Ogm Vs Bio: le sorprese del mais

Attacchi di piralide alle foglie del mais

Attacchi di piralide alle foglie del mais

 

L’opinione dominante attuale vuole gli ogm perniciosi per la salute, per la biodiversità e per l’ambiente in generale. Si reclama quindi l’alternativa Bio. Sicuri sia un affare?

La risposta, come spesso accade su tali argomenti, è no. Per lo meno stando ai numeri. Chiedere la proibizione di mais gm in Europa oppure opporsi alla loro autorizzazione in Italia, può quindi rivelarsi atteggiamento irrazionale e addirittura dannoso. Vediamo i perché analizzando il mais ogm per antonomasia qui in Europa: il MON810.

Il MON810, lanciato da Monsanto quasi vent’anni fa, fu uno dei primi mais resistenti agli attacchi delle larve di lepidottero, quelle che richiedono per lo meno un trattamento all’anno con insetticidi nelle aree ove le popolazioni di questi parassiti siano significative. Per conferire resistenza a tali attacchi venne trasferito al mais un gene prelevato da un batterio presente nel terreno, il Bacillus thuringiensis. Questo gene codifica per una proteina che risulta tossica per le larve di lepidottero, quindi se una pianta coltivata viene arricchita con questo gene acquisisce anch’essa la possibilità di sintetizzare la proteina/tossina trasformandosi a tutti gli effetti in una sorta di maestro di Aikido: non attacca nessuno, ma chi lo attacca fa una brutta fine. Su questo ultimo punto vi sono però posizioni differenti, ritenendo alcuni che il polline dei mais Bt possa invece depositarsi sulla vegetazione spontanea e uccidere le larve di falene e altre farfalle non pericolose per il mais. Lasciamo quindi la parola ai numeri per capire chi ha ragione.

 

Stessa proteina, usi differenti

L’efficacia insetticida delle delta-tossine Bt era conosciuta ben prima che si parlasse di ogm. Esistono infatti da tempo diversi preparati a base di un mix di tossina libera (la cosiddetta “delta-tossina”, appunto), spore di batteri e brodo di coltura, presenti nei vari formulati in proporzioni variabili. Questi vengono perciò utilizzati in agricoltura come insetticidi. Essendo poi basati su un microrganismo, tali insetticidi possono essere utilizzati anche in agricoltura biologica, la quale ne fa ovviamente ampio uso, non potendo in teoria utilizzare insetticidi chimici di sintesi.

Sull’Uomo la tossicità è quasi nulla. Bisogna mangiarne a cucchiaiate per avere un effetto avverso. Ciò perché il nostro apparato digerente è molto diverso da quello di una larva d’insetto. Quest’ultimo presenta l’intestino con pH alcalino, a volte fino a pH 10. Noi abbiamo invece uno stomaco in cui il pH è acido, scendendo sotto il valore di pH 2 durante la digestione. A tali valori il pepsinogeno si trasforma in pepsina, l’enzima che spacchetta le proteine ingerite nei loro componenti principali. La delta-tossina del Bt viene quindi demolita nel nostro stomaco al pari di altre proteine presenti nei cibi di origine vegetale e animale. All’intestino non arriva quindi intera, come avviene negli insetti, risultando perciò innocua. Al contrario, nell’intestino alcalino degli insetti diventa una sorta di groviglio di filo spinato che lede i tessuti e induce nelle larve l’incapacità di nutrirsi. Cosa che le porterà a morire d’inedia nel giro di poche ore o giorni.

A questo punto, esclusi eventuali problemi tossicologici per l’Uomo, sia a carico dell’insetticida, sia a carico degli ogm, proviamo a capire se vi sono differenze in termini ambientali fra i due approcci, ogm e bio, analizzando banalmente le quantità di tossina messe in gioco da ciascuno dei due.

Nei mais Bt, capaci come detto di sintetizzare autonomamente la proteina/tossina, le concentrazioni di questa variano molto in funzione dei tessuti vegetali presi in considerazione. Approssimativamente, mediando diversi studi di campo(1), i contenuti di delta-tossina Cry1Ab presente nel MON810, sarebbero stati misurati intorno agli 8-10 mg/kg di peso fresco nelle foglie, concentrazione che si rivela di fatto efficace nel contenere le larve di piralide, il principale parassita che attacca il mais nei nostri areali. Molto meno nella granella, scendendo le concentrazioni di delta-tossina a valori compresi fra 0,16 e 0,69 mg/kg. Ancor più basse le concentrazioni nel polline, con soli 0,09-0,097 mg/kg. Nel polline vi sono quindi concentrazioni di delta-tossina circa cento volte inferiori a quelle delle foglie, ovvero le parti di pianta attaccate dalla prima generazione di piralide.

Anche stando ai documenti dell’Epa(2), Environmental Protection Agency americana, le concentrazioni di delta-tossina nei pollini sarebbero molto basse. In tre differenti analisi di MON810 (Illinois, Nebraska, Indiana) nel polline sarebbe stata trovata infatti la delta-tossina Cry1Ab in concentrazioni che vanno da zero a un massimo di 0,079 µg/g di peso secco, corrispondenti a 0,079 mg/kg di polline. In linea quindi con i dati riportati dal parere dell’Ispra.

Infine, secondo i dati forniti da LG, un ettaro di mais in fioritura produce circa 250 kg di polline, pari quindi a un massimo di 20-22 milligrammi di delta-tossina Cry1Ab. Più del 90% del polline rimarrebbe peraltro confinato nel campo, mentre si sale praticamente al 98% spingendosi a soli 60 metri dai suoi bordi. Dei venti milligrammi circa di delta-tossina prodotta col polline ne uscirebbero quindi dai campi solo due o tre, pari a 2-3.000 µg (microgrammi = milionesimi di grammo). Di questi, solo 400-500 µg supererebbero la soglia dei 60 metri, diluendosi all’infinito nelle superfici più lontane. Praticamente un nulla.

Ragioniamo ora in termini di depositi di polline/tossina per metro quadro di terreno. Vista l’area interessata dalla deriva del polline, stimabile in diverse migliaia di metri quadri, intorno ai campi di mais si possono depositare al massimo pochi grammi di polline per metro quadro di terreno (4-5 g/m2). E questo solo nei metri quadri a ridosso del campo e ipotizzando che tutto il polline vada in una sola direzione. Cioè il caso limite. Ciò significa che di tossina se ne può riscontrare solo 0,3-0,4 µg/m2, cioè frazioni di milionesimi di grammo per metro quadro di terreno. Una dose del tutto inefficace nel controllo delle larve di lepidotteri. Quindi innocua anche per le specie non bersaglio che si nutrono di piante spontanee.

 

Mais bio: di più o di meno, signò?

Cosa succede invece se coltiviamo mais seguendo protocolli di agricoltura biologica? Non possiamo ovviamente utilizzare ogm, né insetticidi di sintesi. Quindi useremo prodotti a base proprio di Bacillus thuringiensis. Sul mercato ne esistono diversi, tutti riportanti in etichetta la potenza insetticida espressa in UI, ovvero le Unità Internazionali. Un vero ginepraio provare a convertire questa unità di misura in milligrammi. Per fortuna esistono le etichette ministeriali degli insetticidi registrati presso il Ministero della Salute. Fra queste si trovano anche quelle dei prodotti a base Bt, come per esempio quella di Agree, distribuito in Italia da Certis Europe, facente capo alla giapponese Mitsui. Useremo quindi la sua etichetta per fare le debite comparazioni con le quantità di delta-tossina nel polline del MON810.

La potenza insetticida di Agree, dichiarata in etichetta ministeriale, è pari a 25.000 UI/mg di formulato. È tanto o è poco? Risposta impossibile per un non-agronomo. Per fortuna, su 100 grammi di prodotto si evince anche come ve ne siano 50 considerati “sostanza attiva”, suddivisi in tal modo: 3,8 grammi di delta-tossina in forma libera e 46,2 grammi di spore e brodo di coltura. I restanti 50 grammi di prodotto sono invece coformulanti. Sempre scorrendo l’etichetta, si apprende che su mais Agree va applicato a dosi di 1-1,5 kg/ha. Solo di delta-tossina in forma libera ne vengono quindi applicati da 38 a 57 grammi per ettaro. A questi vanno poi aggiunte le spore e il brodo di coltura. In totale, gli agenti attivi distribuiti su un ettaro di mais con un solo trattamento di Agree vanno dai 500 ai 750 grammi. E i fenomeni di deriva, cioè quelli che portano gli aerosol insetticidi anche fuori dai campi, sono presenti pure nei trattamenti fitosanitari, anche a valori superiori al 10% visto per il polline di mais. Di prodotti analoghi ad Agree, peraltro, ve ne sono tanti, anche con potenze fino a 90.000 UI/mg di prodotto. Questi sono applicabili nel mais a dosi di 1-1,2 kg/ha, quindi di poco inferiori a quelle di Agree nonostante la potenza insetticida quasi quadrupla.

Comparando quindi i dati sulla dispersione della delta-tossina tramite polline di mais transgenico o tramite applicazione di un insetticida biologico, si può facilmente intuire che mentre il primo disperde nell’ambiente poche decine di milligrammi di delta-tossina libera, il secondo ne immette alcune decine di grammi. Applicando in campo la dose massima dell’insetticida di cui sopra, solo di tossina libera si immettono infatti nell’ambiente circa tremila volte i quantitativi che vengono liberati con il polline dal MON810 (20 mg contro quasi 60 grammi). Senza parlare delle spore. In tal caso si sale di alcune migliaia di volte.

In altre parole, chi per difendere falene e farfalle strilla contro i mais gm, perorando pure la causa del biologico, altro non fa che chiedere di moltiplicare di tremila volte l’immissione nell’ambiente della medesima tossina che viene stigmatizzata quando presente nel polline transgenico.

Qualsiasi studio vediate, qualsiasi accusa leggiate, ricordatevi quindi questo: anche nella remota ipotesi che quegli studi e quelle accuse fossero credibili, e il più delle volte non lo sono perché svolti in condizioni del tutto irrealistiche, se si passasse dalla coltivazione di mais transgenico a quella di mais biologico non si potrebbe fare altro che moltiplicare come minimo per tremila l’impatto ambientale su lepidotteri e altri organismi non bersaglio. Pensate a quali conseguenze vi sarebbero per esempio in Spagna, ove sono più di 100 mila gli ettari coltivati a MON810. Da una condizione in cui nell’ambiente vengono dispersi annualmente col polline due soli chili di delta-tossina (20 mg x 100 mila ettari), si passerebbe a circa sei tonnellate, alle quali andrebbero aggiunte le decine di tonnellate di spore batteriche contenute nelle oltre cento tonnellate di formulati Bt biologici che servirebbero per contrastare la piralide in sostituzione del transgenico.

A dimostrazione che è proprio vero che le vie dell’inferno sono spesso lastricate di buone intenzioni.

  • Parere Ispra su MON810 del 24 febbraio 2014, in risposta ai pareri favorevoli di Efsa, l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare.
  • Epa: Cry1Ab and Cry1F Bt Plant-Incorporated Protectants September 2010 Biopesticides Registration Action Document

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Monumento all’articolo ignoto

Giornalismo è stampare ciò che altri non vorrebbero stampato. Tutto il resto si chiama pubbliche relazioni” (George Orwell)

Giornalismo è stampare ciò che altri non vorrebbero stampato. Tutto il resto si chiama pubbliche relazioni” (George Orwell)

 

Fare il giornalista implica l’accettazione degli attacchi ai propri argomenti o alla propria persona. Quando però l’attacco è talmente generico da non capire nemmeno a quale articolo fra i tuoi esso si possa rivolgere, allora realizzi che l’evento in sé merita a sua volta un articolo

 

Dalla redazione di un giornale per cui scrivo ricevo la seguente mail di protesta. Dal momento che l’attacco è personale, lo pubblico nel mio blog, altrettanto personale.

La responsabile della redazione è infatti persona buona, intelligente e sensibile. Non mi va di metterla in imbarazzo con la mia risposta.

Egregio Signore, il Suo articolo lo trovo fazioso e privo di contenuto divulgativo. Dipinge chi si batte contro i FITOSANITARI, come dei poverelli chiamati a fare qualche comparsa in un film tragicomico del neorealismo. Invece no! Non è così. Si informi bene. Siamo persone serie e informate, e la laurea non ce la mettiamo in tasca, ma continuiamo a studiare e a fare ricerca. Gli interessi delle aziende private li facciamo anche noi, ma nel rispetto dell’ambiente, che amiamo e vogliamo preservare”. [segue firma, ovviamente omissis in questa sede]

Letto e riletto più volte, non riesco proprio a capire a quale pezzo fra i miei esso si rivolga. Perché di pezzi sul tema dei “pesticidi kattivoni” ne scrivo parecchi, purtroppo. Dico purtroppo perché le mie sono solo doverose risposte all’infinita sequenza di allarmi ingiustificati, se non addirittura di attacchi sguaiati, su di un settore che sta alla base dei tre pasti al giorno di cui il Mondo Occidentale gode. Un settore, quello degli agrofarmaci, senza il quale tanti cittadini radical chic e new-age sperimenterebbe (finalmente) cosa vuol dire una carestia, non sapendo più come coniugare un pranzo con la cena dopo esser tornati dalla lezione di yoga o di zumba.

Sono forse profumi idilliaci, gli agrofarmaci? No, sono molecole con un loro profilo tossicologico e ambientale da tener da conto e da utilizzare quindi con saggezza e competenza, accettando però che esse si ritrovino poi nell’ambiente esattamente come accettiamo che ci si ritrovi la CO2 emessa dalle nostre automobili (anche di quelle dei summenzionati radical chic new-age), quando consumiamo combustibili fossili per stare dietro a una vita che ci obbliga ormai a spostamenti non più sostenibili con i calessi tirati da cavalli. Magari ora si sta cercando di ridurle, quelle emissioni. E nei campi coltivati pensate forse non si stia facendo altrettanto, obbligando gli agricoltori a fare veri e propri salti mortali per portare a buon termine i raccolti? No, così, tantopeddì…

Se però combatti contro la disinformazione allarmista – e cerchi di ricondurre la questione sul piano della razionalità e dei numeri – il risultato è quello di esser bollato come fazioso, privo di contenuti (quali se non me li dici?) e ovviamente bisognoso di andarsi a informare. Perché nonostante tu ti occupi di questo settore da trent’anni, t’informi, impari e mediti da trent’anni, sono quelli che tu critichi, loro si, a presentarsi come seri, laureati e informati. E disinteressati per giunta: loro si, anche se lavorano per aziende private. Io invece sarei quindi interessato? Siamo cioè al solito “ki ti paga?”. Non approfondiamo, che è meglio.

Quindi, in osservanza di quanto sopra, non devi parlarne come di una colossale marea di pirla, come invece sembreresti uso fare. Strano, perché di solito se uno non è pirla mica si offende se un altro tratta da pirla un pirla. Misteri della psicologia umana…

Su lauree e titoli avrei molto da discutere, perché conosco persone laureate come me che però meriterebbero vedersi la propria laurea stracciata in infiniti coriandoli, come per esempio i medici antivaccinisti, oppure gli agronomi che illudono la gente che si possa fare agricoltura spruzzando qualche estratto di rosmarino sulle piante coltivate. Sulla serietà andrebbe parimenti aperto un ampio dibattito, perché per me serietà è rimanere attaccati alla realtà oggettiva dei fatti, descritti da numeri solidi e verificabili. Numeri ovviamente che per discuterne seriamente (appunto) bisogna essere prima in grado di interpretarli in modo corretto, anziché guardarli attraverso le lenti di una qualche ideologia.

Ma torniamo all’articolo ignoto.

Quando non si riesce a capire un’acca leggendo l’attacco che ti viene mosso, la cosa è molto semplice: non si sta criticando un tuo articolo nel metodo e nel merito, come dovrebbe fare chiunque sia abbastanza preparato e informato per farlo, bensì si sta attaccando la tua persona e il tuo modo di scrivere. E questo è fatto che mi capita spesso, perché gli attacchi argomentati che ho ricevuto in vita mia li conto sulle dita di una mano. Per giunta, ognuno dei miei detrattori ha fatto la fine dei famosi pifferi di montagna, perché se si vuole contrapporre un argomento a un altro, si deve prima verificare che il proprio di argomento sia vincente e non terribilmente gracile fin nelle proprie fondamenta.

Non basta infatti amare l’ambiente e volerlo proteggere, sentimenti e intenti nobili e condivisibili, per evitare di dire inarrivabili minchiate sui “pesticidi” nelle acque oppure sui residui nell’ortofrutta. O magari degli ogm. Ma qui forse è l’unica cosa che mi è chiara della protesta ricevuta: l’articolo in questione non è uno di quelli scritti sulle biotecnologie e sul disonesto oscurantismo ideologizzato, fatto di soli mantra, che ad essi si contrappone.

Allora che sarà mai? Sarà perché tratto i babbei da babbei, o i disonesti da disonesti? Ci sta. Nei miei trent’anni di lavoro nel campo ho potuto esperienziare una sequenza inenarrabile di avvenimenti che mi hanno portato a disprezzare profondamente gli spacciatori di sogni, come quelli del bio o del naturale, ovvero quelli che si sono accaparrati una chimica tutta loro, definita buona a prescindere, lasciando la kimika kattiva agli altri, altrettanto a prescindere. Salvo poi magari usare in privato proprio quella kimika kattiva deprecata in pubblico, perché quando stai per perdere la produzione mica vai tanto per il sottile…

Oppure sarà per quello che scrivo sui piazzisti di poesie, cioè quei guru che vagheggiano ritorni al passato e decrescite felici, narrando di Eden da ritrovare – pieni zeppi di prodotti tipici e a KmZero – a platee di foche ammaestrate perennemente plaudenti a comando?

Altra ipotesi: potrebbero essere gli sberloni che rifilo ai terroristi che ogni anno sbandierano le analisi dei residui sull’ortofrutta come fossero causa di ogni malattia e tumore? Oppure quelli che fanno passare le acque che ci escono dal rubinetto come fiumi di veleni, contando sul fatto che nessuno sa che se un Canadese o un Americano leggessero quei report si metterebbero a ridere, perché loro hanno limiti nelle acque decine, centinaia o anche migliaia di volte superiori? E loro i limiti li calcolano in base alla tossicologia delle singole molecole, mica li fissano a capocchia rasente allo zero per soddisfare le paturnie demagogiche di qualche normatore in vena di restrizioni irrazionali.

Aspetta, magari sono le mie prese per il naso di quelli che chiedono i “Comuni depesticidizzati” o fanno i referendum per abolire i pesticidi non biodegradabili e per convertire tutta l’agricoltura al Bio, cioè quella forma di agricoltura che usa a nastro rame, un metallo pesante virtualmente eterno in quanto del tutto non biodegradabile. Gente così, cos’altro vuoi fare se non prenderla per il chiulo? Son già fin troppo buono, va là…

E quindi anche questo ci sta, perché fra le categorie da me più tartassate c’è proprio quella degli ecologisti che hanno fatto corsi di ecotossicologia su internet, ovvero coloro che personalmente reputo fra i più incompetenti e bugiardi in circolazione.

Già, perché è più forte di me: sebbene io adori i lupi, animali nobili e fieri, li detesto quando si travestono da agnelli e attraggono le proprie vittime belando loro che nel bosco, lì si, ci sarebbero i lupi kattivi che vogliono mangiarsele…

Restando quindi nel dubbio su quale mio articolo mi abbia portato la breve rampogna, concluderò con una mia massima, mediata da un detto alquanto famoso:

Quando il dito indica la Luna, il romantico guarda la Luna, lo stolto il dito, il saggio guarda cosa fa l’altra mano…”. E parafrasando Roberto Vecchioni: “Quella mano son trent’anni che guardo… e che non dormo”.

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Lobby 2.0: le invisibili

lobby-1Negli ultimi vent’anni il mondo della comunicazione è stato rivoluzionato nei contenuti e nelle dinamiche. Internet in generale – e i social media in particolare – hanno capovolto i rapporti di forze pre esistenti stravolgendo anche le modalità di esercizio delle azioni di lobby. Queste sono passate dagli oligopoli, che premevano su pochi uomini influenti, a infinite entità pluricellulari che agiscono direttamente sull’opinione pubblica, sfruttando forme spontanee d’intelligenza collettiva

Perfino un Grizzly fugge quando inseguito da uno sciame di api inferocite, perché contro di esse i suoi canini e i suoi artigli nulla possono fare. Del resto anche un bisonte, nonostante la sua forza, ha poche chance di sopravvivere se finisce a bagno nel bel mezzo di un branco di Pirañas.

I due esempi sopra esposti, di tipo zoologico, altro non sono che metafore di quanto accade oggi in materia di esercizio della “lobby”, ovvero quell’azione di persuasione mirante a portare acqua al mulino di una corporazione, di un partito politico, oppure di un’azienda o di un’associazione. Tanto per intendersi, esercita un’azione di lobby Monsanto quando colloquia con i politici di un Paese in cui il colosso di St. Louis voglia far autorizzare un suo nuovo ogm. Ma sono parimenti lobby anche gli oltre 300 comitati del No costituiti in Italia da comuni cittadini che si oppongono a questa o quest’altra opera pubblica o privata. Per quanto possa far inorridire i puristi un po’ retrò del concetto di lobby, sono infatti parimenti lobbisti la grande multinazionale del biotech come pure i No-Tav che con le loro manifestazioni e guerriglie cercano di fare pressione sulla politica affinché rinunci all’opera ferroviaria. Esercitano “lobbying” DuPont come Greenpeace, Bayer come Legambiente, Monsanto come il Wwf, Syngenta come Coldiretti, Pfizer come la Lav.  Ognuna di queste promuove i propri interessi e bollare come lobby solo quelli che non ci piacciono è segno che del concetto di lobby non si conosce nemmeno l’abc.

Già, perché per quanto strano possa sembrare, l’esercizio della lobby è fatto assolutamente lecito: nell’accezione anglosassone è infatti del tutto normale che un gruppo di entità omogenee per interessi esponga le proprie ragioni presso i decisori politici o economici. La difesa dei propri interessi non è infatti di per sé illecita, a patto che questi siano riconosciuti altrettanto leciti anche dalla Legge. Non è invece lecito allungare bustarelle oppure mentire e ingannare i propri interlocutori, ma lì finisce l’azione di lobby e iniziano corruzione e inganno della buona fede altrui, punite la prima dalla Legge, la seconda dal biasimo sociale. Purtroppo, ci sono ancora molte persone che confondono i due concetti e continuano a equiparare lobby e mazzette, oppure lobby e menzogne.

L’evoluzione delle Lobby nel tempo

Fino a pochi decenni or sono, i lobbisti erano singoli emissari di ben precisi colossi. Pochi, ma enormi. Tanto per dire, alcuni grandi manager di multinazionali giocavano a golf con il Presidente degli Stati Uniti, facendo comunella quindi con i vertici del potere americano. Perché quello era il target delle “Lobby 1.0”: ottenere qualcosa di utile operando sul primo livello di potere, quello più alto, cioè la punta della piramide gerarchica. Serviva una Legge ad hoc? Pronti. La si poteva ottenere semplicemente esercitando pressioni sulla politica e sui grandi mezzi di comunicazione. Le generose donazioni per le campagne elettorali e gli aiuti economici alle testate un po’ asfittiche quanto a budget spianavano infatti la strada all’obbligata riconoscenza.

La diminuzione degli editori puri, quelli cioè che vivono solo della propria casa editrice, ha fatto poi entrare nei consigli di amministrazione dei giornali un crescente numero di persone aventi lo scopo di condizionare le politiche editoriali stesse, magari in barba all’onestà e alla professionalità del lavoro giornalistico puro e semplice. Tutto ciò, ovviamente, sopravvive ancora oggi, con organi di stampa che dalla carta sono passati alla televisione prima e al web poi, pur mantenendo gli stessi vizietti di prima.

Una ventina d’anni fa, però, internet iniziò a divenire strumento diffuso. L’evoluzione informatica dei popoli aprì nuove vie all’informazione e quindi il regime di oligopolio che la deteneva perse progressivamente forza e predominio. Con l’arrivo dei social, cioè Facebook, YouTube, Twitter e similari, si è poi verificato un fatto completamente nuovo e inaspettato: i cittadini hanno capito che potevano non solo attingere informazioni da una molteplicità di fonti non convenzionali, ma che potevano perfino diventare ciascuno un piccolo mezzo d’informazione fai-da-te, caricando filmati, pubblicando post, aprendosi blog, siti, pagine e account. Gli smartphone con videocamera incorporata hanno poi permesso a miliardi di persone di trasformarsi all’occorrenza in inviati speciali, in testimoni. Scenari, questi, che sono ormai oggetto di studi sociologici e di mercato proprio da parte di quei media che, volenti o nolenti, sono stati in buona parte scippati del controllo dell’informazione.

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Grazie alle nuove tecnologie, tutti possono illudersi di essere diventati reporter, giornalisti, anchor men e similari

E qui potrebbe scapparci una Ola dal vago sentore populista, se non si sapessero alcune cose che mettono il fenomeno appena descritto sotto una luce ben diversa. Perché le medaglie hanno tutte un rovescio e quella di cui sopra ne ha uno enorme.

Cosa succede infatti se l’informazione deborda dall’ambito professionale e diviene territorio di conquista “canem et porchem”? Succede che l’informazione muore per abuso di se stessa, esattamente come sosteneva Platone parlando di democrazia. La moltiplicazione esponenziale dei luoghi virtuali presso cui attingere informazioni ha reso infatti impossibile la verifica sostanziale delle medesime. L’ignoranza – ancor più spesso la malafede – hanno poi fatto il resto, creando un mostro dalle infinite teste le quali, come l’Hydra di Ercole, si rigenerano velocemente non appena si riesca a tagliarne qualcuna a colpi di argomentazioni serie e professionali.

Ed è proprio su questo humus anarco-comunicativo che sono state seminate le “Lobby 2.0”, quelle cioè che stanno soppiantando le “Lobby 1.0”, ormai obsolete e destinate a perire se non cambieranno anch’esse marcia. E in fretta.

Speech and Language Therapists Campaign Outside Parliament

Le moderne “Lobby 2.0” puntano sul numero e non sulle dimensioni. Sono da considerarsi dei veri e propri organismi pluricellulari

Lobby 2.0: piccoli, tanti, uniti e aggressivi. La formula vincente.

Le nuove “Lobby 2.0” non sono nate nei consigli di amministrazione di qualche multinazionale, bensì in una miriade di piccole realtà imprenditoriali le quali, trovandosi fra loro sul web, hanno progressivamente espanso la propria influenza all’interno dello strato più basso della piramide gerarchica, ovvero l’opinione pubblica. Già, perché questa è solo erroneamente considerata l’ultima. In realtà è la prima per importanza, perché nessun politico, nessun grande imprenditore, nessun giornale, vorrebbe mai andare contro di essa. Perché il popolo, in funzione dell’opinione che ha, vota, fa la spesa, compra giornali. Manipolare le sue opinioni rappresenta quindi la più efficace strategia di lobby mai messa a punto prima. Anziché andare dall’alto verso il basso, come prediletto dalle “Lobby 1.0”, le “Lobby 2.0” premono infatti dal basso verso l’alto. Strategia a suo modo geniale. E poi, non è certo pensabile che a giocare a golf col Presidente possano essere migliaia di piccoli imprenditori e commercianti provenienti da mezzo Mondo. Quindi, ai green presidenziali ci hanno rinunciato a piè pari, scegliendo saggiamente di giocare sulle menti della base, cioè il popolo. Ben più ingenuo e manipolabile del Presidente, per giunta…

Purtroppo, solo in pochi si sono accorti che l’Era delle “Lobby 2.0” è nata, che esiste e che sta già macinando business a quattro palmenti. Abituati come siamo a vedere le Lobby grandi e potenti, a considerare Lobby solo i regimi di monopolio e di oligopolio, non siamo più in grado di riconoscere come lobbistica un’azione di persuasione quando essa risulti dispersa in una miriade di punti diversi del mondo della comunicazione. Mentre le “Lobby 1.0” si muovevano infatti secondo la logica del grande predatore, enorme, rumoroso, potente e dai denti micidiali, le “Lobby 2.0” operano secondo le logiche dell’intelligenza di tipo coloniale, come per esempio fanno le api o le formiche. Peccato che a volte siano più che altro dei banchi di Pirañas: non agiscono secondo un piano coordinato, non hanno un capo che li guida, eppure riescono a spolpare un “bue” in men che non si dica, semplicemente occupando lo spazio in modo razionale e dando ciascuno un morso in un ben preciso punto. Ma vi è di più: il vero colpo di genio dei lobbisti 2.0 è stato proprio quello di far credere che non esistono. Ben ce lo ricorda anche la Chiesa che il trucco più efficace del Diavolo è quello di farci credere che non esiste. Ed io, da ateo qual sono, chissà quanti satanassi e bafometti ho reso felici con il mio scetticismo. Solo che, a differenza di Satana, le “Lobby 2.0” sono ben individuabili. Basta allontanarsi un attimo e guardare da lontano il brulicare di messaggi spontaneamente armonici, coerenti fra loro, direzionati verso una meta comune. Chi non riesce a vedere tutto ciò, né a capirne le dinamiche e i disegni, sarà bene cambi occhiali. Oppure testa. Perché il Mondo è anche suo e se non impara a difenderlo dai nuovi lobbisti 2.0 non farà certo un bell’affare.

Nella moderna comunicazione delle “Lobby 2.0” i “morsi” da Piraña di cui si parlava poco sopra sono pagine web apparentemente innocue, slegate fra loro. Oppure di Facebook, o ancora tweet, post, commenti qua e là nei forum. Tutti a ribattere i medesimi concetti, tutti a ripetere le stesse cose. Lo scopo, chiaro anche se mai dichiarato, è quello di consolidare i messaggi desiderati sfruttando la nota regola che vuole un’idiozia restare tale se la pronuncia un singolo, salvo divenire scuola di pensiero con la quale fare i conti quando a propugnarla siano milioni di persone. E nessun politico, nessun giornale, nessuna grande catena commerciale, si prenderà mai la briga di darle contro, a tale idiozia, anche quando sappia bene che la realtà è ben diversa da quella dipinta. L’unica verità che conti per questi soggetti è infatti la medesima che l’opinione pubblica ha eletto lei stessa a verità. E quindi l’assecondano. Anche perché, assecondandola, fanno business pure loro. Sia esso politico, sia esso economico, sia entrambi. Basti pensare a cosa sono riuscite a ottenere le lobby animaliste in materia di recepimento della Direttiva Europea sulla sperimentazione animale. In barba alle proteste della maggior parte del mondo scientifico, gli emendamenti chiesti dagli animalisti sono stati approvati da un Parlamento letteralmente prono alle loro istanze, indispettendo peraltro la Comunità europea, la quale sta ora meditando se non sia il caso di aprire una procedura d’infrazione contro l’Italia. Non meno appariscente il recente Decreto con il quale l’Italia ha subito applicato la libertà concessa dalla Ue di legiferare in materia di ogm, ovviamente proibendoli e beandosi di averlo fatto. Anche in questo caso, le lobby ambientaliste l’hanno avuta vinta sul piano politico e mediatico circa un tema, gli ogm appunto, sul quale un vero dibattito scientifico è sempre stato accuratamente impedito. Altrimenti, addio “Lobby 2.0”.

Chissà, forse quando il Parlamento legiferava su sperimentazione e ogm le “Lobby 1.0” stavano giocando a golf col Presidente, perché della loro opposizione non risulta traccia da alcuna parte.

A chi però, nonostante ciò, continuasse a pensare che il nuovo sia migliore del vecchio, sarà bene ricordare come prima o poi arriverà un brutto risveglio anche per lui. Già, perché le “Lobby 2.0”, ci si rassegni, sono mosse dai medesimi interessi di quelle precedenti, cioè la vendita, il business, il profitto, ma lo fanno in modo ancora più subdolo, cioè facendo credere l’esatto opposto. Sfruttando il proprio nanismo individuale, pur essendo titaniche come collettività, riescono infatti a sedurre l’opinione pubblica con argomentazioni che muovono su due fronti ben distinti. Il primo prevede la diffusione di milioni d’informazioni atte a gonfiare i vantaggi che i consumatori trarrebbero sposando le nuove proposte commerciali. Il secondo fiacca invece la concorrenza, presentandola come velenosa, cattiva, insostenibile dal punto di vista sanitario, sociale e perfino ambientale. Blandizie e terrorismo: una ricetta infallibile per convincere un consumatore ad abbandonare il prodotto precedente, convenzionale, per abbracciare quello nuovo, anche se quest’ultimo costa molto di più. E poco conta che il sito che propugna tali tesi sia qualcosa del tipo http://www.mangiabiochesalviilpianeta.org oppure http://www.vaganiimmortalibastachecaccilisoldi.com: il consumatore-navigatore lo riterrà autorevole solo perché sta su web, esattamente come 40 anni fa si riteneva oro colato ciò che veniva detto in televisione. In più, quel bel sito tutto apine e fiorellini ha pure una bella grafica e gli promette di desiderare solo ed esclusivamente il suo bene: i banner pubblicitari di pannelli fotovoltaici, di rimedi vegetali per dimagrire e di prodotti naturali per la cura della persona, sono lì solo per caso e non hanno assolutamente alcuno scopo di lucro.

In altre parole, la quantità delle informazioni ha soppiantato la qualità delle medesime e qualunque azzeccagarbugli può fare quindi business su web millantando miracoli e vite eterne senza che ciò che dice sia vagliato da chiccessia.

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L’eccesso di fonti e il bombardamento dei bufale e semi-bufale stanno sempre più disorientando il cittadino, il quale è sempre più in balia dei molti lobbisti 2.0

L’aspetto che rende queste azioni ancor più odiose è che spesso sono basate su mistificazioni, quando non addirittura su menzogne belle e buone. Inoltre, si oltrepassano vistosamente i limiti della scorrettezza quando si ricorre a un deliberato allarmismo circa i prodotti “degli altri”, allarmismo corroborato facendo leva anche sull’odio latente che i consumatori hanno verso le “Lobby 1.0”. A conferma, basti leggere su Facebook gli innumerevoli contributi che mirano a far passare per veleni terrificanti la Coca-Cola, la Nutella, oppure i cibi venduti da McDonalds. Il tutto, ovviamente, risulta funzionale al business opposto, cioè quello composto da una molteplicità di affaristi di piccole dimensioni i quali, grazie proprio al loro livello “micro”, sono riusciti a illudere il pubblico che loro al profitto, al business non pensano affatto. Praticamente, dei salvatori della Patria, della salute e dell’ambiente.

Chi, del resto, fra il piccolo David e il gigantesco Golia, tiferebbe per quest’ultimo, tramandatoci dalla Bibbia come feroce e spietato? Eppure quel guerriero, tanto muscolare quanto tonto, venne ucciso con una sassata in fronte lanciata da lontano con una fionda dal piccolo ma scaltro pastore.

A dimostrazione che non sono le dimensioni a dare il vantaggio, bensì la scaltrezza (e magari anche un po’ il comportamento anti sportivo…).

Quando poi i ruoli siano invertiti, la battaglia appare vieppiù difficile, perché i pochi “Golia” del business multinazionale si trovano oggi a fronteggiare gli attacchi di una sterminata orda di minuscoli “David”, i quali messi tutti insieme fanno però un volume di muscoli ben superiore. E in più hanno le fionde. Mediatiche, ovviamente, visto che si parla di comunicazione, ma pur sempre di fionde o di sassate si tratta.

Per esempio, è ben sì una sassata attaccare il business della carne definendola ovunque come cancerogena, tossica e devastante per l’ambiente. Una sassata funzionale al portafogli di chi vuole vendere più tofu e hamburger di soia e non certo per amore della salute dei consumatori. Lo spregiudicato disegno di questo business, però, lo si può facilmente misurare calcolando il prezzo al chilo di quegli hamburger “veggie”, pari a 17,5 € (fonte: Esselunga, 31/01/2015), e comparandolo con altre forme di prodotti proteici. Basta infatti dare un’occhiata ai cartellini dei prezzi e ci si accorge che qualcosa non torna: la carne di bovino adulto la si può trovare anche a 9,9 € (pesce o spinacino), oppure intorno ai 17-19 € (scamone o magatello). Meglio ancora se gli hamburger sono di suino: solo 5,99 €/kg. Circa un terzo di quelli di soia. Di euro bisogna spenderne invece solo dieci al chilo se si vuole comprare delle fette già pronte di fesa di pollo. Poco più della metà dei succitati hamburger “salutisti”. E per realizzare i prodotti di cui sopra, i costi di allevamento, cura e trasformazione sono sicuramente più elevati di quelli di coltivazione e lavorazione della soia. Quindi i margini commerciali di certi prodotti “alternativi” devono probabilmente essere stellari. Per tutti: per chi coltiva soia, magari bio, per chi la trasforma e la vende già bell’e confezionata, come pure per il supermercato che la piazza sugli scaffali, il quale alla fin fine è quello che ha più da guadagnarci dalle pompatissime mode ambiental-salutiste che dilagano appunto grazie alle agili e liquide forme di “Lobby 2.0”.

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Il prezzo dei prodotti a base di soia, nonostante la filiera più corta, costano di più di molti dei prodotti a base di carne che si prefiggono di sostituire. Un business alquanto lucroso che fa leva su paure salutistiche e ambientali opportunamente gonfiate

Analogamente, buona parte del mondo Bio si è fatta largo sostenendo da un lato maggiori salubrità e proprietà nutrizionali dei propri prodotti, mentre dall’altro gettava fango sui prodotti “degli altri”. Già, gli “altri”: quelli che usano pesticidi, veleni. Quelli che distruggono la tua salute, devastano l’ambiente e, quindi, perché diavolo non compri anche tu il mio bel prodottino Bio, anche se costa magari il doppio di quello convenzionale? (che magari è pure lui a residuo zero, ma questo ovviamente non viene detto mai).

A favore di queste argomentazioni si sono peraltro schierati agronomi, veterinari, nutrizionisti, biologi e ricercatori universitari i quali, nonostante le contumelie rivoltegli dalla maggioranza dei colleghi che ben ricordano ciò che hanno imparato all’Università e nella vita, proseguono imperterriti a spacciare per salvifico ciò che salvifico non è, oppure per letale ciò che letale non è. Il top si raggiunge nei corridoi di certe univesità, dove degli pseudo-ricercatori pianificano a tavolino degli studi concepiti fin dal principio per dimostrare che una cosa fa malissimo, oppure che un’altra fa benissimo. Prendono poi fischi da tutte le parti del mondo accademico, ma a loro che gliene frega? Sono diventati qualcuno pubblicando fandonie, hanno venduto fiumi di libri, prendono caché importanti a ogni convegno cui vanno e sono corteggiati dalla stampa ogni volta che aprono bocca dicendo le loro belinate. Per loro la scienza è stato il miglior business che potesse capitargli. E sul lavoro di questi gaglioffi trovano respiro “scientifico” le argomentazioni di marketing di chi vende i prodotti “buoni” sputando astio e falsità su quelli “cattivi”.

C’è forse un capo occulto dietro a tutto questo? Un grande Goldfinger che pianifica, trama e ordisce questo efficace piano di comunicazione, basato su millanterie da un lato e calunnie infamanti dall’altro? No, non c’è. Sono le “Lobby 2.0”, baby: quelle che si muovono come un sol uomo pur essendo composte da milioni di individui apparentemente disconnessi gli uni dagli altri. Quelle che, appunto, come tanti, voracissimi Pirañas spolpano il grande bovino – il consumatore – ma gli fanno credere che il suo nemico peggiore sia il coccodrillo cattivone che lo guarda dall’altra parte dello stagno.

Del resto, è proprio la voglia di Natura e di salute del cittadino moderno che ha dato molteplici spunti per creare questi business, tanto furbetti quanto miliardari. Business che talvolta – sorpresa delle sorprese – sono molto superiori per volumi a quello di tutte le multinazionali dell’agrochimica messe insieme: circa 80 miliardi di dollari nel 2013, segnati dal biologico, contro i 52,7 miliardi di tutta l’agroindustria. E le prospettive per il biologico sono alquanto rosee, visto che si prevede toccherà i 188 miliardi di dollari entro il 2019. Però, dal momento che questi 188 miliardi saranno incassati da una molteplicità di elementi, contro poche decine di industrie che nel 2019 si spartiranno meno di un terzo di quella cifra, si rischia di cadere in un terribile inganno, quello che ci porta cioè a credere che i primi siano quasi una forma di democrazia dell’agroalimentare, “’nzaccobbello e ‘nzacco pulito”, mentre le lobby vere siano quelle delle seconde, brutte cattive, che ci inquinano e ci fanno morire di cancro. Io non so se morirò di cancro perché mangio qualche bistecca, oppure perché compro ortofrutta convenzionale. Di certo so che risparmierò denaro e non contribuirò all’orgia commerciale che sta gonfiando i guadagni di innumerevoli furbacchioni.

Not with my money, baby… Con buona pace delle vostre “Lobby 2.0”

In molti casi, sono i guru che tuonano contro i guadagni degli altri ad avere i conti in banca più ricchi, grazie alla ricca pletora di seguaci che ne gonfiano il mito

I business dei prodotti dei “buoni” sono talvolta più ricchi e redditizi di quelli dei “cattivi”. Un fatto che dovrebbe fare meditare il consumatore

La prossima volta che quindi troverete sul web uno “scoop”, un titolo “shock”, uno “scandalo” di cui “nessuno parla”, abbinato magari all’invito a diffondere all’impazzata, pensateci ben due volte prima di schiacciare il tasto “condividi”, oppure “mi piace”. Perché così facendo potreste fare gli interessi proprio di qualche spregiudicato mercante che razzola e prospera nei torbidi fondali delle nuove “lobby pluricellulari” di cui sopra. E che uno spregiudicato mercante sia solitario e gigantesco, oppure sia composto da una miriade di micro-mercanti in miniatura, sempre di spregiudicati mercanti si parla. E i mercanti non vanno premiati, bensì combattuti. Tutti.

Come? Facile: non dando loro né i nostri soldi, né tanto meno la nostra attenzione e comprando solo in base a ciò che è il nostro interesse. Stando magari lontani da ideologie tanto profumate quanto farlocche che come unico scopo hanno quello di aprire la porta al nostro portafogli.

Buona spesa intelligente a tutti! Alla faccia di “Lobby 1.0” e di “Lobby 2.0”.

(Ora scusate, devo andare: il Presidente mi aspetta per la solita partita a golf… Tanto è sempre lì che si va a finire da parte di chi legge i miei articoli: “Ki ti paga?”. Perché la mamma degli imbecilli e dei troll è sempre incinta e fa parti plurigemellari).

 

Disclaimer: nessun commento è ammesso. La spiegazione qui

La perfida trappola dell’integralismo biologico

ignoranza-bioCome risposta al progresso tecnologico e scientifico sono nati gruppi di pressione che hanno fatto della Natura e del “biologico” la propria bandiera. Per queste persone, specialmente per le più integraliste fra loro, la Natura è sempre buona, mentre tutto ciò che fa l’Uomo è sempre cattivo. L’inurbazione delle popolazioni ha peraltro privato gli Esseri Umani del contatto con la Natura stessa, facendogliene dimenticare le regole base e, soprattutto, mettendo loro un gran desiderio proprio di naturalità. Una naturalità cercata sovente nella contrapposizione ai ritrovati messi a punto da scienza e tecnologia.  Ma davvero ciò che è naturale è sempre buono a prescindere e ciò che fa l’Uomo è sempre lugubre e velenoso? Proviamo a vedere quanto c’è di vero e quanto vi è di falso  nelle attuali ideologie pseudo naturalistiche

Ma almeno sono naturali...”. Così si concluse una conversazione che sostenni tempo fa con una collega particolarmente accalorata in tema di prodotti biologici e “naturali”.
Da agronomo ed ecotossicologo non era la prima volta che mi cimentavo in discussioni di questo tipo, ma quella volta la conversazione si rivelò a doppio senso di circolazione in uscita, ma particolarmente a senso unico in ricezione.
Lei, cittadina abituata allo shopping in Corso Buenos Aires a Milano, aveva sposato il bio dopo il colpo di fulmine scoccato da una delle varie trasmissioni “pseudo agricole” domenicali.
Attraverso il tubo catodico (gli schermi a Led giacevano ancora nel mondo dei sogni tecnologici) qualche non meglio specificato produttore agricolo aveva decantato i pregi dell’alimentazione biologica rispetto a quella convenzionale.
Nulla di male a sostenere in televisione i propri business commerciali, ci mancherebbe. Anche perché di solito chi vuole ricevere le visite di certe troupe televisive mica s’illuda che sia proprio tutto tutto gratis. Dal punto di vista etico, però, una mente accorta dovrebbe comprendere al volo quanto la pubblicità ingannevole non sia solo materia di detersivi, bevande o altri generi di grande consumo.
La reclame più subdola è infatti quella che entra nelle case della gente dopo aver fatto bussare a un referente giudicato autorevole. Un volto noto e magari simpatico che induce ad abbassare i filtri critici della sfera razionale, aprendo la strada anche a messaggi furbescamente fuorvianti che possono così dilagare nella mente dello sprovveduto telespettatore.
Il produttore bio intervistato in tv aveva ovviamente decantato l’assenza di residui, come pure i maggiori contenuti nutrizionali, di profumi e di sapori. Lunga la filippica anche in termini salutistici ed ecologici. In pratica, tutto quello che invece era andato perduto per colpa dei pesticidi e dei fertilizzanti chimici, venduti solo per soddisfare le ambizioni di profitto di multinazionali senza scrupoli. Questo almeno nella malcelata opinione della collega.
A prescindere dal fatto che da una di queste multinazionali prendeva uno stipendio pure lei, cercai di condividere qualche informazione utile a farle correggere autonomamente questa percezione fuorviante, sia del biologico, sia della chimica.
Iniziai spiegandole che biologico non vuol dire “non trattato”, contrariamente a quanto lei pensava. Questa distorsione comunicativa è infatti uno dei pilastri della disinformazione con cui si auto-abbindola una parte dei consumatori. Un naturalmente-sognatorimalintendimento che produttori come quello apparso in tv non è che si indaffarino poi molto per correggere.
I prodotti bio sono trattati eccome. Il rame, per esempio, è ammesso nel biologico, pur essendo un metallo pesante, con una sua tossicità per l’uomo, per gli animali e per i vegetali.
Per giunta è virtualmente eterno: a differenza degli agrofarmaci di sintesi, che hanno tempi di decadimento ambientale mediamente compresi fra i giorni e i mesi, il rame troverà forse la propria nemesi solo quando l’Universo collasserà su se stesso producendo un unico, gigantesco buco nero.
Teorie astrofisiche e quantistiche a parte, resta il fatto che il rame è un mezzo tecnico di produzione al quale devono la vita intere generazioni. Basti pensare che l’arrivo della peronospora sulle patate europee causò carestie così gravi da indurre migrazioni di massa Oltreoceano, dopo avere abbrutito le fasce più basse della popolazione con fame e malattie. Se il rame fosse stato già conosciuto come antiperonosporico, quindi, si sarebbero potute salvare milioni di vite.
Per di più, molte fra le più importanti produzioni bio non potrebbero essere coltivate in assenza del rame. E forse anche per questa ragione non fa piacere a nessuno ricordare come usare il rame non equivalga affatto a non trattare.
L’impenetrabilità espressiva della collega mi fece capire che non era convinta. Proseguii.
Un’altra percezione fuorviante della chimica agraria è che la tossicità di una molecola sia legata alla sua artificialità: ciò che è di sintesi è sempre cattivo, ciò che è naturale è sempre buono.
Le spiegai quindi che il rotenone era si un insetticida naturale estratto da radici di piante, eppure aveva una tossicità tutt’altro che trascurabile. Negli States, a titolo d’esempio, si è ricorsi spesso al rotenone quando si trattava di “bonificare” dai pesci laghi e invasi artificiali. Essendo altamente tossico per gli organismi acquatici, il rotenone veniva versato nell’acqua sterminando la fauna ittica in men che non si dica. Per giunta, il suo profilo tossicologico verso l’Uomo e altri organismi animali è ben lontano dall’essere leggero. Vi sono molte sostanze attive prodotte dall’uomo che quanto a tossicità, come si suol dire, prendono serenamente la paga dal rotenone: fra un drink al diflubenzuron o uno al rotenone io non esiterei un istante a scegliere quello al diflubenzuron. Personalmente però, preferisco comunque un mojito.

Nessun muscolo facciale della collega accennò la benché minima contrazione.
Rafforzai il concetto ricordando che, in fondo, Lucrezia Borgia mica utilizzava esteri fosforici per avvelenare le sue vittime. Sebbene la figura di Lucrezia, a quanto pare, non fosse quella agghiacciante tramandata dalla tradizione, resta il fatto che una tisana di Belladonna preferirei non gustarmela. Socrate si avvelenò con la cicuta, mica con il methomyl. Neppure un liquore all’oleandro lo vedrei di buon occhio nel mio mobile bar.
Limitandoci poi alle colture agrarie, la solanina contenuta nelle parti verdi di patate e pomodori è un alcaloide che proprio bene non fa e ha un profilo tossicologico peggiore di buona parte degli eventuali residui di agrofarmaci che risultassero all’analisi.
Qualche goccia di sudore iniziava a colarmi sulle tempie, perché l’aspetto della collega era ormai simile a quello delle statue di cera del museo di Londra.
Sapendo che amava il buon vino, la indussi quindi a ragionare sul fatto che in una bottiglia da 75 centilitri vi sono circa 90-100 grammi di alcol, ipotizzando un grado alcolico pari a dodici-tredici. Vale a dire che bevendo quel vino introduceva nel proprio corpo, e vino-rossoin modo cospicuo, una sostanza reputata dall’Organizzazione mondiale di sanità la terza droga pesante dopo eroina e cocaina. Una sostanza i cui abusi spediscono all’altro mondo decine di migliaia di persone all’anno solo in Italia.
La presenza in quel medesimo vino di tre o quattro diversi residui di agrofarmaci, in ragione quindi di milligrammi e non di grammi, non può essere considerata certo peggiore dell’alcol stesso. Anzi. Nella maggior parte dei casi i residui sono poi al di sotto della scala dei ppm (milligrammi/litro), posizionandosi su quella dei microgrammi, ovvero milionesimi di grammo. Chi beve troppo vino, tradotto in soldoni, rischia per lo più di andare in coma etilico o di sviluppare cirrosi epatica e tumori e quello dei residui dovrebbe quindi essere l’ultimo dei suoi problemi.
Ancora nessuna reazione.
Pensai che forse avrei dovuto pungerla con una forchetta, per verificare se per caso fosse vittima della tossina paralizzante del Pesce Palla servito nei ristoranti giapponesi (nda: anche questa tossina naturale è terrificante e ne bastano pochi miligrammi per sterminare una tavolata di improvvidi commensali).
Calai quindi l’asso delle micotossine, ovvero quelle tossine liberate su mais, cereali, uva e cibi vari da funghi “naturalmente” presenti nei campi, come fusario, aspergilli, penicilli e compagnia briscola.
Queste sostanze naturali, utili alla competizione dei funghi verso altri microrganismi, sono molto tossiche e, soprattutto, pesantemente cancerogene. Basti pensare alle morti, alle amputazioni degli arti e ai malori psichedelici indotti in passato dalle tossine di Claviceps purpurea, ovvero il fungo che causa la nota “segale cornuta“. A quanto pare, persino la follia collettiva che colpì Salem, la famigerata cittadina stratunitense “delle streghe”, sarebbe derivata da intossicazioni da Claviceps, soprattutto a carico di quei soggetti più giovani tra i quali rientravano appunto quelle allucinate adolescenti che avevano dato vita alla caccia alle “streghe”. Oltre cento le vittime innocenti causate da quel evento. Mica pizza e fichi.
Per queste ragioni, l’attenzione tossicologica verso le micotossine si posiziona su valori che giacciono sui nanogrammi/chilo di peso corporeo. Vale a dire miliardesimi di grammo. Detta in altri termini, l’agrofarmaco con il peggior profilo tossicologico impallidisce di fronte alla migliore delle micotossine. Per giunta, se si trattano le colture con gli opportuni agrofarmaci, vengono controllati proprio i funghi che queste tossine producono. Quindi, trovo sia cosa sana e razionale utilizzare sostanze chimiche a pericolosità uno per contrastare funghi le cui tossine hanno pericolosità cento.
Per inverso, appare quindi cosa malsana e irrazionale decidere di non trattare le colture per paura dei “pesticidi” e poi sciropparsi le micotossine.
A tal proposito, giunse a mio supporto anche uno studio del dipartimento di tossicologia dell’Università di Bologna: analizzando dei succhi di frutta bio e non bio, ciò che venne scoperto non si mostrò esattamente in linea con le illusioni cittadine di salubrità nutrizionale.
Pari quanto ad assenza di residui, i succhi non-bio mostravano un livello di micotossine venti volte inferiori rispetto a quelli bio. La professoressa Patrizia Hrelia, relatrice sui risultati di questo studio in occasione delle Giornate Fitopatologiche del 2002, seminò il disappunto in platea, ove non pochi erano i sostenitori del bio. O meglio, sollevò il disappunto di coloro che hanno interessi diretti o indiretti che del bio si parli solo in termini entusiastici. Perché l’interesse non è materia esclusiva delle grandi multinazionali, come spesso si vuol  far credere. Personalmente, quello studio bolognese lo invierei invece a tutti quei sindaci e dirigenti scolastici che pensano di essere ganzi a rendere 100% bio le mense dei bambini .
A quel punto, le labbra della collega finalmente si schiusero, mentre lo sguardo parve ritornare ad essere quello di un organismo animato da spirito vitale. E quindi si pronunciò: “Ma almeno sono naturali…“.
Alzai le mani e mi arresi, rinunciando persino all’onore delle armi. L’abbandonai quindi a quello stato “nirvanico”, parafrasando l’attuale Presidente del Consiglio Mario Monti, dove conta di più la reclame televisiva di un produttore sconosciuto, che millanta pregi opinabili e sputa sentenze a capocchia, della competenza di un collega specificatamente preparato in materia.
Mi consolai pensando che, in fondo, i soldi per la spesa erano i suoi. E come ricorda un noto adagio: “Lo sciocco e i propri soldi verranno presto separati“.