida naturale estratto da radici di piante, eppure aveva una tossicità tutt’altro che trascurabile. Negli States, a titolo d’esempio, si è ricorsi spesso al rotenone quando si trattava di “bonificare” dai pesci laghi e invasi artificiali. Essendo altamente tossico per gli organismi acquatici, il rotenone veniva versato nell’acqua sterminando la fauna ittica in men che non si dica. Per giunta, il suo profilo tossicologico verso l’Uomo e altri organismi animali è ben lontano dall’essere leggero. Vi sono molte sostanze attive prodotte dall’uomo che quanto a tossicità, come si suol dire, prendono serenamente la paga dal rotenone: fra un drink al diflubenzuron o uno al rotenone io non esiterei un istante a scegliere quello al diflubenzuron. Personalmente però, preferisco comunque un mojito.

Nessun muscolo facciale della collega accennò la benché minima contrazione.
Rafforzai il concetto ricordando che, in fondo, Lucrezia Borgia mica utilizzava esteri fosforici per avvelenare le sue vittime. Sebbene la figura di Lucrezia, a quanto pare, non fosse quella agghiacciante tramandata dalla tradizione, resta il fatto che una tisana di Belladonna preferirei non gustarmela. Socrate si avvelenò con la cicuta, mica con il methomyl. Neppure un liquore all’oleandro lo vedrei di buon occhio nel mio mobile bar.
Limitandoci poi alle colture agrarie, la solanina contenuta nelle parti verdi di patate e pomodori è un alcaloide che proprio bene non fa e ha un profilo tossicologico peggiore di buona parte degli eventuali residui di agrofarmaci che risultassero all’analisi.
Qualche goccia di sudore iniziava a colarmi sulle tempie, perché l’aspetto della collega era ormai simile a quello delle statue di cera del museo di Londra.
Sapendo che amava il buon vino, la indussi quindi a ragionare sul fatto che in una bottiglia da 75 centilitri vi sono circa 90-100 grammi di alcol, ipotizzando un grado alcolico pari a dodici-tredici. Vale a dire che bevendo quel vino introduceva nel proprio corpo, e vino-rossoin modo cospicuo, una sostanza reputata dall’Organizzazione mondiale di sanità la terza droga pesante dopo eroina e cocaina. Una sostanza i cui abusi spediscono all’altro mondo decine di migliaia di persone all’anno solo in Italia.
La presenza in quel medesimo vino di tre o quattro diversi residui di agrofarmaci, in ragione quindi di milligrammi e non di grammi, non può essere considerata certo peggiore dell’alcol stesso. Anzi. Nella maggior parte dei casi i residui sono poi al di sotto della scala dei ppm (milligrammi/litro), posizionandosi su quella dei microgrammi, ovvero milionesimi di grammo. Chi beve troppo vino, tradotto in soldoni, rischia per lo più di andare in coma etilico o di sviluppare cirrosi epatica e tumori e quello dei residui dovrebbe quindi essere l’ultimo dei suoi problemi.
Ancora nessuna reazione.
Pensai che forse avrei dovuto pungerla con una forchetta, per verificare se per caso fosse vittima della tossina paralizzante del Pesce Palla servito nei ristoranti giapponesi (nda: anche questa tossina naturale è terrificante e ne bastano pochi miligrammi per sterminare una tavolata di improvvidi commensali).
Calai quindi l’asso delle micotossine, ovvero quelle tossine liberate su mais, cereali, uva e cibi vari da funghi “naturalmente” presenti nei campi, come fusario, aspergilli, penicilli e compagnia briscola.
Queste sostanze naturali, utili alla competizione dei funghi verso altri microrganismi, sono molto tossiche e, soprattutto, pesantemente cancerogene. Basti pensare alle morti, alle amputazioni degli arti e ai malori psichedelici indotti in passato dalle tossine di Claviceps purpurea, ovvero il fungo che causa la nota “segale cornuta“. A quanto pare, persino la follia collettiva che colpì Salem, la famigerata cittadina stratunitense “delle streghe”, sarebbe derivata da intossicazioni da Claviceps, soprattutto a carico di quei soggetti più giovani tra i quali rientravano appunto quelle allucinate adolescenti che avevano dato vita alla caccia alle “streghe”. Oltre cento le vittime innocenti causate da quel evento. Mica pizza e fichi.
Per queste ragioni, l’attenzione tossicologica verso le micotossine si posiziona su valori che giacciono sui nanogrammi/chilo di peso corporeo. Vale a dire miliardesimi di grammo. Detta in altri termini, l’agrofarmaco con il peggior profilo tossicologico impallidisce di fronte alla migliore delle micotossine. Per giunta, se si trattano le colture con gli opportuni agrofarmaci, vengono controllati proprio i funghi che queste tossine producono. Quindi, trovo sia cosa sana e razionale utilizzare sostanze chimiche a pericolosità uno per contrastare funghi le cui tossine hanno pericolosità cento.
Per inverso, appare quindi cosa malsana e irrazionale decidere di non trattare le colture per paura dei “pesticidi” e poi sciropparsi le micotossine.
A tal proposito, giunse a mio supporto anche uno studio del dipartimento di tossicologia dell’Università di Bologna: analizzando dei succhi di frutta bio e non bio, ciò che venne scoperto non si mostrò esattamente in linea con le illusioni cittadine di salubrità nutrizionale.
Pari quanto ad assenza di residui, i succhi non-bio mostravano un livello di micotossine venti volte inferiori rispetto a quelli bio. La professoressa Patrizia Hrelia, relatrice sui risultati di questo studio in occasione delle Giornate Fitopatologiche del 2002, seminò il disappunto in platea, ove non pochi erano i sostenitori del bio. O meglio, sollevò il disappunto di coloro che hanno interessi diretti o indiretti che del bio si parli solo in termini entusiastici. Perché l’interesse non è materia esclusiva delle grandi multinazionali, come spesso si vuol  far credere. Personalmente, quello studio bolognese lo invierei invece a tutti quei sindaci e dirigenti scolastici che pensano di essere ganzi a rendere 100% bio le mense dei bambini .
A quel punto, le labbra della collega finalmente si schiusero, mentre lo sguardo parve ritornare ad essere quello di un organismo animato da spirito vitale. E quindi si pronunciò: “Ma almeno sono naturali…“.
Alzai le mani e mi arresi, rinunciando persino all’onore delle armi. L’abbandonai quindi a quello stato “nirvanico”, parafrasando l’attuale Presidente del Consiglio Mario Monti, dove conta di più la reclame televisiva di un produttore sconosciuto, che millanta pregi opinabili e sputa sentenze a capocchia, della competenza di un collega specificatamente preparato in materia.
Mi consolai pensando che, in fondo, i soldi per la spesa erano i suoi. E come ricorda un noto adagio: “Lo sciocco e i propri soldi verranno presto separati“.