Bio e storytelling: una favola tutta da raccontare (parte I)

Quando la disinformazione finisce in tribunale, può anche capitare faccia una brutta fine. Non sempre, magari, ma ogni tanto…

Molte le narrazioni rilanciate dalle lobby Bio tramite media compiacenti, riuscendo a fare leva su una politica sempre meno adesa ai fatti e sempre più alla caccia di facili consensi. In risposta a ciò si è deciso di dare vita a una serie di articoli dedicati allo Storytelling del biologico. In questa prima puntata si racconterà quanto avvenuto in Olanda, ove un agricoltore convenzionale ha fatto causa a una lobby Bio e ha vinto

Salvifico, sostenibile, saporito, naturale, pacifico, solidale. Il biologico da sempre narra di quante cose buone possa ricavare il consumatore dall’acquisto dei suoi prodotti. Un marketing che sarebbe perfettamente legittimo se per meglio sostenerlo non venissero demonizzati spesso e volentieri coloro che biologici non siano. A loro vengono infatti attribuiti usi di veleni mortiferi, cancerogeni e devastatori dell’ambiente. In pratica, il Male, il vero Satana da cui rifuggire, trovando nel biologico la via di redenzione e una sorta di vita se non eterna, per lo meno più salubre.

Niente di vero in tutto ciò, ovviamente. Si è quindi deciso di creare una serie di puntate dedicate proprio al variegato Storytelling del Mondo-Bio, affinché punto per punto il cittadino possa meglio orientarsi nelle proprie scelte al momento dell’acquisto. Anche perché se parli di ambiente loro svicolano subito al grido “E allora la salute?”. Se parli di salute loro sguisciano via al grido “E allora l’ambiente?”, dimostrando che la tattica dell’anguilla è sempre la migliore quando di argomenti solidi se ne abbiano pochini.

I vari punti del contendere, ambientali, sanitari, agricoli, verranno trattati quindi con articoli tematici, restando sul pezzo, in modo da fare un po’ di ordine e impedire agli avvelenatori di pozzi di fare il proprio sporco lavoro diversivo. O almeno, si spera di rendere loro la vita più difficile.

In questa prima puntata si racconterà quanto avvenuto in Olanda, ove un agricoltore convenzionale ha fatto causa a una lobby Bio. E ha vinto.

 

La pazienza ha un limite

Dai e dai, alla fine girano. Questo potrebbe essere il sunto di quanto accaduto a Michiel Van Andel, agricoltore olandese che si è davvero scocciato di essere dipinto dai pro-biologici come un avvelenatore di persone, animali e ambiente. E così ha fatto causa a una lobby dell’industria alimentare olandese dal nome Bionext, la quale contribuiva a diffondere un documento che al buon Michiel è suonato davvero indigesto, ovvero “True Cost of Food“, in italiano i veri costi del cibo, intendendo costi ambientali e sanitari del cibo non biologico, cioè quello brutto, sporco e cattivo.

In sostanza, compra me che gli altri ti avvelenano. Cioè il più forte argomento (farlocco) di marketing che il Mondo Bio ribatte da trent’anni. Purtroppo, con molto successo.

Gli attivisti pro-bio, tramite questo report, sostengono infatti che agricoltori come Michiel, fautori di agricoltura convenzionale, costino letteralmente miliardi alla società, causando al contempo un irreversibile deterioramento della salute e dell’ambiente. L’agricoltore olandese, tutt’altro che sprovveduto, analizzò però quei dati e ci trovò dentro molte cose strane e che lui stesso, in piena coscienza, reputava false. Scrisse quindi a Bionext, inviando loro una serie di studi che dimostravano la fallacia delle loro argomentazioni.

Tutto inutile. Il povero Michiel venne rimbalzato da Bionext lasciandogli come unica chance quella di citarli in giudizio per pubblicità ingannevole, rifacendosi alla Commissione olandese sul codice della pubblicità. Nonostante le reazioni degli avvocati Bionext, Michiel non ha receduto dai propri intenti e ha ottenuto la sua prima udienza l’8 marzo 2018.

 

Chi è Bionext e la nascita del report contestato

Come spesso accade con le lobby, nemmeno quella del Bio fa eccezione quanto a legami e alleanze con diversi portatori di interessi. I suoi, ovviamente. Bionext fa parte infatti di una galassia finanziata da aziende pro-bio come EOSTA e Triodos Bank, comprendendo anche Nature and More, Soil and More, Hivos ed EY. Tutti ovviamente accomunati dall’intento di fare crescere il business biologico, sempre più lucroso.

Per meglio spingere i consumatori a sposare i propri prodotti, nel 2017 è stato anche pubblicato il report “incriminato”, ovvero “True Cost Accounting for Food, Farming and Finance”. “True cost” per gli amici.

La loro argomentazione è sempre la solita: il cliente deve pagare il vero costo del cibo. E dato che il Bio vale di più, secondo loro, è giusto pagarlo di più. Il cibo da agricoltura convenzionale, ovviamente, sarebbe più economico solo perché sarebbero stati ignorati alcuni costi di tipo sanitario e ambientale. Una posizione che pare abbia trovato le simpatie anche all’interno del Programma per l’ambiente delle Nazioni Unite e della FAO, ricevendo l’imprimatur perfino dal Principe Carlo di Inghilterra.

Michiel però non ci sta a vedersi descrivere come produttore di cibi economici ma deleteri per la salute e per l’ambiente e parte al contrattacco.

Secondo i calcoli riportati nel rapporto l’impatto globale non calcolato, attribuibile all’agricoltura convenzionale, sarebbe infatti pari a 4.800 miliardi di dollari l’anno, derivanti da costi sanitari aggiuntivi, inquinamento delle acque, maggiori cambiamenti climatici, perdita di biodiversità e infine danni al suolo, come erosione e desertificazione. Essendo però il rapporto di sole 48 pagine, non è stato trovato lo spazio per citare fonti, né spiegare nel dettaglio i calcoli eseguiti né tanto meno i dati di partenza. In pratica, il documento sarebbe ricco per lo più di immagini ad alto impatto comunicativo, ma dal livello esplicativo e scientifico decisamente nebuloso.

Per esempio, mangiare mele coltivate secondo i criteri dell’agricoltura convenzionale, anziché Bio, genererebbe ben 27 giorni di malattia extra l’anno per ogni ettaro coltivato. Ciò a causa dei “pesticidi” utilizzati nel convenzionale, glissando ovviamente su quelli usati dal Bio, spesso pure peggiori. Peccato che una tazza di caffè, un bicchiere di vino o una sola sigaretta abbiano più sostanze nocive e cancerogene dell’ammontare complessivo annuo di residui negli alimenti. Da dove vengano fuori quei 27 giorni in più di malattia, quindi, resta un punto avvolto nel mistero.

Non paghi delle mele, Ernst & Young suggerirebbe pure che quando si acquista uva biologica anziché “uva coltivata chimicamente” (l’uso delle parole nello storytelling del Bio è accuratamente selezionato per impressionare la gente il più possibile), si risparmierebbero circa 15 mila litri di acqua l’anno ogni 100 m² coltivati. Un’enormità, in effetti. Peggio di quella che accuserebbe gli allevamenti di consumare 15 mila litri di acqua per ogni chilo di carne prodotto.

Dato però che, come dicevano i latini, “Excusatio non petita, accusatio manifesta” (Scusa non richiesta, accusa manifesta), gli autori del rapporto mettono subito le mani avanti ammettendo la mancanza di dati sufficienti per esprimere un giudizio finale. Pare però che ciò sia solo un eufemismo, visto quanto è poi emerso in tribunale, ove i dati avrebbero fatto tutto tranne che supportare gli argomenti degli attivisti pro-Bio. Anzi, si sarebbero squagliati come neve al Sole.

Iniziamo ad analizzare per esempio la sicurezza dei lavoratori agricoli. Secondo il report “L’esposizione professionale ai pesticidi rappresenta un rischio significativo per la salute dei lavoratori agricoli e si è dimostrata responsabile per gli infortuni legati alle sostanze chimiche e per le malattie a breve e a lungo termine”. Il tutto, ovviamente, in mancanza di dati sull’esposizione reale ai pesticidi da parte dei suddetti lavoratori. Esposizione che viene peraltro valutata proprio in sede di autorizzazione dei prodotti fitosanitari al fine di minimizzarla.

Poi, se uno è così babbeo da mescolare a mani nude le miscele fitosanitarie, non si può certo addossare a queste la responsabilità se alla sua salute accade qualcosa di brutto. Come quando chi guida si fa i selfie con lo smartphone anziché guardare dove va: non dai la colpa allo smartphone, né all’automobile. La dai al babbeo cui puzza molto la salute.

Da dove vengano quindi quei dati catastrofici citati da “True cost” non si sa. Anche perché gli studi recenti diffusi sulla salute degli operatori agricoli mostrano effetti dal nullo al molto limitato.

Ciò che quindi stupì il povero Michiel fu soprattutto il fatto che tale campagna mediatica non avesse trovato alcuno sul proprio cammino che mettesse in discussione quei numeri. Nessun controllo era cioè stato esercitato, nemmeno dai media che avevano dato risalto al report stesso. Un aspetto, quello del mancato controllo delle fonti, su cui conta chiunque voglia guadagnare spargendo disinformazione pro domo sua.

 

Il vero costo del cibo biologico

Zero. Stando ai lobbisti Bio, i costi nascosti dell’agricoltura bio non ci sarebbero. Un concetto espresso da Bionext nella corrispondenza avuta con Michiel in fase ante-processo. In modo sintetico, lo stesso David Zaruk, in arte Risk Monger, ha elencato alcuni fra i punti per i quali l’agricoltura Bio è tutt’altro che avulsa da impatti, come la si vorrebbe far passare. Quindi quella di Bionext è stata un’omissione alquanto spregiudicata di dati scomodi. Alla faccia delle sbandierate onestà e trasparenza di tali associazioni.

Sulla presunta maggiore salubrità dei cibi Bio e sui temi ambientali, come detto, vi saranno altre puntate. Per ora limitiamoci a vedere cosa è successo in quell’aula di tribunale olandese.

In linea con la strategia dello storytelling, anche l’avvocato Bionext sembrava più concentrato a dare enfasi alle differenze tra agricoltura biologica e convenzionale, piuttosto che difendere i calcoli incriminati. Per esempio, alla domanda se ci fossero costi nascosti per l’agricoltura biologica, si è rifiutato di rispondere, preferendo proseguire il vagheggiamento sui pericoli dei pesticidi usati “dagli altri”.

E le multinazionali. E la salute. E l’ambiente. Insomma, le solite lezioncine imparate a memoria. Se non sai come giustificare dei numeri inventati, del resto, non puoi far altro che recitare le solite poesie narrate per anni all’ingenuo consumatore, sperando di farla franca almeno dal punto di vista mediatico e comunciativo. Non certo da quello giuridico: infatti Michiel ha vinto.

Bionext è stata ritenuta colpevole di “pubblicità ingannevole” (e io ci aggiungerei pure di concorrenza sleale). Di conseguenza, la Commissione olandese sulla pubblicità ha ingiunto di ritirare la campagna pubblicitaria. Nonostante ciò, Bionext non ha affatto ritirato il report appena sbugiardato. Infatti è ancora disponibile online (al 23 dicembre 2018). Tipico comportamento di chi si senta superiore alle Leggi e perfino all’etica. Un po’ quello cui si assiste quando si parli di certe religioni: essi sono nel giusto e anche mentire diventa lecito se conduce alla Vera Verità. La loro, ovviamente.

E quindi, al momento le pagine di EOSTA ancora promuovono tale documento ingannevole, contestando la sentenza della Commissione. Un’arroganza tipica delle lobby Bio, graniticamente motivate a diffondere fandonie anche dopo essere state sbugiardate. Del resto, se non facessero così, chiedo, chi diavolo comprerebbe più i suoi prodotti?

Si mediti su ciò ogni volta che le lobby Bio se ne escono con qualche “rapporto scottante” su quanto loro siano buoni e quanto “gli altri” siano cattivi, battendo cassa per farsi finanziare sempre più da una politica ormai prona a tali richieste, perché opporvisi sarebbe per lei molto pericoloso in termini di consensi.

Peccato che sia alquanto sciocco credere che quei documenti abbiano una valenza superiore a quella di un qualsiasi volantino pubblicitario infilato a pagamento nella casella della posta. Molto, molto, molto sciocco.

E se non ci arrivano media e politici, questi sì schierati opportunisticamente con chi ha interessi di parte, a ristabilire il giusto equilibrio ci pensi almeno il cittadino quando va a fare la spesa.

Fonte: David Zaruk, Risk Monger – “Michiel Versus Goliath. True cost or truly lying“.

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